Il monumentale del Tour 2022

 

Maggio adagio con il Giro d'Italia, a giugno ci sono da fare un po' di conti e vedere chi sta bene, chi cresce e chi cala perché poi arriva luglio e con Niña quest'anno c'è poco da scherzare; poi arriva luglio che per noi significa più che altro Tour de France. Si parte da Copenaghen per arrivare a Parigi, due capitali europee unite dalle biciclette nel giro di ventuno tappe (e tre giorni di riposo), con 176 corridori al via e tra loro un grande favorito, con due rivali, già battuti al Tour, e almeno una decina di altri contendenti alle parti nobili della classifica. Chiamiamoli outsider e procediamo.

IL BAMBINO IN GIALLO

Foto: ASO/Charly Lopez

 

Ha le sembianze di un bambino quel favorito - tanto che il suo compagno di squadra Majka lo chiama proprio così , "bambino", intendiamo, non favorito - e sembra fare tutto con leggerezza, gli piace dare spettacolo, non si nasconde quando deve attaccare da lontano; ci provò alla Vuelta al suo primo Grande Giro che chiuse sul podio, così, sbucando in mezzo agli altri contendenti con la stessa verve e la strafottenza apparente di un personaggio di un racconto di Mark Twain.

Guida il mezzo con perentoria calma e a tratti disumana facilità, è potente, magari non elegantissimo (ma c'è a chi piace, chi scrive, per esempio, è affascinato da quell'ondeggiare di spalle, da quella testa messa leggermente di traverso e la bocca socchiusa sempre pronta a imitare una smorfia tra la gioia e il dolore). Ha un ciuffo che esce dal suo casco (ma attenzione! Ieri si è presentato sul palco con un nuovo taglio!) che fa quasi tendenza.

Sorride spesso, ci verrebbe da dire sempre, e quest'anno si è voluto persino misurare nelle classiche del pavé buttando via l'eccesso di specializzazione che ha visto in parte distruggere lo spettacolo e portare alla monotonia il ciclismo da fine anni '90 a qualche stagione fa, e lui poi facendo così ha rischiato di vincere un Giro delle Fiandre.

Arriva dalla vicina (per noi) Slovenia e ha solo 23 anni e mezzo; un Tour lo ha ribaltato a cronometro, un altro lo ha fatto suo nella prima tappa di montagna, ma le insidie per Tadej Pogačar (sì parliamo proprio di lui se non lo avevate capito) non mancheranno.
Qualche punto debole: si dice possa essere il caldo e quest'anno al Tour ne farà tantissimo (nulla di nuovo) visto l'andazzo dell'estate; si dice che ancora soffra leggermente le scalate molto lunghe – contestualizziamo sempre però, dove soffre Pogačar, il 99,9% del gruppo si è già staccato. I tecnici della Jumbo hanno già dichiarato che batterlo sarà difficile se non impossibile, ma da qualche parte bisognerà iniziare se non altro per tuffarci nell'ignoto di ogni manifestazione sportiva, nonostante la presenza di singoli - o nel caso fosse un gioco di squadra, collettivi - all'apparenza dalle sembianze di imbattibili cannibali.

TUTTI PER TAMAU

 

Foto: Kei Tsuji/SprintCyclingAgency©2022

 

Tutti per "Tamau", il piccolino, allora, che avrà una squadra interamente dedicata a lui: d'altra parte come si potrebbe solo immaginare il contrario. Di lui ne abbiamo già parlato, del suo fedelissimo Rafał Majka ne abbiamo appena accennato, il polacco entrerà nelle rotazioni in salita insieme a George Bennett, praticamente ingaggiato quasi esclusivamente per dare man forte allo sloveno al Tour, e al nostro cavallo pazzo preferito, Marc Soler, che pare abbia trovato la quadra sotto la guida di Matxin.

Poi c'è Brandon McNulty. Di questi tempi farebbe comodo avere un corridore di riserva su cui fare affidamento per la classifica generale, non si sa mai: siamo in quel periodo storico dove da un giorno all'altro ti ritrovi fuori dalla corsa per un tampone positivo e la UAE Team Emirates ha già vissuto brutti momenti al Giro, vedi ritiro di Almeida a pochi giorni dalla fine. McNulty probabilmente in un'altra squadra farebbe classifica, qui al Tour sarà un gregario travestito da seconda punta. A dare brio alla squadra avrebbe dovuto esserci l'esperto e solido Trentin con il ruolo di tenere davanti Pogačar, consigliarlo, tirarlo fuori dai guai. Ma indovinate un po'? Positivo al Covid. Al suo posto rientra in extremis Marc Hirschi, che come Trentin vinse la prima corsa da professionista proprio al Tour e che, come sarebbe dovuto toccare all'italiano, abbandonerà velleità personali per aiutare il suo capitano, con il quale se le dava di santa ragione sin dalle categorie giovanili.

Poi ancora: Mikkel Bjerg che, risolti i tanti problemi fisici di questa stagione sarà la costante invece in pianura, con lui Vegard Stake Laengen sempre col compito di coprire il più possibile le spalle (ma anche a ripararlo dall'aria) al due volte vincitore del Tour.

TUTTI CONTRO TAMAU

 

Foto: ASO/Charly Lopez

 

Iniziamo da uno squadrone che fa "tremare le vene e i polsi". Magari non proprio nel senso dantesco del termine - non siamo di fronte alla bestia, la lupa, una delle tre fiere che spaventa Dante nel primo canto dell'Inferno - ma è una squadra che incute timore agli avversari, quello sì. Intanto: coppia di capitani. Primož Roglič e Jonas Vingegaard che citiamo in ordine di anzianità: i battuti, seppure in modo diametralmente opposto, da Pogačar negli ultimi due Tour de France. Inutile soffermarci su come è andata, piuttosto vediamo come potrebbe andare.

Roglič, al Delfinato, grazie a una squadra nettamente superiore alla concorrenza, sembra aver ritrovato quello smalto che, a causa di un problema fisico, ne aveva fatto scendere le quotazioni in stagione. Dopo tre Vuelta e due vittorie sfiorate tra Tour e Giro, dopo la caduta che lo mise fuori gioco lo scorso anno sulle strade francesi e vista anche la carta d'identità, per l'altra faccia della moneta slovena potrebbe essere l'ultima (o quasi) possibilità di provare a indossare la maglia gialla anche a Parigi, con l'Arc de Triomphe sullo sfondo.

 

Secondo, però, i si dice, partirà alla pari con Jonas Vingegaard; se analizzassimo grossolanamente l'ultimo Tour, il danese – che parte giocando in casa, motivazione in più - pagò da Pogačar praticamente quasi solo a Le Grand Bornand, per l'esattezza solo sul Colle de Romme dove il giovane sloveno inflisse distacchi d'altri tempi a tutti. Il giorno dopo perse altri 30 secondi, ma poi sul Ventoux lo mise in difficoltà, perdendo poi in volata nelle ultime due tappe di montagna, Saint-Lary-Soulan e Luz Ardiden. A crono si difende molto bene nonostante a vederlo paia decisamente un peso piuma, ma è capace di spingere forte e a cadenze impensabili; in stagione anche lui, a differenza di Pogačar, tanti alti e bassi, ma al Delfinato, dove ha corso in appoggio a Roglič, ha impressionato. A tratti più dello sloveno con il quale condivide lo stesso tetto. Anche se nella testa di molti si parte già battuti, qualcosa con questi due corridori gli olandesi possono inventarsela. Da capire se la squadra adotterà una tattica aggressiva fatta di attacchi fantasiosi, anticipi e imboscate, oppure deciderà di controllare per provare a piazzare qualche colpo nei finali di tappa più duri come successo nelle corse di questa stagione. L'impressione è che la seconda via potrebbe non bastare per scalfire Pogačar, mentre il primo modo renderebbe la corsa più spettacolare.

 

Foto: ASO/Pauline Ballet

 

C'è una terza stella in casa Jumbo Visma che brilla di luce propria a prescindere da discorsi riguardanti la classifica generale: Wout van Aert. Tuttofare del gruppo per antonomasia, van Aert insegue la maglia gialla il primo giorno, la maglia verde magari già dal secondo, ma le possibilità di vestire il simbolo del primato assoluto resteranno intatte fino alla prima tappa di montagna e anzi, tra ventagli e pavé sarà una pedina fondamentale nello scacchiere olandese, con la consapevolezza che un po', giusto un po', lavorerà per se stesso lanciando l'ennesima sfida alla sua nemesi, Mathieu van der Poel. Terreno ce n'è in abbondanza per farci divertire oltremodo.

 

Sepp Kuss, che vince all'ultimo il ballottaggio con Gesink e Dennis, e Steven Kruijswijk, oltremodo brillante come non lo si vedeva da anni al Delfinato, saranno gli sgrezzatori del gruppo in salita, Nathan van Hooydonck è l'uomo di riferimento per van Aert, Cristophe Laporte sarà la versione in tono minore dell'ex campione nazionale belga e dovrà lavorare tanto – se non solo - per la squadra, mentre Tiesj Benoot rappresenta il gregario jolly. A seconda della situazione lo troveremo davanti in pianura, in salita, in collina, persino sul pavé, sempre con le medesime garanzie di alte prestazioni. Otto corridori di cui almeno cinque sarebbero capitani altrove. Squadrone.

 

TUTTI (TANTI) GLI OUTSIDER

 

Foto: Vincent Kalut/PhotoNews/SprintCyclingAgency©2022

 

La lotta al podio e alle posizioni alte della classifica sarà incandescente come l'aria che si respira (“respira”, si fa per dire) in queste settimane. A guidare la fila dei pretendenti al podio Alexander Vlasov. Il russo, 4° al Giro lo scorso anno - senza mai farsi notare troppo - è forse una delle rivelazioni di questa stagione. Rivelazione si fa per dire: spieghiamoci. Vlasov era un corridore atteso al salto di qualità dopo le belle cose fatte vedere da giovane - vincitore del Giro Under 23 nel 2018 davanti ad Almeida e Stannard e 4° nella stessa stagione al Tour de l'Avenir dietro Pogačar, Arensman e Mäder - un corridore che già aveva fatto cose interessanti tra i professionisti (vittoria al Giro dell'Emilia post confinamento per la pandemia), ma quest'anno è sempre stato protagonista ovunque ha corso, gare a tappe o gare di un giorno, in montagna, a cronometro, sugli strappi e persino negli sprint ristretti. Un altro Vlasov a tratti scalatore (ma con alcuni limiti quando le salite superano un certo chilometraggio), a tratti puncheur, a tratti cronoman, che, se confermerà la crescita, sopporterà il grande caldo, riuscirà a dare continuità ai suoi risultati, resta come uno dei nomi più credibili nella lotta al podio. La BORA-hansgrohe, oltretutto, uno scherzetto lo ha già combinato e pure grosso al Giro, andando a vincere per la prima volta nella sua storia una corsa a tappe di tre settimane. Niente male per la squadra tedesca che nel giro di pochi anni è passata da essere una Professional invitata con tanto di polemiche al Giro (era il 2012) a una delle squadre riferimento in gruppo. Di fianco a Vlasov una squadra interamente dedicata alla sua casa: Lennard Kämna, fresco di titolo nazionale a cronometro, dopo la vittoria al Giro sull'Etna ci riprova con il Tour, dove per altro ha già conquistato un successo nel 2020: in salita sarà uno spauracchio delle fughe, ma potrà essere una pedina preziosa per la classifica di Vlasov. A caccia di tappe in casa BORA-hansgrohe anche Schachmann, lottatore e fondista per antonomasia, non disdegna le lunghe fughe, oltre a Konrad e Politt, entrambi andati a segno al Tour nel 2021, con questo ultimo che correrà con la maglia di campione di Germania e Grossschartner, lui invece fresco campione d'Austria. Infine presenti Danny van Poppel e Marco Haller; il primo veloce, regolare, utilissimo alla causa, darà una mano al suo capitano magari nella tappa delle pietre, ma proverà anche a togliersi qualche soddisfazione: potrebbe essere un abbonato alla top ten, mentre il secondo, anche lui veloce, coraggioso, sarà uomo squadra fondamentale: dalle fughe, agli sprint, al tenere al sicuro i propri capitani.

 

 

Sarà invece una Ineos Grenadiers a tre teste per la classifica. In origine doveva esserci Bernal, ma sappiamo com'è andata e dopo aver dirottato Carapaz al Giro, la squadra britannica si presenterà al Tour con buone credenziali, è vero, ma senza un nome così pesante da far pensare a un podio. Ai due capitani designati alla vigilia per fare classifica, Adam Yates e Daniel Felipe Martinez, si è aggiunto Geraint Thomas, 36 anni e in arrivo da mesi molto complicati. La vittoria al Tour de Suisse del gallese, maturata è vero dietro circostanze particolari visti i tantissimi ritiri per Covid e malanni vari, lo ha rilanciato anche nelle gerarchie di casa Ineos e grazie anche allo storico (una vittoria e un podio al Tour) e al pedigree di qualità, Geraint Thomas, per tutti G., partirà alla pari degli altri due. L'importante per lui sarà superare indenne le prime complicatissime tappe. Daniel Felipe Martinez, dopo il Giro 2021 chiuso al quinto posto e in crescita pur correndo da gregario, arriva un po' a fari spenti , ma occhio perché il ragazzo colombiano ha grandi qualità da mettere in strada, si difende a cronometro, sa scattare, ha coraggio. Coraggio che non si può certo inserire tra le caratteristiche principali di Adam Yates. Chi scrive lo vede un gradino inferiore agli altri due, ma la sua squadra la pensa diversamente e anche alcuni risultati maturati in passato potrebbero smentirci: 4° per esempio nel 2016 al Tour, quando vinse anche la maglia bianca e arrivo a poco più di 37” dal secondo posto di Bardet, oppure 4° lo scorso anno alla Vuelta quando riuscì ad andare anche più forte di Bernal. L'idea è quello di vederlo lottare comunque per una dignitosissima top ten oltre a inseguire quel successo di tappa che ancora gli manca in un Grande Giro. Il resto della squadra vedrà Tom Pidcock pronto a sfruttare le diverse tappe adattissime a lui e a lanciare l'ennesima bellissima sfida con gli altri due giganti del ciclocross, Filippo Ganna per la prima la maglia gialla della sua carriera e del Tour 2022, Luke Rowe, Jonathan Castroviejo e Dylan van Baarle invece per dare (quasi esclusivamente) il loro enorme contributo al lavoro di squadra.

 

Foto: Kei Tsuji/SprintCyclingAgency©2022

 

Punta il podio il duo Bahrain formato da Damiano Caruso e Jack Haig. Il siciliano ha chiuso 4° al Delfinato pur senza brillare e questo ci dà un'idea della dimensione in cui si trova in questo momento il classe '87 di Ragusa, secondo al Giro dello scorso anno dove a un certo punto fece pure tremare la maglia rosa di Bernal. Smaltiti i carichi, Caruso, sempre capace di correre davanti, superate le insidie delle prime tappe, in salita si propone come uno dei corridori più forti. Al suo fianco Haig, che ha caratteristiche differenti, meno solidità a cronometro, persino meno appariscente, partirà forse leggermente defilato, ma attenzione, l'australiano, lo scorso anno, dopo il ritiro al Tour a causa di una caduta (era partito anche fortissimo nelle prime due tappe) ha disputato una Vuelta così consistente da salire sul podio, e dunque sarà difficile tenerlo fuori dai discorsi di alta classifica. Squadra robusta, di livello quella di fianco ai capitani, seppure con qualche assenza. Senza Mäder ammalato, sarà Dylan Teuns a dare una mano in salita e perché no, potrà timbrare il cartellino dalla fuga, cosa che gli è già riuscita altre volte (l'ultima a Le Grand Bornand dodici mesi fa), con l'eterno Luis Leon Sanchez che avrà un occhio di riguardo per i suoi su tutti i terreni. Matej Mohorič è uno dei corridori più attesi per i successi di tappa, il jolly capace, se in giornata, di vincere su (quasi) tutti i terreni, mentre sarà compito di Fred Wright e Jan Tratnik muleggiare un po' ovunque e di Kamil Gradek farlo quasi esclusivamente in pianura.

 

Foto: Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Per la classifica come non considerare Enric Mas, Movistar, il più regolare dei regolaristi, uno che ogni tanto ci prova a sferrare l'attacco che puntualmente viene riassorbito ma che comunque può fare male: quando ha la giornata buona riesce a essere tra i due/tre migliori scalatori del gruppo. Il 27enne spagnolo è un habitué dei piani alti della classifica dei Grandi Giri, due podi alla Vuelta e un quinto posto, un quinto e un sesto posto al Tour e il riscatto della Movistar, sin qui autrice di una stagione totalmente mediocre, passa proprio dal Tour di Mas, il quale però non va dimenticato arriva da un brutto ruzzolone al Delfinato. La squadra con Carlos Verona, Imanol Erviti (al suo 28° grande Giro, 1 in più di Nibali e LL Sanchez, tra i corridori in attività solo Valverde ne ha disputati di più, 32)), Gorka Izagirre, Matteo Jorgenson – occhio all'americano per le vittorie di tappa- , Gregor Mühlberger, Nelson Oliveira e Albert Torres è tutta per lui.

 

Foto: ASO/Pauline Ballet

 

C'è Ben O'Connor, AG2R Citroën, una delle rivelazioni dello scorso anno; una bella vittoria di tappa che lo ha lanciato in classifica, una discreta resistenza a crono e poi in tutte le tappe di montagna. Morale? 4° posto finale con l'intenzione di confermarlo o persino migliorarlo quest'anno. Va forte in salita, è regolare a crono, non ha paura di attaccare, ma in un Tour che rischia di essere chiuso per le prime tre posizioni, potrebbe, tramite la costanza di rendimento confermare un piazzamento nei primi cinque, sei della generale che sarebbe poi un risultato di grandissimo spessore.

Di fianco gli è stata costruita una formazione che cercherà comunque le vittorie di tappa, attesissimo da questo punto di vista Benoît Cosnefroy, con Mikaël Cherel gregario al suo ultimo Tour prima del ritiro a fine stagione, e Geoffrey Bouchard e Bob Jungels uomini da salita. Occhio all'ex commesso decathlon che potrebbe inseguire la tripletta dopo aver vinto la maglia dei GPM sia al Giro che alla Vuelta, mentre il lussemburghese sembra ritrovato dopo un paio di stagioni da incubo con problemi anche di natura psicologica. Aurélien Paret Peintre è un bel talento completo che pare un po' smarrito, Stan Dewulf andrà all'attacco quando potrà e infine Oliver Naesen che vince il ballottaggio con Van Avermaet (uno degli esclusi di lusso da questo Tour) e proverà a piazzarsi nelle volate – e perché no, potrebbe aver cerchiato di rosso la tappa di Arenberg.

 

Foto: Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

Restando in Francia: Groupama-FDJ con un terzetto che non fa della continuità la sua arma migliore, ma che se dovesse trovare le tre settimane di grazia potrebbe dare fastidio a molti in salita e anche in classifica. David Gaudu (leader designato dopo un po' di gavetta e qualche piccolo passo falso, arriva da un Delfinato dove ha battuto van Aert in uno sprint in salita, salvo poi cedere in montagna), Thibaut Pinot e Michael Storer hanno potenzialmente tutto per essere tra i migliori scalatori della corsa e gli arrivi in cima di questo Tour potrebbero vedere il loro nome stampato in grande al termine della tappa.

La Cofidis punta alla top ten con il regolare Guillaume Martin e con il più discontinuo Ion Izagirre, stesso discorso per la Intermarché Wanty Goubert che lancia Louis Meintjes all'inseguimento di un bel piazzamento in classifica generale e per la DSM con Romain Bardet alla ricerca del riscatto dopo il ritiro dal Giro. Il francese ha le carte in regola per poter provare ad avvicinare il podio, ma resta più plausibile un piazzamento nei primi otto, dieci con una vittoria di tappa in montagna. A sentire lui ci sono ancora incognite sulla sua condizione fisica dopo il malanno che lo ha colpito sulle strade italiane.

Foto: Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

 

Se la EF Education First avrà Rigoberto Uran e Ruben Guerreiro in lotta per la classifica - e il secondo anche per vincere qualche tappa e magari provare a indossare la maglia a pois - c'è un altro colombiano che scalpita per prendere il volo in salita: Nairo Quintana. L'Arkéa Samsic punta tutto su uno dei soli tre colombiani al via (record negativo da diversi decenni), schierandogli di fianco Warren Barguil che di recente ha sfiorato il successo nel campionato francese. In chiave classifica, da considerare anche Aleksej Lutsenko per l'Astana – che non arriva però da un momento felice a causa di problemi fisici e incidenti - , l'attempato duo Israel Premier Tech formato da Jakob Fuglsang (il più acclamato di tutti alla vigilia durante la presentazione dei team a Copenaghen) e Michael Woods (al via per la squadra israeliana ci sarà pure Chris Froome! senza alcuna ambizione, sarebbe bello vederlo in fuga ogni tanto), e poi ancora Pierre Latour per la TotalEnergies, il quale però viene da un brutto infortunio ed è sempre un corridore abbastanza difficile da decifrare e pronosticare. Infine citiamo anche Mattia Cattaneo Quick Step Alpha Vynil che, insieme a Caruso, rappresenta l'unica speranza di classifica per il ciclismo italiano al Tour. Che di questi tempi non è nemmeno poco.

RUOTE VELOCI (ANCHE VELOCISSIME)

Foto: ASO/Luis Angel Gomez/Foto Gomez Sport

 

Non saranno tantissime le volate (fino al secondo giorno di riposo rischiano di essere tra le 2 e le 4 in tutto) e quindi occhio alle sfide tra Jasper Philipsen, Fabio Jakobsen e Caleb Ewan che se le daranno di santa ragione per dividersi il risicato bottino di questo Tour. Jakobsen avrà la squadra più forte per questo tipo di esercizio: Yves Lampaert, Kasper Asgreen, Michael Mørkøv terzetto ultra collaudato al quale nelle ultime ore si aggiunge il neo campione di Francia Florian Sénéchal che sostituisce Tim Declercq positivo al Covid. Ewan, invece non avrà al Tour nessun componente del suo treno (Selig, Kluge, De Gendt, De Buyst) e dovrà cavarsela più o meno da solo se non con l'aiuto del sudafricano Reinardt Janse Van Rensburg. Per Philipsen c'è la possibilità di sprintare sia nei volatoni più classici che anche di tenere duro tra tappa del pavé e qualcosa di più impegnativo (e magari provare a insidiare van Aert per la maglia verde, diciamo insidiare perché la sfida sulla carta pare chiusa), senza dimenticare però chi avrà in casa, ovvero Mathieu van der Poel. L'olandese, dopo aver dato spettacolo al Giro, ci riproverà al Tour dove il livello è sicuramente più alto, ma non sarà certo questo a spaventare un corridore che sguazza nell'eccellenza. In generale la Alpecin (non più Fenix ma Deceuninck da questo Tour) ha una squadra equilibrata sia per dare l'opportunità ai due capitani di esprimersi al meglio (Silvan Dillier, Alexander Krieger, Edward Planckaert, Kristian Sbaragli e Guillaume Van Keirsbulck), sia per beccare le fughe nelle tappe più impegnative con Michael Gogl e Xandro Meurisse, quest'ultimo che potrebbe anche guardare alla classifica, magari non ai piani altissimi.

 

Per gli sprint ci sarà anche Wout van Aert che già il secondo giorno a Nyborg si getterà nella mischia, ma attenzione anche al nostro Alberto Dainese. Dopo i piazzamenti alla Vuelta, il velocista veneto della DSM si è sbloccato con una meravigliosa volata al Giro meritandosi la convocazione per la corsa francese. Di fianco a Dainese la squadra di matrice olandese porta l'esperienza e la classe di John Degenkolb con il quale potrebbe dividersi i compiti, magari lasciando al tedesco la possibilità di fare la propria corsa nella tappa di Arenberg. Ricordate come finì l'ultima volta che il Tour corse sul pavé? Vinse proprio lui.

La Cofidis fino a poche ore fa avrebbe puntato su Brian Coquard per le volate, ma il Covid lo ha fermato (sostituito da Périchon) e dunque ci sarà il tedesco Max Walscheid che arriva da una primavera di ottimo livello interrotta solo da un bruttissimo incidente mentre si allenava. Il tedesco punta a un bel risultato anche nella crono di apertura.

La Intermarché Wanty Goubert si affiderà ad Alexander Kristoff. Molto interessante oltretutto il trenino della squadra belga: con il norvegese, due corridori in grande forma come Andrea Pasqualon e Adrien Petit. L'Arkéa Samsic porta sulle strade francesi una coppia niente male di piazzatoni come Hugo Hofstetter e Amaury Capiot, ma la squadra bretone capitanata da Quintana e Barguil sarà tra le guastafeste soprattutto nelle prime tappe con un occhio a quella “di casa” dal rientro in Francia: Matis Louvel e Connor Swift potranno scatenarsi su quei terreni.

Foto: Vincent Kalut/PhotoNews/SprintCyclingAgency©2022

 

Finito il discorso velocisti? Assolutamente no: TotalEnergies punta su Peter Sagan che è tornato al successo di recente al Tour de Suisse per poi rivincere pochi giorni fa per l'ottava volta negli ultimi dodici anni il campionato nazionale slovacco, mentre il Team Bike Exchange, escluso l'emergente Groves (che il prossimo anno andrà a correre con la Alpecin Deceuninck), porta una squadra interamente dedicata alle volate di Dylan Groenewegen e ai piazzamenti di Michael Matthews. Per gli australiani sarà vitale raccogliere più punti possibile in chiave salvezza. Jack Bauer, Luke Durbridge e Amud Jansen saranno i componenti del treno in pianura, Luka Mezgec il pesce pilota. Cristopher Juul Jensen il jolly che se in giornata potrà anche provare a vincere dalla fuga di giornata, mentre Nick Schultz avrà il compito di curare la classifica fin dove possibile. C'è spazio ancora per nominare un corridore italiano, Luca Mozzato. Il vicentino della B&B Hotels-KTM è corridore davvero interessante, veloce, ma non abbastanza per provare a battere i mostri della velocità che saranno al via del Tour; ha una certa attitudine nell'infilarsi nelle fughe e nel superare indenne i percorsi mossi (e chissà la tappa con arrivo ad Arenberg...). Resta da capire, vedendo alcune prestazione, quanto possa influire sul suo rendimento il grande caldo. Il Tour ci darà tutte le risposte.

 

Foto: ASO/Alex Broadway

 

Abbiamo lasciato da parte uno dei corridori più talentuosi e indecifrabili del gruppo: Mads Pedersen. Si parte dalla sua Danimarca, la condizione sembra essere la migliore (al Giro del Belgio non è mai uscito dai primi 9 posti), le motivazioni anche. C'è una crono il primo giorno che lo stuzzica, potrebbe chiudere nelle prime posizioni – ne ha le qualità – e poi provare ad andare a caccia della maglia gialla. Cosa potrebbe mai andare storto? Che è Pedersen, uno dei profili più difficili da leggere del gruppo. Talento che corre in proporzione alla discontinuità. Tuttavia difficile non pensare al suo nome nelle volate del Tour anche se presumibilmente si dividerà il compito e lo spazio in gruppo con Jasper Stuyven, mentre il mitico Tom Skuijns, insieme ad Alexander Kirsch, darà una mano importante ai due.

UNA QUESTIONE DI FUGHE E DI TAPPE

Si è iniziato ad accennare ai cacciatori di tappe, non per forza quelli che si muoveranno anche per la classifica e nemmeno quelli da volata. Un accenno agli assenti, o per meglio dire gli esclusi, perché hanno fatto rumore: su tutti Alaphilippe, Van Avermaet, i velocisti Groves, Merlier e Cavendish, e poi ancora Soren Kragh Andersen, Nibali, Valverde o Stannard. Mancherà purtroppo anche Bini Girmay il quale rimanda al Tour dell'anno prossimo il replay della sfida vista al Giro con van der Poel.

 

Ecco proprio Mathieu van der Poel sarà uno dei fari tra fughe, arrivi dove ci sarà da scattare (vedi tappa numero sei) o perché no se in gruppo si resta in pochi o c'è un ventaglio e magari non ci sono tutti i velocisti lui sarà pronto, e si farà trovare caldo già dalla cronometro.

La Francia andrà a caccia di successi parziali con il già citato Cosnefroy, ma anche con il terzetto della Cofidis formato da Victor Lafay, corridore che dopo il successo di tappa al Giro 2021 ha fatto un notevole salto di qualità, Anthony Perez – atteso nelle fughe che inseguirà probabilmente anche tanti punti dei GPM e Benjamin Thomas. Il talentuosissimo fuoriclasse della pista sarà al suo esordio al Tour e quando entrerà nella fuga giusta sarà uno degli uomini da temere maggiormente. La Groupama, detto di Pinot e Gaudu (e Storer) avrà altri due corridori di valore assoluto: Stefan Küng che non nasconde di andare a caccia della maglia gialla nelle prime tappe, è nella migliore stagione della vita e gli manca, incredibilmente, solo il successo. Partirà nella crono di Copenaghen con la maglia di campione europeo e nei giorni successivi, soprattutto con il rientro in Francia, ci sarà diverso terreno su cui dare spettacolo. C'è anche Valentin Madouas - sul podio al Fiandre quest'anno - corridore forte su tutti i terreni, ma da capire quale sarà il suo ruolo all'interno di una squadra che schiera anche Kevin Geniets, lussemburghese utilissimo alla causa dei suoi capitani.

Foto: ASO/Aurelien Vialatte

 

Sempre per quanto riguarda le squadre francesi detto degli Arkéa Samsic, completiamo citando diversi corridori delle altre due squadre Professional: TotalEnergies e B&B Hotels. I primi lanciano un terzetto temibilissimo due di loro hanno già lasciato il segno quest'anno in fuga in corse a tappe WT disputate in Francia: Mathieu Burgaudeau (vincitore di tappa alla Parigi-Nizza) e Alexis Vuillermoz (al Delfinato), con loro Anthony Turgis eterno piazzato, mentre dopo l'esclusione dello spagnolo Cristian Rodriguez, la squadra ha inserito all'ultimo momento Edvald Boasson Hagen. Fa sorridere vedere il norvegese al Tour nella stessa squadra di Peter Sagan: i due, ormai una decina di anni fa, erano pronti a lanciarsi una sfida epocale su tutti i terreni, sfida che non ci sarà mai a causa della notevole discontinuità del corridore norvegese e della superiorità a conti fatti dello slovacco. A chiudere il roster citiamo, se non altro per partigianeria, Daniel Oss, fedelissimo scudiero proprio del campione slovacco e uno dei 14 italiani al via, forse quello con meno ambizioni personali, forse quello più utile alla causa di un compagno di squadra. La B&B Hotels, invece, vuole ritrovare Franck Bonnamour, uno dei protagonisti delle fughe al Tour dello scorso anno, ma quest'anno un po' limitato da una brutta caduta a inizio stagione (miglior risultato per lui un 2° posto di tappa alla Parigi-Nizza dopo una lunghissima azione partita da lontano), mentre quest'anno pare abbia ritrovato una vecchia conoscenza delle montagne francesi: Pierre Rolland. Se cercate un candidato alla maglia a pois, il suo nome è uno dei più gettonati. Cyril Barthe, Alexis Gougeard e Jérémy Lecroq proveranno a lasciare il segno in fuga, mentre Cyril Lemoine per una manciata di giorni non sarà il corridore più vecchio al via: primato che appartiene a Philippe Gilbert.

Proprio dalla Lotto Soudal proseguiamo la carrellata dei cacciatori di tappa: cinque di loro hanno le carte in regola per vincere almeno una tappa con una bella azione a lunga gittata. Philippe Gilbert, Andreas Kron, Brent van Moer, Florian Vermeersch e Tim Wellens, cinque corridori che non hanno bisogno di presentazioni. Il capolavoro per loro sarebbe quello di riuscire a muoversi da lontano in più di uno sfruttando così qualità e superiorità numerica.

 

Foto: ASO/Alex BROADWAY

 

La Trek Segafredo punta sulle fughe di Giulio Ciccone e Bauke Mollema in montagna e sulla verve del giovane Quinn Simmons che sicuramente farà divertire il pubblico con la sua indole da attaccante, mentre a livello di carta d'identità sta quasi agli antipodi Simon Clarke, che insieme a Krists Neilands e Hugo Houle animerà le fughe per la Israel-Premier Tech.

In casa Quick Step da seguire Andrea Bagioli che avrà carta bianca per dire la sua nelle fughe e in alcune tappe impegnative (ma non durissime, occhio alla sesta e all'ottava tappa che sembrano disegnate per lui) mentre l'Astana punta forte su uno dei gioielli del ciclismo italiano, quel Gianni Moscon suo malgrado, a causa di problemi fisici, autore sin qui di una stagione anonima. Con lui Joe Dombrowski l'uomo per la tappe di montagna, Fabio Felline, tuttofare insieme all'inossidabile Andrey Zeits, Simone Velasco che a 26 anni e mezzo farà il suo esordio in un Grande Giro dopo una carriera passata tra le Professional e Alexander Riabushenko, inserito all'ultimo causa l'esclusione per Covid di Samuele Battistella.

 

Foto: Kei Tsuji/SprintCyclingAgency©2022

 

Se per la EF Education-EasyPost proveranno a vincere le tappa Alberto Bettiol, Magnus Cort Nielsen, Neilson Powless e Stefan Bissegger, e hanno tutti e quattro concrete possibilità, chiudiamo il discorso con la DSM che oltre a Bardet e Andreas Leknessund per la classifica - il norvegese dopo essersi sbloccato al Tour de Suisse, cerca conferme importanti al Tour - e a Dainese e Degenkolb per le volate, si farà vedere con Chris Hamilton in salita, ma occhio anche a Kevin Vermaerke e Nils Eekhoff (quest'ultimo aiuterà Dainese allo sprint) che proveranno a infilarsi nella fuga giusta magari in tappe non troppo dure.

Chiudiamo con quello che potrebbe essere il guastafeste per antonomasia di questo Tour, uno che se va in fuga rischi pure di non riprenderlo e che lo scorso anno con questo modo di fare irriverente ha dato la svolta alla vita agonistica della sua squadra, la Intermarché Wanty Goubert. Parliamo naturalmente di Taco van der Hoorn citando il suo successo al Giro. L'olandese sarà uno dei corridori da seguire con maggiore simpatia ed entusiasmo a questo Tour e l'occasione per fare il tifo per lui di certo non mancherà.

IL PERCORSO

 

Foto: Pauline Ballet

 

Si parte dalla Danimarca, storia arcinota ormai, con una breve crono di 13 km, il giorno dopo la tappa dovrebbe sorridere alle ruote veloci ma occhio al vento e a quel lungo ponte che potrebbe sensibilmente ribaltare la corsa spezzando il gruppo. Il terzo giorno sarà ancora appuntamento per i velocisti mentre quarta e quinta tappa, quella di Calais e poi quella del pavé con arrivo ad Arenberg hanno un pronostico del tutto aperto e potrebbero provocare diversi scossoni anche alla classifica generale.
La sesta tappa, quella che si concluderà a Longwy, oltre ad essere la più lunga del Tour con i suoi 220 km presenta un finale tortuoso che strizza l'occhio ai corridori tipo van der Poel e potrebbe tagliare fuori invece i velocisti.

 

È il preludio del primo arrivo in salita di questa edizione, l'8 luglio, tappa numero sette, finale a La Super Planche des Belles Filles, non una vera e propria tappa di montagna, ma un arrivo impegnativo che segnerà i primi distacchi, quello sì. Il giorno dopo si sconfina in Svizzera con arrivo su uno strappo, ma vista la prima parte sulla frazione numero 8 campeggia in grande la scritta “fuga all'arrivo”. Domenica 10 luglio, invece, prima del secondo riposo tappa di montagna quasi interamente in Svizzera con rientro in Francia proprio per l'ascesa finale, il Pas De Morgins, antipasto degli ultimi chilometri verso Chatel Les Ports du Soleil. Anche qui lecito immaginarsi una fuga all'arrivo. Il 12 luglio si riparte con un'altra tappa fatta di su e giù, tracciato suggestivo e con l'arrivo finale all'Eliporto di Megève, ascesa lunga ma tutt'altro che dura, stesso finale della tappa del Delfinato 2020 quando vinse Sepp Kuss.

 

È solo l'anticipo però di quello che succederà nei due giorni successivi con le due tappe più attese dell'intero Tour de France. Il giorno 13 da Albertville: Télégraphe, Galibier e arrivo sul Col du Granon dove Bernard Hinault vestì per l'ultima volta la maglia gialla al Tour. Era il 1986 e il corridore francese si staccò sull'Izoard. Il giorno dopo si arriva in uno di quei luoghi di culto per antonomasia del ciclismo: Alpe d'Huez. Tappa decisiva e come contorno anche il fatto di disputarsi il 14 luglio, con Galibier, di nuovo, Télégraphe, di nuovo, e l'infinita ascesa verso la Croix de Fer prima di scendere verso Bourg d'Oisans e iniziare la salita verso la mitica Alpe d'Huez, domata e dominata da Pantani, tanto che i primi tre migliori tempi di scalata continuano a essere i suoi. La due giorni successiva, Saint-étienne prima e Mende poi, chiamano a raccolta fuggitivi e delusi, sorte simile per la quindicesima tappa, domenica 17 luglio, con conclusione a Carcassone.

Riposo ed ecco l'ultima settimana di corsa. I Pirenei si avvicinano. A Foix chiamata a raccolta per chi vorrà fare la differenza non solo in salita, ma anche indiscesa: giù dal Mur de Péguère c'è spazio. Il giorno dopo tappa d'alta montagna con il duro arrivo di Peyragudes, 8 km a quasi l'8% di media. L'ultima volta che si arrivò da queste parti – ma con un disegno differente – vinse Romain Bardet. Giovedì 21, tappa 18 con l'arrivo classico a Hautacam sarà l'ultima occasione per gli scalatori di provare a fare la differenza e terreno, soprattutto nella seconda parte di gara ce ne sarà a volontà. Week end finale dedicato aalle ruote veloci con le tappe di Cahors e la conclusione sugli sugli Champs-Elysées, ormai classica per le volate all'interno di un Grande Giro e in mezzo l'impegnativa cronometro di 40,7 km di Rocamadour che darà l'ultimo decisivo (qualora ce ne fosse bisogno) scossone alla classifica.

I FAVORITI DI ALVENTO

MAGLIA GIALLA

⭐⭐⭐⭐⭐ Pogačar
⭐⭐⭐⭐ Roglič
⭐⭐⭐ Vingegaard
⭐⭐ Vlasov, O'Connor, Martinez, Mas, Gaudu, Fuglsang
⭐ G.Thomas, Bardet, Yates, Caruso, Haig, Guerreiro, Uran, Martin, Woods, Lutsenko, Cattaneo, Quintana, Latour

MAGLIA VERDE
⭐⭐⭐⭐⭐ van Aert
⭐⭐⭐⭐ Jakobsen
⭐⭐⭐ Sagan
⭐⭐ Philipsen, Matthews, Pedersen, van der Poel
⭐ Ewan, Mohoric, Vlasov, Pogačar, Roglič

MAGLIA A POIS
⭐⭐⭐⭐⭐ Pinot
⭐⭐⭐⭐ Rolland
⭐⭐⭐ Quintana, Barguil, Guerreiro
⭐⭐ Bardet, Bouchard, Perez, Ciccone
⭐ Mollema, Gaudu, Pogačar, Roglič, Vingegaard, Latour

MAGLIA BIANCA
⭐⭐⭐⭐⭐ Pogačar
⭐⭐⭐⭐ McNulty
⭐⭐⭐ Leknessund
⭐⭐ Storer, Pidcock
⭐ Jorgenson, Bagioli, Simmons

Foto in evidenza: ASO/Aurélien Vialatte


Laurent Fignon, il professore

«Ah, ma io ti riconosco: tu sei quello che ha perso il Tour per 8 secondi!»
«No, signore, sono quello che ne ha vinti due».

La nuova puntata di Parole Alvento è un viaggio nell’universo dello sconfitto più famoso della storia del ciclismo. Un omaggio a Laurent Fignon, a quarant’anni dal suo esordio tra i professionisti e a pochi giorni dall’inizio del Tour de France, la corsa a cui più ha saputo legare il suo destino. Ripercorriamo la sua parabola ciclistica e non solo insieme a Filippo Cauz e Gino Cervi, curatore dell’edizione italiana di “Eravamo giovani e incoscienti”, l’autobiografia del campione parigino che testimonia il passaggio di un’epoca, la fine di un ciclismo all’insegna della spensieratezza, e forse anche l’ispirazione per un approccio al ciclismo che sta ritornando.

«Devo ammettere che non ho mai pensato che ai miei tempi fosse meglio di adesso. Era solo diverso, tutto qui. Come ogni epoca è diversa dall’altra. Credo, tuttavia, di aver attraversato la breve parentesi hippy del ciclismo. Credo persino di esserne stato uno dei principali ispiratori. Qualcuno mi ha definito un “capobanda”. Ma ero un capo curioso. Ed era una curiosa banda».

Voci: Filippo Cauz, Gino Cervi
Ospiti: Giovanni Fidanza, Laurent Galinon, Valerio Tebaldi, Stefano Zanatta
Sound design: Brand&Soda


La corsa in collina

Nella “Casa in Collina” Cesare Pavese descrive le fughe serali in collina del protagonista del romanzo per evitare i bombardamenti su Torino durante la seconda guerra mondiale. Nella lettura del libro il ricordo va ad una mia insegnante della scuola media che era solita raccontare delle sue fughe nella collina torinese durante la guerra, anche lei per evitare le bombe. Quindi fin da piccolo ho vissuto con un'immagine, un’idea di una collina torinese protettiva, materna, sicura.
Poi il caso volle che venni ad abitare proprio ai piedi della collina torinese, presente ogni mattina come sfondo alla mia colazione. La luce che passa tra i campanili di Superga vale più dell’orologio al polso per sapermi regolare con gli orari.

Pochi forse sanno che la collina torinese è stata dichiarata assieme al parco del Po “Riserva di Biosfera italiana UNESCO” all’interno del programma “Man and Biosphere”.

L’area è prevalentemente agricola, ma ricca anche di boschi e con una presenza urbana non ancora aggressiva. Fino all’arrivo della pandemia da Covid erano pochi i torinesi che si avventuravano nei sentieri e boschi a ridosso del centro città, molti invece i cicloamatori in bici da corsa o mtb.
Con la pandemia e il divieto di uscire dal territorio del proprio comune, la collina è diventata oggetto del desiderio di scampagnate in cerca di libertà e natura dopo il confinamento.

Le cartine dei sentieri della collina sono andate a ruba, ma soprattutto è rinato l’amore tra la collina e la città. La collina, che fa da sfondo alla città, è sempre lì pronta a regalarti momenti di relax dallo stress cittadino.
Finalmente quest'anno per la seconda volta nella sua storia il Giro percorre quelle strade. La prima volta fu nel 1961, in occasione del centenario dell’Unità d’Italia, fu organizzata una tappa a Torino in cui era prevista la salita dell’Eremo dei Camaldolesi passando da Villa della Regina, ma mai è stata sfruttata in tutta la sua potenzialità ciclistica prima di quel sabato 21 maggio.

C'è stato un cambio di percorso rispetto al disegno originale che non ha scalfito il nostro entusiasmo, anche perché il secondo circuito era solo poco meno duro della prima versione e aggiungeva il muro micidiale di Strada della Vetta e come veri e propri tifosi si facevano discorsi scaramantici: una serie di contro-gufate per esorcizzare la nostra fremente attesa.

Finalmente il 21 maggio arriva.
Di buon mattino decido di percorrere il circuito in scooter, pensavo in un primo momento di farlo in bici, ma avrei compromesso la possibilità di pranzare con un amico.

La luce dell’alba, già calda, rendeva luccicanti i prati e le piante; nei camper già appostati il silenzio dell’ultimo sonno mattutino; i primi camion dell’organizzazione iniziavano a scaricare le transenne e gli archi lungo il percorso.
Stava iniziando la vestizione della collina: tutto sarebbe dovuto essere perfetto.

A metà mattinata ancora non ho deciso dove seguire la tappa. Il primo progetto era un pic-nic al Parco del Nobile con la famiglia, ma la lunga salita a piedi con le borse del cibo sotto un caldo afoso come non mai ci ha fatto desistere.
Fortunatamente ho l’intuizione giusta, portare lo scooter dentro la zona rossa del circuito prima che questo venga chiuso al traffico.
Pranzo con mio figlio e un amico al seguito del Giro: non si parla che della tappa e di quello che può succedere.

Mai ho azzeccato un pronostico, ma una birra fresca all'ora di pranzo deve avermi ispirato per bene. Racconto di quanto possa essere decisiva la salita che porta da Revigliasco all’ingresso del circuito del Parco della Rimembranza, del caldo infuocato che ci sarà lì e di come volendo una squadra possa far scoppiare proprio in quel punto la corsa. -La Bahrain? La Ineos?- mi chiede l'amico -No, la Bora- rispondo.
E sapete com'è andata, no? La corsa scoppia a 80 km dal traguardo grazie proprio alla squadra del futuro vincitore del Giro; una corsa che ci regalerà distacchi e spettacolo come e forse più di un tappone dolomitico.

Intanto dopo pranzo mio figlio ed io raggiungiamo lo scooter e iniziamo a risalire la collina. Il primo intento è di salire a strada del Nobile, da dietro, ma la polizia ed un volontario alpino ci impediscono di fare l’ultimo tratto a piedi.
Non tutto il mal vien per nuocere. Non ci avevo pensato, ma il secondo tratto della salita che porta all’eremo è libera, da lì raggiungere la strada della vetta ci sarà circa un chilometro a piedi.

Rimontiamo in scooter, ancora delusi ma fiduciosi, e partiamo. Lungo la salita vedo ciclisti e pedoni sudati fradici risalire la strada.
Quanto grande può essere la passione per il Giro, da rischiare un collasso su una salita in una giornata afosa che nemmeno a luglio?! Pantaloni inzuppati, maglietta bagnata incollata, gocce di sudore sulla fronte, ma il passo in salita non cede, non manca molto al passaggio!
Mio figlio e io siamo più fortunati, ma tocca anche a noi farci la nostra bella sudata. Lascio lo scooter su un piccolo piano vicino ad un passo carraio, prendiamo la bottiglia dell’acqua e si inizia a salire.

Raggiungiamo Strada della Vetta, l’inferno, il punto più duro di tutta la tappa, forse la pendenza più dura di tutto il Giro 2022.
La folla è enorme, non è nemmeno scontato trovare qualche centimetro a bordo strada libero.
Dopo tanti anni di corse viste dal vivo, scelgo strategicamente l’ultimo tratto duro della salita. In questo punto, dopo che la salita ha fatto gran parte della selezione, è più facile vedere i corridori sgranati uno a uno oppure in piccoli gruppi.
Due battute con i vicini, regalare un po’ d’acqua a chi l’aveva finita e poi cellulare in mano a seguire la diretta.
Dietro di me si forma un capannello di appassionati, non tutti esperti di ciclismo, ma sinceramente presi da questa tappa.
I corridori sono sulla panoramica, rotonda Margaria, manca poco! Ripongo il cellulare, niente foto o video. Voglio godermela all’antica, senza l’ansia del ricordo, di una foto sbiadita, di un video mosso. I migliori arrivano. C’è Vincenzo Nibali tra loro e lo incito alla vecchia maniera. Gli urlo un lungo “Vai Vincenzo, forza!” con una grinta pazzesca.
Lui mi vede e mi fa un cenno con la testa - almeno così mi piace pensare - in realtà parlava a se stesso e alla sua fatica. Poi si fa il tifo per tutti, nessuno escluso. Un tributo a Valverde con uno spagnolo con la maglia di campione del mondo Movistar che gli corre accanto per qualche metro. Il giusto quadro che mi porterò dietro come uscita di scena di un fuoriclasse.
Al primo passaggio vedo ancora volti lucidi, tranne il povero Julius Van den Berg, che a mandibola aperta e storta disegna sul suo volto una smorfia da urlo di Munch.

Non mancano domande tipo: “Tu che li conosci, chi è questo?” Ovviamente non è facile rispondere, alcuni li riconosco, altri li manco completamente. Primo passaggio auto di fine corsa e nuovamente si torna al cellulare.
Nibali è ancora tra i migliori. Nel primo pomeriggio avevo ricevuto un messaggio da mio cognato “Vedo Nibali favorito”, tra di me ho pensato “Forse mio cognato segue poco il ciclismo ultimamente, preso dal suo Milan che sta soffiando lo scudetto alla mia Inter”.
Invece Nibali è ancora con i migliori. Io amo lo sport perché è giusto che vinca il più bravo e non il più forte, altrimenti è inutile gareggiare.
E oggi Vincenzo è davvero bravo, gestisce i tratti duri, tira fuori tutta la sua esperienza, controlla i ragazzini che lo affiancano come un fratello maggiore alla prima uscita serale del minore.

Al secondo passaggio Nibali è staccato di qualche metro da Carapaz e Hindley. Gli urlo, lo so sono ingenuo ma l’istinto mi ha detto così, -li riprendi subito perché sopra spiana!- Come se lui già non lo sapesse.
Al passaggio di Landa mulino il braccio velocemente, come se lo stessi tirando su con una corda. Un poeta si aiuta sempre!
Sempre più sgranati passano il resto dei corridori, alcuni in solitario, altri in coppia, spesso della stessa squadra, per incoraggiarsi.
Un bambino è preso di mira dai corridori per il regalo della borraccia. Lui è felicissimo, così tutti noi con lui.
Gli consiglio di non tenerla in mano, altrimenti non ne riceverà altre. Lui con uno sguardo sveglio capisce al volo, lascia la borraccia al nonno e riprende posizione. Verrà premiato altre due volte.
I due gruppi, quello di van der Poel e poi, dopo qualche minuto, quello di Démare sembrano soldati al ritorno dal fronte, con poca voglia anche di salutare e preoccupati solo del tempo massimo.

Infine passa di nuovo Van Den Berg, sembrava impossibile ma è avvenuto, la mandibola ancora più storta, ora tutto il corpo si contorce sulla bici, sta dando tutto! Da domani tiferò per lui!
Chi fatica di più e non molla è il vero campione di una corsa come il Giro. Non è retorica, guardate i loro volti, le loro smorfie, i tendini affilati e capirete che non c’è nulla di retorico in questo. Poi se avete sofferto una crisi in bici su una salita, sarà più semplice capirlo e rivivrete con orgoglio quel giorno in cui non hai mollato (sul Finestre, per quanto mi riguarda).
La macchina di fine corsa è passata, si riprende il cammino verso casa.
Il caldo è meno opprimente rispetto a prima, tutti sorridono, qualcuno si ferma a prendere un gelato all’Eremo dove una gelataio da strada ha parcheggiato la sua ape.
Scendiamo a Torino desiderosi di una buona birra per cancellare l’arsura e sentire e leggere subito i commenti della tappa.
Sono orgoglioso delle ”mie” colline, hanno fatto vedere al mondo cosa valgono. Speriamo RCS le sappia valorizzare a dovere, magari facendo della Milano-Torino, la vera decana, una corsa da sogno con un circuito in collina simile a questo del Giro.
Un mondiale? Perché no. Ma avere una corsa spettacolare come questa ogni anno è il mio desiderio.

Con lo scooter taglio per Val San Martino, la mia valle preferita della collina, amata anche da Salgari, a tal punto che la scelse come luogo dei suoi ultimi attimi di vita.
La temperatura è più primaverile qui e gli odori dei fiori si sentono bene. Il Giro è passato, la festa di Maggio. Sarebbe stato perfetto se avesse vinto Nibali, ma è stato bello così. Un quarto posto, conquistato con classe e fatica, è la migliore metafora della giornata.
La materna collina ci ha accolto, entusiasmato, protetto da un sole cocente e ci ha regalato l’ennesima lezione di vita: non c’è età per smettere di pedalare e divertiti in bici e anche se non arrivi primo, qui sarai sempre felice, affaticato, protetto.

Per Alvento magazine - Kristian Perrone
Foto Daniele Molineris


Aveva indosso la Maglia Rosa

Non riusciva nemmeno a scendere dalla bici. Chi era lì in zona ha raccontato di averlo sentito urlare e pareva più dal dolore che dalla gioia. Forse un crampo, una contrattura, qualcosa che sarebbe poi passato qualche ora dopo. Dopo aver capito anche che razza di impresa si era inventato.
Dolore in tutto il corpo; quello che ti rende anchilosato e come un tutt'uno con la tua bici che hai portato a spasso, si fa per dire, per oltre cinque ore e per quasi cinquemila metri di dislivello. Come se in quelle cinque ore ti fossero passati sopra con un treno o avessi preso una malattia che non ti dà tregua.
Non ci credeva, all'arrivo, nonostante un modo di esultare che inizialmente hanno scambiato per presunzione, poi per fatica, quando semplicemente gli è uscito dalle braccia quel poco che gli era rimasto e aveva pensato di fare una specie di inchino.
Aveva indosso la maglia rosa conquistata poche ore prima grazie a un'azione in contrattacco, quella che ormai abbiamo imparato a conoscere dopo aver visto i primi successi in carriera. Che non sono mai stati banali.
Una Liegi Bastogne Liegi, ad esempio, quella in versione Under 23, si capisce, perché stiamo parlando di Leo Hayter, fratello minore di Ethan Hayter, nome già decisamente più evocativo alle orecchie di chi segue il ciclismo; Leo Hayter è invece il protagonista di questa storia; Leo Hayter che di anni ne deve ancora compiere ventuno e che nel giro di due giorni ha cambiato i connotati al Giro d'Italia dedicato ai ragazzi della sua categoria, ha ribaltato le gerarchie che vedevano in testa - sulla carta - i francesi Grégoire e Martinez; ha modificato il modo di narrare e raccontare di chi prova a mettere per iscritto le sensazioni di una gara come quella di ieri senza scivolare in facili entusiasmi ed esclamazioni tipo: "Incredibile!" oppure "mai vista una roba del genere"!".
Perché così è andata quando Hayter, dopo aver tenuto il ritmo di van Eetvelt sul Guspessa, coperto alla sua ruota insieme a Grégoire e inseguendo Lenny Martinez che pareva volare verso la vittoria di tappa e probabilmente l'ipoteca sulla classifica finale del Giro, insomma così è andata: Hayter, dopo il Guspessa, versante terribile che porta in cima al Mortirolo, verso la fine della discesa prima dell'ultima ascesa, ha lasciato la compagnia degli altrettanto giovani avversari, per inseguire Martinez. Gli ha recuperato i circa 2'30'' che aveva in cima e gliene ha rifilati altri 5'50'' in poco meno di 40 km che porteranno al traguardo, andando a vincere a Santa Caterina Valfurva in una maniera che ha pochi precedenti.
L'altro ieri, dopo aver vinto la tappa con arrivo a Pinzolo scriveva sui suoi canali social, in italiano, "Una bella giornata in Italia". Ieri, quando è arrivato, racconta la cronaca di Carlo Malvestio, inviato di Tuttobici, Leo Hayter ha esclamato qualcosa che si potrebbe riassumere in "P***a t****a, non ci posso credere" quando gli hanno detto che distacco aveva preso il secondo (Grégoire, 4'55'').
"P***a t****a, non ci posso credere" , davvero, espressione che accomuna chiunque abbia seguito una delle azioni più - qui aggiungete voi il termine - mai viste nel ciclismo giovanile.


"Cykel": a Copenaghen

Anche in questo momento, a Copenaghen, qualcuno, passando dalla Piazza del Comune, si sarà fermato davanti allo schermo che conta i giorni mancanti al primo luglio, il giorno della partenza del Tour de France. Per loro è "vente", l'attesa. Davanti a quello schermo si ferma la bicicletta e si fa passare qualche minuto: solo così manca meno, solo così quel giorno è più vicino. Basta "cykel", la bicicletta in danese, e qualche pedalata per andare a vedere. Per almeno cento giorni, perché il tempo lì ha iniziato a scorrere ai meno cento giorni dal Tour.
Le biciclette corrono ai lati delle strade e sono l'elemento in movimento della città. Sono il mezzo in grado di scuotere gli abitanti dalla forte timidezza che li connota, perché aiutarsi, fra le strade, in bicicletta, è naturale. «Spesso le biciclette usate per andare al lavoro o a scuola sono le più vecchie, segnate dal tempo e dall'uso- ci raccontano i ragazzi di Copenaghen Bike Community che stanno lavorando all'allestimento degli eventi collaterali al Tour- ciascuno ha più di una bicicletta e la più bella resta a casa per le occasioni importanti». Non c'è nulla di male nell'avere una bici vecchia, non c'è nulla di male nell'usare una bicicletta rovinata.
La bicicletta, per un danese, è il mezzo che unisce due punti di un tragitto, la sola sua chiave di lettura è il viaggio. Il Tour de France in città per gli abitanti di Copenaghen è, in primis, un'opportunità di avvicinamento fra il loro mondo, quello che alla bicicletta lega la parola "necessità", e quello dello sport in bicicletta: «Per un ragazzo che va in bicicletta a scuola o un operaio che usa la bicicletta per andare in fabbrica, chi fa il mestiere del ciclista sembra molto distante, come in un altro universo. Quelle biciclette sembrano, e in parte sono, altre biciclette. In realtà scorrono sulle stesse strade, per questo, da oltre un anno, per l'arrivo del Tour si stanno rifacendo le strade». In questo modo si accomunano due realtà diverse, cercando di suscitare negli uni la curiosità per il mondo degli altri: «Nella concezione danese, la bicicletta è una, unica, il resto sono differenziazioni fatte dalle persone e dagli usi. Ospitare il Tour de France significa avere altre biciclette in città e altri usi delle biciclette». Forse significa anche avere ancora più voglia di fermarsi a scattare una fotografia.
Già, perché a Copenaghen accade anche questo: «Se il mezzo bicicletta ti incuriosisce, ad ogni pedalata ti fermi decine di volte a fissare una nuova bicicletta: cargo bike, bici per famiglie, biciclette colorate che vanno a formare disegni o vetrine». E, nel centro di Copenaghen, le vetrine a tema bici sono davvero tante, compreso un negozio dedicato al Tour de France. Qualcosa che richiama l’idea di una festa. “Festivelo”, ad esempio, che proprio nei giorni del Tour de France racconterà le diverse forme del ciclismo e lo farà cercando di divertire, di mostrare cosa può essere una bicicletta.
Qui, a Copenaghen, è la costante su ogni sfondo, ad ogni variazione di cielo e di luce, la scia in movimento che porta altrove.


Contava far parlare la bici

Primož Roglič: far parlare i fatti. Che sarebbe vederlo in bici sempre composto, agile, gli occhi che, man mano si sale e aumenta la fatica, gli diventano sempre più piccoli tra le orbite e con una forma che definiremmo a mandorla.
Citiamo il palmarès dello sloveno nelle corse a tappe perché più concreto di un elenco del genere resta poco per aiutarci a capire di chi e cosa stiamo parlando: 3 Vuelta, 2 Paesi Baschi, 2 Romandia, 1 Parigi Nizza, 1 Tirreno, 1 Delfinato (quello vinto ieri), 1 Uae Tour, mettiamoci dentro anche 2 Slovenia, visto che è la corsa di casa sua.
I fatti sono che arrivava al (Criterium del) Delfinato con più di un punto interrogativo per un problema fisico, qualcosa tra muscolo e ginocchio, qualcosa che ci faceva dire: non è lo stesso Roglič delle ultime stagioni, ma se qualcuno avesse avuto dei dubbi, quei dubbi sono stati fugati.
Ciò che contava era far parlare la bici, la cadenza a tratti assurda di pedalata in salita, il controllo totale da parte della sua squadra in corsa. Nelle ultime due frazioni di un Delfinato francamente bruttino e niente di più che di preparazione al Tour, Roglič cercava risposte; le cercava dal suo fisico, le cercava da dare a se stesso, perché poi è questo che conta principalmente; risposte da dare alla sua squadra perché c'è quel diavolo di un danese che spinge forte.
Verso Vaujany, mentre Carlos Verona si involava verso la prima vittoria dopo una lunga carriera spesa a essere gregario (quasi) di lusso, o fugaiolo in appoggio ai capitani, Roglič attaccava (seppur tardi per lo spettacolo, ma tant'è); attaccava tanto quanto bastava per farci temere un'altra situazione Roglič-Mäder, attaccava tanto quanto bastava per farci capire. Attaccava per leggersi dentro: ci sono, avrà pensato. Non al meglio, ma ci sono. Sono in crescita e al Tour ci sarò come volevo esserci. E così via.
Ieri verso il Plateau de Solaison di nuovo Vinegaard e Roglič a completare una giornata super di una vecchia conoscenza come Kruijswijk che in pochi chilometri si conquistava un posto tra gli Jumbo-Visma per il Tour, e non è che sarà una cosa di poco conto esserci visti gli altri sette a completare la squadra, oltre appunto al buon vecchio e caro corridore che in Francia chiamano "Le Cintre", ovvero l'appendiabiti, la gruccia. Corridore che trasmette simpatia amplificata ripensando a quella caduta in maglia rosa al Giro di qualche anno fa, in mezzo alla neve.
Beh, dopo l'opera kruijswijkiana, andava via la coppia sloveno-danese, così diversi, ma che saranno uniti dall'obiettivo di provare a battere l'altro sloveno sulle strade del Tour. «Io ci credo, proverò a vincere il Tour. Se ripenso al Ventoux del 2021 quando staccai Pogačar... so che posso farcela» ha detto Jonas Vingegaard a fine tappa ieri, dove per un attimo, forse qualcosa in più, misurabile in diverse centinaia di metri verso il traguardo, è parso persino rallentare per non mettere in difficoltà Roglič. «Al Tour partiremo alla pari» ha aggiunto.
Una prova di forza della squadra che sarà uno dei temi fondamentali fra qualche settimana: «Per quello che abbiamo fatto vedere qui, meritiamo di essere la squadra favorita in Francia», ha aggiunto il vincitore della maglia gialla ieri. E forse grazie a questi due e alla Jumbo Visma la corsa potrebbe restare aperta. La corsa potrebbe essere bellissima.


Quando Dumoulin si ritira

La prima reazione al ritiro a fine stagione di Tom Dumoulin, per i suoi tifosi, assomiglia probabilmente a quella di quel ragazzo alle Scale di Primolano, in quel caso parlando del ritiro al Giro d'Italia qualche giorno prima. Un "no" prolungato, perché il ritiro toglie, sottrae, è una mancanza. Delle vittorie o semplicemente della presenza di un ciclista: anche in difficoltà, anche in coda al gruppo. È la mancanza di un modo di fare, di correre, talvolta di un'attesa. È, invece, la presenza più forte di un ricordo che torna, cercando il paragone con chiunque, perché l'istinto, quasi sentendosi impoveriti, è il confronto per cercare qualcuno di simile, qualcuno in cui riconoscersi: allora chi farà qualcosa di simile a Dumoulin nel 2017 ad Oropa?
Nel caso di Dumoulin, qualcuno ci ha spiegato che riconoscersi in lui è stato anche riconoscersi in un momento di difficoltà, nella semplicità del tornare a bordo strada a vedere una gara, a vedere il ciclismo, prima di tornare in sella e dopo quella pesantezza tornare a sentirsi leggero come deve essere un ciclista, perché una bicicletta che va parla di leggerezza, sempre, in salita ancor di più. Riconoscersi in Dumoulin è stato ed è quindi riconoscersi in un ritorno o almeno nella possibilità di tornare, di fermarsi e ricominciare.
Così capiamo bene chi quello stato di frustrazione del ragazzo delle Scale di Primolano lo ha vissuto in maniera ancor più forte per l'annuncio del ritiro a fine stagione. Perché questa volta Dumoulin ha fatto capire chiaramente che un ritorno, almeno come ciclista, non ci sarà. "Magari ci ripensa" ci hanno detto. Qualcuno ha anche aggiunto: "Speriamo che ci ripensi". Ed è importante perché quel verbo restituisce il valore di un singolo in un gruppo di ciclisti che potrebbe essere visto come "il gruppo" in maniera generale, con quell'articolo determinativo che lo connota, ed invece in quel gruppo ciascuno cerca qualcuno. Come quando il gruppo passa su una strada e si guarda l'insieme ma si cerca il dettaglio.
È importante come è importante sottolineare le altre parole, quelle di chi, nei ritiri, sottolinea il bisogno, la necessità di ritirarsi talvolta. I tifosi lo fanno, magari non subito, in preda al dispiacere, ma lo fanno. Anche quel ragazzo a Primolano lo ha fatto, quando ha detto: "Non poteva fare altrimenti, altrimenti avrebbe continuato". Non da poco, perché è come dire: "avrei voluto tifarlo in corsa, ma se per lui è meglio così...". C'è di più: talvolta il ritiro può non essere l'unica possibilità, solo una delle tante, ma quella scelta, quella che fa star meglio in quel momento. L'uomo o il ciclista.
Anche se non fosse l'unica è giusto accettarla, condividerla. Dumoulin ha detto che la strada lenta del recupero, già scelta altre volte, non è quella che si sente di scegliere questa volta. Che la stanchezza, che pur fa parte del mestiere del ciclista, come la fatica del resto, questa volta è troppa ed è giusto dire basta. Giusto per se stesso, prima di tutto.
In quel gruppo, quindi, anche chi lo aspetta si dovrà abituare alla sua assenza. Un'abitudine che potrà essere leggera come quella bicicletta nei giorni migliori, se si farà proprio il motivo della scelta. E chi aspetta tanto per vedere passare un uomo in bicicletta è capace di farlo molto bene. Perché chi aspetta accetta il rischio di un'attesa più lunga, dell'afa, della pioggia o anche di un ritiro che comunicato via radio ti avvisa che quel ciclista, oggi, non passerà.
C'è un forte valore nel tornare, un esempio per tanti, che hanno bisogno di fermarsi e di sapere che ripartire è possibile. Ma c'è un valore altrettanto forte nel fermarsi e nel non fare ritorno, non in quella veste almeno. Il valore di chi ha scelto di salvaguardare se stesso, perché anche saper cambiare fa la differenza. Tanti tifosi potranno riconoscersi, e si sono riconosciuti, anche in questo: cambiare, quando la stanchezza o la sofferenza sono troppe, e continuare.

Si può essere anche Romain Grégoire

Mancano pochi chilometri alla fine della gara degli juniores all'Europeo di Trento. Manca poco per i corridori, troppo per noi costretti a combattere con la relatività del tempo e con il tentativo di trovare un posto buono per vedere l'arrivo, svincolandoci tra tifosi e genitori dei corridori in gara che da ore hanno occupato qualsiasi spazio possibile attorno alle transenne.

Sale il caldo dall'asfalto e all'improvviso troviamo posto fuori da un bar. Colpo di genio o di fortuna. Sedie libere, tavolino vuoto, ma la vera magia è che il posto è proprio davanti allo striscione del traguardo con su scritto UEC TRENTO 2021.

Gli speaker avvertono: è uscita l'azione decisiva, davanti due francesi e un norvegese; belgi delusi, avevano dominato la gara a cronometro qualche giorno prima, in particolare sono affranti i genitori di Segaert – oro nella gara contro il tempo - con il cappellino con l'iride ricamato sul bordo, e i supporter di Uijtdebroeks, argento dietro il connazionale, lui con un futuro assicurato e che, a differenza di altri suoi coetanei, avrebbe fatto a fine stagione il doppio salto junior-professionisti senza passare per la classe di mezzo. Arriva la volata che si gioca proprio davanti ai nostri occhi: vince Grégoire davanti ad Hagenes e Martinez. Podio, interviste, un buon inglese (il suo, il nostro ha sempre sfumature italiote) e così conosciamo Grégoire.

Classe 2003, Romain Grégoire arriva da Besançon, dipartimento del Doubs, va in bici come da tradizione per passione tramandata, e tra una mountain bike e una da ciclocross ne trae beneficio per la sua attività su strada. La sua è una crescita esponenziale, che lo pone al vertice assoluto della categoria Under 23: tra poche ore sarà il favorito del Giro d'Italia di categoria. Con il destino segnato, erede nell'albo d'oro dei vari Sivakov, Vlasov, Pidcock e Ayuso, per citare 4 degli ultimi 5 vincitori.

La sua squadra, La Conti Groupama FDJ, lo tratta come si fa con un gioiellino; lo osserva con occhi colmi di emozione e lo tira a lucido e, come si fa spesso con le cose preziose, lo conserva per i momenti migliori. Poca attività tra i prof, tanta tra i ragazzi della sua stessa categoria, anche se, a vederlo così forte e vincente, appare già superiore agli altri.

Quando era ragazzo, racconta Grégoire, non è che fosse un predestinato: «Le corse le vinceva sempre Gautherat e noi si finiva per lottare ogni week end solo per il secondo posto». Le cose poi sono cambiate, all'improvviso. Smessi i panni del ragazzo tutto fango e bici, la strada diventa la sua vocazione e così di colpo si trasforma in uno di quelli che ti lasciano a bocca aperta quando lo vedi correre, attaccare e vincere.

In questi 6 mesi da primo anno tra gli Under 23, Grégoire, studente al primo anno dell'Università («nel caso vada male la carriera da ciclista, voglio un piano B per la mia vita»), ha vinto 4 corse: Liegi Espoirs, Belvedere, Recioto e Fléche Ardennaise, tutte col piglio di chi fra poco tempo, quando farà il salto nel World Tour, sarà da tenere d'occhio. In Francia già si spendono tante parole su di lui.

Dice non aver fatto il salto direttamente tra i professionisti: «Perché sono una persona concreta e credo che non tutti siamo degli Evenepoel. Potevo essere nel World Tour, ma con il rischio solo di finire le gare, mentre così posso gestire la mia crescita con calma. Posso divertirmi in bici e continuare a vincere: non tutti evolviamo allo stesso modo e alla stessa velocità». Non sono tutti Evenepoel, è vero, si può essere anche Romain Grégoire.


Tre carte

Nel ciclismo, si potrebbe scrivere molto sulle partenze. Non solo di un viaggio o di una tappa. Si potrebbe scrivere molto sulla partenza dei ciclisti quando, come in ascolto di un richiamo ancestrale, aumentano la velocità e cercano di segnare un varco su chi li segue. Ci si potrebbe chiedere, e in un certo senso ce lo chiediamo, quale sia l'esatto momento in cui l'istinto faccia scattare il desiderio e quanti millesimi di secondo ci vogliano perché dal pensiero si passi all'azione.
Pensiamo a Elisa Longo Borghini allo Women's Tour in questi giorni. Quell'istinto, tramutato in desiderio e poi in levata sui pedali e scatto, partenza, lo ha ben messo in mostra e guardandola viene da chiedersi quanto prima parta nella mente lo scatto che tutti poi vediamo. Certe volte è bello provare ad indovinarlo prima che si manifesti nella realtà. Quasi a dire "Adesso parte" e vedere che, sì, parte proprio adesso.
Non diciamo indovinare a caso, lo diciamo perché l'ordine d'arrivo di oggi alla Black Mountain e di ieri a Welshpool assomiglia a quel gioco delle tre carte, in cui bisogna indovinare dove si trovi una precisa carta scelta: al centro, a destra o a sinistra. E per indovinarlo devi affidarti a ciò che vedi, oppure, quando la mano è troppo veloce, a ciò che pensi. Quelle mani che muovono le carte, somigliano alle gambe dei ciclisti, al loro rimescolarsi in gruppo, all'abilità, all'equilibrismo e persino alla fortuna. Quelle mani sono l'istinto delle gambe che fanno girare i pedali e delle braccia che dirigono il manubrio.
Ieri Elisa Longo Borghini aveva mosso quelle carte, in una tappa che non avrebbe dovuto muovere la classifica generale. Aveva svegliato la corsa, era poi partita decisa con Grace Bown e Kasia Niewiadoma. Troppo presto, forse. Brown, Niewiadoma, Longo Borghini aveva detto l'ordine d'arrivo. Oggi, nel verde della Black Mountain, lo ha rifatto, partendo convinta, sui pedali, come ieri, e con una strada che tira all'insù. Come quella mano: destra, centro, sinistra e poi ancora sinistra, centro e destra. Dritta fino in fondo, fino al traguardo, poi braccia in alto, velocemente e ancora giù: Longo Borghini, Niewiadoma e Brown.
Quanto tempo prima è partita quella partenza, nella sua testa? Ora, riguardando il video, sembra quasi possibile intuirlo, per un movimento, una sensazione. Ci proveremo ancora nei prossimi giorni, nelle prossime gare. Quel che conta è che oggi tutto è stato perfetto, come le mani di chi getta le carte o, fuor di metafora, il ciclista che parte. Elisa Longo Borghini ha vinto.


Quel traguardo che sembrava non arrivare mai

Ce lo dicano che si sono inventati un giochino per rendere appassionanti le tappe da volata: procrastinare il tentativo di chiusura sui fuggitivi; fare finta di nulla fino a quando ci si accorge che quelli davanti possono arrivare davvero, e da lì iniziare ad accelerare mettendo magari davanti pezzi da novanta come Ganna e poi cercare di rientrare sul rettilineo finale.

Ce lo dicano perché così sappiamo di tenerci liberi anche quei pomeriggi da passare all'apparenza con il volto disteso, invece di stare qui a digrignare i denti con le pulsazioni a mille perché vorresti vedere arrivare la fuga, ma in realtà ti piacerebbe anche vedere lo sprint del gruppo. E tutto questo ti manda in confusione.

Va così (anche) oggi al Delfinato, ma sembra ormai la nuova routine: gruppetto in fuga, vantaggio che non cresce mai a dismisura, ma quando i chilometri alla fine diminuiscono il vantaggio è tale e quale a prima, anzi a un certo punto aumenta.

Alla fine si sono dovuti mettere giù a tirare pancia a terra Ineos - Ganna, De Plus e Kwiatkowski - e una mano pure dalla Jumbo con Kruijswijk finché ha potuto, e poi Benoot, per riprendere i quattro.

Prima di quel finale pirotecnico: van Aert che sembrava non partire più, lanciato da Laporte, ma poi parte lanciato per fermare Thomas (Tomà) a 100 metri dal traguardo come a dirgli "qui comando io", e quel traguardo che sembrava non arrivare mai fin quando alle sue spalle si è materializzato Meeus, colosso in maglia BORA, e allora all'improvviso la linea è apparsa sotto le ruote dei corridori.

E van Aert ha vinto. Fatto non banale visti i secondi posti di questi giorni, fatto che va ad aumentare una statistica ormai vanaertiana: circa 2 corse su 3 chiuse sul podio in questo 2022. 5 vittorie in 19 giorni di gara, e al Delfinato: 1°,6°,2°,2°,1°. Semplicemente roba da van Aert, in giallo limone con quel casco di un altro colore che lo fa sembrare quasi pittoresco.