Pochi giri di parole: intervista ad Alessandro De Marchi

“Senza troppi giri di parole” potrebbe essere uno dei concetti che semplifica al meglio la chiacchierata con Alessandro De Marchi, friulano di Buja, provincia di Udine.

Senza troppi giri di parole potrebbe essere un marchio di fabbrica tipico delle sue zone e alla domanda «cosa c’è di friulano nel tuo modo di correre?» De Marchi è per l’appunto conciso, diretto: «La concretezza, il fatto di non voler mai essere troppo al centro dell’attenzione; il darsi da fare, il rimboccarsi le maniche, perché poi alla fine è questo quello che paga».

Senza fronzoli, e da subito lo mette in chiaro: «non è stata una stagione serena, felice; da salvare piccole cose, ma buone, come il fatto di aver corso un altro Giro, un’altra Vuelta, come il fatto che l’impegno mentale nelle difficoltà mi ha portato a imparare nuove lezioni che mi porterò dietro nel 2023. Ma a livello di risultati…»

Spiega, De Marchi, nel 2022 in maglia Israel PremierTech, come ormai si sia arrivati a «Un ciclismo che non ti aspetta più» e dove lui, 36 anni compiuti a maggio e dodici stagioni da professionista, si è trovato a inseguire. «Oggi devi essere perfetto, sempre competitivo: difficile pensare di andare alle corse e allenarti, pensando di sistemare qualcosa. Io ho avuto una primavera funestata da malanni - il Covid, la bronchite, problemi di stomaco - arrivati sempre nei momenti sbagliati, ovvero quando dovevo correre, e al Giro mi sono presentato in condizioni che definirei pessime, sempre con l’idea che correndo sarei migliorato, ma nel ciclismo di oggi non funziona più così. Non c’è spazio per recuperare correndo o per inseguire la condizione in gara».

Un ciclismo più intenso, più veloce, lo definisce, dove non c’è quasi più modo per costruire una carriera a piccoli passi e in modo graduale, dove i giovani che si affacciano oggi sono costretti a bruciare le tappe perché qualcun altro lo ha fatto prima di loro. «E questo impone ritmi molto più accelerati rispetto a qualche anno fa» aggiunge al suo pensiero.

Ritmi alti nel cercare di realizzare una carriera, ritmi diversi nel preparare una stagione: «Chi come me appartiene a un paio di generazioni fa è costretto ad adattarsi, a cambiare approccio nel modo di lavorare. Fare una mezza stagione brutta come l'ho fatta io diventa un macigno, ti taglia le gambe. In corsa c'è una marea di gente che andando forte ti fa finire in fondo al gruppo. Non puoi più permetterti errori madornali, perché poi non hai più molte possibilità di recuperare e di fare risultato». Da questo punto di vista, dice, uno degli errori è stato quello di aver corso troppe gare nel 2022: «Con il senno di poi dico che avrei potuto correre di meno, dedicando più tempo all’allenamento: lo scorso anno ho fatto un’ottantina di corse, forse un numero eccessivo».

Parlando dei cambiamenti in atto non si può non toccare gli argomenti che riguardano il diverso sforzo richiesto da tappe più brevi che si corrono a tutta dall’inizio alla fine, vedi un percorso del Tour che qualcuno, invece che “de France”, lo ha definito ironicamente “de l’Avenir”, e una diversa preparazione: «Sta diventando uno sport di velocità, di potenza, mentre prima ero uno sport di resistenza. Quindi tutto va gestito secondo questo approccio».

Racconta, De Marchi, l’importanza del ruolo di Raimondo Scimone, il suo procuratore, nel trovare un contratto per i prossimi anni, a fine stagione: «Nel momento di massima difficoltà, lui ha tenuto sempre la barra dritta. A un certo punto mi sono trovato in una situazione complicata riguardo al futuro: non è che mi sono svegliato un giorno e ho detto basta, semplicemente non arrivavano offerte concrete. Poi grazie a Scimone abbiamo trovato una sistemazione».

Nel 2023 De Marchi correrà, infatti, con il Team Bike Exchange, una squadra che ha cambiato molti corridori e si affaccia ambiziosa alla prossima stagione: «Dove ritroverò Pinotti (tecnico della squadra australiana, dove si occupa delle cronometro, la sua specialità prediletta quando correva NdA) con il quale sono stato prima in BMC e poi in CCC. Una squadra organizzata e con una storia importante alle spalle e che da subito mi ha fatto una proposta stimolante: andare al Giro a fare da chioccia a un gruppo di giovani».

Al Giro dove ci saranno tre crono, una che si correrà proprio in Friuli, al Giro dove ci sarà probabilmente pure Evenepoel. «Ma la sua eventuale presenza non sarà un mio problema». conclude, abbandonando per un attimo il suo modo posato di esprimere i propri concetti e lasciandosi andare a una mezza risata.

Lo abbiamo detto: Alessandro De Marchi non usa troppi giri di parole e nel 2023 vorrà far girare principalmente le gambe.


Pazzi per Ben Turner

Non amo particolarmente fare classifiche, avere preferenze, o fare figli e figliastri (sarà vero?), ma se c’è un corridore che mi fa impazzire e per il quale tocca fare un’eccezione evidente, quel corridore è Ben Turner, e visto che l’opinione (e la passione smodata) è strettamente personale, ho deciso di rompere la regola - non scritta - della terza persona e di scrivere questo pezzo in prima.

Ho scelto una foto emblematica del corridore, poi chiederò a voi lettori un piccolo compito e infine mi farò raccontare da uno dei suoi direttori sportivi che stagione è stata quella di Ben Turner.

La scelta della foto è ricaduta su Turner in azione alla Freccia del Brabante 2022, davanti al gruppo a fare selezione, a scardinare il muro, a dare fastidio a tutti, contribuendo a portare via l’azione decisiva con dentro altri due suoi compagni, Pidcock, quel giorno arrancante e sofferente, più di quello che ci si poteva aspettare, e Sheffield, quel giorno alla fine vittorioso nonostante scaramucce finali con gli altri contendenti.

È una faccia vecchio stampo quella di Turner che, per certi versi, nella sua giovane età - è un classe ‘99 - sembra appartenere a un’altra epoca. Ha il viso scavato, gli occhi gonfi dalla fatica e in particolare quel giorno la pioggia e il vento rendono quello scatto una foto in bianco e nero trasformata in post produzione.

È un corridore per certi versi antico: esplode giovane, ma non giovanissimo volendolo paragonare ad esempio a chi, proprio come Sheffield, tre anni più piccolo di lui, quel giorno vinse la Freccia del Brabante.

Arriva dal ciclocross senza esserne stato però un predestinato come Pidcock, ma nella stagione appena terminata ha dimostrato a tutti cosa volesse significare la parola affidabilità.

Chiedevo un compito, eccolo: cercate il video di una qualsiasi corsa da febbraio ad aprile a cui ha partecipato Turner e guardate un po’ chi c’è in testa al gruppo, poi se spostate le immagini qualche chilometro più avanti, guardate un po’ chi sta facendo il ritmo. Sempre lui che pare un déjà-vu. E nelle fasi decisive della corsa? Sempre lui. È successo in alcune tappe della Vuelta Andalucia, alla Dwars door Vlaanderen, 8° posto finale, alla Freccia del Brabante, 4°, alla Paris Roubaix, 11°. Corse differenti l’una dall’altra per percorsi, importanza, clima, avversari. Il denominatore comune è sempre quello che poi sta al centro del discorso: Ben Turner davanti a tirare per i compagni e poi di nuovo davanti nelle fasi decisive della corsa.

Ho chiesto a uno dei suoi diesse, Matteo Tosatto, che tipo di corridore abbiamo di fronte. «In poche parole un corridore forte, ma forte davvero. Io ho avuto modo di stringere il rapporto con lui alla Vuelta e mi ha impressionato per le doti di recupero: passata la prima settimana stava bene, la seconda era ok, nella terza è stato impressionante. In salita con i migliori quaranta, cinquanta corridori, di fianco a Rodriguez e Carapaz».

Per un corridore che ha mostrato qualità al Nord, un bel modo di presentarsi alla sua prima grande corsa a tappe, al suo primo anno da professionista. «È questo che a noi piace di lui: è un neoprofessionista eppure sembra correre da quattro, cinque anni in gruppo. Non è facile trovare giovani così: ha visione della corsa da veterano, fa pochi errori, si muove bene nei momenti critici, ha una forza fisica incredibile, non ha paura del freddo e del vento e nemmeno di stare in testa al gruppo sin dai primi chilometri. Va forte sul pavé, sui muri e ha pure spunto veloce: per me appena acquisirà un po’ più di malizia potrà dire la sua e vincere le volate con 20/25 corridori».

Insomma il corridore perfetto, o quasi. «Un difetto, se così si può definire, è che è troppo altruista. Quest’anno per lui era tutto nuovo, l’anno prossimo dovrà intanto riconfermarsi e poi cercare un risultato personale, col tempo ce la farà».

Mi chiedevo se in futuro potremmo vedere in lui un grande gregario in stile Luke Rowe o un corridore sempre a disposizione, ma libero di scegliersi anche grandi traguardi personali, à la van Baarle, e su questo Tosatto è laconico. «Gli stiamo ritagliando un ruolo alla Rowe, un grande regista in corsa, appoggio fondamentale per i nostri capitani, ma come ho detto avrà licenza di togliersi soddisfazioni personali, ne guadagnerebbe lui, ma anche noi come squadra».

C’è un termine molto in voga di questi tempi, poco giornalistico, ma molto diretto, di pancia, che sembra quasi una goffaggine leggendolo, e che sta a indicare uno stato d’animo che si ha quando si vede qualcuno o qualcosa - un corridore in questo caso - che piace, che piace molto.
“Gasa” si dice. Sì, "Ben Turner gasa", parecchio.


Senza Nairo?

E pensare che oggi, 15 novembre, ci ritroviamo con Nairo Quintana a piedi: lo scalatore colombiano non ha ancora una squadra per il 2023.
Su quella bicicletta ci andrà comunque, su questo non c’è dubbio: lo fa da quando a 14 anni salì sulla sua prima mountain bike. «Più simile alla sua mano destra che a un mezzo di trasporto» la definiva suo padre, come raccontato nel libro “Colombia es Pasión" di Matt Rendell.
Quintana grazie anche a quella bici smise di perdere il bus che lo portava a scuola, e continuò ad andare in bici nonostante spesso si rivelasse un mezzo brutto, sporco e cattivo, così brutto, sporco e cattivo che a volte gli capitava di arrivare a lezione dopo essere caduto oppure completamente infangato per via della pioggia; un mezzo infame, perché la fatica ti unge di quelle sensazioni che sembrano non andare mai via e ti strappa i polpacci e te li ridà tutti malconci, ti inacidisce gli occhi di quel sudore, amaro e pungente, che quasi non ti fa più vedere.
Classe 1990, Nairo Quintana, quella classe che ha dato tanto al ciclismo, ma non quanto si credeva; quella classe che rende poetico il racconto fino a sfiorare la retorica. C’è Peter Sagan baciato dal talento più puro, dall’esplosività che ha fatto sognare e ha trascinato, che non ci sembra vero di aver visto il suo declino perché lui era uno di quelli che ti dava l’idea di essere baciato dagli Dei della bicicletta, uno di quelli che ti faceva pensare il declino non lo avrebbe mai incrociato e che avrebbe lasciato da vincente, sempre sorridente e con la battuta pronta. Invece nella sua discesa nulla di più umano.
Ci sono Bardet e Pinot appartenenti a quella classe, stereotipi francesi. Forti in salita, dominanti mai, quasi bellini ma perdenti. Interessanti, affascinanti, intellettuali, poetici, romanzati e romanzabili. E poi c’è Aru tra i ‘90 e quella parabola da sgraziato sul sellino diventata meno triste quando ha deciso di smettere col ciclismo; oppure Chaves e i suoi infortuni, Dennis e i suoi colpi di testa in bici e fuori, un po’ come quelli di Bouhanni che faceva a cazzotti in palestra e in volata e che una volta quando decise di comprarsi un orologio di lusso fu cacciato dal proprietario della gioielleria e si mise a urlare “Lei non sa chi sono io! dannazione!”. Oppure Dumoulin con il suo tira e molla che lo ha portato a smettere e riprendere, e poi a smettere definitivamente staccandosi da un mondo, quello del ciclismo, che rischia di essere un tritacarne di pressioni e di emozioni.
E quindi ci ritroviamo oggi, 15 novembre, senza Nairo Quintana in gruppo, paradossalmente uno dei più vincenti rappresentanti di quella classe ‘90, il più vincente tra gli scalatori, un mestiere che di certo non ti fa collezionare vittorie su vittorie, almeno non quanto i velocisti, i puncheur, i finisseur o compagnia che si trova a suo agio con lo spunto veloce. Nairo, grimpeur, restando in tema suffisso -eur, lo spunto lo ha sempre cercato in salita, e non sarà in gruppo (al momento, ma diffidiamo e speriamo) perché ha pesato la positività al tramadolo riscontrata al Tour (e che gli ha tolto un pesantissimo 6° posto finale) e così l’Arkea ha stracciato il contratto.
Nairo non sarà in gruppo, ma ancora in bici quello sicuramente. Lo sarà fra pochi giorni al via della sua pedalata, la “Gran Fondo Nairo Quintana”, sarà a Bogotà dove aprirà un negozio in franchising, si occuperà di alcuni investimenti immobiliari. E va bene il suo futuro ma qualcuno pensi al nostro: non siamo pronti a immaginarci un ciclismo senza Nairo con quel nome che, come racconta sua madre: «Glielo abbiamo dato per via di un grande sportivo colombiano». Anche se, scrive Señal Colombia, “Di questo famoso sportivo di nome Nairo non abbiamo trovato traccia”.
Il fascino di Nairo Quintana, detto Nairoman, inizia dalle origini e passa da quella sua bocca semi aperta, lo sguardo fisso, le tante vittorie in montagna e quelle che potevano essere e non sono state soprattutto al Tour, ma non importa perché c’è stato un tempo nemmeno troppo lontano nel quale un intero popolo si accendeva nel vederlo accelerare in salita e pure noi con loro. Un 2023 senza Nairo? Nemmeno per idea, dai.


Come in una fornace

Di Transaphar Tel Aviv-Il Cairo 2022 vi avevamo già parlato, questa estate, prima che questa storia partisse, ancora meglio, prima che i suoi protagonisti, Niccolò, Giovanni e Lorenzo, partissero per un viaggio di 1000 chilometri e 10000 metri di dislivello fra queste due città. Le storie, però, si raccontano almeno due volte: quando si progettano e quando si vivono. Così il filo del viaggio di questi tre ragazzi lo abbiamo ripreso questo autunno, proprio da dove lo avevamo lasciato. Da quel ponte per arrivare in Giordania per cui i tre non avevano il visto necessario e dal timore che in bicicletta a Il Cairo avrebbero potuto non arrivare mai. Le altre strade erano più lunghe, troppo lunghe, rispettivamente cento e quattrocento chilometri in più.
«Abbiamo provato- spiega Niccolò- ci siamo avvicinati a quei militari e, sotto a quel sole, a più di quaranta gradi, abbiamo iniziato a spiegare quel che avremmo voluto. Ci avevano detto tutti che sarebbe stato impossibile, forse non avremmo dovuto crederci più, invece...». C'è qualche istante di silenzio, poi la voce torna: «Hanno guardato le biciclette, hanno controllato tutto, ci hanno fatto firmare molti fogli, ma, alla fine, ci hanno fatto passare. Hanno compreso, hanno capito e di tutto il viaggio questa comprensione è forse una delle cose più belle». Una parola nuova arriva proprio a questo punto della conversazione: audacia. La convinzione di questi tre viaggiatori parte da quel detto "la fortuna aiuta gli audaci".

«Si pone sempre l'accento sulla fortuna, noi crediamo che forse l'accento vada posto sull'audacia. A patto di essere coraggiosi si può anche essere fortunati, qualcosa di buono può capitare, ma, senza coraggio, non c'è fortuna». Loro, per quella fortuna, hanno viaggiato in piena notte, per sfuggire al caldo, e si sono fatti forza anche di fronte alle parole più brutte.
Prima di una salita, a tarda notte, in un'aria di servizio, Lorenzo si ferma a parlare con il benzinaio: un signore di mezza età che proprio non vuole credere al loro viaggio, che lo ritiene impossibile, che ritiene assurdo scalare quella salita in piena notte: «Voi non sapete cosa c'è fra quelle strade: è una fornace per cani randagi». Il traduttore del telefono restituisce queste parole, ma Lorenzo, Giovanni e Niccolò non vogliono crederci, credono si tratti di un errore. Di lì a poco tutto sarà chiaro.
«Era davvero una fornace- chiosa Giovanni- e in cima c'erano davvero cani, tanti cani randagi. Siamo riusciti a passare grazie alle luci di un'auto che ha illuminato il percorso, Niccolò ha forato all'inizio della discesa. La paura è rimasta con noi per molto tempo quel giorno». Insieme alla paura, però, anche la gentilezza: quella delle persone per strada, delle famiglie che applaudivano al loro passaggio, quasi li conoscessero, certamente incuriosite dalle biciclette. Lorenzo racconta così: «Le poche biciclette che abbiamo visto erano quelle dei bambini, un gioco per loro che cercavano di batterci il cinque, di festeggiarci».
La gentilezza, sempre importante, quando è incontrata per strada vale di più, cambia le cose perché, in strada, siamo tutti soli, almeno in un certo senso: «Quando su una salita, a quaranta gradi, finisce l'acqua, si spegne la luce, anche se non hai sete, anche se non ci stavi pensando. Da quel momento ci penserai ogni minuto. Anche lì la gentilezza ha cambiato le cose: un camionista si è fermato, ci ha lasciato tre litri d'acqua, ci ha permesso di proseguire».

In fondo, spesso basta un gesto, un segnale. Niccolò, Lorenzo e Giovanni erano nei pressi del Mar Morto quando l'imprevedibile si è ripresentato: tre forature in un tratto sterrato e la strada che corre veloce lontano da locali, supermercati e hotel. Chilometri e chilometri senza nulla, la stanchezza, ad un certo punto la fame. Solo una base militare, solo quella. «Mi sono avvicinato a quei militari e ho fatto il classico gesto di chi ha fame, portando la mano alla bocca. Dal volerci mandare via, ci hanno aperto le porte dei locali in cui sostavano tutti i militari e hanno iniziato a mettere di tutto su un tavolo: tonno, pizza, pomodori, bevande. Alla fine ci si capisce, alla fine basta un gesto». Qualcuno tra quei militari ha anche voluto provare le loro biciclette.
Ancora chilometri, ancora pedalate, ancora acqua e cibo, ancora stanchezza, sudore, notti sempre più brevi e giorni sempre più lunghi, anche se fuori è buio, poi Il Cairo. «Si sente, si sa che è là in fondo, ma non ci si crede mai davvero. Almeno fino a quando si intravedono le piramidi. Non è una novità che in Egitto ci siano le piramidi, ma vederle quando arrivi da quattordici giorni di viaggio in bici fa la differenza. Si tratta di una botta di felicità». Simile alle matite portate nelle borse e donate ai bambini ad Amman o a tutte le volte in cui,. durante il viaggio, le luci delle moschee li hanno sorpresi nella notte. Simile a tanti altri piccoli momenti, semplici.
Nel negozio di un distinto signore egiziano, i tre ragazzi comprano tre pettini, un ricordo, un souvenir, in realtà l'unica possibilità perché si vendono solo pettini. Li porteranno a casa, saranno un simbolo, di quel viaggio e di ciò che accade sulle strade che meno si conoscono quando si parte e si ha un pizzico di coraggio in più.
Questo viaggio lo racconteranno ancora, molte volte, ed è giusto così. Perché le storie si raccontano sempre almeno due volte, ma in realtà molte di più.


La strada non finisce qui

Emanuele Mei è un collega, un giornalista. Uno di quei giornalisti che sono stati in Ucraina a raccontare la guerra e poi ai confini, ai valichi, mentre le persone cercavano di fuggire, di scappare. Non era la prima volta, Emanuele è stato anche in Bosnia e in quei luoghi, quelli tormentati dalla guerra, ha fatto proprio, ancora di più, ancora meglio, il significato del termine conoscere: «Conoscere una persona- ci dice- non significa solo incontrarla. Incontrare qualcuno è importante, conoscere è altro. Significa accettare di condividere una parte di realtà con chi incontri, per quanto sia difficile, per quanto sia una realtà che non ci piace». Quella realtà, talvolta, è tale da togliere i colori, da lasciare tutto indistinto, tutto uguale.

«Se sono partito in bicicletta verso Capo Nord è stato anche perché ho iniziato a vedere tutto in bianco e nero. Anzi, mi correggo, magari fosse stato bianco e nero, ci sarebbe stata una cesura, un taglio, una differenza. Era tutto grigio, tutto uguale e grigio. Quando vivi certe esperienze accade». Per riappropriarsi di quei colori ha scelto Capo Nord perché è l'immagine di ciò che va oltre il limite, oltre quel limite che, in un viaggio, cambia di volta in volta, che si sposta, si allontana o si avvicina a seconda di dove sei, di come stai, di cosa pensi e cosa sogni. Capo Nord resta, per dirla con le parole di Emanuele Mei, «lontano, un luogo che richiede uno sforzo importante , fisico e mentale», un luogo che, una volta raggiunto, in un viaggio così, non può che cambiare qualcosa in te.
Per ritrovare quei colori ha scelto le strade meno conosciute, spesso off road, la stagione sbagliata, è partito il primo agosto ed è arrivato ieri, il 5 novembre, dopo 64 tappe e 5800 chilometri. Ha scelto la bicicletta: «La amo, la amo profondamente. A volte la butterei via, in un burrone, da qualche parte pur di non vederla. E lì so che la amo. Perché quando ami forte, odi anche un poco. Un filo sottile, sottilissimo». Ha scelto tutto questo, si è preparato e poi è partito, dalla Liguria.

La bicicletta è stato un mezzo, lo dice ora, sdraiato su un letto, dopo tempo, dopo che ieri all'arrivo ha montato una tenda in mezzo a una bufera di vento, dopo aver visto quel globo che, solo cinquecento metri prima, sembra non esistere, non esserci, coperto, nascosto. «Quella tenda l'ho montata anche in Svezia, l'ho montata in luoghi in cui avevo visto tracce di lupi, impronte di orsi. L'ho montata in giorni di pioggia che si susseguivano senza fine, anche quando mi chiedevo solo: "Ora come faccio? Come si va avanti? Se non arrivassi?". Sono arrivato e di questo viaggio, all'esterno, non resterà nulla o quasi, ma dentro di me niente è come prima. A me interessa questo».
Si parla di tutte le volte in cui, da solo, ha parlato con quella bicicletta, le ha detto di tutto e di più e non gli interessavano risposte, gli interessava poter raccontare, chiedere, interrogarsi. Talvolta dire quanto era bello pedalare, in Germania, ad esempio, che “sembra Fantasilandia”, talvolta dire quanto era difficile. Anche in Lapponia, anche con la brina e il ghiaccio in ogni dove, anche sul manubrio, sulla sella. «La Scandinavia, su una carta geografica, sembra piccola, un puntino, un pezzetto, a nord: in realtà non finisce mai. Forse non ho avuto paura, non direi così, credo che la paura sia riservata ad altre cose, più grandi, ma dubbi ne ho avuti, domande anche, e con tutto questo ho individuato un altro limite da superare, dentro di me, non geografico, ma interiore».
Proprio perché i limiti si spostano e cambiano di volta in volta, dopo aver visto Capo Nord, dopo essere arrivato così lontano, la domanda gli è venuta spontanea: «E adesso?». Beh, Emanuele Mei ha riflettuto e in questi giorni continuerà a pensare, come ha fatto in viaggio, tutte le volte in cui si è fermato per scrivere, per esteriorizzare qualcosa che aveva interiorizzato, e di risposte, probabilmente, ne troverà ancora molte, diverse. A noi piace lasciarvi con la sua prima risposta, quella che si è dato sotto quel vento che ieri scuoteva tutto: «La strada non finisce qui. La strada non finisce a Capo Nord».


La Ciclovia Parchi di Sicilia nel racconto di Giovanni Visconti

I colori sono, in fondo, tutto ciò che serve per descrivere la Ciclovia Parchi di Sicilia. Il nero della terra, della sabbia, nei pressi dell'Etna, il bianco dell'Alcantara, con l'estate che è rimasta e l'erba che ingiallisce, il verde dei Nebrodi, con lo sterrato marrone e le pietre, e il colore tipico dello sterrato toscano delle Madonie da dove si intravede il mare. Ne parla così Giovanni Visconti che, assieme a Filippo Fiorelli e Paolo Alberati, ha percorso quei trecentocinquanta chilometri in quattro tappe, a fine ottobre e, oggi, ritornerebbe lì, in quella Sicilia che sente sua. «Quando ti dico che la Sicilia è stata il mio sacrificio intendo questo. Non l'ho mai conosciuta come avrei dovuto, voluto. Da ragazzo, forse, non vi ho trovato ciò che mi sarebbe servito per diventare ciclista, è stato tutto più difficile, mi è servito molto più impegno per farcela. Però, oggi, lo so: posso dire che se sono diventato ciclista è anche grazie a questa terra. Alla voglia di farcela che mi ha trasmesso». Ci pensava mentre pedalava a Piano Battaglia, pensava a tutte le volte che da ragazzino aveva percorso quella strada per allenarsi, insieme a suo padre, e a come la ricordava, o meglio, a come non la ricordava perché di quella strada era rimasta solo la fatica, il brutto tempo, il freddo, invece questa volta ha visto di più, ha visto quello che è realmente quel paese.

«Siamo partiti da Giardini Naxos e avevamo uno zaino per uno, niente più. Negli alberghi ci guardavano in modo strano, quasi fosse impossibile viaggiare così. Eppure ci è bastato quel poco. Per una vacanza con amici basti tu stesso, la mente sgombra da pensieri e l'idea di divertirsi. Per una vacanza fra amici basta l'idea di uscire dagli schemi. Schemi che la società mostra e noi ci imponiamo». Uscire dagli schemi anche durante un viaggio, ovvero non avere fretta di arrivare, di visitare, di vedere, di guardare o, più semplicemente, di viaggiare. «Significa fermarsi a pranzo e gustarsi il cibo, i sapori, i profumi, significa guardarsi attorno e non temere di allungare la strada per visitare un paese che appare in lontananza. Noi lo abbiamo fatto con Geraci e Gangi e per me sono state scoperte. Significa abbandonare per un poco tutti i programmi che facciamo e che ci condizionano la quotidianità. Significa che è possibile arrivare in albergo col buio, facendo attenzione, certo, ma si può cenare tardi e non cambia nulla. Anche il buio può essere un momento bellissimo in gravel. La domanda deve essere: mi sono goduto il viaggio? Se la risposta è sì, il resto conta poco».
Godersi il viaggio vuol anche dire guardare fuori dalle finestre dei luoghi in cui si è e notare ciò che si può osservare, abitudine che si è persa, ma le finestre sono fatte per guardare fuori: quel treno ad un unico vagone e quella ferrovia non lontano dall'Etna. «Lungo la Ciclovia Parchi di Sicilia, in bicicletta, ho parlato spesso con Filippo Fiorelli di questa terra. Lui c'è cresciuto, lui la conosce bene. Mi ha parlato di luoghi che poi abbiamo incontrato e di quel carretto siciliano che si sta facendo costruire, qualcosa di personale. Ecco quel carretto parlerà della sua Sicilia, credo sia una bella usanza. Ogni carretto racconta un pezzetto di Sicilia e basta pensare al giallo e all'arancione per immaginare parti di quest'isola».

In bicicletta Giovanni Visconti ha scoperto che vicino all'Etna, a 1200 metri, crescono funghi, anche bei porcini, una sua passione da sempre che, però, non pensava proprio di ritrovare qui. Qualcosa che ricorda questo autunno che tarda ad arrivare mentre attorno il colore dominante è ancora il verde che fa da contrasto allo sterrato.
«A Taormina mi sono dovuto fermare a fotografare i prodotti di un fruttivendolo. Erano perfetti in quella cornice, stavano bene, donavano alla cornice. Il gravel, vissuto così, permette di vedere anche questo: nei paesaggi più belli che ci troviamo di fronte ci sono sempre tanti particolari che non scorgiamo, perdendoci nel tutto. Una bicicletta, con la sua fatica e i suoi tempi, ti sfida a notare i particolari, anche quelli che nessuno considera».
Talvolta ci si ferma a parlare con chi si incontra o con i propri compagni di viaggio e si scopre che aprirsi fa meno paura. Si è meno riservati in sella, anche si tratta di parlare di un problema: «A me è successo con Paolo Alberati. Ho sempre provato un certo fastidio, un certo disagio, nel raccontare le mie cose, le mie riflessioni, con Paolo è diverso. Credo abbia a che fare anche con la bicicletta, con la sensazione di parlare liberamente che restituisce».
Resta ancora il pistacchio di Bronte, una sorta di sfondo di questo viaggio, la "manna", un dolce tipico, fatto a bastoncini, ma anche il gelato e i panettoni esposti per strada, perché chiunque possa assaggiarli. E con tutto quello che resta viene proprio da pensare che, prima o poi, bisogna tornare a pedalare in Sicilia. Visconti lo dice: «Amunì, chi sta aspittànnu?».


Le vie del ciclismo sono infinite

Parlavamo di scatti al Giro 2022 qualche giorno fa raccontando l'addio al ciclismo su strada di Diego Rosa.
Scatti intesi come immagini immortalate dall'occhio di una fotocamera. Sguardi intensi e attenti. Al Giro d'Italia il nostro fotografo inviato, Daniele Molineris, nel giorno della tappa con arrivo a Lavarone si era appostato sul Menador, salita mitica per chi gira in bici da quelle parti, salita caratterizzata da clamorose viste da lasciarti senza fiato.
Dopo un breve peregrinare che caratterizza il mestiere del fotografo, trovò quello che si rivelò essere il posto giusto dove attendere il passaggio dei vari gruppi: i fuggitivi alla spicciolata - c'era pure van der Poel all'attacco quel giorno, la tappa la vinse Buitrago più giovane colombiano di sempre a vincere una tappa al Giro - e il gruppo dei migliori di classifica. Poi si spostò di qualche tornante in attesa di quello che rimaneva del gruppo che componeva la carovana del Giro.
Quel giorno vinse Buitrago, è vero, ma i nostri occhi, e soprattutto quelli della fotocamera, furono riempiti da Dries De Bondt che si fece un pezzo di strada con un ananas e scrivemmo in quelle ore di come quella scena sarebbe rimasta tra i simboli del nostro Giro Alvento. Così è stato e così lo rimarchiamo qualche mese dopo.
Il giorno dopo quella scena, De Bondt, che non è solo un ragazzo disponibile ed estroverso quando c'è da stare con i tifosi, in prima linea quando c'è da aiutare la squadra, ma è anche un corridore di livello quando c'è da portare via la fuga, la fuga la porta via verso Treviso in una tappa che pareva fatta e finita per i velocisti. A Treviso vince De Bondt, mentre il gruppo dietro sbaglia i calcoli, battendo allo sprint Affini, Cort Nielsen e Gabburo.
Nella conferenza stampa al termine della tappa De Bondt farà in tempo a raccontare la sua rinascita che parte da qualche anno prima quando a causa di un incidente al Tour de Vendée del 2014 finì in coma per quasi due settimane. «Mi esplose una gomma in discesa e venni catapultato verso il muro di una casa». Riportò due fratture alla base del cranio, ma il casco gli salvò la vita, letteralmente, evitando conseguenze peggiori. «C'era un ematoma nel cervello e ai miei i medici dissero: ci sono tre possibilità, un pieno recupero che ci pare altamente improbabile, una vita con disabilità o uno stato vegetativo».
Un mese dopo l'incidente De Bondt tornò a casa con in testa oltre che le botte un solo pensiero: riprendere ad andare in bici. Otto anni dopo quell'incidente scala il Menador con un ananas in mano il giorno prima di vincere una tappa al Giro d'Italia. Le vie del ciclismo a volte sono sorprendentemente infinite.


Il suo mondo è nel ciclocross

La vittoria conquistata nella seconda gara del Grand Prix Dohnany in Slovacchia non ha certo l'importanza statistica di un successo in Coppa del Mondo, di una prova del Superprestige o dell'affermazione al Campionato Mondiale.
Ma il sapore che dà alzare le braccia al cielo, dopo essersi sbizzarrito in mezzo ai campi del Ciclocross, ha comunque un gusto particolare, Mondiale, Coppa del Mondo, Superprestige o Grand Prix Dohnany non fa differenza, e questo Zdeněk Štybar lo sa.
Pochi giorni fa, 16 ottobre 2022, Štybar ha disputato la sua seconda gara stagionale nel Ciclocross lui che di questa disciplina è stato Campione del Mondo, che si è preso a sportellate con alcuni dei migliori interpreti della storia: accadde per esempio quando, nel 2014, vinse la sua ultima gara prima del 16 ottobre 2022, e che gara! ai mondiali di Hoogerheide, Olanda. Vinse la maglia iridata battendo un certo Sven Nys al termine di una battaglia fino all'ultimo metro. Fu la terza volta dopo Tabor 2010 e Sankt-Wendel 2011.
Štybar, nato in Repubblica Ceca, il 16 ottobre 2022 le braccia le ha alzate al traguardo della seconda prova del Grand Prix Dohnany vincendo davanti a un ragazzo belga di diciassette anni più piccolo di lui e che lo aveva battuto poche ore prima; la squadra di Ward Huybs, questo il nome del giovane belga, successivamente alla vittoria del suo corridore aveva postato sui suoi profili social una foto che ritraeva Huybs da bambino proprio di fianco a Štybar.
Di Štybar su strada conosciamo il suo profilo da corse del Nord, una vita a inseguire quel successo mai arrivato tra Paris-Roubaix, soprattutto, o Giro delle Fiandre, una carriera nella squadra più forte per quel tipo di corse, la Quick Step, in tutte le sue declinazioni, nomi e maglie; una carriera che lo vedrà il prossimo anno portare il talento e tutta la sua esperienza (saranno 37 a dicembre) nel Team Bike Exchange.
Sono stati anni difficili per Štybar, gli ultimi, con un intervento di ablazione al cuore, una condizione inseguita, una perfezione mai più raggiunta, così come il successo che su strada manca da quasi 3 anni, in un gruppo che viaggia a ritmi a tratti insostenibile anche per chi ha fatto della cadenza e della tecnica imparate tra solchi nel fango, sabbia, brughiere, punti fondamentali delle sue caratteristiche.
Ha deciso a fine stagione di rientrare con più continuità nel ciclocross con l'obiettivo, chissà, magari di chiudere il cerchio proprio a Tabor, Repubblica Ceca, nel 2024, dove si sovlgerà il Mondiale di ciclocross.
Intanto, proprio a Tabor, nello scorso fine settimana, si è corsa la terza prova stagionale di Coppa del Mondo. Vinceva Iserbyt come gli riesce spesso e volentieri soprattutto a inizio stagione, mentre Štybar chiudeva al 17° posto.
La sua non è stata una presenza banale: «Il pubblico è stato meraviglioso. Mi sosteneva come fossi al primo posto o stessi vincendo il Mondiale. Mi manca qualcosa soprattutto a livello di tecnica, ma miglioro di gara in gara. Nel periodo natalizio voglio continuare a fare cross anche in vista della stagione su strada».
Štybar è arrivato al traguardo a braccia alzate, anche stavolta, ma per un 17° posto, in mezzo a due ali che lo spingevano a suon di urla e applausi. Il pubblico di Tabor sa che il mondo di Štybar, nonostante quell'inflessione da stradista, appartiene al fango e gli restituisce indietro la sua passione.


Il Festival del ciclismo lento

«Se mi guardo indietro, trovo i miei fallimenti. Fallisco spesso, come tanti, come i più. Ma, alla fine, con queste sconfitte cosa si può fare? Ho deciso di capovolgere la prospettiva e, con queste perdite, gioco, rido». Guido Foddis, giornalista, se ne intende di prospettive capovolte, pensate ad esempio al “Festival del ciclista lento”, da lui ideato, che si svolgerà, quest'anno, dal 28 al 30 ottobre a Ferrara. In una sua canzone, Foddis scrive: «Beati gli ultimi che la vita san goder». Questa è la filosofia del Festival: il primo, l'unico, non dedicato a chi va veloce, ai campioni e alle imprese nel senso classico del termine, ma alla lentezza.
«I più non riuscirebbero a fare le imprese dei ciclisti professionisti. In parte non ci riuscirebbero, in parte non ne sono nemmeno interessati. Però andare in bicicletta è anche per loro, per chi in bici va a prendere il pane e non è per nulla allenato. Negli anni quaranta, cinquanta, questa lentezza era riconosciuta con bonomia, alla lentezza si voleva anche bene. Serena Malabrocca me lo ha detto: “Mio nonno, andando piano, ha comprato casa”. E Malabrocca era un buon ciclista. Ma nella lentezza ha trovato la sua dimensione». Foddis ha letto e conosciuto Marco Pastonesi che, nel ciclismo, ha raccontato gli ultimi più dei primi, quasi fossero la sua squadra, il suo gruppo, e con Marco Pastonesi vive e racconta questa bellezza.

«Spesso la società ci porta a porre traguardi irraggiungibili o, anche se raggiungibili, fonte di poca soddisfazione perché poi non resta nulla. Forse non è davvero questo quello che si vuole. Ma ci si abitua, ci si adegua. L’ultimo, nel ciclismo fra amici, è colui che si sfila, che gode il paesaggio, che può assaggiare il cibo del luogo perché non ha fretta, è tranquillo, non deve rincorrere nessuno e, prima o poi, arriverà anche lui». Il “Festival del ciclista lento” capovolge le clsssifiche e i criteri: il primo è colui che va più lento, l’ultimo il più veloce. Ma andare lenti non è scontato, non è semplice. Bisogna allenarsi. Anche perché le prove sono molte: per esempio il record dell’ora al contrario. Chi farà meno chilometri, meno metri, in un’ora? L’anno scorso Davide Formolo e Maria Vittoria Sperotto hanno percorso 918 metri in sessanta minuti. Il dettaglio non da poco è che sulle bici utilizzate non ci sono freni.

«È difficile. Ognuno ha la sua tecnica. Sperotto riusciva ad andare pianissimo senza trucchi, Formolo frenava col collo del piede. Gilberto Simoni, per andare piano, “pinzava” la ruota con i guantini, fino a che i guanti non si sono consumati. C’è acido lattico anche nell’andare piano». La prima a stabilire questo record di lentezza è stata Serena Malabrocca. Memorabile è la volta in cui lo stabilì Bruno Zanoni, gregario di Baronchelli. «Quando seppe che Gibí aveva fatto questa prova, mi disse: “Un gregario non può essere più veloce del proprio capitano. Vengo anche io. Si allenó, riuscì a fare il record e fece talmente tanta fatica che finì in ospedale. Ma è ancora orgoglioso di quel giorno».
Si possono percorrere cinque chilometri in cinque ore e, per andare lentissimi, bisogna sforzarsi a tal punto che si arriva sempre in ritardo rispetto all’orario previsto, qualcuno perde il treno per tornare a casa, ma al “Festival del ciclista lento” bisogna metterlo in conto. «Di certo c’è che si divertono anche i campioni, anche se non riescono ad andare piano. Si divertono perché riscoprono il gioco, ridono di gusto, si sentono persone a tutto tondo, non solo atleti, non solo campioni».
E le biciclette migliori non sono quelle in carbonio ma quelle in acciaio, archeologia del ciclismo, prezioso perché figlio dei tempi, perché più pesante e quindi ideale per rallentare. «Giochiamo, giochiamo assieme e ridiamo di ciò che non siamo capaci di fare. Troviamo il sapore delle cose, di quelle che, a forza di correre, di voler essere primi e perfetti, abbiamo perso il ricordo”. Ferrara è lì per ritrovarlo quel gusto. Lentamente.


Buone corse Diego Rosa

Al Giro d'Italia 2022 ci aveva fatto emozionare. Lo abbiamo cercato spesso, con gli obiettivi delle fotocamere per immortalare un momento, con la nostra penna per raccontarne un gesto, un'azione, per farci descrivere un'impressione, due battute, e alla fine delle tre settimane gli abbiamo riservato uno spazio all'interno della nostra rivista per raccontarne l'attitudine di un Giro corso all'attacco.
«Attacchi magari un po' senza senso, ma come quelli che piacciono a me» ha raccontato.
Oggi Diego Rosa ha annunciato il ritiro dalle corse o meglio dal ciclismo su strada perché dopo dieci anni tornerà alla sua vecchia vita quella da biker.
Lascia il ciclismo dopo aver sfiorato il successo al Giro di Lombardia del 2016, quello che segnò la prima grande classica vinta da un colombiano. Passò per primo Chaves, lui arrivò a tanto così da quella vittoria.
Lascia il ciclismo con 3 successi in carriera, il primo alla Milano-Torino del 2015, l'ultimo alla Coppi & Bartali del 2018, in mezzo il successo più bello in una tappa del giro dei Paesi Baschi, al termine di una lunghissima fuga tagliò il traguardo da solo alzando di peso la sua bicicletta.
«La fine di un capitolo non è sempre la fine di una storia» ha annunciato sul canale YouTube che ha appena aperto con l'obiettivo di raccontare quello che combinerà nelle ruote grasse.
«Il prossimo anno correrò in Mountain Bike - ha detto Diego Rosa - su strada sono stati dieci anni divertenti dove ho conosciuto un casino di persone che mi sono state vicino e mi hanno aiutato. Sono nato biker e morirò biker... ritornerò a fare quello che so fare meglio».
Noi lo vogliamo ricordare su strada con un'immagine scattata mentre era in fuga nella tappa del Blockhaus al Giro 2022.
Buone corse Diego Rosa, goditi la Mountain Bike!