Un bolide in attesa: intervista a Filippo Ganna

Fuori auto parcheggiate in battuta di sole. Caldo soffocante. Dentro una bici blu che poi è un bolide. Qualche sedia e un buffet. Si suda: naturale quando è il primo giorno d'estate, anche se c'è un leggero accenno di aria condizionata. Arriva Ganna e l'attesa diventa entusiasmo. Domande e foto. Verrebbe da definirlo teso, ma forse è calma, e intanto lui, qualsiasi cosa sia quella sensazione, la smorza sorridendo e lasciandosi andare a qualche battuta.
Verrebbe da definirlo tirato a lucido ma dice di non essere al massimo: «Dopo il Giro ho staccato un po'. È necessario per stare sempre sul pezzo» ci racconta.
Faccia da studente universitario fuori corso, lui più che studente potrebbe salire in cattedra, ma non diteglielo, spegnerebbe subito quell'idea soffiando sul fuoco. «C'è gente che arriva e si afferma subito. Poi però le loro carriere durano un attimo. Io non sono un pacco Prime: devo lavorare sodo per vincere. Sono cresciuto gradualmente in questi cinque anni per rincorrere i miei sogni, le mie vittorie».

A Tokyo non ci pensa, dice, non è il momento. È fatto così, anche se in gruppo lo vedi grande e grosso come non avesse timore di nulla, quando ce lo hai vicino è un ragazzo con occhiali da vista, un po' di barba di quella che cresce sui volti dei più giovani. È in maglietta e pantaloncini. «Sto ancora sudando dalla gara di ieri del campionato italiano. Deluso per la crono? Nemmeno un po'. Sapevo che quello era il mio attuale livello: ho fatto un lavoro di carico per essere pronto più avanti».

Più avanti, ma quando? Tokyo è l'obiettivo, la maglia azzurra un prestigio, pensare alle medaglie un privilegio. Ogni volta che si corre per la nazionale è una spinta in più. Un senso a tutti i sacrifici. Ogni volta come la prima volta, anche se hai conquistato cinque titoli mondiali. «La maglia azzurra che indosseremo a Tokyo ce l'ho già a casa, la volevo in anteprima. Per me è il significato di una carriera: curata nei minimi particolari, la cerniera col tricolore, la scritta in oro».
Diplomatico, dice di non dare troppo peso, al momento, a quel che sarà in Giappone: «Se stessi qui a pensare a ogni gara l'attesa mi mangerebbe e invece così gestisco le pressioni. Vado a Tokyo pensando che sarà una gara come un'altra. Certo, mica per portare un numero sulla maglia, ma consapevole di aver programmato tutto per il meglio. Magari solo alla partenza mi renderò conto di dove sono e di cosa potrò realizzare».

Quando racconti un corridore con l'attitudine alla vittoria, ti ritrovi a esaltare il gesto e magari a dare per scontato i suoi successi, ma ai Giochi Ganna avrà di che lottare. Con se stesso: dovrà resettarsi dalla cronometro all'inseguimento a squadre. Il tempo sarà amico-nemico. «I miei compagni dell'inseguimento vanno forte – racconta con un sorriso – mi hanno messo in difficoltà: sono io a dovermi adattare a loro. Alla medaglia non ci penso, intanto rompiamo il ghiaccio con la cronometro: mentalmente e atleticamente non è semplice passare da un tipo di sforzo all'altro. Anche dal punto di vista ambientale: due situazioni completamente differenti da gestire. Su strada hai il paesaggio che muta continuamente e la gente intorno, su pista hai gli spettatori, lo sguardo a terra e vedi legno su legno».

Contro gli altri: favoriti nel velodromo che ospiterà la gara olimpica «le furie rosse danesi», mentre non vuole fare nomi per la crono. «Van Aert, Evenepoel, Dennis, Dumoulin? Tutti quelli che partono sono in corsa per le medaglie».

Spiega come non ci sia un vero segreto per il successo al Giro, ma semmai ha ben chiaro qual è stato il suo ruolo: «Il mio vero obiettivo non erano le cronometro. Lo scopo di tutto era tenere alto il morale. Negli anni, maturando, mi sono accorto di avere grande capacità di fare gruppo. L'importante era stare vicini a Bernal in ogni situazione per smorzare la tensione: immaginatevi le difficoltà nell'essere sul pezzo tre settimane e giocarsi un Giro».
E la chiosa, leggera, arriva proprio sui suoi capitani: «Thomas mi ha scritto dopo la partita con il Galles: “D'altra parte, l'Italia ha stile”. Bernal invece è come un fratellino più piccolo, anche se poi alla fine vince sempre lui».

Filippo ora appare più disteso, finite le interviste, il sole fuori resta alto e le auto sembrano prendere fuoco. La sua bici, in esposizione, viene portata via. Sul tavolo qualche bottiglietta d'acqua. Firma un paio di autografi, si cambia la maglietta per una foto di gruppo, ancora sorridente, allentando la pressione di una giornata dedicata a media e sponsor. Sale in auto e si allontana. Mentre Tokyo, a migliaia di chilometri da qui, ogni giorno è sempre più vicina.

Foto: Paolo Penni Martelli


Aza e Filippo

La storia che vi raccontiamo oggi parte dalle vie del mercato di Torino, accanto all'Arsenale della Pace. Lì dove c'erano le armi, ora c'è un punto di ritrovo per madri sole, carcerati, stranieri, per tutti coloro che hanno bisogno di cura o di lavoro. In una piazzuola c'è un albero col tronco tinto dei colori del tramonto. Noi chiediamo il perché ad Aza, una ragazza eritrea che passa di lì. «Mia madre- ci spiega- mi raccontò che in un villaggio, da noi, si dipingevano le cose dei colori che le nutrivano, che le facevano star bene, e questo era un atto di cura. Non so, magari è successa la stessa cosa qui».
Qualche passo assieme, parlando, poi Aza fissa la bicicletta di un ciclista in ricognizione e noi le chiediamo se le piacciano le biciclette. Lei ci racconta della sua di quando era bambina: «Aveva un cesto davanti, anche qui si usa e le donne ci mettono la borsa. Il mio cestino era di vimini ed i vimini li avevo intrecciati io. Alcuni erano completamente sfilacciati e si lasciavano andare». Eppure spiega di non aver mai pensato di cambiarla e, se oggi non l'ha più, è solo perché gliel'hanno rubata.

La bicicletta di Aza non aveva nulla a che vedere con quella di Filippo Ganna, di questo siamo certi. Aza non conosce neppure Ganna e certamente neanche Ganna la conoscerà. Eppure, quando abbiamo sentito parlare la prima maglia rosa di questo Giro d'Italia, ci è tornata in mente proprio lei.
Ci è venuta in mente quando Ganna ha ricordato le polemiche dei giorni scorsi. «Ho sentito molte parole negli ultimi tempi. Ho preso tanti schiaffi negli ultimi tempi ed è giusto così. Qualche volta cedi, è normale. Sei un uomo e gli uomini si stancano, si fermano. Se non cedi mai, qualcosa non va». E poi ha aggiunto: «Certo che, quando leggi o senti certe cose, ci pensi e quando ci pensi ti blocchi, ti chiedi perché si dicano quelle cose».

Ci è venuta in mente quando Ganna ha raccontato della sua squadra di quest'anno e dell'anno scorso. «L'anno scorso ci siamo uniti quando è successo l'incidente a Geraint Thomas. Eravamo in ginocchio in quel momento e dovevamo trovare un modo per ripartire. Se non fosse accaduto, sarebbe stata la fine. Siamo stati bravi a capirlo, siamo stati coraggiosi a ricominciare». E, sorridendo: «Nei momenti difficili accadono cose bellissime. Ora sono contento di questa maglia, ma venti tappe sono tante e magari verrà il momento in cui i miei capitani faticheranno e dovremo supportarci ed anche sopportarci perché quando le cose vanno male si è tutti più nervosi. Bisogna accettarlo ed imparare a fare il proprio dovere divertendosi, anche quando è più difficile».

Ed in fondo è tanto difficile da mettere in pratica ma è così logico, così naturale. Come per la madre di Aza dipingere un albero per prendersene cura, come per Aza quel cestino di vimini sfondato. Siamo noi a complicare tutto, anche questo dice Ganna. Aza non lo dice, ma dal suo sguardo si intuisce. Per questo Aza e Filippo Ganna si somigliano. Perché sanno che molte cose sono semplici e vanno vissute così, in modo genuino, leggero. Per se stessi prima di tutto.

Foto: Luigi Sestili


L'alba, l'iride e il crepuscolo

Torino si leva avvolta da una crepuscolare afa mattutina. I corridori si svegliano, brillano e fibrillano come al loro primo giorno di scuola. Qualcuno al Giro fa il suo esordio, altri hanno la pelle segnata da cicatrici e il motore temprato da pedalate su pedalate che messe in fila li potrebbe forse condurre fino alla luna.
Il Giro non si sposta dalla sfida tra il nuovo e il vecchio tanto in voga di questi tempi. I più giovani scalpitano e se non sarà per oggi ben venga la prossima volta. I meno giovani gestiscono, ma hanno imparato a memoria le regole del gioco. Lo sport è esercizio crudele e prima o poi arriva il crepuscolo.
Scriveva Katherine Dunn: “uno sportivo passa una vita intera a sviluppare doti che si trasformano nella sua identità, ma quando arriva il tempo di smettere quella persona è ancora giovane, e deve diventare qualcun altro”. Non ditelo a chi vede il proprio tempo agonistico scivolare via e magari annaspa nelle zone d'ombra, poiché se è qui lo fa per lasciare il segno. Come Nibali che si difende bene oggi, o Pozzovivo, grande come un pollice, che a conti fatti segna uno dei migliori tempi tra chi vuole far classifica.
La crono è esercizio così crudele da poter strappare via il veleno da un cobra: conta andare più forte del tuo avversario contro cui però non combatti fianco a fianco, e ti devi affidare al tempo, alle lancette: lo chiamano il tic-tac. Ti fai guidare dalle sensazioni, e resisti alle urla dall'ammiraglia e se potessi ti gireresti per mandare tutti al diavolo.
La crono è esercizio speciale, è strumento per specialisti, come specialista è Cavagna. Arriva dall'Alvernia, Francia, Massiccio Centrale. Lui, massiccio, ma meno di tanti altri. Dice di amare la cucina e infatti lo trovi spesso col grembiule a cucinare torte e lasagne, dice di amare il formaggio così diffuso dalle sue parti, ma di doverne fare troppo spesso a meno.
Un velo di nuvole, come la mano affievolita di un gigante, copre il cielo, poi stringe il pugno e all'improvviso torna il sole, mentre si susseguono arrivi e partenze con cadenza musicale. La gente (tanta) in strada è mascherata dietro le transenne, ma non nasconde l'emozione nel veder passare cenobiti con casco e occhiali.
I body dei corridori fanno rabbia per quanto sono perfetti, come i loro quadricipiti scolpiti e le bici che sembrano arrivare da un mondo distopico. Dekker, giovane figlio d'arte, segna il miglior tempo, poi tocca ad altri: Campenaerts, Kluge, Castroviejo, Brändle, Foss, Affini, in una esorbitante litania di nomi e cognomi, di vecchi e giovani, di significati e assonanze.
Quando parte Cavagna, parte uno dei favoriti, ma negli ultimi metri barcolla come ubriaco e straziato dall'agonia: resta dietro Foss. Quando arriva Affini c'è da sgranare gli occhi: per carità, forte è forte, ma oggi lui e la sua Cervélo erano razzo e pilota.
Per Ganna si alza un urlo: in partenza, sul percorso, all'arrivo, quando fa segnare lui in maniera definitiva la migliore prestazione.
Spinge: pare un ossesso dopo ogni curva. Prende rischi che non prende nessun altro, pennella come in uno slalom gigante tra le porte della Gran Risa. Perfetto in quella posizione ineccepibile, dalla punta delle dita fino all'ultima delle pedalate. Cresce di colpi, meraviglioso specialista contro il tempo, quando conta. Come un fuoriclasse, in quella livrea iridata che oggi torna a far scintille dopo un periodo con le polveri un po' spente.
E intanto, mentre l'ultimo arrivato taglia il traguardo, il sole cala, la prima nottola sbatte le ali e Filippo Ganna, oggi ancora più gigante di un gigantista, sale sul palco per festeggiare la sua maglia rosa. La luce assume timidamente i primi contorni del crepuscolo, tempo per parlare di classifica, vincitori e vinti ci sarà. La corsa si erge e poi cala, questa di oggi è solo l'alba, è solo l'inizio del Giro d'Italia.


L'aerodinamica di Top Ganna

Per commentare la posizione in bicicletta di Filippo Ganna ci siamo rivolti a qualcuno che di aerodinamica se ne intende, Simone Origone. In sintesi? L'uomo più veloce del mondo senza l'ausilio di mezzi meccanici.

Dodici coppe del mondo, sei ori mondiali, un argento. Tre record mondiali consecutivi e un miglior tempo personale che oggi resta la seconda prestazione di sempre. Un tempo realizzato che solo a leggerlo fa strabuzzare gli occhi: 252,987 km/h. Su un paio di sci.

Simone Origone è una leggenda dello sport italiano; nello specifico è una leggenda di uno sport che mi permetto di definire un po' folle – non me ne voglia, ma lo saprà meglio di tutti - e che ti lascia una sorta di strana ebrezza solo a chiudere gli occhi e pensarlo: la velocità sugli sci.
Ma Origone è anche un appassionato di ciclismo. «Solo un semplice appassionato» specifica, quando gli chiedo a fine chiacchierata se darebbe qualche consiglio a Filippo Ganna sulla sua posizione in bicicletta. Filippo Ganna che ancora non è leggenda, ma che da tempo si sta affrettando a scrivere il suo nome nei libri di storia. «Non mi permetterei mai di dargli un consiglio» risponde, accompagnando il tutto con una fragorosa risata.
Gli abbiamo dato una foto di Filippo Ganna in azione a cronometro, in posizione. Origone la guarda, la analizza e ci spiega qualcosa, frutto della sua sensibilità e della sua esperienza.

«Ganna in bici è praticamente perfetto. Oltre a delle doti fisiche pazzesche lui ha una fortuna: quella di avere delle forme fisiche aerodinamiche. È alto, longilineo e come succede nel nostro sport i longilinei sono avvantaggiati. Il fatto di essere alto lo aiuta in qualche modo e quando lo vedi pedalare è sempre composto. Il profilo della schiena è piatto, fermo, la posizione delle mani e quella dei gomiti è perfetta: è il frutto di quello su cui ha studiato e lavorato in questi anni per ottenere il massimo della efficienza. E poi non va messo in secondo piano il fatto di correre in una squadra che non lascia nulla al caso e si vede. E anche lui non lascia nulla al caso: lo capisci da questa ricerca della perfezione che puoi cogliere in tutti i minimi particolari: anche solo nella posizione in cui tiene le mani. C'è talento, ma dietro c'è una maniacale cura del dettaglio» .

Viene naturale chiedere a Origone come si arriva, oltre a doti naturali, ad ottenere questa perfezione, sia nel ciclismo, sia nella sua specialità dove l'attenzione a ogni minimo particolare può fare la differenza, può permetterti di limare quei centesimi che poi risultano decisivi quando si corre contro un cronometro, quando si corre contro il tempo, mai termine più adatto nel caso della velocità sugli sci. E naturalmente il discorso cade sulla galleria del vento. «Lavorare in una galleria del vento è fondamentale. È essenziale sia nel mio sport, sia nel ciclismo. Il mio primo record del mondo senza galleria del vento non lo avrei fatto. Era l'autunno 2005 quando andai da Pininfarina e imparai dettagli sulla posizione che sulla neve non avrei capito. A parità di prestazioni tecniche e fisiche se riesci a migliorare l'aerodinamica migliori l'efficienza. Quando io andavo in una galleria del vento ho trovato spesso parecchi ciclisti: per un corridore al top come Ganna è essenziale curare al meglio la posizione e raggiungere il più possibile la perfezione» Ma un lavoro in galleria del vento non basta, ci dice Origone. «La galleria del vento ti dà la possibilità di fare tuoi dettagli che altrimenti non riusciresti a capire, ma poi la parte più difficile è portare quello che sviluppi in galleria del vento sulla strada nel caso dei ciclisti, sulla pista da sci per noi».

Origone spiega poi come sia fondamentale un passo successivo che non riguarda solo l'efficienza della posizione, ma anche lo studio dei materiali «Una volta che trovi la tua posizione migliore, in galleria del vento inizi a lavorare anche sui materiali, soprattutto sui body». Infine, gli pongo la domanda fatidica: ma questa benedetta posizione perfetta, esiste? «Si dice che la forma aerodinamica perfetta sia la forma a goccia, io posso dire che quello che ognuno può fare è adattare la posizione alle proprie forme fisiche». Tra Ganna e Origone, il risultato sembra ben riuscito.

Foto Ganna: Gabriele Facciotti/Pentaphoto
Foto in galleria del vento: Andrea Gallo


Filippo Ganna è straordinario

Permetteteci di dirlo: Filippo Ganna, oggi, è stato semplicemente stupendo. Per quella bicicletta dorata, omaggio alla perfezione del mezzo che sfida il vento (ma "ghe voeren i garùn" come ricordava qualcuno) e per quella maglia iridata che ne scolpisce ogni centimetro di muscoli, ogni proiezione di forza, di potenza. Ancor di più: è stato commovente nella semplicità con cui ha risposto alle domande dei cronisti dopo il traguardo, un profumo di normalità che ben si mescola all'atmosfera di questa Sicilia agli albori dell'autunno, spazzata da un vento caldo che ricorda Luglio. Gianni Mura spiegava che il vento, e lui parlava di quello del Mont Ventoux, è come una mano che ti prende e ti sposta. Un consigliere del timore che sconsiglia azioni di fantasia e ti spinge indietro, di lato, obliquamente, persino a terra, se provi a non ascoltarlo. Quel vento traditore e multiforme che appare e scompare, ingrandendo e ridimensionando aspettative e progetti. Quello che fa sentire gli uomini tanto piccoli e impotenti, che ne quieta la tracotanza, come tutti i fenomeni atmosferici che sovrastano e dominano il mondo.

Gli atleti, almeno nelle prime fasi di gara, sono scostati dal vento, devono mettere nelle braccia altrettanta forza di quella che mettono nelle gambe, per reggere il mezzo. Per segnarne ed indirizzarne il tragitto. Il confine dell'impossibilità che si manifesta, quello dove l'uomo deve rallentare, riflettere e dare il massimo per non arrendersi. Accade nella vita, accade in sella. In certe circostanze, restare in sella è tutto ciò che sia possibile fare. Devi dare tutto ciò che vali, questo conta, poi le condizioni esterne avranno un impatto sulla tua prestazione, ma di quelle non devi farti carico, quelle sono da sopportare, da vivere. Siete capitati nello stesso istante, nello stesso luogo, o scappi o accetti la vertigine.

C'è poi qualcuno che quella vertigine può domarla. Che ha un dono, una dote per cui in quel timore di caduta vede una possibilità. Qualcuno che non nasce oggi, come non nasceva poco più di una settimana fa al Mondiale di Imola o qualche mese fa al Campionato italiano. Giusto per ricordarlo. Qualcuno che a quell'essere saldo, marmoreo, vettore di spazio e tempo, ha lavorato silenziosamente per anni. Sin da ragazzino, sì, perché i talenti puoi possederli ma devi crescerli, coltivarli, curarli. Proprio in segno di gratitudine, verso te stesso e verso la natura che ha scelto te: non era dovuto. Filippo Ganna ha fatto questo per tanti anni e continua a farlo, silenziosamente, con coscienza ed occhio critico. Prima di tutto verso la propria persona. E tutti sappiamo come questo sia merce rara in tempi di giudizi sparsi a pioggia, quasi se li portasse via il vento.

Filippo Ganna che percorre i 15.1 chilometri della cronometro inaugurale del Giro d'Italia numero 103 ad una media di 58.8 chilometri orari. Che percorre un chilometro in meno di un minuto, 51 secondi per la precisione. Che supera i 100 chilometri orari di velocità. Che è campione italiano e campione del mondo della specialità. Che è tanto altro, tutto da scoprire e da raccontare, magari con lo stesso stupore del suo viso di fronte ad ogni nuovo successo. Filippo Ganna, di Vignone, che oggi è maglia rosa, nel primo giorno del Giro. E non abbiamo ancora detto tutto.


Elisa, Filippo e una terra

Vincent Van Gogh sosteneva che ci fosse una sorta di limitatezza in ogni arte. Una limitatezza che consente solo di avvicinarsi al reale percepito senza mai raggiungerlo completamente. E quindi senza mai trasmetterlo completamente. Così ieri abbiamo ripensato a quello che ci aveva detto Elisa Longo Borghini. Elisa sostiene che l’inno nazionale sia speciale: «Personalmente devo confessare che l'inno è un qualcosa di incredibile. Quando sei lì sul podio e lo senti, provi una sensazione indescrivibile. È sicuramente qualcosa di eccezionale. Non riesco a non commuovermi quando parte». Noi abbiamo avuto la fortuna di vedere i suoi occhi, quando ha preso in mano la maglia tricolore prima di indossarla, dopo la vittoria ai campionati nazionali a cronometro, e abbiamo sentito ciò che dalle parole potevamo solo intuire. E forse Elisa Longo Borghini è la persona giusta per capire meglio questa cosa, lei che se ripensa al suo momento più bello pensa ad una compagna di squadra: «Dovessi sceglierne uno ti direi che è stato tagliare il traguardo a braccia alzate insieme alla mia compagna di squadra Audrey Cordon Ragot a Plumelec, nel 2014». Del resto anche le persone possono essere un momento, no? Lei che è umile. Talmente umile che alla sua prima gara, in Belgio alla Omloop Het Nieuwsblad, il 26 febbraio 2011, si ritrovò fra le prime e pensò solo: «Ma sono davvero qui? Che ci faccio qui fra le prime?». Lei che è per la quarta volta campionessa italiana contro il tempo.

Filippo Ganna, da ieri, ha in comune con Elisa la maglia tricolore. In realtà da sempre ad Elisa Longo Borghini, lo accomuna la terra. Il Verbano-Cusio-Ossola: di Ornavasso lei, di Verbania lui. Caso vuole che, per noi, oggi, Cittadella e il Verbano non siano così distanti. Caso vuole che un signore, in un bar, si rammarichi col barista per non aver potuto vedere le prove. Un rammarico vero, sincero. Non una di quelle cose che si dicono per conversare mentre si beve il caffè. E chiosi con un: «Pippo è così bello in sella». Bello e veloce, diciamo noi. Forse un poco timido. Ha quell’espressione da bravo ragazzo e quello sguardo che rifugge gli sguardi. Sicuramente sincero. Per Filippo Ganna la felicità non è solo la vittoria. La felicità è la consapevolezza di essere riuscito a fare il massimo. Sì, perché a fronte di una grossa onestà intellettuale, se vinci senza aver dato tutto, non senti il merito di quella vittoria. Ti manca qualcosa. «Direi che ho corso un 10% sotto le mie possibilità, sia per il caldo sia perché comunque non avevo fatto una preparazione specifica per questo appuntamento. Dopo venti, trenta minuti di sforzo ho cominciato a perdere potenza, per fortuna sono comunque riuscito a difendermi. Per questo motivo non riesco ad essere felice al 100%, però sicuramente aver confermato questa maglia tricolore è un bell'orgoglio». Perché, alla fine, devi rendere conto a te e solo a te.
Elisa Longo Borghini e Filippo Ganna sono campioni italiani contro il tempo.
E di sicuro non è un caso.