Il proprio posto nel mondo

Il concetto di completezza è uno di quei concetti di cui si parla molto nel ciclismo. Il corridore completo è colui che si esprime al meglio su tutti i terreni, che, anche quando non ci riesce, limita i danni, colui che, spesso, vince una corsa a tappe. A Cesena, sotto la pioggia, vogliamo parlare anche noi di completezza: non nel senso fisico o matematico del termine. Forse nemmeno in quello strettamente ciclistico. La completezza di cui vogliamo parlare non ha a che vedere con una parte mancante, con un'abilità non sviluppata, con la contrapposizione pieno-vuoto, perché crediamo che gli uomini e le donne siano già completi da questo punto di vista. Ognuno a proprio modo, ma completi, perché la completezza degli esseri umani è altro fatto rispetto a quella delle cose, dove sì si può applicare la matematica o la fisica.

Altro è il proprio posto nel mondo, quel qualcosa che è al di fuori di ciascuno e che è in grado di fare luce su quella completezza, di renderla visibile, di far capire che non ti manca proprio nulla. Il proprio posto nel mondo non è detto sia un luogo o un posto vero e proprio, può essere un'abitudine, una persona, un modo, un tempo. Può essere anche una bicicletta.

Abbiamo guardato Geraint Thomas e abbiamo avuto la sensazione di questa completezza. Che, almeno per oggi, il suo posto nel mondo fosse in quella posizione, apparentemente scomoda, da cronometro, in cui pareva completamente a proprio agio. Nove centesimi, solo nove centesimi, tanto lo ha separato dalla vittoria di tappa. Ma il proprio posto nel mondo non è questione di calcoli: è questione di quella tranquillità nello sguardo e nei modi. Di quel sentirsi a posto, consapevoli di quella completezza. Certamente il proprio posto nel mondo è uno di quei posti che, nonostante l'idea di stabilità, di fissità, è in realtà un luogo in cui è necessario camminare per restare. Anzi, pedalare, correre. Da cui ci si allontana con poco, in quei giorni, se si è fortunati, spesso in quelle settimane, oppure in quei mesi, in cui ci si perde, non si trova più la perfezione delle cose, che prima, chissà perché, si vedeva. Non si è incompleti, manca solo quel posto a mostrarci la completezza. Geraint Thomas, nel tempo, da quel posto si è allontanato ed in quel posto è tornato. "Ritrovarsi", un verbo che Thomas ha usato alcune volte, è esattamente questo.

Il proprio posto nel mondo è questione di sensazioni, quelle di Caruso, autore di una prova degna di nota, che su quelle fa affidamento, quelle ascolta, perché quelle indicano un passo, una rincorsa, talvolta. Di certo, sono le sensazioni a conoscerlo meglio della razionalità e una cronometro è questione di sensazioni, come il proprio posto nel mondo da cui, talvolta, ci si allontana, raccontandosi qualche assurda bugia. Prendete Remco Evenepoel: tutti pronosticavano una prova ampiamente dominata, ha vinto, non ha dominato. A tratti è sembrato semplicemente perfetto, il ritratto della potenza e dell'efficacia, poi ha perso qualcosa e con quella, pur vincendo la tappa, anche parte delle sensazioni trasmesse, una luce che illumina altro. Lo si intuisce dalle persone che dicono: «Ha vinto Evenepoel, ma sarebbe stato bello vedere Geraint Thomas vincitore».

Eppure Evenepoel su quella bicicletta da cronometro rasenta la perfezione, non c'è dubbio: è solo uno di quei giorni in cui il proprio posto nel mondo è un poco più nella nebbia. Nulla di tragico, tanto più che è proprio lui a tornare in rosa ai danni di Andreas Leknessund, succede. Lo scatto di ieri di Roglič è stata una rincorsa verso quel luogo, qualcosa che ha pagato ieri e meno oggi, però ha limitato i danni. Qualcosa da inseguire nei prossimi giorni per il Giro e non solo. Perché, quando sbiadisce il proprio posto nel mondo, iniziano i dubbi e la difficoltà di pedalare fra i dubbi non è misurabile in pendenze, come la salita.

Il proprio posto nel mondo lo si trova per caso o per scelta, può essere anche scomodo, fradicio, come quello di quel signore con i piedi in un campo e un ombrello minuscolo, che sembrava il ritratto della felicità mentre guardava i corridori. Lo si trova e se non lo si è ancora trovato si continua a cercarlo. Basta un giorno di riposo, una notte più lunga, e si può ripartire.

Vivere l'agonia di Ben Healy

“S'immagini il lettore" la lingua stretta d'asfalto, in mezzo al bosco, verticalità e tornanti, della salita de "I Cappuccini". Non è un caso la citazione manzoniana, perché, sarà il nome del muro, sarà la follia divoratrice di metri e asfalto dell'attacco di Ben Healy, ma, vedendolo attaccare, a cinquanta chilometri dall'arrivo, ci sono tornate in mente le parole dedicate da Manzoni a Padre Cristoforo, mentre rimprovera Renzo, al lazzaretto: «una voce che aveva ripresa tutta l'antica pienezza e sonorità, la sua testa cadente sul petto s'era sollevata, le gote si colorivano dell'antica vita; e il fuoco degli occhi aveva un non so che di terribile». Quel fuoco, quel qualcosa che viene da lontano e racconta una verità, è nelle gambe di Healy quando, senza paura, sceglie di restare solo: l'unico modo per avere la certezza di vincere, l'abbiamo sentito dire. Attaccare.

Sgraziato, sbilenco in bicicletta: se fosse vera quella storia che racconta di come una coppa di champagne sulla schiena di Anquetil, in una cronometro, non avrebbe versato nemmeno una goccia, la stessa coppa, probabilmente, zampillerebbe champagne da più parti, sulla schiena Healy, ma chi ha detto che sia sbagliato, che la storia di una coppa di champagne consumata non sia ugualmente bella e piena zeppa di amori e umori. L'attacco di Healy è l'apologia della fatica, l'esaltazione della massima difficoltà, una ricerca mai finita, un viaggio disperato e di speranza. È nato a Kingswinford, nel 2000, ma ha scelto l'Irlanda, la terra da cui venivano le biciclette del padre, quelle che vedeva e da cui ha tratto ispirazione. Sopracciglia folte, barba, orecchini e capelli neri, mossi, che fuoriescono dal cappellino. Ha qualcosa del cantante, qualcosa dell'attore forse. Ha quel cognome che pare quasi vezzeggiativo e che fa pensare al verbo inglese "heal" ovvero guarire.

L'attacco è la sua guarigione, un antidoto contro l'ovvietà, anche a costo di perdere, perché quando si mette in piedi un'azione così si può uscirne non solo sconfitti, ma distrutti. Invece Healy guarisce e aumenta il vantaggio: dietro, nella fuga, quella portata via con fatica, dopo 70 chilometri, hanno volti stanchi, tirati, si attaccano e si punzecchiano. Secondo sarà Gee, terzo un ottimo Zana. Ben Healy viene da lì, ma sembra di un'altra galassia, pur con un’origine, una scintilla, comune: la fuga, per l'appunto.

Della stessa apologia della fatica, si ritrova qualcosa in Leknessund e in Roglič. Il primo prova ad andare in fuga, per aumentare il vantaggio, per sgravare i compagni di una parte di lavoro, risponde all'attacco dello sloveno, poi pagherà, ma andate a riascoltare Healy e forse questo vi interesserà meno. Roglič attacca, sorprende Evenepoel, guadagna, il giorno prima di Cesena, dove tutti aspettano Evenepoel mattatore. Un gesto, un segnale. Non solo: forse anche involontariamente un modo di arrivare dall'altra parte, di lasciare qualcosa, un dubbio (chissà) nei rivali, il pepe, il fuoco, la passione, la voglia in chi guarda. Senza preoccuparsi delle gocce di champagne che possono cadere.

Ieri, in molti, hanno parlato di Marco Pantani. Noi ne parliamo oggi, pensando alla sua frase: «Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia». Sull'agonia ci fermiamo. Lo è stata anche quella di Healy, anche se pare essersi divertito, lo è stata e si vedeva da come maltrattava la bicicletta sull'ultima ascesa a "I Cappuccini". Verrebbe da chiedergli: «Perché hai attaccato a cinquanta dall'arrivo, quando, probabilmente, avresti potuto vincere lo stesso, gestendoti e facendo l'azione nel finale?». Verrebbe da pensare a una risposta del tipo: «Per vivere la mia agonia» E, quindi, guarire. Nascere o, forse, crescere.


L'ultimo passo del ballo del freddo

L'ultimo passo, anzi, l'ultima pedalata, dal ballo del freddo, a Campo Imperatore, al Gran Sasso, è di Davide Bais. È un passo segnato dalla fatica e dalla rabbia. È un passo segnato da tanti sogni spezzati come sono spesso le fughe, l'ultima proprio ieri, a Napoli, per De Marchi e Clarke. È il passo perfetto, a chiudere la danza, prima di levare le braccia verso quella che pare quasi una creatura mitologica di altri tempi, la montagna. Simile a un ghepardo, ma dal manto verde, maculato di bianco, dove riposa la neve, un manto che, con la crescita dell'animale, con l'altitudine che sale, diventa sempre più bianco. L'ultimo passo, dal ballo del freddo, è lo scatto decisivo, a pochi metri dal traguardo, è un passo raro, mai riuscito, nonostante tante prove. Riuscito solo nel giorno del ballo del freddo, quassù, al Gran Sasso. A Davide Bais.

Ha caratteristiche peculiari il ballo del freddo: gambali in battere e levare, indossati e tolti, per la pioggia dei primi chilometri e per il sole che proietta le prime ombre. Mantelline chiuse, riaperte, richiuse, poi tolte, buttate in ammiraglia. Acqua che si asciuga e diventa freddo e, poco dopo, sudore, maglie aperte, slacciate, promesse di neve e vento, che spazza queste zone. Mani rivestite da guantini e dita fuori: bianche per la pioggia fredda e rosse per il caldo della fatica.

Davide Bais, Simone Petilli, Karel Vacek, in fuga sin dai primi chilometri, fatica per fatica, freddo per freddo, questo è il mestiere della fuga. Il mestiere della fuga è quel sogno spezzato a cui si accetta di andare incontro ed alla fine, forse, ci si abitua anche al fatto che la moltitudine, ovvero il gruppo, lo spezzi, ma nella progressione di un uomo in fuga, nei rilanci per allontanare il gruppo, nell'elastico per restare attaccato alla ruota di chi è all'attacco con te, nel controscatto, c'è l'infinito di quel verbo, del verbo sognare. Un infinito che affascina, che attrae, di segno uguale e contrario a qualunque ciclista. Infinito ovvero consapevole del fatto che le fughe non finiranno mai. Non sarebbero mai finite lo stesso, ma Davide Bais, che vince a Campo Imperatore, è un monito in più, per ricordarselo, per ricordarlo a chi, magari, stava pensando che domani non sarebbe andato in fuga, perché stanco dalla prima settimana di Giro d'Italia, o quasi certo che tanto la fuga non sarebbe arrivata oppure spaventato dalle due settimane restanti. Ogni tanto un ciclista ci pensa, non lo dice, ma ci pensa. Soprattutto nei giorni del ballo del freddo.

In tre, assieme per ore, in tre all'atto finale di questo ballo. Simone Petilli, che attacca già ai meno sei dal traguardo, che forza l'andatura, che, dirà, poi, di aver sbagliato, perché era meglio aspettare. Karel Vacek, che avrebbe smesso solo qualche tempo fa, che non lo ha fatto per rispetto dei sacrifici che, invece, ha sopportato per poter anche solo pensare di essere un ciclista. Vacek che si stacca più volte, rientra, sembra quasi fare la differenza e torna a patire. Davide Bais che controlla l'uno e l'altro, mentre lo sguardo, celato dagli occhiali, è rivolto solo alla strada. La concretezza di chi, a forza di confrontarsi con la fuga, ha capito che non resta altro da fare che controllare la propria strada, e gli altri faranno quello che faranno. L'uomo in fuga lavora solo sul proprio istinto, lo affina, e sulla propria solitudine, anche se non è materialmente solo, su come affrontarla, gestirla, su come fare i conti solo su una bicicletta e un pugno di muscoli.

L'ultimo passo del ballo del freddo è questo: un passo di libertà, di prospettiva, di indipendenza, che è la base di ogni legame. Il fratello, Mattia Bais, esulta durante gli ultimi due chilometri: in questo linguaggio comune, costruito dal fuggire, dall'andare, dall'affrontare la moltitudine inventando una via, un linguaggio conosciuto, scavato, vissuto. In gruppo non succede molto, è vero, anzi, quasi nulla. Solo un allungo di Evenepoel sul finale, che precede Roglic. Ma non è il momento di parlarne.

Domani, più o meno alla solita ora, qualcuno proverà ad andare in fuga. E domani, più o meno alla solita ora, avrà un motivo in più per scegliere di farlo, piuttosto che di non farlo. Perché dall'ultimo passo del ballo del freddo è uscito Davide Bais, che a forza di sogni spezzati, di fughe interrotte, ne ha ricostruito uno di sogno e, con tutti i pezzi che c'erano in giro, è uscito un gran sogno. Una grande fuga.


Come la festa per Napoli

Ci hanno detto che, a Napoli, il concetto di festa, tra le altre cose, è racchiuso in una domenica insieme, mentre sul fuoco c’è il ragù. A dire il vero, la festa è nel ragù che inizia a “pippiare”, ovvero a sobbollire. Quel pippiare è l’inquietudine dolce e turbolenta della felicità, di un attimo di dimenticanza, per dirla con Totó.

Quel “pippiare” è quel classico sbuffo che è ben più di un suono: è un profumo, un posto a tavola aggiunto all’ultimo, un tavolo, anche piccolo, attorno cui possono stare tante persone, “perché a quello serve una tavolata”. Abbiamo ascoltato e abbiamo pensato che se è così, festa è, in fondo, la possibilità del circostante di realizzare il proprio significato, oppure uno dei propri significati. Festa è l’azzurro delle decorazioni per il Napoli Campione d’Italia, perché i bambini, quando giocano a pallone la prima volta, sognano un tricolore sul petto. Festa è Diego Armando Maradona perché manifestazione di un talento, di un divertimento che fa divertire, che porta dimenticanza. E, nel frattempo, quel che non va resta sospeso, da solo, e quasi perde di peso.

Festa è il gruppo che pedala sulle strade della Costiera Amalfitana: perchè quelle biciclette sembrano perfette per stare lì, perché i mille colori di una canzone, che da queste parti si sente spesso, sono dentro e attorno il gruppo. Festa non è solo musica, grida di gioia e notti con la luna a vista, festa è anche il silenzio di chi sa che, oggi, la propria festa sarà diversa. Sarà un dolore quietato, il sollievo di un lettino dei massaggi, di una doccia, la consapevolezza di essere stati coraggiosi, perché, ricordate, festa è realizzare la propria possibilità. Pensiamo ad Andrea Vendrame, che è partito con una “disgiunzione alla spalla sinistra” dopo la caduta di ieri. Lasciate stare i termini precisi, vuol dire dolore, male, vuol dire non potersi girare nel letto senza sentire male e faticare a tenere il gruppo quando “mena”, come si dice in gergo, in una tappa mossa, agitata. La sua festa è così, dolorante, opposta al concerto di festa tradizionale, ma identica al coraggio, alla volontà. Alla realizzazione di ciò che si ha dentro, anche se fa patire.

Un discorso simile e diverso vale per Alessandro De Marchi e Simon Clarke. Nelle sensazioni, guardandoli, seguendoli, sperando in quella fuga, che si tifa sempre ma oggi forse di più, c’è il “pippiare” del ragù. Uno sbuffo dentro, un tuffo di qualcosa che salta e zampilla, che può essere preludio alla gioia o all’amarezza, alla mancanza. La fuga è la loro personale festa, il loro sentire, il loro manifestarsi, la loro radice che si espande e cerca altri luoghi. La loro festa è una curva, un momento in cui il gruppo scompare. Vengono ripresi a trecento metri dall’arrivo dopo aver scosso polmoni e nervi all’indicibile. Si cercano con una mano sulla spalla, mentre poco più avanti Mads Pedersen vince, esulta.

Quella di Pedersen è, forse, la festa classica, è forse una domenica, anche se è giovedì: è il traguardo dopo la fatica, dopo il lavoro, dopo quasi una settimana di Giro. È la soddisfazione costruita lentamente, come lentamente si costruisce una volata: nei meccanismi, nei tempi, nella velocità e nel caos che riempie quei momenti. Pedersen che stringe la mano a Milan, un’altra sfumatura di festa.

E nell’aria c’è quell’inquietudine che fa presagire la festa, la realizzazione di qualcosa. Diverso per ciascuno come diversa per ciascuno è la festa.


L'attimo

Probabilmente giornate come queste sono quelle in cui risulta più difficile concepire l'attimo, gli attimi. Sì, perché, con la pioggia battente già sui vetri della finestra dell'albergo, all'alba, le ore di corsa, quattro e mezza in totale, ma apparentemente infinite, sono solo un ammasso nebuloso, informe. Un peso da portarsi sulle spalle, lì dove continua a battere fitta l'acqua, un banco di nebbia da attraversare, cercando qualcosa dall'altra parte. Qualcosa che, spesso, in giorni come oggi, non si ritrova. Un mestiere duro quello del ciclista, forse, soprattutto in giorni così, in cui i rischi sono più delle opportunità, almeno apparentemente. Non è l'altimetria a complicare una giornata che potrebbe essere una delle tante, ma un cielo cattivo che rovescia acqua e un asfalto viscido su cui si pattina quasi. Eppure l'attimo esiste anche oggi, anzi, esistono anche oggi gli attimi.

Della fuga abbiamo parlato più volte, e pare ovvio ribadirlo, ma per Champion, Gandin e Zoccarato l'attimo è stato a inizio gara, quello che li ha separati dal gruppo e li ha illusi di trovare qualcosa al di là di quella nebbia. Non ne valeva la pena se doveva essere un'illusione, dirà qualcuno. Invece, si va avanti anche per illusioni, che, se non fosse per loro, giornate così non si inizierebbero neppure. L'attimo è quello di una borraccia che, abbandonata da un corridore, finisce a bordo strada, e in quell'attimo c'è qualcuno che è proprio lì, che può raccoglierla, portarla a casa. Un attimo solo, di tempo e spazio: un attimo prima o un attimo più in qua o più in là e non c'è borraccia, non può esserci, resta l'attesa e lo sguardo verso chi quella borraccia la stringe in mano.

Gli attimi sono quelli che precedono una caduta, una scivolata, l'ultima cosa che si vede prima di finire a terra, l'ultima cosa a cui si stava pensando prima di quel momento in cui la bicicletta va altrove e si resta "senza". Gli attimi sono quelli dopo una caduta: Remco Evenepoel a terra, seduto, senza muoversi, senza parole. Gli attimi in cui si cerca di capire cosa sia successo, si teme di sentire male a muoversi, di scoprire un dolore che immobile non si sente, di non riuscire a ripartire. Sono attimi senza fine, attimi che vengono riempiti dal nervosismo del dopo, che altro non è, se non paura passata. Due cadute in una giornata per Evenepoel, apparentemente senza grosse conseguenze fisiche, ma con quegli attimi farà comunque i conti Remco. Sono attimi che fanno sentire fragili, che tolgono la sicurezza anche all'uomo più forte del momento.

Attimi che dovrebbero far riflettere anche chi è a bordo strada, a vedere, perché dalle scelte di un attimo possono dipendere quelle cadute. E anche quando si è spettatori, anche quando si sta a guardare, forse soprattutto, l'attenzione è fondamentale: non è un gesto passivo guardare, è attivo. Quando si guarda, si fa, si è lì, presenti. Quando si è presenti, ovunque, serve cura.

Anche le gallerie conoscono i loro attimi: momenti in cui le spalle, gli occhi, le mani, il volto trovano pace dall'acqua e non sembra vero. Sono attimi in cui le gocce non scorrono sulla mantellina per poi piovere a terra. Si trova l'importanza delle cose in giornate come questa, la si inventa, si conferisce una nuova importanza a quel che si attraversa.

La volata è attimo per eccellenza. L'attimo in cui l'ultimo uomo lancia il proprio velocista, l'attimo in cui il velocista stesso parte e ancora l'attimo in cui si mette la propria ruota davanti agli altri e quello in cui si arriva per primi su una fettuccia bianca che è la fine del mondo. Kaden Groves vince così, dopo una caduta, dopo una giornata difficile. Gli abbracci con i compagni sono, in realtà, uno scambio di acqua, che ha impregnato tutto. Stamani chi avrebbe cercato un attimo come questo, un attimo di felicità pura, in un alba di pioggia e freddo? Ben pochi, probabilmente. Ma è così che funziona: gli attimi importanti vanno cercati pure in mezzo al nulla, al vuoto, anzi, soprattutto lì, perché è lì che si annidano. È lì che hanno la possibilità di cambiare qualcosa. Questa è la loro funzione. La nostra, quella di chiunque, è di non smettere di cercarli, di credere che ci siano.


Inseguire, lasciare andare

Si era parlato così tanto di fughe, di fuga, che stamani pareva proprio che il primo scatto, quello sulla sinistra del plotone, appena sventolata la bandierina del via, per intenderci, dovesse essere quello buono, quello giusto. Invece no. Per lasciare andare la fuga, ci sono voluti quasi cento chilometri, quasi due ore di corsa, c'è voluta una discesa, mentre tutti ci provavano sugli strappi. Stasera non parlate di fuga "lasciata andare" a De Marchi, Scotson, McNulty, Cepeda, Healy, perché loro quella fuga l'hanno inseguita per minuti e minuti, in una nebbiolina di umidità insistente, ma, oggi, non era la loro giornata. Delicato equilibrio quello fra "inseguire" e "lasciare andare". Vero che il gruppo lascia andare la fuga con Andreas Leknessund, Aurélien Paret-Peintre, Toms Skujiņš , Vincenzo Albanese e Nicola Conci, fra gli altri, altrettanto vero che tutti coloro che ci avevano provato prima hanno a loro volta lasciato andare, non solo la fuga: la stessa idea di fuga, lo stesso ideale. Forse la parte più difficile. Certo anche che Leknessund e Paret-Peintre, il primo maglia rosa a Lago Laceno, il secondo vincitore di tappa, hanno inseguito la possibilità di essere lasciati andare, hanno inseguito il respiro quieto del gruppo, che mette la mantellina, torna alle ammiraglie, mangia, beve, molla la presa.

Inseguire, ovvero i battiti che aumentano, il rapporto più duro, le gambe che girano veloci e l'acido lattico che assale, oppure lasciare andare, respirare, alleggerire la pedalata e pensare a domani: equilibrio, legame stretto, talvolta imposizione con cui fare pace, altra scelta difficile, seppur senza possibilità. Prendete Bruno Armirail: quanto insegue la fuga ormai partita? Quanto ci crede, mentre è da solo e la vede avvicinarsi? Inseguire è speranza, forza, lo si intuisce. Più difficile è capire che lasciare andare non è da meno. Siamo tutti Armirail, forse, soprattutto, nel momento in cui ha detto basta, si è arreso e ha pensato che ci riproverà. Un atto di coraggio. Lasciar andare è anche questo, oltre a lasciar andare una maglia, quella rosa, come fa Evenepoel: solo che di Evenepoel dicono tutti che la ritroverà, che è ovvio, quasi certo, di Armirail non lo dice nessuno. Deve saperlo e crederci da solo: capite che è diverso, non paragonabile.

Nicola Conci insegue quello scatto, sulla salita di Colle Molella, anche se apparentemente sono gli altri a inseguirlo. Conci prima insegue lo scatto, poi lascia andare. Albanese fa il contrario: prima lascia andare, poi insegue. Warren Barguil lascia andare e basta, dopo una fuga così lunga, dopo aver inseguito quella stessa idea per tanti chilometri e probabilmente aver avuto anche buone sensazioni, altrimenti non sarebbe stato lì davanti. Il modo più difficile di lasciare andare: quello in cui credevi, quello di cui ti eri illuso o di cui il tuo corpo ti aveva illuso.

Andreas Leknessund, solo qualche tempo fa, si chiedeva: «Chissà se un giorno lotterò per la generale di un Grande Giro». Non lotterà per la generale, ma la maglia rosa l'ha addosso e non ci pensava neppure lui, forse. Il suo è un inseguimento in due tempi: dapprima nel gruppetto all'attacco, cercando anche di non dare troppo peso a quella maglia rosa virtuale, per non cadere nelle illusioni e farsi troppo male, poi attaccando e spingendo la bicicletta, persino con i denti, per evitare brutti scherzi, da quel gruppo tirato dalla Ineos. Anche Aurélien Paret-Peintre, che a Lago Laceno vince, ha lasciato andare, per qualche attimo, ha lasciato andare Leknessund e lo ha ripreso. Qualcosa vorrà pur dire, forse che, come ci sforziamo di inseguire, dovremmo imparare a lasciar andare, senza vergognarcene, perché si può vincere lo stesso. Oppure semplicemente perché nella quotidianità non è solo vincere che conta.

Andreas Leknessund, dalla Norvegia, pallido e colorato solo dallo sforzo e dalle sensazioni, ha inseguito tutto il giorno quell'idea, quella della maglia rosa di cui sistema anche il colletto. Al traguardo, ha pianto, felice. Ha lasciato andare tutto quel che c'era dentro. Anche lui.


Pensieri-rumore

Quando passa il gruppo, in un qualunque tratto di strada, tra Vasto e Melfi, si vedono e si ascoltano molte cose. Ma è quello che non si può sentire che vogliamo portarvi oggi. Sì, parliamo dei pensieri dei corridori e del loro suono. Sceglieremo alcuni rumori, per darvi l'idea di cosa sarebbe il transito del gruppo se davvero tutto si ascoltasse. Consapevoli del fatto che se ne potrebbero scegliere molti altri, ma soprattutto certi del fatto che sia un bene che non tutto si senta, perché, solo così, in ogni professionista può esserci una parte di chiunque sia mai andato in bicicletta, anche per pochi chilometri, anche per un viaggio. Le sensazioni sono le stesse, semplici, primitive, cambia il contesto, ma chi ha provato le conosce bene e così guardare la corsa è anche provare la corsa.

Veljko Stojnic e Alexander Konichev che attaccano, pronti-via, pensando che qualcuno li segua, invece restano da soli. Non si fanno riprendere, continuano. Il primo pensiero assomiglia a quello dei vetri rotti, di quando qualcosa che ci si aspetta non accade, ma bisogna lo stesso proseguire, perché è la gara. Poi subentra un pensiero simile all'acqua che lava via la polvere da una superficie da troppo impolverata: piacevole quella pioggia, un temporale estivo, l'afa che se ne va. Il pensiero si alleggerisce e si guarda a quel che c'è: tanti traguardi intermedi, per ingannare la mente, per pensare di avercela fatta prima ancora di farcela, perché si è in testa e quando si è lì bisogna dare valore al momento, perché non si sa quando ricapiterà. Non chiedersi il motivo di tanta fatica vana, ma l'opportunità.

Pensieri che sono tonfi sordi: Roglič che cerca di sorprendere Evenepoel al traguardo volante ma viene sorpreso e finisce secondo. Si volta verso il gruppo: «Pure qui sprinta adesso? Che facciamo?». Dice così, con gli occhi, con la gestualità. Quelli di Almeida, di quella bici danneggiata su cui si sforza di continuare a pedalare. Pensieri che sono aghi che trafiggono un cartone: Pedersen che, dopo aver fatto lavorare la squadra, si ritrova in coda al gruppo, di poco staccato, in vetta al Gran Premio della Montagna. Sono aghi che trafiggono perché arrivano e se ne vanno: in un momento, c'è la delusione ed il senso di colpa, nell'altro un respiro a pieni polmoni e le gocce di pioggia che, invece che dare fastidio, rinvigoriscono. Basta trovare una pedalata più rotonda delle altre, rientrare, e ci si sente di nuovo bene.

Alcuni pensieri stridono come un gesso su una lavagna: la bicicletta che, a causa dei cambi di asfalto, in discesa verso Melfi, sembra lasciarti. Resti in piedi, ma, alla curva dopo, tiri i freni, ricordi quella sensazione e ti prende il timore: «Se cado, siamo solo alla terza tappa, fra poco iniziano le salite». Una sfilza di pensieri negativi. Sono pensieri fastidiosi perché ingabbiano la libertà di improvvisare in sella e di scendere a tutta, per una volta senza fatica. Rumori che sono suoni, inizi di suono, prime note: Pinot che conquista i punti per la maglia azzurra e scatta per essere sicuro di vestirla stasera. La sua è una ripartenza, da molto tempo, e le ripartenze hanno questo di bello: non finiscono, sono un inizio continuo.

Pensieri-frastuono: quelli di Pedersen, Groves e Albanese che erano lì a giocarsela e ci hanno creduto perché la linea del traguardo continuava ad avvicinarsi senza arrivare mai. Quelli di Matthews, invece, sono pensieri-silenzio, al massimo pensieri-grido: volata lunga, vittoria, soddisfazione, la prova che va bene, che, da stasera, al Giro sembrerà tutto più facile, anche quando sarà più difficile. Almeno per qualche giorno. Basta un attimo di felicità, è semplice la regola.

Avremmo potuto sentire tutto questo, ne siamo certi. Non potendo sentirlo, abbiamo ascoltato ciò che c'era, abbiamo guardato le cose, i tetti, le strade, le maglie, le biciclette, gli scatti, le cadute. Le braccia alzate e la vittoria, la testa bassa e la sconfitta. La gara, insomma. Il Giro. Il resto, alla fine, lo sappiamo, perché quei rumori li abbiamo tutti dentro.


Tutto in Milan

Adesso è tutto sul volto di Jonathan Milan, sotto il sole cocente di San Salvo. Basta fermarsi a guardare e si capisce perché in molti abbiano detto e scritto di quel viso da bambino, in un corpo da gigante. Succede ai bambini, in alcuni momenti, di voler piangere ed invece di ridere, succede ai bambini di lasciarsi andare ad un pianto poco dopo una risata così forte che pare risalire da un fondo così fondo che, crescendo, non si sa più come cercare. Milan era lì, con una mano sulla bicicletta, si guardava attorno, beveva, e i muscoli facciali facevano intuire un pianto che non usciva, un riso così forte che non si sa come ridere. Tutto sul suo volto, mentre vede, non rivede, la volata, perché per lui che l'ha costruita è la prima volta, e sembra dire: "Ma sono io? Ma sono proprio io?". Nei giorni in cui ciascuno ha qualche certezza irremovibile, fa bene sapere che c'è Milan, fa bene sapere che il dubbio ci piace ancora, ci affascina, che il non riuscire a credere a ciò di cui si è stati capaci rende quel che si è fatto ancora più significativo, perché è la meraviglia a cambiare la lettura del circostante.

Poco fa, tutto era nelle gambe di Jonathan Milan, quelle che sentiva pronte, forti, energiche, potenti, eppure non si sa mai, non basta essere pronti per vincere, non basta essere preparati per farlo. Basta invece non essere pronti per perdere, non essere preparati per essere sconfitti. La legge del ciclismo, tremenda. Quelle gambe abituate al velodromo, alla pista, a sforzi enormi ed intensi, al fiato massacrato. Quelle gambe che, a febbraio, già avevano aperto un varco sul futuro. Sì, un varco, serve quello per farsi strada e andare: quello che Milan ha trovato anche oggi, mettendo nel sacco Dekker e Groves, mettendo nel sacco tutti gli altri, vincendo quasi per distacco.

La sua è l'essenza della potenza, forse, fra qualche anno, quando penseremo alla potenza potremo evocare Milan. Come si evocano le balle di fieno dorate pensando all'estate o i baci pensando agli amori. Chissà. Era nelle gambe di Milan ed è ancora lì, perché i muscoli non dimenticano, hanno una loro memoria, un loro ricordo di quello che hanno fatto, di quello che abbiamo fatto. Non solo. Tutto è stato ed è nel corpo di Jonathan Milan, in quelle spalle, in quelle mani, in quelle braccia che svuotano la felicità quel tanto che basta per farne arrivare altra, persino nei piedi che spingono sui pedali, che li schiacciano, per sviluppare velocità. Alto, forte, allo stesso tempo semplice, dalle reazioni genuine, dai pensieri genuini. Cammina continuando a sorridere, a guardarsi intorno, a cercare qualcuno o qualcosa su cui poggiare quella gioia, quasi avesse ancora bisogno di liberarla, di urlare o di correre o saltare.

Lo capiamo bene, dopo un pomeriggio in cui la noia aveva, a tratti, preso il sopravvento, con una fuga in testa ed il gruppo che ci gioca, scegliendo quando chiudere. Succede nelle tappe per ruote veloci, può succedere. Ci hanno detto che la noia non va evitata, ma vissuta, perché può essere creatività, può essere possibilità, che nella noia si scrive, si dipinge, si inventa, si gioca, si torna a giocare. Da quella noia avremmo voluto tirare fuori qualcosa di unico, usarla bene, non buttarla via, imparare a farlo. Avremmo voluto. Poi è arrivata la volata di Jonathan Milan e la realtà ha tirato fuori il meglio di tutto quel che c'è nell'immaginazione. Quanto è stata bella anche quella noia, quanto è bella ora questa felicità.


Il senso di quelli come Remco Evenepoel

Noi siamo ancora lì: alla perfezione di un uomo e una bicicletta, lungo la ciclabile della Costa dei Trabocchi, poco più in là il mare. Quasi che la velocità che batte il tempo in bicicletta fermi quello di chiunque sia al di fuori di quella galassia, tra essere umano e ingranaggi. Di quell'intesa. Altrimenti saremmo altrove, insieme ai minuti che sono passati, alle ore che passeranno, in altre faccende indaffarati, invece rivediamo Remco Evenepoel che attraversa lo spazio ed il tempo come se non ne subisse le leggi: composto, potente, a galleggiare da un'altra parte, oltre la fatica di questi diciannove chilometri, la fatica che, di solito, sconvolge e scompiglia, oggi, invece, attraversa e lascia intatto, perfetto. Ricostruisce. Cinquantotto di media, in alcuni tratti, oltre i cinquantacinque al traguardo. Di quella galassia, uomo e bicicletta, Evenepoel e bicicletta, vorremmo studiare ogni dettaglio.

Da venerdì pensavamo ai minuti dalle 16.34 alle 16.37, in fondo solo tre minuti, ed in quante occasioni si pensa per più di un giorno a soli tre minuti? Evenepoel, Roglič, Kung e Ganna: uno dopo l'altro, stregoni del tempo, ognuno con un proprio modo di batterlo e lasciarlo fermo per tutti, intenti a pensare e a riguardare, tranne che per lui. Le leve di Ganna, la potenza di Kung, la volontà di Roglič, che non basta, che paga più di quanto si pensasse, e poco fa la perfezione di Evenepoel. Il tutto, in parte, su una ciclabile, che è il luogo del linguaggio delle biciclette, ma di un linguaggio diverso, perché i professionisti pedalano sulle strade, di solito. Interessante che, in questo sabato, quell'inversione del tempo, quella velocità perfetta, abbia trovato sfogo proprio lì: un uomo che sceglie di guidare una bicicletta sceglie un'altra posizione per spostarsi, un'altra velocità, si inventa altre possibilità, cambia forma alle cose. Una ciclabile e il Giro d'Italia rappresentano questo legame.

Occhi fissi per Evenepoel, dopo il traguardo, la sua è una felicità quieta, anche in maglia rosa, vissuta e protetta da dentro, simile a quella di Jay Vine che minuti prima era il leader provvisorio della generale, e, ancora piegato sulla bicicletta, stava in silenzio, respirava solo: dietro le transenne, una ragazza lo guardava e rideva, dal profondo. Un capovolgimento, solo apparente, perché è questione di manifestazione, ma dentro c'è la stessa cosa. Lo capiremo poco dopo, dalla delusione di Vine, quando il suo tempo viene battuto. Com'è profondo quel che si prova, da queste parti si potrebbe dire com'è profondo il mare, con le sue tonalità di azzurro, blu, forse verde acqua, com'è profondo, verso il cielo e non verso la terra, persino il verde della vegetazione.

Ganna, poco dopo l'arrivo, dirà: "Io arrivavo a sessanta all'ora, lui, magari, a sessantacinque". Rende l'idea e allo stesso modo continua a bloccare il nostro tempo: "Cos'ha fatto Evenepoel?". Chiediamocelo, chiedetevelo e di risposte ce ne sono molte, tutte ad affondare in quel che esce dalla normalità, dalla quotidianità. In fondo, c'è chi ha guardato la strada in cui passavano i ciclisti dai trabocchi, da una barca, da un prato, dall'alto o dal basso: anche questo esce dalla quotidianità, perché di solito, in quei luoghi, non si va per vedere passare delle biciclette. Per vedere Evenepoel o Ganna. Ma di solito non si contano nemmeno tre minuti di una giornata qualunque e non si resta lì col pensiero per ore. Stravolgere, rendere unico anche quello che ci si può aspettare, facendolo ancora meglio: questo è il senso di Remco e di quelli come lui.


Il Giro d'Italia è un appuntamento

Il Giro d'Italia è un appuntamento. Uno di quegli appuntamenti per cui hai scritto tante lettere, a sera, ma non ne hai mai inviata alcuna. Perché, di fatto, non sai bene dove stia di casa: è un vagabondo che, però, ha la passione del ritorno, di tanto in tanto. Quelle lettere le hai rinchiuse in un cassetto, sperando, una mattina, forse nell'aria di vetro di Montale, che è, poi, quella di maggio, di incontrarlo fra le strade, per un caso che caso non è, perché pur di incontrarlo vai lontano da casa, e ti fermi a guardare. A guardare le biciclette, ad ascoltare la musica, ad assaggiare un cibo che fanno solo in quel paese, ad annusare un profumo, anche solo ad aspettare. E, se proprio non puoi andare a cercarlo, lo guardi attraverso uno schermo che sai che, ad una certa ora, mostrerà quello che mostra da anni a questa parte. Quello che cerchi da quando l'hai incontrato o l'hai sentito per caso, in una vecchia storia che ti raccontavano da bambino.

Il Giro d'Italia è un appuntamento fisso, potrebbe essere un venerdì sera o una domenica mattina, invece è ogni giorno della settimana per tre settimane. È forse anche dubbio, perché tutto cambia e come fai a quarant'anni ad avere la stessa voglia, lo stesso sogno, di quando ne avevi quindici? Con gli appuntamenti fissi accade di chiedersi se potrà mai finire, se, un giorno, non ti farà più quell'effetto, così appena torna, quel vecchio vagabondo, sei in una strada un poco più irrequieto, a cercarlo, per avere la tua conferma, come accadrà oggi a qualcuno, lungo la Costa dei Trabocchi. Moto, macchine, la carovana, le voci da un megafono, da un microfono, la stessa scia di vento e colore, e ti rendi conto che, sì, ogni anno probabilmente, crescendo, cambiando, invecchiando, qualcosa di diverso c'è, ma fai come da ragazzino. Tifi per la fuga, cerchi la maglia rosa, gridi di resistere a chi è caduto pochi chilometri prima, attendi la macchina dell'inizio gara per fare festa e quella del fine gara per attraversare la strada e cercare un'altra via in cui aspettarlo.

Il Giro d'Italia è un appuntamento a cui ognuno si presenta come crede. C'è ancora chi sceglie il vestito più bello che ha, come faceva una volta, per andare a bordo strada, c'è la signora che ha appena finito di preparare il pranzo e si affaccia ad un balcone con ancora il grembiule sporco di farina degli gnocchi, ci sono ragazzini sudati da una partita a calcio, nel campetto del paese, vespe e scooter, biciclette da corsa simili a quelle dei professionisti e vecchie Graziella di nonno e nonna. Anche passeggini e culle. Sì, il Giro è un appuntamento e come tutti gli appuntamenti può arrivare tardi o anticipare i tempi, mentre sei impegnato a fare altro, dopo tanti anni, però, hai capito che al Giro puoi andare anche con la vecchia divisa da imbianchino, con un cappellino fatto col giornale, dopo aver tagliato l'erba del giardino di casa o lavorato nell'orto. Non conta, al Giro vanno tutti, anche coloro che non lo conoscono eppure si sentono a proprio agio, per nulla intimiditi.

Forse quelle lettere avresti potuto spedirle a chiunque, a un amico, a un'amica, e ti avrebbero risposto qualcosa che anche il Giro potrebbe dirti. Il Giro è un appuntamento per pensare o per poter non pensare, e, quando un lunedì di fine maggio, o di inizio giugno, ti svegli e ricordi che l'hai già incontrato, che è stato bello, ma ora dovrai aspettare un anno, un poco ti prende male. Però il Giro è un appuntamento e i vecchi vagabondi come lui, anche se non ricevono lettere e non possono rispondere, agli incontri si presentano sempre.