Torino-Adelaide: il viaggio di Andrea e Giacomo
«La realtà è che il momento giusto per partire, se si ponderano tutte le possibilità, non esiste. L'unica via, se davvero si vuole quella partenza, è creare quell'istante e andare, anche se, attorno a noi, non c'è nulla di perfetto». Parole di Andrea Incarbone, ventidue anni, che, domenica 21 aprile, è montato in sella alla sua bicicletta, uscendo dal garage della sua casa di Torino ed è partito, direzione Adelaide, direzione Australia. Sì, dall'altra parte del mondo e ci arriverà esattamente come ha messo piede fuori da casa, in bicicletta. Saranno circa 22000 chilometri, saranno circa undici mesi di viaggio, attraversando il pianeta. Due ombre: la sua e quella di Giacomo Perone, amico fin dai tempi degli Scout e di quel giro in bicicletta, diciotto giorni, fino a Palermo, dopo la fine della scuola, in estate. Andrea e Giacomo, entrambi facenti parte dell'associazione "Centoventuno". Da qualche parte, nelle loro menti giovani, c'era già l'idea di un altro viaggio, ben più lungo, non di giorni, ma di mesi, forse anni, attraverso i continenti. Ma il mondo è enorme e le situazioni che lo pervadono non sono governabili da due ragazzi: così, sì, sono arrivati a Capo Nord, dopo un mese e mezzo di pedalate, nel gelo, nel freddo, ma quel sogno originario non l'hanno mai iniziato per davvero. Almeno fino al 21 aprile, nonostante ancora oggi le cose non siano facili, o, forse, siano più difficili di sempre. Per lunghi giorni, l'entusiasmo è stato spento da ciò che è accaduto ultimamente in Iran: bisognava tracciare nuovamente una parte del percorso, passando dalla Turchia, dall'India, poi volando verso la Cambogia, il Vietnam e recuperando in quelle terre circa seimila chilometri, quasi cancellati dalla storia piombata su di loro. Non era questo ciò che avrebbero voluto. Poi, d'improvviso, qualcosa è tornato ad accendersi, una nuova soluzione: l'Himalaya, la Turchia, la Georgia, il Kazakistan, Nuova Delhi, l'India e via su quel tragitto.
Torino-Adelaide, in poche parole. Solo due a dire il vero. Torino perché è la città di casa, Adelaide perché è il punto più distante raggiungibile, togliendo la Nuova Zelanda, passando da Darwin e dal deserto australiano. Inoltre anche Adelaide ha qualcosa di familiare, perché proprio lì abitano dei parenti di Giacomo e arrivare, fermare le ruote ed i pedali della bicicletta, sarà, in un certo senso, tornare a casa prima di tornarci davvero. Si parte in primavera, l'unico modo per evitare la stagione delle piogge, si parte con il necessario, ben consapevoli che percorrere più di ventimila chilometri significa cambiare set-up della bicicletta più volte: «Immaginiamo tre macro aree: le attrezzature invernali le avremo con noi per la parte più fredda d'Europa, per i deserti freddi e per l'Himalaya. La prima cesura sarà Nuova Delhi, quando spediremo a casa tutto il materiale invernale, sarà un passo fondamentale in vista del deserto australiano dove avere le borse vuote sarà fondamentale per caricare più provviste possibili. Per il resto, fornellini, vestiario, attrezzi per aggiustare la bicicletta, tende, powerbank, attrezzature per riprendere, videocamere. Sarà abbastanza». La voglia di arrivare all'Himalaya è tanta, e preme, brucia, come il desiderio di vedere con i propri occhi l'India, un paese che spesso ci si immagina, da lontano, oppure la curiosità per il deserto australiano, eppure Andrea, ormai, sa qualcosa in più dell'essenza reale del verbo viaggiare per fermarsi alla scelta di un luogo, quando gli si chiede quale sia il punto del percorso cui maggiormente anela il suo animo: «Quando hai davanti mille chilometri, diecimila, ventimila, c'è sempre la tentazione di dire: "Quando arriverò lì, sarò felice". Come se quella fosse, per noi, la fine del mondo, il desiderio più bello da realizzare. Si potrebbe fare un elenco di luoghi che vogliamo raggiungere, ma non saranno mai quelli a fare davvero la differenza nel nostro viaggio. Mi spiego meglio: il senso del viaggio lo si incontra, per caso, in un qualunque posto, spesso in uno di quelli che nemmeno avevamo considerato, totalmente diversi ed inaspettati».
Questa visione è, senza dubbio, influenzata dall'aver conosciuto la bicicletta e dall'aver imparato, piano piano, tanti suoi segreti, a partire da quelli meccanici, soprattutto quanto spostarsi in bici possa cambiare la visione del mondo circostante: «Credo sia il mezzo che più si addice al viaggio degli esseri umani, uno strumento perfetto, sotto tutti gli aspetti. Ogni metro è una conquista perché si fa affidamento solo sulla propria persona, ci si suda, letteralmente, ogni traguardo. In più, si è messi a diretto contatto con l'esterno, con l'ambiente, non rinchiusi in un abitacolo, non protetti in una bolla di comodità. L'essere esposti alla scomodità è un pungolo che permette di imparare, di essere reattivi agli stimoli». Cosa sia esattamente viaggiare in bicicletta è difficile da dire, anche per Andrea, ma un qualcosa, proprio nei ricordi del viaggio in Sicilia, ci va vicino. Giacomo era già tornato a casa, Andrea era rimasto sull'isola un'altra settimana, a pedalare in solitaria e, in queste pedalate, aveva incontrato un ragazzo con cui si era fermato a chiacchierare per diverso tempo, condividendo riflessioni. Era stato lui a dirgli: «Andare in bicicletta è come pregare». «Di biciclette un poco me ne intendo, non posso dire lo stesso della fede, ma il ritmo che la bici imprime alle mie giornate, la sua ritualità, la capacità di ricollegarmi con me stesso, di farmi concentrare, mi fa pensare che quel ragazzo avesse ragione».
Viaggiare in compagnia è difficile, Andrea lo ammette ben presto: questione di abitudini da rendere omogenee, di attimi di stanchezza ed energia da "mettere d'accordo", di condivisione totale di ogni momento. Da soli, si conoscono più persone, si è più aperti al circostante, agli incontri, ma, allo stesso tempo, ci si priva di una grande opportunità: «La felicità va condivisa, va diffusa, anche quella per gli attimi minuscoli che, talvolta, riempiono le nostre giornate. Anche quando siamo arrivati a Capo Nord: avrei voluto telefonare a casa, alla mia famiglia, ai miei amici, per descrivere quel che vivevo e vedevo. Giacomo era con me, non dovevo spiegare nulla, provavamo assieme le stesse cose, bastava questo per ripagare la fatica».
Allora il 21 aprile, la partenza è stata un modo per chiudere dei cerchi, come sarà tutto questo viaggio: l'idea di Andrea e Giacomo è di trovare un'associazione per la ricerca contro il tumore al seno, lo stesso che, purtroppo, ha portato via la madre di Incarbone in pochi mesi. Sarà questa la spinta per proseguire la pedalata anche nei momenti più difficili: un progetto più grande di loro, che li terrà assieme per undici mesi o forse di più. Da Torino ad Adelaide. Ma questo l'abbiamo già detto.
In ogni modo
Maglietta lievemente slacciata all'altezza del petto, segno di un caldo che inizia a stringere, di una sofferenza lieve, sapore della pedalata, una danza sui pedali che rimanda alla montagna perché sono i suoi uomini ad arrampicarsi in questo modo, a prendere queste movenze, la bicicletta, dall'alto, ondeggia, alleggerita del peso dello scalatore che si libra nell'aria: è l'immagine di Romain Bardet che si infila in una fuga che non è solo una fuga, è la ricerca del tempo perduto, un viaggio che è un sentimento e non soltanto un fatto, ci avrebbe suggerito Mario Soldati. Nairo Quintana e Julian Alaphilippe a scalpitare insieme al francese e ad altri undici uomini, dopo che il filo dei fuggitivi si è spezzato e ricongiunto più volte. Potrebbe essere solo un'illusione, con il senno di poi lo sarà, ma Romain Bardet, per quel che trasmette nel suo viaggio, inteso come parabola, in sella, merita che si guardi in quell'illusione come in un caleidoscopio e che ci si creda. È l'intensità la chiave per interpretare l'atleta di Brioude: lui che scrive e parla di tracce da lasciare in quel che si fa, prima delle vittorie o dell'esaltazione del campione e per confortare, dopo un dispiacere, crede nei pensieri sinceri, limpidi.
Si dispiace per il ritiro di Thibaut Pinot, per il suo ciclismo. Pensa e legge molto, Bardet, poi scrive come chi ha lasciato maturare quei pensieri: non serve un pezzo, non un racconto, ovunque restino le parole. Guarda lassù, dove c'è la vetta, perché c'è il traguardo e perché «è sempre bello», vuole rompere confini, allargare le possibilità, contemplare, scappare: una sorta di dichiarazione d'intenti. Non gli è servito per vincere quell'atto di solitudine, ma gli è servito ed è servito a noi, mentre il plotone si addentrava nel verde di alberi «simili a cani che ringhiano al cielo» e tutti aspettavano un solo uomo: Tadej Pogačar, maglia rosa, come i pantaloncini, i guanti, il casco, persino la scritta sulla bicicletta.
Il Corno Grande del Gran Sasso in alto, in fondo. Tadej Pogačar a ruota della sua squadra, gli altri a ruota di Tadej Pogačar, in attesa della mossa del fenomeno. Non è facile aspettare e non è facile nemmeno scattare, scappare, perché "quello lì" è in grado di prendere la ruota e partire in contropiede, lasciando sul posto chiunque, ribaltando la situazione e per un ciclista è una delle cose peggiori essere staccati mentre si sta attaccando, la frustrazione quando, all'improvviso, la bicicletta dell'attaccato va troppo più veloce, le sue gambe sono troppo più agili, la frequenza di pedalata superiore per riuscire a mettersi in scia. Valentin Paret-Peintre è l'unico fuggitivo rimasto in testa, mentre questi pensieri si addensano nelle menti, mentre Aurelien, suo fratello, perde contatto con il gruppo: cognome evocativo il loro, a sensazione ricorda una parete dipinta, una parete e un pittore, qui le pietre ci sono, i costoni di roccia ci sono, a Pietracamela, si notano ancora le pitture rupestri del maestro Guido Montauti. Non c'è posto migliore per tentare la sorte per uno con un cognome simile.
L'andatura dell'UAE sbarra la strada ad altre acrobazie fra le lettere, la strada sale, gli occhi cercano lo sloveno. A rompere lo stallo, è Antonio Tiberi, per ben due volte; non va lontano e non potrebbe andarci, ma in tre settimane di gara contano i segnali e questi sono bei segnali, per gli altri, certo, ma anche per la propria convinzione. Contano i segnali come conta la memoria, quella dei muscoli e degli sforzi compiuti: ieri una buona cronometro, oggi lì con i migliori, non un brutto modo per andare verso Napoli e, poi, verso il giorno di riposo di lunedì. Non è certamente una salita impossibile, ma faticano tutti, mentre la maglia rosa pare «con la pipa in bocca», come si dice in questi casi, a ruota di Rafal Majka. Si sposta giusto quando partono gli scatti, Majka, ma resta nei dintorni, fra gli altri. Rimonta il gruppetto stringendo i denti, con il suo solito ghigno sulle pendenze, regala gli ultimi metri di servizio, di fedeltà, di gregariato.
Nessuno poteva fare niente prima, nessuno può fare niente quando Pogačar lancia la sua "volata", ustionante, bruciante, tanto da dargli il tempo per voltarsi ed esultare con sollievo mentre la linea bianca non è ancora arrivata. Un altro modo di vincere, un altro modo per vincere. Un enigma complicato per i suoi avversari, come affrontare la polivalenza, quel che è multiforme, che gioca con la fatica. Il ciuffo dal casco non è più solo uno, da tempo ormai, «la Majella ed il Gran Sasso continuano il loro dialogo» quassù a Prati di Tivo, la carovana, intanto, si dirige verso sud.
Foto: SprintCyclingAgency
Supernova
Simile a una supernova è deflagrata la potenza in sella di Tadej Pogačar, nei 40 chilometri che uniscono Foligno a Perugia. Un'esplosione derivata dal contatto di forza, di aerodinamicità, di leggi della fisica, di delicati equilibri e polmoni forti così. Una miccia, una reazione, accesa dal desiderio, racchiuso nel grido dopo il traguardo: volontà che brucia, rinunce che accendono e scompigliano. Si dice che una supernova che esplode possa liberare, per brevi periodi, “l'energia” superiore a quella di una galassia, ma noi torniamo all'asfalto, alle nostre strade e alle nostre città, perché in quello scenario un ciclista sviluppa i propri muscoli, collauda una posizione all'apparenza impossibile da tenere per qualche chilometro, figuriamoci per quaranta, figuriamoci per 51 minuti e 44 secondi di sforzo, quello è il suo tempo. Sarebbe facile parlare di spazio, perché le biciclette assomigliano sempre più ad astronavi, per perfezione e studio, a qualcosa che sfidi lo spazio interstellare, come il tessuto che si portano addosso, una seconda pelle a cui sono state applicate matematica e fisica, calcoli e geometrie, per accrescere la velocità, per ridurre l'attrito con l'aria. Verrebbe facile, invece, restiamo agli uomini, alla macchina umana che fa cose bellissime, a quelle visiere in cui il mondo corre come un'impressione. Vince Pogačar e pone distacchi importanti sui suoi più diretti rivali per la classifica generale che, un poco, hanno la tentazione di guardarlo come un extraterrestre. Siamo convinti che in quelle gambe ci siano stati anche tutti gli scatti che, forse, aveva in mente, ma ha risparmiato, ha trattenuto. Ora li ha addosso Geraint Thomas che ha pagato due minuti.
E simile a una supernova è esplosa la bellezza di Filippo Ganna in sella. Qualcosa che ha a che vedere con l'architettura, che disegna lo spazio in cui scorre. Viene da pensare che Filippo Ganna e la bicicletta siano un corpo unico durante lo sforzo, perché traspare una facilità, una genuinità nello sforzo che è apparenza. Chiedete a Ganna la fatica che si fa, oppure limitatevi ad osservarlo al traguardo, svuotato, stanco. Il talento esce così: consuma chi lo mette in pista, mentre chi guarda ha la sensazione di essere trasportato altrove, in un futuro da fantascienza in cui tutte le logiche siano sovvertite e un uomo possa fare l'impossibile. No, c'è il vento, l'acido lattico, le giornate no, la paura, l'insoddisfazione, il tempo e lo spazio che divorano, mentre un ciclista, da solo, nei propri pensieri, divora l'asfalto, ci prova almeno. Per questo suscita meraviglia quel che è avvenuto, quel che avviene. Per questo Lorenzo Milesi, autore di un'ottima prova, tra l'altro, mentre osserva lo schermo in cui è replicata la prova in sella di Ganna, durante la salita, quando riprende e supera con apparente facilità avversari scattati prima di lui dalla pedana, sorride come si sorride quando ci si stupisce, quando si manifesta un fatto che, come esseri umani, fatichiamo a capire, ma ci piace. Anche se sappiamo che lo pagheremo, forse lo pagheremo anche caro: chi va più veloce, passa una posizione avanti, scarica secondi, forse minuti, sugli altri. Tuttavia di fronte a certe velocità, a certe perfezioni, non si riesce a non dire nulla, a non fare nulla. Vogliamo esserne partecipi, in un modo o nell'altro e ci sembra uno spreco poter guardare, solo guardare.
Guardare il padellone di Ganna, il modo in cui fa la barba alle curve. Guardare gli ultimi chilometri in salita di Tadej Pogačar, la sincronia perfetta tra il terreno su cui pedala ed il suo fisico, aumentando, controllando, la gestione dello sforzo, la mente sempre un pezzetto più avanti. Il suo predicato verbale è "migliorare". Dice che è sempre possibile migliorare e che la sua ricerca è per una comodità sempre maggiore in sella, durante lo sforzo, che pare un assurdo, ma assurdo non è. Come stranisce tutti l'insoddisfazione di Filippo Ganna dopo una prova che ha lasciato zitti, in silenzio, a chiedersi dove sarebbe arrivato nel suo giorno migliore. È un ciclista e un ciclista non conosce le stelle o la volta del cielo, conosce ogni sensazione del proprio corpo, conosce il proprio potenziale e vuole sentire di averlo raggiunto, pure se perde. Quella è la sua ricerca, l'unica possibile sopra il destriero che ha nome bicicletta. I calcoli per dare uno spazio al dominio di Pogačar continuano, è giusto così, qui ogni giorno si sa qualcosa di nuovo ed è un piacere questa curiosità. Come quando provavamo a fissare il sole, chissà perché, pur sapendo che era impossibile: «Fu solo accecato dalla luce, libero come un diavolo, un altro corridore nella notte, accecato dalla luce. Mamma mi diceva sempre di non guardare verso la luce del sole, ma mamma, è lì che c'è divertimento». Sì, Bruce Springsteen.
Foto: SprintCyclingAgency
«Vai e torna vincitore»
Stavamo solo cercando di tratteggiare una luce su una collina toscana, nei dintorni di Siena. Prendiamo in prestito le parole di Edward Hopper, nel suo caso parlò di una luce sul muro di una casa, noi abbiamo in mente il sole sulle "verdi terre" e un velo d'ombra, quello di una nuvola passeggera, poco più di un cirro, che disegna un contorno: simile agli alberi, con la luce che ne allunga le sagome, penetrando tra le fronde. Già, ma gli alberi hanno le loro radici profonde, corteccia e rami, una nuvola è il nulla, è vapore acqueo, disperso nel cielo, eppure quell'ombra resta sulla collina. In gruppo, invece, non c'è quiete, verso la salita di Volterra, perché la fuga non trova il suo spazio, la sua dimensione: è un'anima tormentata, senza pace, quella di chiunque voglia scappare dal gruppo, capace di farsi male, pur di riuscirci. Ci è tornata in mente una canzone di Gian Pieretti, sigla del Giro d'Italia sul finire degli anni novanta: «perché la tua presenza, malgrado passi il Giro, devo dire che mi manchi da morire» e qualche nota più in là «però, sinceramente, non me ne frega niente, fra poco passa il Giro e in casa solo io non ci resterò». È anche una scusa per gli amori perduti, il Giro. Sono necessari chilometri e chilometri, prima che in sette prendano qualche secondo, tra loro Julian Alaphilippe e Luke Plapp. Nel giorno degli sterrati: Giancarlo Brocci era un arbitro di calcio quando li scoprì, tra piloni, stradine, strettoie, un arbitro che non si lasciava sfuggire il minimo fallo ed il suo giudizio era insindacabile. Eppure pensava agli sterri, alla polvere. Da queste parti, a Siena, c'è il Palio ed al Palio, quando si benedicono i cavalli, si dice: «Vai e torna vincitore». Quasi una missione che mette i brividi a chi pronuncia quelle parole, a chi affida quel proposito. La visione e la missione di Plapp e Alaphilippe è simile.
Si alza una polvere bianca che pervade ogni cosa, quando le ruote smuovono la terra, a Vidritta. Non c'è nulla: polvere e campi, polvere e foglie, polvere e ciclisti. Ma c'è tutto, perché serve solo questo. In toscano, "fare il cencio" significa svenire, ma quel biancore che si solleva imbianca davvero tutto, compresa la pelle, il contorno degli occhi, i ciuffi di capelli fuori dal casco, le narici. Non è facile pedalare sugli sterrati, proprio perché non c'è nulla, non c'è l'asfalto: si soffre con quel poco che si ha. Plapp, a gennaio, dall'altra parte del mondo, in Australia, ha letteralmente "perso parte della sua pelle" in una caduta ed è andato all'arrivo, terminando ciò che aveva iniziato, la tappa, il proprio dovere. L'abbiamo osservato mentre faceva di tutto per andarsene, mentre allungava, aumentava il ritmo della pedalata, per poter vincere la tappa, prima ancora, perché i secondi non mentono, perché c'era la possibilità di prendere la maglia rosa. Dove c'erano le ferite, resta qualche cicatrice e lui corre ancora. Il primo dolore per Alaphilippe è forse nelle parole di quel professore che disse a suo padre: «Suo figlio non ha le capacità per frequentare un liceo e non ha nemmeno il fisico per una scuola di ciclismo. Iniziasse a lavorare invece di perdere tempo con gli amici». Un'etichetta, di quelle che si appiccicano alle scatole e agli scatoloni nei traslochi. Alaphilippe ne ha sentite tante di parole, ne ha sentiti tanti di giudizi, in particolare come le cose hanno iniziato a non andare più nel verso giusto ed il verso giusto per un campione è la vittoria. Attacca con rabbia, attacca con gusto, alla ricerca di una parte dispersa di cui ha bisogno. E corre ancora.
Con loro c'è Pelayo Sanchez, ventiquattro anni, di Tellego, in Spagna: Alaphilippe è il suo campione, si ispira a lui. Ad Asciano, in una curva, dopo un errore, Plapp si avvantaggia, Alaphilippe prova a rincorrerlo, da solo non ci riesce, scuote la testa, si mette alla ruota di Sanchez, rientrano così. Potrà raccontare di aver riportato Alaphilippe sul fuggitivo, potrà dirlo perché è vero. Non solo. Potrà raccontare anche che, a Rapolano Terme, in una volata a tre, l'ha fatto passare in seconda posizione, si è messo in terza, la migliore per lanciare una volata e, quando il francese è partito, gli ha prima preso la ruota, poi l'ha affiancato e superato, in vista del traguardo, pur se, nei pronostici, il più veloce era proprio Alaphilippe, il suo campione. Ha un volto giovane, Pelayo Sanchez. Giovani sono anche le sue parole, giovane è la sua felicità, che crescerà e cambierà con lui, ma questo giorno non se lo dimenticherà. Nemmeno Alaphilippe dimenticherà questo giovedì di maggio, Julian che ha anni ed esperienza in più di Sanchez, che ha già vinto tanto e che da tanto non vince, che poco fa ha perso una tappa che voleva, che ha bisogno di sentirsi di nuovo Alaphilippe, quello che la gente vede e sente ancora, ma che lui sta cercando. Tra Torre del Lago e Rapolano Terme, ha rimesso assieme qualche pezzo. Resta ancora un'ombra, ma stasera è più simile a una nuvola. Leggera.
Foto: Sprint Cycling Agency
La fuga arriva
Il primo gesto della mattina, accanto alla ciclabile di Genova, dove qualche pedalatore può, per frazioni di secondo, tenersi al fianco del gruppo, nel tratto di trasferimento, e voltarsi incredulo, è uno di quei gesti che, al Giro d'Italia, si fanno spesso: cercare un numero, un dorsale, dall'alto, sulla schiena dei corridori e trovare il rispettivo nome. Si fa così in caso di cadute, si fa così quando qualcuno si allontana dal gruppo, in testa, in fuga, oppure in coda, stanco, affaticato. Sono ancora i primi giorni e la stanchezza non è nemmeno troppa, Fernando Gaviria dice che "non si è ancora così stanchi da non riuscire più ad avere la forza per ridere", che rende l'idea di quello che sono certi giorni lontani da casa, su quella bicicletta. Sono ancora le prime tappe, eppure Fabio Jakobsen sono già due giorni che, sulle rampe iniziali e dolci di una salita, cede, barcolla, si stacca, muove le spalle, deve inseguire, con qualche compagno di squadra lì davanti, ad aspettarlo: 144, il suo numero. È fra i primi a lasciare le ruote del gruppo e chissà cosa scatta nella mente di chi, proprio nelle giornate in cui è atteso, quelle dei velocisti, diviene il primo "pezzo" mancante del plotone. Se quell'idea arriva alla mente, le gambe si bloccano, diventano di ghiaccio, un pugno nello stomaco: il corpo, da macchina perfetta, diviene caos, nulla più combacia. Si cercano i numeri e, verso il Passo del Bracco, sarà perché le zone sono queste, sarà per l'assonanza con il Passo del Bocco, il fatto che il 108 non ci sia pesa di più. Eppure lo sapevamo, ma i ricordi seguono strade proprie. Ora Genova pare davvero avere la faccia di tutti i poveri diavoli conosciuti da Fabrizio de Andrè, nei suoi carruggi, degli esclusi, dei fiori che sbocciano dal letame, dei "senzadio". Ma si va avanti, via dalle prigioni, di Marco Polo e della malinconia, dell'assenza.
Si cercano ancora numeri: quando va in avanscoperta la prima fuga, quattro uomini, e ad ogni caduta. Non serve il dorsale per riconoscere Christophe Laporte, mentre frana a terra, è la maglia a svelarne l'identità. Un tombino, forse. Il momento più difficile non è quando si cade, in fondo, sono pochi secondi, nemmeno il tempo di capire. Il brutto è quando bisogna tornare in piedi e fare i conti con l'impatto. La forza di ridere può toglierla un corpo ammaccato, sfregato sull'asfalto: Laporte esplora le gambe, le spalle, tocca la schiena. All'inizio è solo paura, dolore improvviso, i punti in cui la pelle è andata via si scoprono piano, piano, dopo, al primo movimento. Diceva Fausto Coppi che il momento più esaltante per un ciclista non è nemmeno la vittoria, è la decisione. Sì, l'adrenalina della scelta: di scattare, anche solo di continuare pure se il traguardo è lontano. Hanno deciso Benjamin Thomas, Enzo Paleni, Michael Valgren e Andrea Pietrobon. Hanno deciso e sono partiti, quando la prima fuga era già stata riassorbita, annullata, da un'andatura forsennata della squadra di Kaden Groves, la Alpecin-Deceuninck, altra decisione che poteva essere sollievo, sarà rimorso, in ogni caso rinuncia a qualcosa.
Del resto, decidere vuol dire escludere almeno una possibilità, non vale solo per un ciclista. In fuga, in caccia: una di quelle scelte apparentemente assurde, quasi sempre, che, però, ci si ostina a compiere, contro la logica. In fondo raccontare della bicicletta è anche raccontare di tutto ciò che c'è di irrazionale nel suo equilibrio, nel suo piacere, nella sua fatica che fa la tana nei muscoli; perché? Perché sono gli esseri umani a scegliere e gli esseri umani sono fatti di tutto questo. Giacomo Puccini era di Lucca, la città d'arrivo, lui che prima «un poco traballando e molto serpeggiando procedeva autonomo» sul "bicicletto", dopo «riduceva i suoi compagni di viaggio come tanti peperoni, con rispetto parlando». Può essere che la musica e la bicicletta abbiano qualcosa in comune? Che la composizione di un'opera e una volata, una fuga, si somiglino? A noi vengono in mente le mani dei pianisti, mentre provano e riprovano, forse una parte di risposta è qui.
L'altra è in Andrea Pietrobon. Non solo o non tanto perché anche lui suona il pianoforte, soprattutto per quello che fa e per come lo spiega. Racconterà di essere letteralmente sfinito, senza forze nei chilometri finali, a ruota di quelli che, in gergo ciclistico, si definirebbero cagnacci. Assurdo non avere più le forze nell'attimo in cui puoi provare a vincere una tappa al Giro d'Italia, assurdo essere svuotati quando la fuga arriva e tu sei nella fuga. Assurdo, ma succede. Proprio perché non ha più nulla, Pietrobon parte, allunga, uno scatto, un lampo, all'interno dell'ultimo chilometro. Si crea spazio. Confesserà di aver pensato per qualche frazione di secondo che stava per vincere una tappa al Giro d'Italia. Dirà «è stato bello». Anche solo pensarci, avete capito bene. In caccia, lì dietro, c'è Benjamin Thomas, esperto di pista, di velodromi, fenomeno in quella ellissi dove non si può sbagliare il momento. Non lo sbaglia nemmeno su un rettilineo a cielo aperto, brucia Pietrobon e supera Valgren. Succede quando si sa che scegliere è più importante di farcela. Sognava questo momento, non lo immaginava. Ora che è successo, deve solo imparare a crederci.
Foto: SprintCyclingAgency
Milan e "la mar"
Eravamo in apnea, abbiamo respirato forte, profondamente, siamo tornati in apnea e quel respiro, catturato e fatto proprio, nascosto nel torace, ci è bastato per vedere come andava a finire. Sono trascorsi quattro chilometri, tre uomini, fra i tanti, Filippo Ganna, Simone Consonni e Jonathan Milan: il resto è storia. La strada è vicina al mare e, solo qualche istante fa, tra le gallerie, le rocce, il blu e la vegetazione, la mente era tornata a Sanremo, alla Milano-Sanremo, regno di tutto ciò che ha a che vedere con la velocità e pure con la fantasia. Avremmo potuto essere ancora al primo giorno di primavera, il ciclismo è una macchina del tempo.
A Cosseria, in provincia di Savona, sul percorso, al Museo delle Biciclette, c'è l'eco di quella frase che un signore di nome Luciano Berruti diceva spesso, mentre sistemava la sua bicicletta, antica, rovinata, per cui aveva un'attenzione particolare ed il fatto che fosse "vecchia", del 1907 per la precisione, di più di cent'anni, accresceva solo la cura necessaria per starle vicino: «Non so, forse avrei dovuto nascere in un'altra epoca, in un altro tempo, invece sono nato in questo mondo e qui ho fatto le mie cose». Era un ragazzo vispo "il Berruti", raccontano che, ogni tanto, andava a scuola nascondendo una biscia in tasca oppure sotto il banco, catturata nella natura: i compagni lo vedevano, gridavano e la maestra lo rimproverava, magari lo spediva a casa, mentre sua madre non sapeva più cosa fare. Era, poi, un anziano signore con lunghi baffi, a fare da cornice ad una bocca che scandiva lentamente racconti che ti saresti fermato ad ascoltare solo per sapere come andava a finire. Perché il finale vogliamo saperlo.
Eravamo in attesa, a quattromila metri dall'arrivo, quando Filippo Ganna ha squarciato un cielo già pieno di domande e di fremiti, quelli che precedono il caos di qualunque volata: se ne è andato, in un'armonia perfetta con quello che aveva attorno. Perché Filippo Ganna in bicicletta sta bene, da qualunque prospettiva lo si guardi, dall'alto di un elicottero delle riprese, da una telecamera fissa, in un'inquadratura rubata, al volo, dietro una colonna di una galleria. Il Capo Mele è stata l'occasione per uno sforzo assoluto: altri hanno provato a seguirlo, qualche metro e sono "rimbalzati", accolti dalla stessa pancia del gruppo da cui cercavano di fuggire. Per dire di cosa sia un'azione del genere, per dire di quel che serve a stare da soli, al vento, pancia a terra, mentre dietro è tutto un rumore, una rincorsa senza tregua. Berruti si innamorò così delle biciclette; sentendo il loro suono, persino lo stridere dei freni, l'odore di bruciato che rilasciavano, su quelle vecchie bici: avrebbe capito. Sì, ma quando il gruppo insegue è tutta un'altra storia. Circa 3500 metri così. Poi la fine, a circa 500 metri dal traguardo. Non è strano il suo sguardo amaro, non è strano quel continuo guardarsi attorno, mentre parla: la delusione si manda via anche così dagli occhi, quasi potesse tornare indietro e scendere da qualche parte, in gola, nello stomaco e poi via. Invece no, deglutire non vale contro il rammarico. Respiro profondo, boccata d'ossigeno e ancora apnea.
I baffi sono quelli di Simone Consonni. Scherzerà: «Ad un certo punto, non sapevo più se tirare per Milan, oppure non tirare per Ganna. Mi hanno messo in mezzo». Si dice "lanciare la volata" e non sappiamo chi sia stato il primo a coniare questo termine, ma pare perfetto: quasi fosse un lancio nello spazio, in un'altra dimensione, su una navicella con cui bisogna avere una conoscenza totale. Jonathan Milan è l'astronauta, in questo caso. Lui che "maltratta" la bicicletta tanto la porta al limite massimo: dall'alto pare una danza nervosa, in cui tutto trema, a ritmo variabile, ma in un crescendo incessante. Fino all'arrivo, ai pugni che si stringono, ai muscoli che si gonfiano nel gesto della felicità, alla voce che si libera ed al petto che si espande. Dopo il secondo posto di ieri, la vittoria era accanto al mare di Andora. Ganna, Milan e Consonni: Tokyo, un velodromo, una pista, i Giochi Olimpici, l'estate che ballava nei campi e la gioia. La macchina del tempo è già tornata indietro, come ogni giorno, ad ogni Giro d'Italia.
Pare che, in spagnolo, il mare diventi "la mar", quando lo si ama, gli si vuole bene, si ricordano i favori che ha fatto e gli si perdona tutto il resto, i torti e qualche cattiveria, magari nascondendoli dietro una scusa: le bizze della luna che farebbe girare la testa a chiunque. Il vecchio de "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway aveva questa teoria e stasera noi ci sentiamo d'accordo con lui. Per qualcuno sarà "la mar", per altri solo il mare, un rivale, un nemico. Qualcuno canterà una canzone, anche Luciano Berruti lo faceva, "ma dove vai, bellezza in bicicletta", così più o meno, altri tireranno le tende di una camera d'albergo, come le coperte su di un letto, tanto fuori resta solo la notte e domani è un altro giorno.
Foto: SprintCyclingAgency
Non stare nella pelle
Nei giorni scorsi, i giornali locali scrivevano dell'arrivo delle mondine a Novara, negli anni cinquanta, per lavorare in risaia, mentre maggio volgeva al termine. Erano donne che partivano dall'Emilia, da Rio Saliceto, da Bibbiano o da San Polo d'Enza, si maritavano a Garbagna e in altri piccoli paesi della Bassa e lavoravano nei campi senza attrezzi agricoli, solo con le loro mani. Ne parlavano perché stamani, proprio da Novara, partiva la terza tappa del Giro d'Italia 2024 e quelle risaie, quelle del vercellese, sarebbero state per molti chilometri i vetri d'acqua in cui il gruppo allungato si rifletteva, in un labirinto di specchi a tratti riflettenti a tratti deformanti. Si arriva così ad una strada serpentesca e stretta che si arrampica, compressa tra muri, muretti, balconi, ringhiere e tettoie, sino a Lu, unico Gran Premio della Montagna di giornata. In quel frangente, dopo chilometri e chilometri di nulla, dal punto di vista agonistico si intende, provavano la fuga e la sorte Davide Ballerini e Liliane Calmejane e noi pensavamo che solo loro (e pochi altri) avrebbero potuto inventare qualcosa in una situazione così a mollo nella noia. Il primo con la sua stazza, la sua bellezza in bicicletta, quasi perfetto, il secondo "dinamitardo" di ogni situazione, corridore francese di carta d'identità e di spirito, d'anima. Del resto, Alfonso Gatto aveva ragione: a chiunque non sia capo di stato o di governo, generale o cardinale, non capiterà forse mai di ritrovarsi fra tanti uomini, donne e bambini a fare da ala ad un passaggio di pochi secondi, quasi un frammento di un film, quasi un inganno dal tanto è veloce. Non capita a nessuno, se non a chi non è temuto, ma solo invidiato perché così felice di correre dietro ad un sogno: i ciclisti. Verso Lu, quella gente, probabilmente anche per il vicolo che la ospitava, era davvero sempre più e spuntava in ogni dove, ovunque si volgesse lo sguardo. Anche Calmejane e Ballerini non se la sono sentita: hanno rallentato, fino a farsi riprendere.
Sì, pure chi vive la corsa come un cavallo pazzo ha giorni in cui non riesce a credere; talvolta per timore, altre solo perché, per quanto la si possa riempire di romanticismo, la fatica è inutile in certe circostanze. E la fatica di una giornata come oggi in fuga è davvero tanta: tra strade infinite e simili, solitudini e pensieri. Non solo fatica di gambe, anche di mente, di idee. Ma, in pomeriggi come questi, la follia diventa ordinaria e il sangue, da un momento all'altro, lascia la quiete stantia in cui circola ed inizia a zampillare, a saltare, a muoversi in mille peripezie. Dapprima l'improbabile, l'illogico: i velocisti che fuggono dal plotone in una giornata in cui proprio il gruppo è la casa, il fiume, con cui possono andare al traguardo e giocarsi la vittoria, in potenza e watt. Poi il gruppo che si sfalda, si sgrana, perde pezzi, sparso su lunghi viali, tra vento e qualche goccia di pioggia. Raschi sosteneva che il ciclismo fosse fatto per accettare solo coloro con lo stesso sangue: sì, altrimenti se ne esce pazzi, privi di comprensione in certi istanti. Tadej Pogačar ha lo stesso sangue del ciclismo, per questo si sente così a proprio agio su una bicicletta: è un genio, un altro cavallo pazzo, di razza, uno di quelli che «sentono l’ora del gran premio prima che arrivi, dalle vibrazioni del vento». Per questo fa la volata ad un traguardo volante, dietro a Ben Swift, davanti a Geraint Thomas. Il fatto che si continui a vederlo sulla testa del gruppo, pimpante, "allegro andante", potrebbe far presumere altri colpi di scena? Certo, soprattutto in una giornata in cui è già successo tutto ed il contrario di tutto. Risolviamo presto il dubbio con la constatazione che è buona regola correre davanti, per tutti e per la maglia rosa in particolare. Calmiamo in questo modo ogni pazza idea. Sbagliamo, ma dirlo ora è facile.
Avevamo parlato di un finale in cui si sarebbe potuto ballare, avevamo pensato ad un liscio, in quanto la strada, pur se in pendenza, non sarebbe stata un ostacolo per lo sviluppo della potenza di Jonathan Milan e degli altri velocisti.
Le immagini non mentono: è esattamente come sembrava. Non fosse che Mikkel Honoré accelera in testa al gruppo e a saltargli sulla ruota è lo sloveno, la maglia rosa: un lupo che ha affinato l'istinto e non può trattenersi. Non si accontenta di braccare il rivale, no, rilancia, in senso metaforico e anche fisico perché la forza dell'azione riprende vigore. All'ultimo chilometro, con qualche decina di metri sul treno dei velocisti, non c'è un giovane inesperto che non sa che il gruppo può divorare alla velocità in cui è lanciato, c'è Tadej Pogačar con alla ruota Geraint Thomas e la gente a bordo strada che impazzisce perché aspettava tutto, non questo, tra le vie di Fossano, dove i ragazzi vanno in bicicletta a scuola e qualche professore si prodiga affinché il numero delle biciclette cresca di anno in anno. Pogačar non sta nella pelle, questa è la realtà. Verrà ripreso e si alzerà sui pedali, accanto alla volata già innescata e vinta da Tim Merlier, su Jonathan Milan, per nemmeno molto. Merlier che tutti chiamano "il Mago", per la sua abilità, per la sua astuzia, per il suo talento. Non è magia, è ciclismo. Quella strana faccenda che risveglia la noia e la sconquassa, quando meno te lo aspetti.
Foto: SprintCyclingAgency
Quando si parla di amore...
Marco Pantani conosceva la storia di Lucillo Lievore, gliela aveva raccontata Sergio Zavoli, mentre, durante un'intervista, il "Pirata" si accarezzava il pizzetto e, con la mano, si copriva la bocca, quasi per una lieve forma di imbarazzo. Lievore, "un corridorino di altri tempi", quel giorno del 1966, si cimentò in una fuga solitaria di 187 chilometri, sotto il sole, "solo lui e la sua ombra", sapendo che, in ogni caso, non sarebbe riuscito a vincere: davanti alla sua bicicletta, c'era, infatti, un altro atleta, ormai irraggiungibile. A Zavoli che, durante quella tappa gli aveva posto diverse domande, per poi fargli forza con un "È quasi finita. Coraggio, Lievore!", ora non restava che chiedere un'ultima cosa: perché? Lucillo Lievore non aveva avuto molti dubbi: «Perchè, per quello che valgo, il secondo posto è come il primo e, poi, perché nella vita si arriva anche terzi, decimi, ventesimi, novantesimi e persino fuori tempo massimo». Marco Pantani, continuando a sfiorare il pizzetto e le labbra, aveva accennato solamente un amaro "sì": l'annuire di chi, in qualche modo, si riconosce nelle parole. Parafrasando Raymond Carver ed il suo capolavoro "Di cosa parliamo quando parliamo di amore", a noi verrebbe da dire che, in fondo, parliamo anche di questo, quando parliamo di amore. Nei confini di quella parola, oggi potremmo narrare di Gino Bartali, che non c'è più da ventiquattro anni, e di quel "L'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare" che, alla fine, è una forma di affetto per la realtà, volerla cambiare, migliorare, cercare di farlo, perlomeno. In quel lemma sta la fuga "disperata" di Andrea Piccolo verso il santuario di Oropa, dapprima con un drappello di atleti, successivamente da solo: qualche tempo fa, ci ha confessato che, potendo tornare indietro, non cambierebbe nulla del proprio percorso, per il timore di allontanarsi dal luogo dov'è ora, nel gruppo dei professionisti, dove avrebbe voluto arrivasse presto il fratello maggiore, anch'egli ciclista. La sua fuga, con i dovuti paragoni, ha qualcosa in comune con quella di Lievore, come la fuga di chiunque nei giorni in cui tutti aspettano solo l'ineluttabile e l'ineluttabile di questo cinque maggio è Tadej Pogačar.
Laddove, poco prima, in realtà, venticinque anni fa, il 30 maggio 1999, c'era un salto di catena, accanto ad un cassonetto della spazzatura, oggi c'è una foratura, a poco più di undici chilometri dal traguardo, una caduta in curva e l'ammiraglia che frena a ridosso di quella bicicletta. Laddove c'era la pelata del ragazzo di Cesenatico e la maglia rosa, c'è il ciuffo, anzi i ciuffi, dal casco di Tadej Pogačar e la sua maglia bianca. Non si vedono gli occhi dello sloveno, quelli di Pantani li ricordiamo tutti, lambiti da un velo di qualcosa ben più profondo. Entrambi hanno dovuto recuperare: Pantani ne riprese e superò quarantanove, per Pogačar è andata diversamente, ma resta il fatto che all'inizio dell'ascesa non era più in gruppo, doveva prendere la rincorsa e ritornare sulle ruote. La sensazione che si prova quando un ciclista, in salita, "scatta nei denti" ai rivali, invece, si somiglia sempre: ha a che vedere con tutto quello che vorremmo ma non possiamo fare, avere, ha a che vedere con la felicità ed anche con la malinconia, con la tristezza, ha a che vedere con l'impossibilità di stare fermi, con un'ansietà piacevole che prende nel corpo e nella mente. Pogačar scatena questa percezione ai 4500 metri dal traguardo, nel tratto più duro della salita. Qualcosa che detona, che esplode e modifica la realtà, un big bang. Ci è tornato in mente quel che aveva scritto ieri: «Ora che il ghiaccio è rotto, si inizia a giocare davvero». Intendeva questo: voltarsi e vedere che O'Connor e Geraint Thomas non possono resistere. Forse qui c'è un piccolo residuo della giornata di ieri, quando non è riuscito a togliersi Narváez dalla ruota, nonostante gli attacchi.
La "curva Pantani" è a circa due chilometri e mezzo dal traguardo: la stessa esse impastata di romagnolo di Pantani, ragazzi che vengono dalla sua terra e che torneranno lì, perché all'alba sarà lunedì, sarà una settimana come tutte le altre. Se parliamo di amore, non possiamo scordare questa istantanea. Piadine, profumo di piadine e bandiere con il simbolo del pirata al vento. Vento nel vento, durante una rincorsa accanto a Tadej Pogačar, sui pedali, nuovamente seduto, sempre a spingere, con leggerezza e un sorriso a tratti accennato, il manifesto del suo ciclismo. Il Santuario di Oropa lo vede là, in fondo, in alto, dopo l'ultima curva, sulle pietre, al centro della strada. Marco Pantani non sapeva di essere il primo, lui sì, leva le mani al cielo. Batte il cuore, scalpita. Carver scriveva: «Sentivo il cuore che mi batteva. Sentivo il battito del cuore di ognuno. Sentivo il rumore umano che facevamo tutti, lì seduti, senza muoverci, nemmeno quando la stanza diventò tutta buia». Ci è successo qualcosa di simile anni fa, ci è successo qualcosa di simile oggi. Perché si parla anche di tutto questo, quando si parla di amore.
Foto: SprintCyclingAgency
La Avioneta
Marcovaldo, racconta Italo Calvino, attraversava la città sotto la pioggia a dirotto, curvo sul manubrio della sua bicicletta, avvolto in un impermeabile, «infagottato ed ingobbito»: sul portapacchi, una pianta che, presa a schiaffi dall'acqua, ogni volta in cui si voltava, pareva sempre «più alta e più fronzuta». Trafitte dalla pioggia di Torino, negli scorsi giorni, e chissà da quale cielo a fare da soffitto nelle prossime settimane, «le genti di tutta Italia, contadini, operai, lupi di mare, mamme, vecchi cadenti, paralitici, preti, mendicanti, ladri, schierati lungo quattromila chilometri, non erano - e non saranno - più gli stessi del giorno prima», per questo Dino Buzzati citava l'ultima città della fantasia, parlando del Giro d'Italia e di tutte le sue biciclette, assediata dalle forze del progresso. Accadrà per tre settimane e sarà un buon motivo per dimenticarsi di qualche dolore, di qualche preoccupazione: un sogno, ovvero «l'elusiva dote che ci fa ricchi per un'ora». Basta una maglia, verso Superga, per "fare più ricchi", una maglia granata, con il numero dieci, a ricordo di quel volo del 1949 e del fato solo che vinse il Grande Torino, basta una maglia e la scritta Mazzola per mantenere vivo il sogno di un bambino: non durerà solo un'ora, molto di più, come senza fine sembravano i pomeriggi della prima infanzia al Giro d'Italia, in città anch'esse spropositatamente grandi per le nostre mani, le nostre gambe e le nostre prime biciclette. È il 4 maggio, da Venaria Reale scatta l'edizione numero 107 del Giro d'Italia, mentre la città ricorda quei calciatori con la maglia granata.
Jhonatan Narváez ha poco a che vedere con Marcovaldo, ma l'acqua ed il freddo li porta dentro, e l'unico soffitto che può permettersi il plotone multiforme, il cielo, lo conosce bene: lui, "la avioneta", il piccolo aereo, come lo chiamano, è cresciuto ad alta quota e, nel 2020, quando vinse a Cesenatico, al Giro d'Italia, lo fece davvero in un giorno di acqua e autunno. Oggi, invece, a Torino, sullo strappo di San Vito c'è il sole e così tanta gente da scordare quale rumore faccia il silenzio. C'è il sole e Nicola Conci all'apice dello sforzo, più vicino alla sua prima vittoria in carriera. Allunga al massimo ogni fibra di muscolo, storce la bocca, percuote i polmoni, "tira" la bicicletta per portarla solo qualche metro più avanti. Lui non può vederlo, forse riesce ad intuirlo dall'andamento delle grida, delle urla, dell'entusiasmo che si espande, ma dietro, in testa al gruppo ormai sfilacciato, sta accadendo quello che non serviva una sfera di cristallo per presumere, per aspettare: Tadej Pogačar ha attaccato. L'assalto al Giro parte qui. Si potrebbe cedere allo sconforto di fronte alla sua superiorità di cui molto si è parlato in questi giorni di avvicinamento: si potrebbe se non si avesse l'indole di un ciclista o, anche, la giovinezza di Giulio Pellizzari, che ci ha provato, ha fatto bene, e ci riproverà perché è solo la prima delle ventuno tappe. Ha detto qualcosa di simile e sono parole che scuotono, a prescindere da come andrà. Romain Bardet e Thymen Arensman faticano: il primo pagherà quasi un minuto, il secondo più di due. È dura, il primo giorno, poi, ancora di più: solo loro sanno quel che veramente pensavano e sentivano stamani, forse qualche timore lo avevano, ma restano venti tappe e, ora che il timore è certezza, tornare in albergo è più difficile.
Tadej Pogačar continua l'assalto, gli resiste Narváez. Gli resiste e non sa nemmeno lui come: nei lunghi sospiri dopo il traguardo, ci sarà anche quello sforzo, la volontà di riprendersi il fiato che se ne era andato. Veloce, come ha imparato ad essere, riuscirà a superare in una volata a tre Schachmann e Pogačar, questo sì più difficile da immaginare. La prima maglia rosa sarà vestita sopra una maglia con i colori della sua terra, l'Ecuador, quella di campione nazionale, di cui ha più volte descritto l'energia. Non solo: ha anche scritto dei sogni, di tutte le illusioni con cui, per colpa loro, spesso ci si sveglia al mattino. Sostiene che non sia importante, perché i passi sbagliati sono solo le impronte che qualcun altro potrà seguire per farcela, nella propria vita. Fa piacere rileggerlo oggi, con la prima maglia rosa indossata, nel giorno in cui Imerio Massignan è andato via, un altro ciclista pieno di idee, di talento, di voglia, che ha ceduto spesso solo alla malasorte. Fa piacere leggerlo oggi, nel giorno che precede l'arrivo di Oropa dove, venticinque anni fa, un altro uomo ripartì dopo un salto di catena, riprese tutti coloro che gli erano davanti, li staccò e vinse. Era Marco Pantani. L'unico modo per tenere assieme tutte queste sensazioni, probabilmente, è la bicicletta, è il Giro d'Italia. Che adesso, mentre stiamo per mettere l'ultimo punto di questo pezzo, è davvero iniziato.
Viaggio dietro le quinte di Gironimo: il podcast di alvento
Gironimo è, alla fine, un nome che contiene un destino. La parola Giro, infatti, non poteva che riferirsi al Giro d’Italia, alle sue strade e alle sue storie, piccole o grandi. Gironimo potrebbe anche essere, e, forse, in qualche modo è, uno di quegli indiani che il gruppo dei ciclisti vede da lontano, quando si appresta a scalare una vetta: semplici persone in attesa della corsa, che paiono tribù indiane schierate. Un richiamo al viaggio, agli spazi sterminati ed agli spostamenti infiniti che il ciclismo esplora. Gironimo è tutto questo ed è, soprattutto, un podcast, giunto quest’anno alla sua seconda edizione: quello di Alvento sulla via del Giro d’Italia. Quattro voci, Filippo Cauz, Michele Pelacci, Leonardo Piccione, Marta Bacigalupo, il nostro furgone Nerone, e tanti aspetti da scoprire alla vigilia della puntata zero, che avrete la possibilità di ascoltare questa sera. Abbiamo pensato ad un’intervista diversa, una chiacchierata di redazione, potremmo dire, in cui mettere sul tavolo progetti e pensieri. A farci compagnia proprio Leonardo Piccione e Michele Pelacci.
Le voci e la voce sono il primo elemento su cui soffermarsi, perché quello di Gironimo sarà un racconto da ascoltare, non da leggere: «Credo questo sia il settimo Giro d’Italia per me e Filippo Cauz. Sei consecutivi, uno più indietro nel tempo- racconta Leonardo Piccione- ed in questi anni abbiamo capito come il Giro, meglio di qualunque altra gara, si presti ad un racconto diverso da quello scritto. Perché è una corsa fresca, con tante storie: la trama secondaria, diciamo così, è interessante quanto quella principale. Non sempre accade: il Tour de France, ad esempio, pone al centro il racconto primario. Al Giro abbiamo tanti atleti esordienti, tanti corridori da incontrare, voci mai sentite da ascoltare per la prima volta, con cui familiarizzare. Non solo le voci degli atleti, quelle dei tifosi, di chi lavora in un museo, di chi vi capita per caso. Ogni storia ha una voce, come ogni luogo: Gironimo vuole provare a dare spazio alla voce delle storie». Allora, anche se il Giro d’Italia è alla sua edizione numero 107, la noia non fa parte del viaggio, non è un rischio che si corre, perché si incontrano luoghi mai visti, le sedi di partenza e di arrivo cambiano, lo spirito della scoperta turistica si mantiene sempre vivo e, anche qualora si torni in città già visitate, è maggio ad essere l’incognita: la natura che rinasce, il clima ed il cielo a fare scherzi, a sorprendere. «Pensiamo al Giro come ad un romanzo: la quarta di copertina può già svelare una qualche anteprima, ma il libro va letto, altrimenti non si saprà davvero mai come si risolve il mistero. Quest’anno abbiamo un favorito d’obbligo, inutile negarlo: è Tadej Pogačar. Potrebbe essere un Giro senza storia? Certo ed in quel caso saranno ancor di più le storie. L’analisi tattica o tecnica non sono mai state al centro del podcast, pur essendo importanti perché raccontiamo un evento sportivo, se il dominio dello sloveno dovesse ridurre ancora il tempo per questo tipo di analisi, quei minuti saranno destinati a nuove storie e nuovi incontri. La noia non si annida qui, semmai può annidarsi nella routine, negli spostamenti, nelle code. A noi non è successo, perché il mondo del Giro assorbe completamente e la bellezza fa persino dimenticare di essere stanchi».
Michele Pelacci ascolta attento la riflessione di Piccione, poi interviene: «Sono d’accordo. Tuttavia introduco una differenziazione: se il dominio di Pogačar dovesse limitarsi alle tappe finali, anche uno stradominio, non vedrei grandi problemi. Se, però, dovesse “ammazzare” la gara già ad Oropa, avrei qualche dubbio in più. Penso che una gara “spenta”, in qualche modo, rovini la storyline, pur centrale. Perché tutti ricordano il Giro dell’anno scorso? Per un finale drammatico, non per il podio o per una posizione di rincalzo, ma per la vittoria. Il Giro del 2022, ad esempio, è ricordato molto meno: l’esempio è quello del ragazzo invitato al ballo, che, però, resta in un angolo, nascosto. L’anno scorso il volto della corsa è cambiato presto: Ganna ed Evenepoel con il Covid, Tao Geoghegan Hart ritirato per una caduta. La trama non può non risentirne».
Spiega Pelacci che, per lui che ha scoperto il ciclismo nel 2019, essere sulla strada ha significato comprendere realmente cosa sia il ciclismo: «Uno sport senza senso per la fatica che ha dietro, per i sacrifici che lo compongono. Vivere il Giro d’Italia dal vivo permette di meglio ponderare i giudizi e di evitare quelli inutili». Già, ma come si racconta Tadej Pogačar? La domanda sembra inevitabile visto che a parere unanime sarà il protagonista. Leonardo Piccione confessa di non averlo mai incontrato dal vivo e questo sarà un punto non poco importante nell’evoluzione del podcast: «Potrò parlargli per la prima volta, anche solo attraverso una domanda in conferenza stampa, se vincerà una tappa od indosserà la maglia rosa. Il racconto sarà legato all’evoluzione della nostra conoscenza del campione, un’angolazione differente, una sfida diversa rispetto a quella di Giri con pronostici serrati». Il tono dovrà restare leggero, senza però scadere nel linguaggio o nelle idee.
L’abbiamo nominata prima ed è, senza dubbio, la novità più importante di questa seconda edizione: Marta Bacigalupo, nuova voce del racconto, a cui, tra le altre cose, sarà affidato proprio il compito di scovare nuove curiosità su Pogačar. L’idea della sua partecipazione nasce, in qualche modo, dopo un incontro a Gattorna, durante l’undicesima tappa dello scorso anno: «Marta è entusiasta, allegra. In più, ha uno sguardo maggiormente da tifosa- spiega Pelacci- e non credo nemmeno desideri lavorare nel mondo del ciclismo: questa leggerezza porta una prospettiva che arricchirà le nostre chiacchierate. In più- Michele si lascia andare ad una risata- anche Marta guiderà Nerone e si dividerà con me i tanti chilometri giornalieri».
Sì, Marta sarà la prima voce femminile nel nostro podcast, aspetto importante, assieme alla freschezza che saprà portare, ed è proprio parlando di lei che iniziamo a svelarvi qualche pillola: il suo interesse per il mondo dei tarocchi farà sì che il Giro di Gironimo verrà anche interpretato attraverso le carte. Intanto, a proposito di interpretazioni, un pronostico sul podio di questo Giro 2024 l’abbiamo già chiesto ai nostri inviati: Pogačar, Thomas, Bardet, il tris di Piccione, Pogačar, Daniel Martinez, Valentin Paret-Peintre, quello di Pelacci. Ma non ci siamo fermati qui, Piccione e Pelacci si sono anche sbilanciati su altri aspetti: la tappa “sorpresa”, quella che, pur non indicata dai più come decisiva, potrebbe incidere sulla gara: Piccione segnala quella degli sterrati di Rapolano Terme, «potrebbe non accadere nulla, come potrebbe essere addirittura più incisiva di quella di Prati di Tivo. Ricordiamo tutti Pogačar alla Strade Bianche», Pelacci, invece, indica la prima perché «l’ho pedalata ed il finale di San Vito non è per nulla semplice».

Leonardo Piccione introduce il tema legato agli italiani in corsa: Pellizzari, Piganzoli e Tiberi, i più attesi. Si aspetta Andrea Vendrame vincitore di “almeno una tappa” ed è curioso di conoscere Andrea Pietrobon, da quanto sappiamo appassionato di musica e musicista che si diletta con chitarra e pianoforte. Michele Pelacci si sbilancia in un pronostico: «Secondo me, possiamo vincere almeno sei o sette tappe. Gli atleti italiani sono in varie squadre, questo è il bello. Personalmente farei attenzione a parlare di ciclismo italiano in crisi, perché il ciclismo non è solo il ciclismo su strada e bisogna considerarlo a tutto tondo. Credo sia necessario mantenere, però, un profilo basso e continuare a lavorare». Due domande le ha già preparate: a Giulio Pellizzari, che condivide con lui la fede milanista, vorrebbe domandare una sua idea rispetto ad un cambio di allenatore del Milan: «Io sì, ed il più presto possibile». Da Zambanini, invece, vorrebbe sapere se ha mai lavorato nell’agriturismo di famiglia. E se invece parlassimo di nome a sorpresa? C’è accordo: Florian Lipowitz, più per le tappe, secondo Leonardo Piccione, in particolare, per le prime frazioni, che per la classifica.
Michele Pelacci ci confessa qualcosa che ancora non conoscevamo: «Ma tu sapevi che ho altri due nomi? In realtà, sono Michele Florindo Callisto Pelacci. Di Lipowitz mi piace anche il nome particolare: Florian e Florindo hanno qualche assonanza». Vorrebbe mantenere l’incognita, ma la nostra domanda lo fa cadere in tentazione: «Michele, sveliamo ai nostri lettori gli altri tuoi nominativi?». Qualche secondo e: «Ma sì, scrivi tutto, scrivi tutto».

Si torna seri. Non mancherà l’improvvisazione, «qualcosa che noi italiani sappiamo fare, nel bene e nel male», ma allo stesso tempo lo studio e le scalette saranno preparate con cura e precisione, «una curatela che vorremmo non arrivasse all’ascoltatore sottoforma di “peso”, ma di qualità del prodotto». Anche per i luoghi, prosegue Piccione, vale un poco quello che vale per la conoscenza delle persone, che si arricchisce tassello dopo tassello: «Consideriamo Napoli, dove il Giro fa ritorno: la prima volta, con il sole e la festa, ricordo una sorta di stordimento, di sbalordimento. L’anno scorso abbiamo pensato ad un altro racconto, quest’anno parleremo di geologia, di quello che accade sotto quella terra e quel mare, dell’attività tellurica costante, della scienza». Anche per Leonardo Piccione il Giro d’Italia è un ritorno a casa dall’Islanda, dove trascorre molto del proprio tempo, proprio quando là il clima inizia ad addolcirsi e le ore di luce si ampliano, mentre il sole non tramonta. I suoi amici islandesi gli chiedono se sia matto ad andarsene proprio adesso, lui risponde solamente: «C’è il Giro». La curiosità, da parte sua, è per Prati di Tivo, un lato del Gran Sasso che non ha mai visitato, ma che molti gli dicono assomigli all’Islanda, nei colori e nelle sfumature. Chissà. La stessa curiosità Michele Pelacci la nutre per Livigno, dove il Giro trascorrerà il giorno di riposo, e per il Monte Grappa ed il suo santuario: «Avrò la bicicletta con me, al mattino qualche sgambatina la farò, perchè è bello pedalare al Giro. Ovviamente pedalo volentieri con i nostri lettori, però mettiamo le cose in chiaro: chi vuole pedalare con Pelacci deve svegliarsi presto. Non ci sono sabati e domeniche che tengano. Massimo alle sette e mezza».
Proprio Michele Pelacci, in queste tre settimane, proverà ad imparare qualche parola di giapponese legata al ciclismo, con il supporto di Shimano: «Non riuscivo nemmeno ad imparare il francese al Tour de France Femmes, non so come finirà con il giapponese, in ogni caso, sarò studioso». Mentre Domenico Pozzovivo narrerà il percorso delle tappe: «Si tratta- spiega Piccione- di un qualcosa in divenire, ma Pozzovivo conosce veramente quasi ogni strada d’Italia, ogni curiosità, ogni museo. Sarà un racconto differente dalla classica ricognizione». Il Museo della Magia ed il Museo del Calcio Balilla sono già sul taccuino. Chissà, tra le altre cose, che anche Lisa Vittozzi, la campionessa di Biathlon, non faccia un’incursione nel viaggio.
«Abbiamo parlato delle cose che cambiano e di quelle che restano uguali- prosegue Piccione- bene, l’accoglienza del Giro nelle città non è mai cambiata. Dalla televisione non si colgono molti aspetti, ma basta osservare il volto sorpreso di adulti e bambini, quando il plotone giunge anche in un piccolo paese, in un borgo, per non avere dubbi. Basta leggere i cartelloni e gli striscioni che vengono preparati per comprenderlo. Non sempre queste persone aspettano qualche atleta in particolare, spesso attendono solo il Giro». Michele Pelacci è impaziente, scalpita: «Del Giro si inizia a parlare molto presto e sembra lontano, molto lontano, in realtà si avvicina in un attimo. Allora i pronostici, le tattiche, le squadre, i favoriti, le possibilità. Ora basta, bisogna partire perché il Giro inizia davvero». Così sono partiti e stasera inizia anche Gironimo.
—