SELLE SAN MARCO - Shortfit Allroad
Finalmente ci siamo. È arrivato quel momento dell’anno in cui stacchiamo dalla vita di tutti i giorni, mettiamo le borse sulla bici e maciniamo chilometri con un ritmo diverso. L’unica cosa che potrebbe disturbare quella pace interiore è il dolore al fondoschiena, puntuale dopo giorni consecutivi di pedalata. Per fortuna Selle San Marco ha creato la Shortfit Allroad, progettata per offrire il comfort necessario per affrontare molte ore su superfici miste.
La forma è quella Shortfit: compatta, con una sezione posteriore rialzata e arrotondata per sostenere il movimento in salita, e un anteriore snello pensato per adattarsi a diverse conformazioni del bacino. Il profilo waved, ondulato nella zona centrale, distribuisce il carico in modo più uniforme e aiuta a mantenere una posizione stabile anche quando la strada smette di essere tale.
Il cuore della sella è il sistema Bow Rail: i binari permettono alla scocca di ruotare leggermente attorno a essi, assorbendo micro-impatti e vibrazioni senza togliere nulla alla pedalata. Completano il quadro gli Shock Absorbers integrati nella scocca, studiati per filtrare le frequenze alte tipiche dello sterrato, e una membrana che chiude lo scarico perineale per proteggere dagli schizzi nelle giornate più fangose.
Dopo qualche giorno in sella, il corpo trova il suo ritmo e la testa, finalmente, si quieta. La Shortfit Allroad fa la sua parte. Per il resto, ci pensa il viaggio.
Shortfit Allroad (da 79,90 €)
sellesanmarco.com
Vedere vincere Wout van Aert
Prima di proporre in redazione un pezzo di questo genere, su questo tono, ho ponderato a lungo la mia scelta. Non per qualcosa, ma perché anche io faccio parte di quella schiera di sfigati cronici che, forse per una questione generazionale, ma anche di percorso di crescita, educazione, letture, visioni, crede (anche se non troppo ciecamente o fedelmente) nella magia. E quindi, prima di pensare di scrivere un pezzo con le parole “vincere” e “van Aert” nel titolo c’ho pensato molto bene e ho fatto scongiuri e nel caso chiedo già scusa in anticipo ai tanti fedelissimi del corridore belga. Il fatto è che vedere vincere Wout van Aert è un privilegio per noi, per chi gli corre di fianco, anche per i suoi compagni di squadra, senza dimenticare quanto per esempio, in questi giorni, alla Vuelta, sia fondamentale per i successi di Brennan (nel momento in cui scrivo il 21enne inglese ha conquistato 5 tappe, 4 delle quali con l’ausilio del belga). Senza andare poi a scomodare i successi passati della squadra neerlandese, ne abbiamo già parlato e sarebbe da scriverne un libro, chissà. Ogni sua vittoria sembra arrivare da un luogo più profondo, più scuro, più umano di quello che il ciclismo concede di solito. Ci sono corridori che vincono perché devono, per ruolo, stipendio e genetica, Van Aert invece vince come una bella stagione dopo un lungo inverno, un sollievo oltre a un trionfo.
Due tappe alla Vuelta, in questi giorni. Due arrivi che non cambiano la storia del ciclismo, anzi, ma un po’ la nostra e pure la sua. Noi che lo abbiamo tifato nei momenti bui e sappiamo cosa significa vederlo così feroce e chirurgico, in pace con la strada che significa tornare a fare quello che sa fare meglio ovvero vincere. Solo così possiamo dire che Van Aert è tornato a essere Van Aert, e questo basta.
Il privilegio sta tutto qui: nel poter assistere a un atleta che non ha mai smesso di essere grande, che in questa stagione ha trovato ritmo e vittorie, che quel giorno a Roubaix… insomma quel giorno a Roubaix… Che ne ha passate e lo sappiamo: cadute e operazioni, malanni e primavere buttate, redenzioni e abissi. E noi lì, a guardarlo arrancare, a cercare nei suoi gesti un segnale, un lampo, un indizio che dicesse: sta tornando. E dopo l’ennesimo problema che pochi mesi fa lo ha messo fuori dal Tour eccolo: è tornato.
Le due vittorie alla Vuelta non sono solo due vittorie. Sono una dichiarazione di esistenza. Sono il momento in cui un corridore ritrova il filo e lo tira con forza, con rabbia che diventa gratitudine. Gratitudine verso il ciclismo, ok, verso la strada e verso chi lo ha aspettato. Gratitudine verso se stesso, soprattutto.
Per questo vederlo vincere è sempre un privilegio, perché sappiamo cosa c’è dietro. Sappiamo quanto gli è costato. Sappiamo che ogni metro di quelle due tappe è stato un metro rubato alla sfortuna, alla paura, al dubbio. Sappiamo che non sta vincendo per dimostrare qualcosa agli altri, ma per dimostrare qualcosa a se stesso, che è ancora lì, che non è finito, che il ciclismo non gli ha tolto niente che non possa riprendersi. Roubaix e poi queste tappe alla Vuelta – ma in generale un 2026 in cui ha toccato un altissimo livello, forse uno dei suoi migliori di sempre.
Fra due settimane ci sono i Mondiali in Canada. Non sappiamo cosa succederà, e va bene così. Non serve che vinca. Non serve che faccia il numero. Non serve che sia un van Aert iridato. Serve solo che sia questo van Aert, che ha ritrovato la strada, sé stesso, quello che ha ricominciato a vincere per sé e anche per gli altri perché è così che piace a lui e non rompetegli le scatole se, nel senso di quando, si fa a fettine per vedere vincere un compagno di squadra.
Il privilegio è tutto qui: vederlo tornare tutte le volte e sapere che lo abbiamo aspettato bene.
Desert Bike Race Series: la sfida di pedalare nel deserto
Se Desert Bike Race Series esiste è anche grazie a delle sensazioni semplici, genuine, che un ragazzo, nel deserto, ha sentito sulla propria pelle. Un giorno di marzo, al tramonto, sulle dune, sabbia infinita davanti agli occhi e infinita sabbia alle spalle, sole bianco ovunque. Quel ragazzo, per passione, è un velista, è stato in mezzo all’oceano, ma nemmeno fra le acque ha ascoltato così tanto silenzio. E, poi, l’unica bussola dell’orizzonte, che potrebbe essere noia, in mezzo al nulla, invece è un richiamo, anche se, in qualche istante, fa paura, spaventa, laddove non c’è nulla, ma c’è vita. Ci sono quei dromedari liberi e le montagne che compaiono all’improvviso ma non sono lassù, davanti, come in ogni altro paese, come in Italia, bensì laggiù. Saranno 350 chilometri a dividerle da quel ragazzo e da quella pianura dorata, eppure ad un certo punto compaiono e si vedono dall’alto, dopo aver scollinato. In un paese di religione musulmana in cui le abluzioni, nel deserto, non si fanno con l’acqua, ma con la sabbia, presa a manciate e passata sul viso nei momenti di preghiera. Una sabbia soffice al tatto che pone in completa relazione con la terra, ad una profondità quasi sconosciuta. Il ragazzo di cui parliamo è Matteo Miele, da sempre appassionato di ciclismo: sarà perché anche suo zio lo è, sarà perché sua cugina è giudice di gara, forse perché buona parte del mondo l’ha toccato pedalando, le Canarie, Santiago, oppure Alba, dove abita, e la Toscana, Siena, che ha collegato al Piemonte con un giro disegnato apposta. Magari solo perché le persone che ha conosciuto in bicicletta, tra viaggi e avventure, le ha conosciute meglio, le ha conosciute di più e ci si è trovato bene. Un giorno, poi, l’idea di organizzare qualcosa, di passare dall’altra parte: non solo pedalare, ma permettere agli altri di pedalare, accompagnandoli in nuovi luoghi. Ne ha parlato con un amico, di professione Tour Operator, pensava di occuparsi dell’Iron Man, invece si è ritrovato a parlare di un’idea per una gara nel deserto, già nel cassetto da molto tempo. Di fatto il progetto Desert Bike Race Series è nato in quella chiacchierata. La direzione è ben chiara: unire, in bicicletta, in più edizioni, tutti i deserti pedalabili del mondo, caldi o freddi che siano.
«Partiamo dalla Tunisia, dall’11 al 18 ottobre 2026 e pensiamo in grande per i prossimi anni. Non a caso abbiamo la denominazione “series”, pensiamo ad Oman, Brasile, Mongolia e così via. Si tratta di una gara, non nascondiamocelo, però non volevamo precludere l’esperienza a chi, per scelta, non desidera gareggiare, da qui la parte “experience”. Per chi sceglierà questa modalità ci saranno le stesse partenze, gli stessi arrivi, campi tendati identici, senza la preoccupazione del cronometro, con, però, tappe più brevi al fine di permettere visite e possibilità, cavalcare un cammello, ad esempio». Perché, spiega Matteo Miele, occuparsi di biciclette e ciclismo permette di scoprire quanto spazio ci sia per ciascuno per mettersi in gioco e fare proprio quel mezzo e le sue mille sfaccettature umane. La sofferenza agonistica in bicicletta può essere un particolare piacere, magari destinato a pochi, ma, allo stesso tempo, anche chi va a prendere il pane o a fare un viaggio prova una bella sensazione. Allora qual è il punto? Si chiede Miele e si risponde così: «Oltre alla declinazione particolare, restano sempre essere umano e bicicletta. Può essere una bicicletta nuova e costosissima oppure un vecchio modello passato di generazione in generazione, non fa differenza, crea sempre comunione e dialogo fra le persone ed è davvero sufficiente per essere felice». Lo spazio comune creato dal ciclismo è vasto, molto vasto, e si compone di tutti gli spazi geografici che la bicicletta unisce, in quanto mezzo capace di accompagnare lontano, unendo l’attività sportiva, la fatica ed il giusto ritmo, il giusto tempo per osservare la realtà in maniera attiva. Non solo, perché è indispensabile anche la responsabilità del mezzo e della sua manutenzione: se si rompe o viene sottratto, si resta a piedi. Proprio questa responsabilizzazione, nelle parole di Miele, porta a una differente socializzazione quando si viene ospitati o si ospita perché il prendersi cura di qualcosa è un gesto riconosciuto da tutti come qualcosa di valore: da qui il caffè, la possibilità di utilizzare la doccia di casa, di dormire in una camera libera, di confidarsi, mentre ci si dice da dove si viene e dove si va. La bicicletta, secondo Matteo Miele, non è una casa viaggiante, ma ciò che può riportare a casa, assicurare in situazioni scomode e prolungare quello stato di piacere.
Poi c’è l’altra responsabilità, tipica di chi organizza un evento. Per Desert Bike Race, certo riguarda la parte organizzativa, tecnica e gli standard qualitativi, tuttavia, se possibile, la preoccupazione maggiore non è nemmeno questa: «Possiamo sbagliare nella scelta di un albergo e, certo, ci dispiacerebbe, ma si tratta di un errore rimediabile. Non potremmo mai perdonarci, invece, se non riuscissimo a trasmettere l’emozione del viaggio, l’atmosfera, il divertimento pur nella fatica, quella gioia che noi stessi viviamo. Questa è una responsabilità enorme che avvertiamo molto». Il lato emozionale non è un fatto da poco, perché le persone, tramite i social, si sono disabituate ai tempi necessari per la maturazione di un’emozione. Matteo Miele sostiene che si sia dimenticata l’importanza del percorso che porta ad emozionarsi: «La gente si è abituata a ricevere emozione su emozione, una dietro l’altra, magari tramite uno schermo, osservando una foto, così la complessità per arrivare a quei momenti non è più considerata. Ritorniamo a me su quelle dune nel deserto: prima di quell’istante, ho dovuto faticare, mi sono dovuto annoiare, ho dovuto, insomma, vivere momenti per nulla emozionanti nel senso classico del termine. Vanno accettati come parte del percorso che è fondamentale, bellissimo, proprio per questo motivo».
Ciascuno arriverà a Tunisi con i mezzi, da lì l’organizzazione predispone un transfer di cinquanta chilometri. Domenica 11 ottobre, ad Hammamet, i partecipanti verranno accolti in hotel, avverrà la registrazione ed in loco sarà predisposto il servizio biciclette. Il lunedì mattina, in pullman, si partirà e si andrà verso il deserto: circa cinque ore di viaggio e cinquecento chilometri. Il campo tendato sarà alle porte del deserto, accanto a 195000 chilometri quadrati di sabbia. Dal pomeriggio si pedala, dapprima il prologo inaugurale e poi le tappe. Il martedì è prevista la prima frazione, pianeggiante, con via al mattino presto per le temperature alte. Sono circa 100, 130 chilometri a tappa, con ritrovo alla sera al campo tendato, tuttavia coloro che si sono iscritti alla modalità “experience” faranno qualche chilometro in meno in sella, restando identici arrivo e partenza, per potersi poi dedicare ad altre attività. Per gli altri la routine serale sarà sempre la medesima: arrivo, premiazione di tappa e riposo per il giorno seguente. Fino a venerdì sarà così: la seconda e la terza frazione avranno maggiore dislivello e montagne, pur se non quelle a cui siamo abituati noi, l’ultima, la quarta, invece, tornerà ad essere piatta e porterà ancora più all’interno del deserto. Premiazioni, festa e ancora una notte al campo tendato. Il 17 ottobre, sabato, si torna verso Hammamet, non prima di aver visitato l’anfiteatro di El Jem, uno dei più grandi anfiteatri romani, splendidamente conservato. Si dorme nel medesimo hotel della partenza, in modo da poter recuperare qualsiasi materiale lì depositato. Domenica mattina, infine, liberi tutti. Una settimana in cui è possibile dimenticarsi di tutto e pensare solo a pedalare, perché al resto pensa l’organizzazione.
«La maggior parte delle persone quando pensa al deserto pensa al Sahara, in realtà anche in Islanda c’è il deserto. Abbiamo contato i deserti pedalabili e sono ventuno. Il cammino della Desert Bike Race Series sarà graduale, sia per un fatto economico, sia perché serve sempre tempo affinché il volano di un evento si azioni. Probabilmente, se fossi un partecipante sceglierei la formula race, eppure per il futuro vorrei si potenziasse sempre più la parte esperienziale per mostrare a più persone possibili la bellezza dei deserti». Intanto è il pensiero a viaggiare: il Grande Erg Orientale, il deserto islandese, il Salar de Uyuni ed il deserto del Canada. Servirà tempo, ma quando si inizia a immaginare, poi si realizza. Desert Bike Race Series ne è la prova.
Finché c'è bici c'è speranza: intervista a Debora Silvestri
«So che ci sono persone che, ancora nel 2026, ritengono che il ciclismo sia uno sport da uomini. Forse sono le stesse che credono che seguire le nostre gare sia noioso, che non ci sia paragone e non hanno mai provato a guardarci, nemmeno in televisione. Probabilmente tra queste ci sono coloro che, quando avviene una caduta nel gruppo femminile, commentano in modi non ripetibili sui social, come se noi ci divertissimo a cadere e farci male. Eppure non ho mai pensato, neanche per un istante, che, per fare il mio mestiere, sarebbe stato meglio se fossi nata uomo, anche se certe cose avrebbero potuto essere più facili. Sono anzi fiera di essere donna e di essere una ciclista. Non sai quanto sono orgogliosa di tutte le cicliste che sono venute prima di me e grazie alle quali, oggi, io posso fare quello che faccio. Certe volte mi ritrovo a credere che, se anche noi lavoriamo bene, alziamo il livello, mostriamo tutta la nostra professionalità, la incrementiamo, qualche donna del domani possa non dover nemmeno più sentire certe assurdità. Così lavoro sodo, dei commenti social non parlo, tante voci non le ascolto, e cerco di dimostrare sempre il contrario, con l’orgoglio di essere donna. Se servisse, del resto potrebbe anche non importarmi». A dirci queste parole è Debora Silvestri, classe 1998, di Isola della Scala, nel plotone con la divisa di Laboral Kutxa – Fundaciòn Euskadi. A pedalare ha iniziato proprio osservando un gruppo di ragazzini in un campo dietro casa. Era con suo padre quel giorno, amatore, e, dopo essere rimasta a guardarli per qualche minuto, glielo disse: «Voglio fare come loro. Voglio diventare una ciclista». Era troppo giovane, non poteva iscriversi ad alcuna squadra. Allora si limitava a studiare i loro giri e, da sola, provava a ripercorrerli. Potrebbe bastare questo aneddoto a descriverne il carattere, di quelli tosti, di quelli che, di fronte ad un problema o ad un infortunio, hanno sempre cercato di trovare la chiave perché fosse un modo di andare avanti e non di fermarsi o di cambiare strada. La volta in cui Silvestri se l’è vista più brutta non è nemmeno molto lontana: il 21 marzo, alla Sanremo Women. Una caduta in curva, davanti a lei, che nulla può fare per evitare di cadere. Le immagini le abbiamo tutti in mente e ancora oggi fanno paura. Silvestri, invece, di quei momenti non ricorda nulla e, forse, grazie a questo non le è rimasto alcun timore ad affrontare la strada che scende. Eppure quel giorno ha fatto male.
Sei giorni in ospedale, i primi tre con l’ossigeno a causa di un edema che rendeva complicata la respirazione, immobilizzata. Faticava anche a ridere per il dolore alle costole e dormiva sul divano, “quasi in piedi”. Al ritorno a casa, il primo giorno, ha voluto uscire a fare una breve camminata, dopo due settimane era sui rulli, dopo circa quattro era già tornata su strada, grazie anche alla riabilitazione ed alla ginnastica posturale. Tutti le hanno detto che il suo è stato un recupero veloce, lei ritiene sia solo stato al suo tempo: «Quando ho ripreso a pedalare, era esattamente il momento in cui il mio corpo poteva riprendere a pedalare, al termine di tanti piccoli passi. Non avvertivo nemmeno le vibrazioni dell’asfalto. Mi ha aiutato sapermi ascoltare: quando ero una ragazzina mi allenavo sulla base dei miei battiti, di watt ho iniziato a capire qualcosa a vent’anni, forse a ventidue. Conosco il mio corpo e so ascoltarlo proprio per come sono cresciuta. I dati sono un appoggio». In quei giorni, Debora Silvestri non legge i social, ma i commenti che taluni riservano a quella caduta, in un modo o nell’altro, le giungono all’orecchio. «Non ha alcun senso replicare a certe parole. La cosa migliore è ignorarle. Una cosa, però, voglio dirla: in ogni lavoro ci sono dei rischi, anche nel ciclismo. Noi, come professioniste, questi rischi ce li assumiamo tutti. Sia quando le cose vanno bene, che quando vanno male. Quando siamo nel giusto e quando sbagliamo. Chi scrive sui social questi rischi non li conosce nemmeno. E spesso non è nemmeno mai salito su una bicicletta da corsa. Non metto certo in discussione la mia capacità di guidare la bicicletta per qualche commento social». Diverso è invece il discorso che riguarda la sicurezza stradale e che Silvestri affronta, portando la propria esperienza.
«Le strade italiane sono una giungla, lo dico senza mezzi termini. In altre nazioni non funziona così, in Spagna ad esempio, dove mi alleno spesso. Da noi un ciclista deve pensare a mille possibili movimenti di ogni automobilista, perché può succedere di tutto. Non gli basta concentrarsi sulla propria condotta, perché sa che per quanto possa essere attento e rispettare il codice stradale può trovare chiunque che, senza la medesima attenzione, pone in essere comportamenti pericolosi e potenzialmente mortali data la fragilità dell’utente della strada in bicicletta. Non è un caso. Sono azioni e le azioni dipendono spesso dalla cultura o dalla mancanza di cultura. In Italia manca completamente la cultura». Il pensiero non può non andare all’accaduto a Finlay Tarling alla Volta a Portugal solo poche settimane fa: «Fatico anche a parlarne. Si è fatto molto per la sicurezza in corsa, ma bisogna continuare a fare, non fermarsi mai e non credere mai di essere arrivati perché c’è sempre da fare. Tutte noi quando partecipiamo ad una corsa sappiamo che corriamo dei rischi, non ci pensiamo altrimenti cambieremmo mestiere, perché avremmo paura, Certe cose sono insite nel lavoro, su altre si ha il dovere di intervenire per evitarle. Ho apprezzato particolarmente, ad esempio, il lavoro che si è fatto, ad esempio, per le transenne agli arrivi. Cerco di mettere la massima attenzione, la massima correttezza ed anche prudenza ma non è detto che basti».
A credere che il ciclismo avrebbe potuto essere un lavoro, Silvestri ha iniziato nel 2020, l’anno in cui, spiega, anche il ciclismo è cambiato per molti aspetti. Se l’è sempre cavata bene, anche da junior, il cambio di categoria l’ha patito, ma, anche in quei momenti, era certa che era solo molto giovane, serviva tempo, ma ce l’avrebbe fatta. Ne era certa allora, come ne è certa oggi, alla vigilia di un anno, il 2027, che comporterà vari cambiamenti, tra cui quello relativo alla squadra. Silvestri ha caratteristiche da passista scalatrice, si riconosce doti da regista, è capace di leggere bene la corsa, sa stare bene in gruppo, limare e guidare la bicicletta per prendere la posizione migliore: «Non è facile e spesso non siamo portate a farlo ma penso che abbiamo il dovere di riconoscerci quello in cui siamo brave e dircelo chiaramente: “Questo lo so fare bene. Mi sono allenata tanto, mi sono impegnata ed ora sono brava”. Sono certa che faccia bene dirselo». Dopo l’infortunio, il Giro Women doveva essere un passaggio per arrivare al Tour de France Femmes pronta e così è stato. Non voleva fare classifica generale, aveva in mente di sfruttare le occasioni buone per una top ten in qualche tappa. Non è stato possibile perché le leader si sono date battaglia in praticamente ogni tappa, ma le sue gambe erano buone. In particolare è soddisfatta dell’ottava tappa, una sorta di rivincita per lei: «Mi hanno sempre detto tutti che nel finale delle corse calo, essere lì sul finire del Tour è stata la prova che, forse, si sbagliano. So di essere la seconda italiana in classifica generale dietro ad Elisa Longo Borghini, non è però un dato che considero rilevante e che mi interessa, anche se considero Elisa un faro nel nostro ciclismo, la nostra certezza, il nostro punto fermo. Voglio solo continuare su questa linea e far valere il mio potenziale». Proprio al Tour, Silvestri ha scalato il Ventoux ed ha stabilito il suo record personale di scalata su una salita che conosce bene, «ogni pietra, ogni albero, ogni ombra», in quanto spesso vi si è allenata: «Non riesco a capirne fino in fondo il motivo, ma è proprio un simbolo della Provenza, un rifugio. In qualunque giorno incontri decine e decine di persone che lo scalano. Mi sono anche chiesta chi glielo faccia fare perché è duro il Ventoux. Per noi è un lavoro, ma per loro? La risposta non l’ho trovata, continuerò a cercarla, a cercare di capire un mistero che mi affascina».
Dice che c’è stato sicuramente qualche istante in cui ha pensato che il ciclismo non facesse per lei, ma è stato sicuramente solo qualche istante e nel giro di un’ora, poco meno o poco più, è tornata in sella convinta che il ciclismo fosse il suo spazio, la sua realtà. Il ciclismo l’ha fatto conoscere a sua sorella minore Martina che ha iniziato a correre con anche il suo sprone e quest’anno, che ha corso il primo Giro d’Italia, ha voluto parlarle per incoraggiarla di fronte alla tensione di una prova complicata. Sostiene che Mathieu van der Poel sia inimitabile in sella, per eleganza, classe e potenza e pensa spesso a Wout van Aert: «Vedi? Wout è uno di quegli atleti che per le delusioni e le difficoltà che ha dovuto affrontare avrebbe avuto tutti i motivi per smettere, per non crederci più. Invece è ancora in bicicletta e quando corre è difficile non sperare in una sua vittoria. C’è tutto in questa speranza. Niente altro da dire».
Dispacci dal World Tour #27
Non ricordo, forse era già accaduto e allora, a maggior ragione ha senso partire così: in Italia si va molto veloce in bici, ma quando dico veloce, intendo proprio che si schizza via fortissimo in volata e negli sprint. Nell’arco delle ultime settimane ne abbiamo avuto una grande dimostrazione. Alla schiettezza stradale di Jonathan Milan, ormai faro, stella, chiamatelo come volete, del movimento – ci sarà un mondiale per velocisti, forse, fra qualche anno, sempre che non si concretizzi l’idea degli Emirati di buttarci dentro una salita artificiale per far vincere l’ennesimo mondiale allo sloveno – insomma se ci sarà un mondiale per velocisti quel giorno potremmo veramente pensare di vincere. Con Milan, sì, che tra Polonia (al Giro omonimo, ne avevamo già parlato, questo sì che lo ricordo) e Belgio, (al Renewi) mette in fila 4 vittorie su 4 volate. L’ultima in ordine di tempo, quella in Belgio, la dodicesima in stagione, suo record personale. Una delle migliori in carriera se non altro perché ha visto (finalmente!) la sfida tra i quattro considerati, oggi, più forti al mondo (non ce ne voglia Magnier il quale ha qualcosa in più e di diverso, ne abbiamo già parlato e ne parleremo), Milan, infatti, mette in fila Kooij, Merlier e Philipsen sotto pioggia battente. Peccato aver dovuto alzare bandiera bianca il giorno dopo a causa di una caduta causata dalla distrazione di un suo collega, avremmo visto altre sfide caldissime e chissà, anche fino a che punto, su un percorso del genere, si sarebbe spinto il friulano pure in classifica generale – vinta poi da Philipsen.
Philipsen che merita due parole. In una stagione tutto sommata dai toni minori, riesce, tuttavia, a portare a casa la Gent-Wevelgem, due top ten alla De Panne e alla Dwars, la tappa al Tour (con il secondo posto a Parigi che vale quasi come un successo), dove ha lottato per la maglia verde, risultando l’unico avversario credibile di Pedersen, costringendolo persino alle condizioni di dover andare in fuga in montagna per fare punti e la classifica finale del Renewi tour con tre tappe vinte su cinque. Abbiamo visto stagioni peggiori di chi le ha vissute in tono minore.
Tornando all’Italia dei velocisti o simili è anche la settimana di Magagnotti, Stella e Borgo. Quest’ultimo, classe 2005, non è propriamente un velocista, ma ha spunto. lettura della corsa, coraggio, che gli farà togliere tante, davvero tante soddisfazioni. Potrebbe ricordare una sorta di Matteo Trentin (magari!). Non vince, ma si piazza due volte, terzo e quinto, al Renewi, allo sprint. Dimostrando, come già visto in tutta la stagione, dove l’apice è stata la vittoria al Gp Criquielion di qualche mese fa, di essere corridore fatto (finito, no) per le gare in Belgio.
Alessio Magagnotti, invece, classe 2007, vince e per farlo mostra un numero notevole al Giro di Germania, battendo niente di meno Paul Magnier che a 23 anni, al cospetto del successo del corridore italiano pare già anziano, pensate come siamo.ù messi col ciclismo di oggi, che, come qualcuno profetizzò tanti anni fa, sta andando verso una dimensione in stile nuoto: esplosività e precocità. Che è esattamente ciò che ha dimostrato Magagnotti, corridore al primo anno da Under, chiamato in causa dalla Red Bull a correre tra i professionisti, e già vincitore. Come accaduto lo scorso anno anche a Donati, di un anno più grande e anche lui da velocista Under 23 della Red Bull lo scorso anno vinse quasi subito tra i professionisti.
E non siamo messi male nemmeno quando si tratta della categoria Under 23 vera e propria. Davide Stella, velocista friulano (generalizzando ormai sono come i portieri nel calcio, se vengono da quella regione sai che su di loro ci puoi contare), fresco di firma con la UAE Team Emirates, con la quale correrà dal 2027 nel World Tour e pure con una certa centralità e responsabilità – la squadra dovrebbe perdere Molano e quindi non avrà alcun velocista – vince in volata all’Avenir* dopo una stagione tribolatissima tra incidenti, in corsa e uno in allenamento, che poteva avere conseguenze peggiori, investito da una persona alla guida di un’auto. Una vittoria che lo lancia anche lui in questo sempre più nutrito gruppetto di corridori italiani molto veloci. Un bel vedere. Per altro nella corsa francese si è messo in mostra con un quinto e due secondi posti, allo sprint, Thomas Capra, che da junior, nel 2022, vinse una Gand di categoria, un po’ a sorpresa, battendo eccellenze dell’epoca e alcune pure attuali, come Svarre, Smithson, Hobbs, Kockelmann, De Schuyteneer, Martì, Erzen, Seintjens, Raccagni Noviero, Gruel, Grisel, van der Meulen, ma che fino a poco tempo non era più riuscito ad emergere a livello internazionale. Ora, al terzo anno con la Bahrain Devo (il primo era in maglia CTF, per la precisione), sembra aver trovato il suo spazio, i primi risultati di peso, la tranquillità per poter emergere e la possibilità magari pure di strappare un contratto con la squadra World Tour.
*A proposito di Tour de l’Avenir. Lorenzo Finn firma una storica vittoria, storica perché nessuno dal 1973 (Baroncehlli) era riuscito a conquistare nella stessa stagione Giro (dei dilettanti, poi die giovani eccetera, con tutte le sue denominazioni) e Tour de l’Avenir. Lo fa attaccando sotto la pioggia (situazione che lui adora) in una tappa mossa, stravincendo la crono con numeri da podio al Giro (dei grandi), lo fa controllando con il piglio del padrone navigato in salita. Una stella di cui l’Italia aveva bisogno e che ora non deve perdere per nessun motivo perché con Finn possiamo esserci pure noi al tavolo dei grandi (giri).
Infine, in questi giorni si sta correndo anche un’altra corsetta, la Vuelta, terzo grande giro della stagione e che spesso per vari motivi è quello che suscita meno clamore, ma che a volte sa essere interessante tanto quanto gli altri due GT. Il primo giorno Pogačar non concede sconti a nessuno, vuole la maglia rossa di leader e se la prende nel cronoprologo (pure cronoprologoman! direbbe la signorina Silvani se fosse appassionata di ciclismo). Il secondo, ci riprova, ma sbaglia. Cade nel tranello Visma che attacca nel finale con van Aert, lo sloveno risponde al suo giustiziere (tappa a Parigi 2025 e Roubaix 2026), per poi trovarsi spompato allo sprint, nettamente vinto da Matthew Brennan. Da quanto tempo ne parliamo di lui? Stagione difficile e alla fine ne sta uscendo alla grande ugualmente e, come scrive Michele Moretti, primo 2005 vincitore di tappa in un GT. Non è poco per questo grandissimo talento che ha solo bisogno di tempo e lo vedremo arrivare un po’ ovunque. Il terzo giorno, una grandinata ferma la corsa e i corridori si rifugiano in un hotel in montagna. Il quarto giorno non fa in tempo a partire la tappa che a 50 dall’arrivo il campione del mondo, qui di rosso vestito, attacca e (stra)vince, in una giornata in cui misurano le ambizioni di classifica corridori giovani come Widar, Debruyne, Brenner, Omrzel, Nordhagen e Bisiaux. Con risultati alterni: promossi Widar (alla grande, secondo di tappa alla prima giornata di montagna in un Grande Giro) e Debruyne (che andrà forte anche nella tappa degli sterrati e attualment è ottavo in classifica) rimandati Brenner e Omrzel, lui se non altro, entra in questo club per questioni anagrafiche e di esperienza; bocciato e lo scrivo a malincuore, Bisiaux oltre a Nordhagen. Nel momento in cui esce questa newsletter si sono disputtae sei tappe in sette giorni: 4 le ha vinte Pogačar, 2 Brennan. Probabilmente il conto, senza l’annullamento della frazione di Font Romeu, sarebbe stato, 5 a 2 con il resto del mondo a 0. Il record di tappe nella stessa edizione di un grande giro è 13.
Le avventure di Tadej Pogačar
Tadej Pogačar ha solo ventun’anni, i capelli a spazzola biondi e occhi grandi che risaltano uno sguardo vispo, assetato di vittorie e affamato di conoscenza. Due nei spuntano sulla guancia sinistra, mentre qualche lentiggine gli macchia il viso: se lo guardi pensi sia uscito da un libro di Mark Twain. Quando piove, si trasforma: ha caratteristiche simili a un anfibio e la forma di un ciclista navigato. La sua zattera è un mezzo a due ruote; non arriva dal Missouri, ma da Komenda, un piccolo paesino della Slovenia a nord di Ljubljana, dove vivono circa mille persone dedite principalmente all’agricoltura e all’allevamento. In bicicletta è salito per imitare il fratello più grande, perché: <>. Ha seguito le sue impronte nel team Radenska Rog, poi suo fratello si è fermato e ha scelto di fare altro, mentre Tadej ha iniziato la propria scalata al vertice del ciclismo.
È considerato un predestinato: un marchio che può mettere pressione o suscitare invidia. Pogačar, però, ha spalle corazzate e caratteristiche inconsuete rispetto a tanti suoi giovani colleghi emergenti: sa gestire bene le situazioni più intricate ed è abile nel leggere la corsa; è riflessivo in gara tanto quanto nei momenti in cui si racconta sceso dalla bici. In un’intervista concessa tempo fa a rouleur.cc dice di sentirsi diverso dal suo capitano Aru, di non accusare la pressione e di fregarsene se una corsa non va come sarebbe dovuta andare. Il suo è uno dei volti che sta cambiando il ciclismo di questi anni, ma se Bernal macina pedalate con una cadenza così devastante da scuotere le montagne, se van der Poel e van Aert sono talento e perseveranza, se Evenepoel è un divoratore che non si pone limiti e Pidcock recita la parte dello showman, Pogačar è pura saggezza, un cavaliere Jedi capace, in poco tempo, di controllare la propria forza.
Tadej Pogačar migliora di corsa in corsa, giorno dopo giorno, pedalata dopo pedalata. Lo abbiamo definito una anfibio, ma è anche una spugna. Assorbe il meglio da chi gli corre a fianco ed è capace di amministrarsi come se fosse in gruppo da oltre vent’anni. Se chiedi in giro notizie su di lui, le parole chiave che emergono con maggiore frequenza sono: intelligenza e capacità di gestire la corsa; se lo osservi con attenzione non è bellissimo da vedere, non ha la grazia o lo stile di altri corridori che come lui hanno avuto la voglia di concedersi al ciclismo, ma è tremendamente efficace. La sua pedalata non gli fa perdere un briciolo di energia, la sua posizione in sella non gli fa disperdere nemmeno un watt.
Questo articolo è apparso sul numero 7 di alvento ottobre/novembre 2019 dove potete trovare la versione completa
Dispacci dal World Tour #26
Per una volta bisogna dirlo: c’è stata un po’ d’Italia persino nel ciclismo maschile, parlando della scorsa settimana, quando, gli occhi degli appassionati, divisi in diverse parti d’Europa e del mondo, si sono soffermati in modo particolare sul Giro di Polonia (corsa World Tour) e Vuelta a Burgos (corsa .pro che inizia a lanciare messaggi in direzione Vuelta).
Il miglior Milan della stagione senza Allegri guarda un po’ inizia a fare sul serio, vince, verrebbe da dire che persino gioca bene e fa il diavolo al Giro di Polonia dove finisce per conquistare tre volate su tre, e va bene che il palcoscenico non era quello del Tour de France, anzi, però vincere è sempre vincere e per ben due volte (la terza è stato declassato), il battuto portava il nome di Paul Magnier che al Giro d’Italia gli aveva fatto il mazzo tanto, nonostante una faccia agli antipodi di Charles Bronson, è stato il suo giustiziere dei pomeriggi di giorni da cani nella Corsa Rosa. Magnier, Hobbs, Magnier, Malucelli, Hobbs, Romele sono i nomi dei battuti (nettamente). Ok, non abbiamo detto Philipsen, Merlier e Kooij, ma quellì lì in realtà li ha già battuti e queste vittorie servivano per il morale, per mostrare la maglia di campione nazionale – un italiano, come ci ricorda il sempre bravissimo Michele Moretti, non vinceva una gara con la maglia Tricolore indosso dai tempi di Zana al Giro del 2023. Dopo di lui Bettiol rimase a secco, mentre l’ultimo vincitore del campionato nazionale è stato Filippo Conca che colse un jolly irripetibile e da lì in poi ha fatto fatica persino a concludere corse di medio livello, figuriamoci non dico vincere, ma nemmeno andarci vicino. Con questa tre vittorie Milan sale a 36 successi tra i professionisti, su strada, tra cui 24 nel World Tour, percentuale quasi pogacariana, numero di successi che, però, se ci pensate è pure (molto) poco per un velocista del suo calibro e potenziale. Prossimo obiettivo, ora, sarebbe quello di portare a casa una bella semiclassica come quella di Amburgo, domenica 16 agosto.

Non deve sorprendere come, in queste due settimane di agosto, i migliori corridori italiani siano stati, oltre a Milan: Ciccone, Scaroni e Pellizzari, ovvero colore i quali, insieme a Ganna (a riposo dopo il Tour), rappresentano il meglio del ciclismo azzurro. Scaroni è andato vicino più volte al successo di tappa in Polonia: battuto due volte dai Visma, prima Lemmen e poi Barrè, i quali, ironia della sorte, proprio contro il corridore della XDS Astana ottengono il primo successo in carriera. Scaroni andrà a vestire la maglia di leader prima della crono finale (vinta da Kung, dopo una stagione disgraziata finalmente si sblocca, mentre la classifica finale va all’ex megatalento Brenner, suo compagno di squadra, la Tudor vive una grande giornata al Polonia, in un’annata con più bassi che alti) e chiuderà settimo la classifica finale, davanti a Sobrero e Bettiol; Scaroni sarà, pochi dubbi, insieme a Ciccone, la nostra punta della nazionale (se ancora esiste una nazionale, mai come quest’anno c’è silenzio intorno, anzi facciamo un veloce gioco: senza cercare su Google, riuscireste a dirmi, a memoria, chi è il CT della Nazionale?)

Poi in Spagna, Vuelta a Burgos, Ciccone e Pellizzari, perlopiù. Anche perché nelle tappe stravinte da Brennan non c’era speranza di vedere qualche italiano inserirsi. Brennan che, dopo una prima parte di stagione complicata per via di malanni vari, sta entrando in forma (in grande forma come tutta la Visma che dopo il Tour sta raccogliendo un po’ ovunque) e che si candida a essere tra i corridori più in vista e vincenti tra fine estate e autunno. Lo storico dei due italiani sopracitati è interessante e li lancia verso un finale di 2026 ricco di soddisfazioni. L’abruzzese della Lidl-Trek: due secondi (dietro Onley e Gall) e un quarto di tappa (dietro Pellizzari, Onley e Gall) e il terzo posto nella classifica finale (dietro, nemmeno a dirlo, a Galla e Onley). Per Ciccone una stagione in cui proprio non riesce a sbloccarsi in alcun modo: quattordici volte nei primi sette, senza riuscire a vincere. Quando alzerà le braccia al cielo – l’ultima colta proprio un anno fa quando mise in fila San Sebastian e tappa proprio alla Vuelta a Burgos – ci sarà ancora più gusto. Ora, obiettivo classiche in Canada in preparazione al Mondiale, che, come abbiamo detto per Scaroni, vedrà i due come capitani – sempre che non vengano fuori strane scelte tipo quellò del 2025, in cui uno andò al Mondiale e l’altro ci riunciò per poi arrivare quarto all’Europeo. Vero che al Mondiale sarà impossibile vincere e proibitivo salire sul podio, ma i nomi per fare bene su un percorso del genere ci sono.
A questi, salvo stravolgimenti, andrà aggiunto anche Pellizzari il quale, dopo aver rinunciato per un malanno all’edizione del 2025, ce lo aspettiamo al via della rassegna iridata in Canada per andare a completare un terzetto di alto livello per l’Italia che su su percorso del genere, non si vedeva competitiva come potenziale da un bel po’ – discorso comunque che contestualizzerò più avanti, perché l’Italia potrebbe avere buone punte, ma anche gli altri non sono da meno.
Pellizzari che, dopo i piazzamenti di cui abbiamo parlato di Scaroni e Ciccone, lui sì che riesce a vincere conquistando l’ultima tappa della Vuelta a Burgos, confermandosi un corridore che, piano piano, si può rivelare anche un buon vincente con una certa regolarità. Categoria di cui, a parte Milan, ormai gli italiani non riescono a farne più parte. Da quando si è sbloccato sul finire della stagione scorsa, Pellizzari ha ottenuto altre 4 vittorie tutte nel 2026, per uno scalatore non è male. Stagione lunga e faticosa la sua, culminata con la grande delusione patita al Giro. Il suo calendario per questo parte finale di stagione lo vedrà impegnato nelle classiche italiane d’autunno dove potrà togliersi tante soddisfazioni vista la scaltrezza, le caratteristiche e la forma dimostrata in Spagna. Sperando che non rinunci al Mondiale, sarebbe un delitto.
Perché adesso che il Tour è finito si può dire: intervista ad Elisa Longo Borghini
Perché adesso che il Tour è finito si può dire.
«Dopo la cronometro molte persone sono venute a farmi i complimenti, perché ero decima e perché avevo accusato solo un minuto di ritardo da Marlen Reusser. Non l’ho presa bene. Ho avuto un problema meccanico ed ho dovuto cambiare bicicletta. Non fosse accaduto, probabilmente sarei stata a pochi secondi da Vollering già dopo quella tappa. Invece la sfortuna, ancora una volta, ci aveva messo del suo. Nessuno lo sapeva però e tutti si affrettavano a dirmi che ero stata brava. Io sentivo di non essere quell’atleta. Intendiamoci, non ci sarebbe stato nulla di male in un decimo posto, in un minuto di ritardo, ma se maturato dalla prestazione. La mia prestazione, invece, era stata superiore. Come sportiva sono abituata a fare i conti con atlete più forti di me e talvolta anche con la sfortuna, detesto piangermi addosso. Però questo è stato un anno particolare, difficile, e per una volta avrei voluto mostrare davvero il mio valore ed io ho un modo solo per farlo: pedalare più forte delle altre. Quella mattina non vedevo l’ora di partire, volevo gareggiare, volevo batterle tutte. Quella sera ero arrabbiata. A tutti quel ritardo andava bene. A me no. A me faceva incazzare e, a pensarci, fa ancora incazzare».
Perché adesso che il Tour è finito si può dire.
«Quasi tutte le notti di questo Tour de France mi sono svegliata alle tre, se non prima, con addosso una brutta sensazione. Il mio 2026 mi ha costretta a rincorrere. Ho rincorso al Giro, dove il successo è arrivato all’ultima tappa ed il podio mi è sfuggito e ho rincorso anche all’inizio del Tour. Quando ti svegli di notte, non dormi ed il giorno dopo devi correre, si innesca una sorta di reazione a catena che ti blocca nel letto. A tutti i pensieri che già hai si aggiunge una voce interiore: “Adesso non ti riposi, domani sei stanca, fai più fatica, perdi minuti. Perdi il Tour”. La notte dopo la cronometro non ho riposato, tanto era la rabbia. Nella quinta frazione, forse anche per quello, ho accusato un passivo importante da Vollering, Reusser e Niewiadoma. Quella stessa sera non riuscivo ad addormentarmi. Alle quattro, sveglia già da più di un’ora, avevo deciso che sarei tornata a dormire, il mattino dopo avrei lasciato il Tour e annunciato la fine della carriera. Avevo iniziato a pensare di essere atleticamente finita, di essere vecchia per questo ciclismo, sorpassata. Quella mattina, invece, pur stando male, sono ripartita, me ne sono fregata, ho attaccato per disperazione, e da quel momento ho iniziato a non pensare più a nulla. Io, abituata a navigare nei miei pensieri, ho capito che spesso è meglio farne a meno. Stare leggeri. A Nizza sono arrivata così».
Perché adesso che il Tour è finito si può dire.
«Quando hai vinto, sei riconosciuta, riconoscibile e, se non riesci a stare con le prime, nel posto dove dovresti essere, senti benissimo tutto quello che le persone attorno a te, sulla strada, dicono. Le senti parlare del fatto che ti sei staccata, che vai piano, che sei in crisi nera, che le altre pedalano bene mentre tu non riesci a muoverla. Al Giro ho sentito queste frasi. Le persone a bordo strada le dicono e poi ti incitano perché sei in difficoltà. Sia chiaro: è il bello del ciclismo. Io, però, per come sono fatta, per l’orgoglio che mi porto dentro, mi sento umiliata quando accade. Ho pensato più volte che qualcuno potesse incitarmi solo perché mi vedeva in difficoltà, gesto, peraltro, umanamente bellissimo. Sul Mont Ventoux ho cercato di riprendermi quel che era mio, di fare in modo che chiunque gridasse il mio nome lo facesse perché si sentiva meravigliato da quel che stavo facendo, Perché lo emozionavo. Perché ero davanti. Di nuovo. Dopo qualche tempo».
Perché adesso che è finito il Tour si può dire.
«Stamattina credevo al podio, più che alla tappa. Allo stesso tempo, però, mi sembrava di non avere buone gambe. Abbiamo saputo praticamente subito della caduta di Marlen Reusser: era già staccata ma in ogni caso nessuno vuole mai approfittare di una situazione simile. Ho controllato Niedermaier perché consapevole che avrebbe potuto insidiare la mia terza posizione e, negli ultimi chilometri, assieme a Paula abbiamo deciso che lei avrebbe fatto lo sprint ed io mi sarei messa a sua disposizione. Purtroppo nel finale ho anche forato, giusto per non farsi mancare niente. Sulle gambe, però, mi sbagliavo, non erano così male. E dopo che il Tour mi aveva portato così tanta sfortuna, alla prima volta che lo finisco, arrivo sul podio. Non mi sento un patrimonio del ciclismo, anche se so che c’è chi lo dice e lo scrive. Sono una professionista seria, un’atleta che non lascia nulla al caso. Ma non sono un patrimonio del ciclismo. Faccio una gran fatica a fare quello che faccio. Tanta fatica. E quando sento che basta sognare in grande per farcela, non capisco bene cosa si intenda. Ai miei sogni non è mai bastato per diventare realtà. Forse sarò io».
Perché adesso che il Tour è finito si può dire.
«Non so ancora esattamente il significato di questo podio. Lo capirò tra qualche tempo o, forse, mai. Però una cosa voglio dirla: quando si imbrocca la strada giusta, poi non si sa mai. Tornerò al Tour e, chissà, il primo posto potrebbe non essere così lontano».
Perché adesso che il Tour è finito si può dire.
«Demi Vollering ha fatto qualcosa di eccezionale. A livello atletico provo una stima totale. Vincere Giro e Tour nello stesso anno, a questi livelli, è qualcosa di raro. Credo che Vollering sia un bene per il movimento. Se la crescita del movimento è costante è anche grazie ad atlete del suo talento. Per me Demi Vollering è uno stimolo continuo. Lavoro per batterla».
Perché adesso che il Tour è finito si può dire.
«Ho avuto uno sfogo con un giornalista, qualche giorno fa. Credo che troppo spesso non si rifletta su quanto un articolo, una frase, una parola possa segnare chi la legge. Il vostro lavoro è importante, ne ho profondo rispetto, ultimamente però ho avuto l’impressione si sia caduti più volte nella ricerca della polemica per fare notizia. Questo non mi piace. Ho letto troppo riguardo alle problematiche in squadra: alla fine era solo un continuare a rimestare nello stesso discorso. Non è facile gestire una leadership condivisa, non è facile per nessuno, però l’abbiamo fatto. Credo che chiunque ne scriva o ne parli abbia il dovere di comprendere questo, prima di tutto. Più in generale, ritengo sia necessario parlare di quel che effettivamente si sa. Dare valore alla competenza. E qui parlo dei social. Ho letto molti commenti sgradevoli, offensivi, gratuiti. Non opinioni. Offese. Piuttosto che speculazioni: “Free Paula”, ad esempio. Oppure domande sul perché Dominika Włodarczyk fosse leader. Finché si parla di idee, è giusto che ognuno esprima la sua con rispetto, se questo porta altre persone a non dover più aprire i social perché ogni volta si trovano di fronte a giudizi gratuiti o insulti, no. Io sono arrivata a non guardare più i social in questo Tour, lo ammetto. Mi chiedo se questo sia necessario. Mi chiedo perché si debba arrivare a tanto. Non ho una risposta. Sono stanca».
Apparecchiare la corsa
In un ciclismo che, negli ultimi anni, ha abituato a finali attesi e previsti, il Tour de France Femmes, giunto all’ottava tappa, la penultima, e giunto a Nizza, ha fatto riscoprire l’incertezza. Non è questione di valore, di meglio o peggio, lo chiariamo sin da qui: nel ciclismo, come in mille altre sfaccettature della quotidianità, ciascuno si emoziona o si annoia con formule fisse o variabili. Lo spettacolo solitario e ripetuto ha un fascino, la variabilità continua ne ha un altro. Entrambe le situazioni sono capaci di far partire per un viaggio, di far accendere la televisione, ascoltare la radio o leggere una pagina di racconto. Questo è quel che serve, questo è quel che basta. Il Tour de France Femmes, così stando le cose, assomiglia a tutto quel che c’è nel gesto di apparecchiare una tavola: il desiderio prima che la realtà si compia, prima che i piatti arrivino, l’immaginazione prima del gusto e prima che gli invitati trovino il loro posto. Il Tour de France Femmes pare, in questi giorni, la mente che esplora mille possibili dialoghi con la persona che siederà di fronte a noi prima dell’unico dialogo possibile che, spesso, non ha nulla di quel che si era pensato, è goffo, impacciato e sbilenco, ma è giusto così perché la perfezione annoia anche i sogni: forse bello è sognare perfetto e realizzare umano.
Il Tour de France Femmes è quel gesto di apparecchiare la tavola e quel sentimento a cui non sappiamo dare un nome quando il gruppo si approccia agli ultimi dieci chilometri dell’ottava tappa e Demi Vollering aumenta l’andatura in testa. Il Tour de France Femmes è quel gesto di apparecchiare la tavola e quel sentimento a cui non sappiamo dare un nome quando arriva la rampa di 450 metri con tratti al 13.5% di pendenza, detto Cammin de l’Arieta, e Demi Vollering parte come una fionda lanciata dalla testa del gruppo, mentre, trafitta dai raggi di sole di un tardo pomeriggio di agosto, Elisa Longo Borghini si alza sui pedali e cerca di prenderle la ruota. La maglia gialla di Kasia Niewiadoma fa lo stesso. È l’attimo prima. È la tavola che viene apparecchiata con attorno aspettative, dubbi, pensieri, timori. Demi Vollering va. Longo Borghini e Niewiadoma le prendono per qualche istante la ruota, poi bastano cinquanta metri, forse anche meno, per rompere l’equilibrio e l’olandese già vincitrice del Giro d’Italia Women si invola da sola in discesa. Vince la tappa e conquista la maglia gialla.
La sua corsa è apparecchiata mentre dentro ha fatto il nido una sorta di dolore muto. L’ha provato ieri, sul Ventoux, quando doveva essere lei a staccare Reusser e ce l’ha fatta, peccato che davanti ci fosse Niewiadoma con oltre un minuto di vantaggio. O, forse, ancor più, l’ha provato un anno fa, in un Tour de France che non è andato come avrebbe voluto. La sua immaginazione, per lunghi tratti, è stata bloccata dal rimpianto, dalla paura di non fare ciò che si sarebbe voluto fare e poi restare incastrati in quella mancata azione. Vollering, di tutti i discorsi pensati, di tutti i gusti immaginati, temeva di non riuscire a tirare fuori nulla una volta nella realtà. Fuori di metafora, stamani aveva avuto la sensazione che quel dolore se ne sarebbe andato e che in qualche modo oggi sarebbe stato il giorno giusto per recuperare i quindici secondi da Niewiadoma e tornare in giallo. Certe volte basta pensare al bello per rischiare di farsi male se poi non si verifica. Accade con le cene sperate. Accade con le tappe, le cicliste e la maglia gialla. Per questo si prova quel sentimento strano mentre si apparecchia una tavola. Per questo si prova quel sentimento strano mentre si apparecchia una corsa.
Niewiadoma ha sognato perfetto ieri sera ed ha fatto bene. Ha realizzato umano oggi, perché ha perso la maglia gialla per un niente, per otto soli secondi, quelli che domani cercherà di recuperare a Vollering inventandosi il possibile e l’impossibile anche. Quel sentimento che c’è nel gesto di apparecchiare la tavola e la corsa in lei è ancora pieno, non sciolto, non risolto, semmai deluso da una giornata in bilico. Longo Borghini quel gesto e quel sentimento lo ha addosso dall’inizio di questo Tour de France: dalla cronometro quasi perfetta, poi il cambio di bici, dalla giornata storta seguente, dalla fuga di giovedì per scrollarsi di dosso la delusione e qualche secondo di ritardo di troppo, dal terzo posto di ieri sul Ventoux. Longo Borghini è per eccezione il gesto di apparecchiare la corsa. Quella sensazione indefinita quando non si sa cosa farà un’atleta ma si sa che prima che tutto finisca qualcosa farà. Ed il Tour finisce domani. Chissà.
A quel sentimento, per dire il vero, non abbiamo saputo dare nome fino a poco fa. Fino a che, proprio, Demi Vollering, in un’intervista post corsa ha parlato di “sentimento giallo”. Allora sì, abbiamo pensato che se deve avere un nome, è proprio quello il suo. Il sentimento giallo è quello che stasera ha apparecchiato per l’ennesima volta la corsa. Allora si pensino tutti i discorsi, i gusti, i piatti. Si pensino tutte le tattiche, gli attacchi, le delusioni e le felicità. Domani il Tour de France Femmes finisce e, dopo otto tappe, ci sono solo otto secondi tra la prima e la seconda. Tra Vollering e Niewiadoma.
Kasia Niewiadoma nel vento
Sul Mont Ventoux, quando Kasia Niewiadoma, ai dieci chilometri dal traguardo, ha attaccato Demi Vollering e la maglia gialla Marlen Reusser, l’arrivo era lontano. Molto lontano. Dicono che Niewiadoma parta sempre troppo presto, almeno nelle volate, e forse è anche vero. Presto è partita anche oggi e sicuramente in molti avranno pensato che la tappa si sarebbe decisa più avanti, che lo scatto giusto sarebbe arrivato poi, che quella era un’azione bella, forse anche troppo bella, ma non decisiva. Sì, ogni ciclista ha una propria atmosfera, qualcosa che fa presagire o che la fa presagire. Ogni ciclista viene attesa in un determinato posto ed in un determinato modo, proprio a seconda dell’atmosfera che rimanda. Kasia Niewiadoma, nonostante in carriera un Tour de France lo abbia già vinto, nel 2024, sull’Alpe d’Huez, e nonostante nel palmares, oltre a tutto il resto, annoveri una Amstel Gold Race e un Trofeo Alfredo Binda, richiama da sempre un coraggio fuori dimensione, un cuore grosso così e un finale spesso triste o, comunque, non all’altezza del preludio.
Sarà perché, se è vero che ha vinto corse che l’hanno consacrata campionessa, è altrettanto vero che si è ritrovata ancor più volte ad un passo dal successo ed è stata beffata. Talvolta dalla sorte, talvolta da quel cuore e da quel coraggio straripanti che sono croce e delizia, come quasi tutto ciò che non rispetta gli schemi, la matematica, i dettami, le bilance e le misure. L’ultima volta è accaduto solo due giorni fa, a Belleville-en-Beaujolais: uno sprint lanciato lunghissimo, il traguardo a cinquanta metri, Demi Vollering che l’affianca e la supera assieme a Marlen Reusser. Terza Niewiadoma. Allora, quando ha attaccato sul Ventoux, tutti hanno sperato potesse farcela (almeno per la vittoria di tappa, il resto era troppo) e tutti, allo stesso modo, hanno avuto almeno per qualche istante la sensazione che sarebbe stato un amore caduto, un canto incompiuto, un sogno risvegliato troppo presto, una ciclista che ci prova e non ci riesce. Invece, sul Ventoux, Kasia Niewiadoma è arrivata sola. Ha vinto la tappa, conquistato la maglia gialla e ribaltato il Tour de France a due giorni dalla fine. Sul traguardo di questa pietraia bianca, c’era lei, la sua ombra e dietro il cielo, che pareva un faro, luce pura. Questa volta non c’era proprio nessun altro.
Pedalata dopo pedalata quel vantaggio iniziale è sempre aumentato. Kasia Niewiadoma ha messo il cuore ed il coraggio al servizio del vento: l’attacco era studiato per raggiungere in solitaria Chalet Reynard, punto in cui le folate di vento forte non avrebbero più consentito a nessuno di reagire, costringendo quindi ad assecondare la situazione già venutasi a creare. Niewiadoma ci è riuscita e Reusser e Vollering non hanno potuto che continuare a inseguire un miraggio. La loro pedalata non è mai parsa in grado di ridurre il vantaggio della polacca. Scriveva Gianni Mura che il vento è una mano che ti prende e ti ferma, ti spinge indietro. Chi perde qualche metro, appuntava, non lo recupera più. Lo scriveva nel 2000, quando quassù Marco Pantani superava l’americano, Lance Armstrong. Quel giorno il vento aveva addirittura spazzato i cartelli a segnalare il traguardo. Oggi le raffiche non sono così forti ma soffiano come sempre su questo monte bussola della Provenza, luna dei campi di lavanda. Anche il vento non ha dimensione, non ha quantità definita, straripa, non si fa contenere, sparpaglia il mondo e, poi, si quieta, sbattendo contro una montagna o contro il nulla. L’atmosfera di Kasia Niewiadoma è il vento, è questo vento. Quello che nel 1903 affrontò per prima Marthe Hesse quassù.
Ha pensato a tutto questo per mesi, Niewiadoma. Quando ha vinto il Tour era forte, aveva l’obbligo di tornare più forte per provare a vincerlo di nuovo. Questo è l’obbligo del ciclismo contemporaneo dove la crescita è costante per tutte e chi si ferma è perduta. É riuscita nell’intento senza stravolgere la propria idea di corsa e di ciclismo. E lei che non aveva mai vinto una tappa alla Grande Boucle l’ha fatto sul Gigante della Provenza, incrociando, in salita, lo sguardo dei genitori e gli occhi commossi del padre. Non le avevano detto che sarebbero venuti. Demi Vollering ha provato a scattare nel finale, ha guadagnato qualcosa su Reusser ma aveva già perso troppo da Niewiadoma. Reusser, sul traguardo, si è vista superare da Elisa Longo Borghini che, salendo del proprio passo, ha sfatato quello che Mura sosteneva valere sul Ventoux: se perdi un metro non lo recuperi. A proposito di quel che esonda e si rifiuta di farsi contenere.















