10 nomi da seguire alla Paris-Roubaix

Il primo gruppo lo scremiamo subito: van der Poel, Pogačar, van Aert, Ganna, Pedersen, Philipsen, in ordine del tutto casuale. Il resto è ciò che segue in una corsa dove, anche in un momento storico in cui i cannibali non lasciano nemmeno le ossa da spolpare, tutto è possibile. Per esempio, qualora ci si riuscisse, si può anticipare, anche se la scorsa edizione ci insegna come la Roubaix può esplodere subito e vedere i big darsele di santa ragione sin dai primi settori - pure prima di Arenberg - non è un sogno di metà primavera.

Paris-Roubaix: una corsa spesso legata al caso, a maggior ragione se dovesse esserci brutto tempo. Non c’è solo una questione che si avvinghia sull’affinità con la gara, ma sarà un surrogato di sopravvivenza alle forature, alle cadute che puoi trovare dietro l’angolo, anzi pure nei rettilinei. Le pietre sono come bestie indomabili e se ci si vuole avere a che fare bisogna saperle trattare. Resta una delle gare più belle e attese del calendario, forse la più peculiare e per molti la più ambita.

Detti i sei nomi dei favoriti, vediamo un po’, invece, chi potrebbe provare a sparigliare le carte, a inserirsi per un prestigioso risultato o, infine, solamente a farsi vedere.

 

Jonathan Milan 🇮🇹 (2000) Lidl-Trek

Il cerottone blu (kinesio taping) sul suo polpaccio, notato alla Dwars Door Vlaanderen mentre si staccava (Milan, non il cerotto) da tanti corridori su un muro di non esagerata difficoltà, ha messo addosso un po' di irrequietezza, ma il velocista friulano pensa alla Paris-Roubaix dalla scorsa stagione - anzi, da prima ancora di passare professionista - quindi la speranza e ritrovarcelo in grande spolvero, dopo una lunga primavera di successi e piazzamenti non potrebbe essere altrimenti. Con un po’ di fortuna, magari, ce lo ritroviamo davanti nel finale insieme ai suoi compagni di squadra (oltre a Pedersen occhio pure a Stuyven, in grande condizione) e poi si vedrà.

 

Matthew Brennan 🇬🇧 (2005) Visma | Lease a Bike

In gara per un record (ma giustamente a lui interessa poco di questo, se non fare esperienza): essere il più giovane corridore dagli anni 2000 a chiudere entro il tempo limite la Paris-Roubaix. Detta così può sembrare che sminuiamo il classe 2005 di Watford capace quest’anno di vincere il Gp Denain (una sorta di mini Roubaix) e pure due tappe in Catalunya. Magari per un grande piazzamento è ancora presto, ma a questo punto non poniamo più limiti quando lo troviamo in corsa.

 

Florian Vermeersch 🇧🇪 (1999) UAE Team Emirates

Ci sono entrambi i Vermeersch e partiamo con Florian. Già un podio qui, nell’edizione col fango vinta da Colbrelli, ma arrivando a tanto così dal successo: 2° battuto dall’italiano, ma precedendo allo sprint pure un certo van der Poel. Due anni fa 12°, lo scorso anno, invece, per via di problemi fisici, non ha partecipato alla Roubaix come a tante altre corse, mentre il 2025 sinora è stato all’insegna della continuità. Sembra tra i più in forma in assoluto in gruppo sulle pietre e pure al Fiandre, nonostante una brutta caduta, ha saputo rientrare nel plotone dei migliori confermando la grande condizione. Proprio come al Fiandre, sulla carta sarà il penultimo uomo di Pogačar prima che il capitano possa provare a scatenarsi. Proprio come sarebbe dovuta andare al Fiandre, almeno sulla carta, da dietro potrà provare a ottenere un risultato dignitoso: top ten (almeno) alla sua portata.

 

Gianni Vermeersch 🇧🇪 (1992) Alpecin-Deceuninck

Lo scorso anno è stata una delle sorprese in una corsa dominata dagli Alpecin: 1°, 2° e 6°. Quest’anno cerca conferme e con Philipsen e van der Poel va a formare il terzetto più forte in corsa e che proverà a far saltare il banco: che sia col capitano olandese o con uno dei due belgi, si insegue la posta più alta. Pedina preziosissima per l’ex campione del mondo, fino a oggi in questo 2025 Gianni Vermeersch sulle pietre (e per la verità anche sugli sterrati) ha sbagliato pochissimo. Veloce, resistente, si esalta su terreni estremi, occhio a lui come possibile outsider anche in chiave podio o sorpresa per la vittoria.

 

Madis Mihkels 🇪🇪 (2003) Ef Education-EasyPost

Altro giovanissimo - 22 anni da compiere - ma con all’attivo già una top ten in questa corsa ottenuta proprio nel 2024. Mihkels è il prototipo del corridore fatto per queste strade. È un duraccio, sa guidare la bici sulle pietre, non ha paura di niente, è veloce. Se dovesse ripetere un risultato simile a quello della scorsa stagione non ci stupiremmo. Certo, vista la concorrenza, difficile immaginarselo ottenere un piazzamento ancora migliore, ma in ogni caso è scommessa che intriga.

 

Tim van Dijke 🇳🇱 (2000) Red Bull-BORA-hansgrohe

Così come intrigano i gemelli van Dijke. Nel titolo del paragrafo abbiamo messo il nome di Tim, ma in realtà vanno bene entrambi. Nella passata stagione, partendo come gregari, si ritrovarono strada facendo a dover tenere alta la bandiera della loro ex squadra - la Visma - chiudendo rispettivamente 16° Tim (che vinse la volata per l’ottavo posto, ma fu relegato) e 19° Mick. Quest’anno, passati in Red Bull  con incarichi simili - aiutare i compagni di squadra più accreditati - all’improvviso rischiano di ritrovarsi di nuovo a vestire i panni dei corridori capaci di togliere le castagne dal fuoco a una squadra finora molto sottotono al Nord, ma che comunque correrà per Pithie - 7° nel 2024, quando correva in Groupama.

 

Yevgeniy Fedorov 🇰🇿 (2000) XDS-Astana

Qualche anno fa stupì vincendo il titolo mondiale Under 23, ma oggi Fedorov è una solida realtà nelle corse di un giorno, seppure si veda poco, lui alla fine è sempre lì in zona 10°-20° posto e per la Roubaix l’obiettivo resta simile. Magari provando pure a migliorare il 14° posto ottenuto un anno fa dentro al velodromo quando arrivò nel gruppetto che si giocò l’ottava posizione. In casa Astana occhio pure a Teunissen, 7° nel 2019 e a ridosso della top ten quest’anno sia alla Sanremo (11°) che al Fiandre (12°) e a Davide Ballerini, protagonista sia alla Gent-Wevelgem che al Fiandre.

 

Alexander Kristoff 🇳🇴 (1987) Uno-X Mobility

Se ne parla da anni, da quando conosciamo il norvegese per il tipo di corridore che effettivamente è: come è possibile che uno così, capace di vincere Sanremo, Fiandre, e quasi un altro centinaio di corse (siamo a 97 tra i professionisti) non sia mai andato oltre al 7° posto del 2019 seguito da un 11° nel 2018? Tagliatissimo per un evento del genere ci pare improbabile vederlo lottare per la vittoria - non lo ha fatto nel suo momento migliore della carriera - ma una top ten è alla portata. E poi, in un mondo di poco più che infanti che emergono pure alla Roubaix, serve qualcuno che porti in alto la bandiera dell’esperienza e della non più giovane età. Manca Degenkolb, infortunato, tocca a lui. In alternativa in casa Uno-X occhio a Waerenskjold 9° nel 2024.

 

Stefan Bissegger 🇨🇭 (1998) Decathlon-AG2R La Mondiale

“Aka Muni”, trovasse un po’ di continuità, sarebbe corridore con i fiocchi sulle pietre francesi e non solo, adattissimo a inserirsi in una lotta per le prime dieci posizioni in diverse corse del Nord. Alla Roubaix è una scommessa gigantesca, ma, visto che lui apprezza l’idea di anticipare, se c’è una prova che può esaltare l’attaccante da lontano è questa: è arrivato il momento di provarci. Spesso, è vero, ha sbagliato i tempi, oppure è caduto o si è spento alla distanza, ma prima o poi siamo certi arriverà la sua giornata.

 

Laurenz Rex 🇧🇪 (1999) Intermarché-Wanty

Uno che la giornata buona alla Roubaix l’ha già trovata è Laurenz Rex, 9° nel 2023 e in arrivo anche da una buona campagna del Nord in Belgio dove, dopo il compagno di squadra e capitano Bini Girmay è stato il migliore tra i suoi. Segno che la condizione è ottima - pare anche superiore a quella dello scorso anno, quando arrivò con buone intenzioni all’Inferno del Nord e scampò una serie di gravi infortuni dopo una bruttissima caduta, che lo mise comunque fuori gioco per un mesetto. Veloce, grosso, adattissimo al pavé francese, Rex è un altro che può anticipare e che nel caso ci si può ritrovare in top ten nel velodromo.

Abbiamo lasciato fuori dall’elenco altri corridori che potranno fare bene, se non benissimo: da Stuyven e Küng, già protagonisti settimana scorsa al Fiandre e spesso a loro agio alla Roubaix, oppure Tarling, Turner, Girmay, Askey, Hagenes, Segaert, Kubis, Merlier, Lampaert, Politt, fino a Pithie, settimo la passata stagione al suo esordio su queste strade e dopo essere rimasto coinvolto anche in una rovinosa caduta in una fase cruciale della corsa. Niente male per un ragazzo poco più che ventunenne.


Dispacci dal World Tour #11

Pensando a ciò di cui è (stato) capace Tadej Pogačar al Fiandre, mi viene in mente la sigla di un noto cartone animato. Almeno, noto alla mia generazione o più a quella subito prima, appartenente ai nostri fratelli maggiori. Nelle fasi decisive, quelle del suo allungo sul (buon) Vecchio Kwaremont, quando nemmeno Mathieu van der Poel è riuscito a tenere la sua ruota, nella mia testa una strofa suonava esattamente così: “si trasforma in un razzo missile/ con circuiti di mille valvole/ tra le stelle sprinta e va” - ovviamente nella versione di Elio e le Storie Tese, in questo assoluto capolavoro della musica italiana.

Mi viene in mente anche un fatto accaduto in questi giorni. Il Times, di recente, ha intitolato “Il ritorno del Lupo Cattivo” la notizia della clonazione da parte dell'azienda Colossal (Laboratories & Biosciences) che si occupa di de-estinzione (scopro detta anche resurrezione biologica), del Dire Wolf, il lupo della favole, scomparso migliaia di anni fa: ecco un altro confronto servito su un piatto. Il lupo (o meglio la coppia di lupi, Romolo e Remo mi pare si chiamino, ce n’è pure una terza, Khaleesi, grande strizzata d’occhio alla cultura popolare) che si vede in alcune delle foto fatte circolare è bianco. Il bianco è qualcosa che si può avvicinare a termini come immacolato, innocuo, eppure, come ha detto Sonny Colbrelli (uno degli otto vincitori all’esordio della Roubaix, il nono potrebbe essere domenica) parlando di Pogačar e dei suoi avversari: «Ormai di lui hanno paura, incute timore».

Eppure, domenica al Fiandre, eccezion fatta per la prestazione, per una volta umana, di Mathieu van der Poel - debilitato da influenza e antibiotici riesce tuttavia a chiudere sul podio - nonostante la paura che fa Tadej Pogačar, abbiamo assistito alle migliori prestazioni di tanti corridori al via che hanno reso l’edizione numero 109 della Ronde una delle più belle e memorabili. Insomma, 'sto Pogačar pare proprio un lupo delle favole, un razzo missile, fa paura, sì, ma una volta tanto ha spinto gli altri ad alzare l'asticella o, comunque a provarci in qualche modo.

Un Fiandre condotto alla stragrande dai vari protagonisti, attesi e non: van Aert, a cui viene dedicata la copertina di questo dispaccio settimanale, pur nel suo andamento sinusoidale sui muri, sul passo ha mostrato una certa freschezza e di nuova verve agonistica, crescendo persino nel finale: l’idea che alla Roubaix possa farci sognare in grande… ok, la smetto qui, lo so, fate tutti gli scongiuri che servono, ma in lui ho visto un Fiandre persino migliore di quello che lo portò al secondo posto nel 2020 a pochi millimetri dal successo. Molto bene anche Benoot, dato da me per finito o quasi qualche settimana fa, che chiude con un prestigioso quinto posto. A Jorgenson, sempre restando in Visma, sono esplose le gambe nel finale. L'impressione è che all'americano manchi ancora qualcosa sopra un certo numero di ore in bici.

Un Fiandre accorto tatticamente da parte di Mads Pedersen: era l’unica strada per provare a contrastare lo sloveno campione del mondo e poi per salire sul podio. Ce l’ha fatto quel gran figlio di buona donna. C’ha provato eh, sia in zona Mads (dalla media/lunga distanza) che un po’ dopo, ma ha saputo gestirsi e fatto il possibile vincendo lo sprint dei battuti, conquistando il podio che oggi come oggi è il miglior risultato possibile: «Tadej - dirà a fine gara Pedersen - è una leggenda, uno dei migliori corridori della storia». Frase che mi trova pienamente d’accordo.

Infine, resterà nella memoria dei tifosi italiani l'azione di Ganna, Trentin e Ballerini (e ci mettiamo dentro pure Romele, all’attacco come fuggitivo di giornata, primo sul primo passaggio dell' Oude Kwaremont a inizio gara, si è voluto prendere la scena godendosi quel momento e promettendo che un giorno punterà su queste strade a qualcosa di più ambizioso - devastato dalla fatica si ritirerà intorno ai -50 dall'arrivo). Resterà perché quando non c’arrivano le gambe - quelle degli altri sono eccessivamente di un’altra categoria in questo momento su certi percorsi duri, domenica alla Roubaix cambierà qualcosa - insomma se non c’arrivano le gambe si può provare con la strategia. A un certo punto si sono pure ritrovati loro tre in testa e poi loro tre a inseguire, con Ganna e Ballerini capaci pure di chiudere 1° e 3° (8° e 10° posto finale), la volata del gruppo. Niente male di questi tempi e sfida rilanciata domenica alla Roubaix.


Dispacci dal World Tour #10

Le gare che portano alla Settimana Santa del ciclismo hanno, nuovamente, evidenziato le differenze che intercorrono al momento tra alcuni corridori e il resto del gruppo. Quando manca Pogačar, van der Poel ha una superiorità così grande su tutti gli altri che involarsi in fuga (prima con Pedersen e Ganna e poi da solo) e andare a conquistare l’E3 Harelbeke diventa una sorta di formalità contro la quale avrebbe potuto soltanto mettersi quell’errore in una rotonda nel finale, uno sketch che si ripete quasi a ogni sua vittoria.

Se ne erano andati via in tre: con il neerlandese, il danese e l'italiano, erano presenti i temerari Casper Pedersen e Aimée De Gendt, all’attacco da qualche chilometro, ripresi poco dopo il Taaienberg e che avrebbero tenuto duro per un bel po’ fino a ottenere piazzamenti finali di prestigio. Van der Poel finisce così per dominare quello che un tempo veniva chiamato “il piccolo Giro delle Fiandre" dopo aver resistito sul Taaienberg proprio all’attacco dell’ex campione del mondo; dopo aver staccato Ganna sulle primissime rampe dell’Oude Kwaremont e poi lasciato sul posto Pedersen poco prima di arrivare al piccolo paesello che si trova in cima.

Se mancano Pogačar e van der Poel la parte del leone spetta a Pedersen che alla Gand-Wevelgem si sciroppa una cinquantina di chilometri di fuga solitaria. Sembrava una follia e lo è stata, in effetti, coronata con il terzo successo nella prestigiosa classica belga. Roba da più grandi della storia.

Al Fiandre potrebbe non bastare. Immaginiamo il danese all’attacco che proverà a rendere una corsa, già dura di per sé, una prova di resistenza e lui su questo tipo di sforzi ha pochi rivali al mondo. Anzi ne ha due che gli sono superiori. Da escludere un tentativo solitario, ma magari di un gruppetto promosso dal leader della Lidl, sì. Le questioni sono: se parte Pedersen, UAE e Alpecin, a differenza di quello che si è visto alla Gand, pochezza di avversari, va detto, avranno gli uomini necessari per tenerlo a tiro e lasciarlo cuocere? La risposta è quasi certamente sì. In alternativa Pogačar e van der Poel potrebbero seguire la sua ruota e ne potrebbe venire fuori qualcosa da ricordare.

Altro spunto dalle prime corse in Belgio ce lo dà la Visma. Squadra troppo brutta per essere vera rispetto al passato. La mia teoria è che la vecchia guardia sia un po’ cotta e Wout van Aert è l’emblema di queste difficoltà. Ciò che accade alla Dwars door Vlaanderen entra di diritto tra i più memorabili disastri di squadra. Ho ancora speranze di vedere van Aert competere con i migliori, e magari senza crampi nel finale, attendiamo le due prossime domeniche per tirare le somme. Jorgenson sta bene, invece, e si vede, ma gli manca qualcosa per giocarsela con i tre (quattro se ci aggiungiamo Ganna) e poi ha un solo modo per vincere a queste latitudini: arrivare da solo e mi pare complicato possa farlo. Benoot e van Baarle sono apparsi una falsa copia di loro stessi, tra malanni, infortuni navigano in cattive condizioni o comunque non ai livelli delle ultime stagioni, seppure entrambi a Waregem hanno dato qualche segnale incoraggiante di ripresa e solitamente Benoot è un altro corridore che più corre e più va forte e ama le corse selettive. Peccato per Kooij, invece, che sugli inutili sterrati della Gent-Wevelgem era rimasto a ruota agevolmente di Pedersen ma una brutta caduta, con frattura della clavicola, lo ha messo fuori gioco.

Due parole anche sulla Red Bull: squadra che al momento pare fatta di molti gregari di qualità - su tutti i gemelli van Dijk - ma poca concretezza da parte delle punte. Pithie, per la verità, sta crescendo, ma cade sempre e troppo; Lazkano, invece, finora non è pervenuto a causa di una serie di malanni come ha raccontato uno dei suoi diesse, Haussler, ai microfoni di Daniel Benson.

Per chiudere mi sposto in Catalogna, Volta Catalunya. Dopo le giornate di Brennan, di cui ho parlato ampiamente, è il turno di Roglič che vince attaccando da una distanza per lui inusuale (20 km circa dall’arrivo) conquistando l’ennesima corsa a tappe della sua carriera. Siamo nell’epoca in cui viviamo uno dei migliori corridori della storia - Pogačar - uno dei migliori cacciatori di classiche di sempre - van der Poel - e visto che ci piace (?) fare confronti e classifiche penso che Roglič possa essere definito uno dei migliori di sempre - o comunque dell'epoca recente -quando si tratta di corse a tappe. Gli manca solo il Tour e forse quel treno è passato 4 stagioni fa, ma non importa. Ha battuto il rivale Ayuso, andato in difficoltà in maniera non del tutto sorprendente l’ultimo giorno. Lo spagnolo ha dimostrato qualche limite quando passano le giornate di corsa. Si era già visto lo scorso anno al Romandia.

Pensando al Giro: se due settimane fa la bilancia pendeva nei confronti dello spagnolo, oggi lo sloveno ha recuperato diversi punti di distacco finendo per affiancarlo, anzi, visto il risultato in Catalogna, pure superarlo e dargli qualche secondo decisivo.


10 nomi da seguire al Giro delle Fiandre

Ormai il canovaccio lo conoscete e sta rimanendo poco di lui per quanto lo abbiamo strizzato in queste settimane. Si fanno fuori i nomi più tradizionali per andare a pescare chi, anche in ottica futura, la corsa in questione potrebbe pure vincerla o andarci vicino.

Spesso, le grandi classiche, poi, lasciano spazio a sorprese. A volte hanno visto vincere corridori considerati al di là dei pronostici più azzardati, ma non è il caso di questo periodo che, per quanto riguarda le classiche più importanti del calendario, è dominato in lungo e largo da una manciata di corridori (van der Poel, Pogačar, Pedersen, Philipsen, ci fermiamo più o meno qui).

Alle spalle di questi, però, le sorprese non mancano: vi ricordate per esempio il podio del 2024? Con Pogačar assente e Pedersen che azzardò per l’ennesima volta il tutto per tutto lanciandosi in una fuga da lontanissimo e senza speranza (‭«Non ho corso in maniera intelligente» disse a fine corsa), dietro van der Poel si raggrupparono vari corridori che si equivalevano e, in una giornata caratterizzata da pioggia e freddo, con la bici spinta a piedi sul Koppenberg, in un’immagine di ciclismo tornato indietro di trenta, quarant’anni, la spuntarono Luca Mozzato e Nils Politt, non di certo i più avvezzi a risultati del genere - seppure il tedesco sfiorò una Roubaix un lustro prima e proprio nel 2024 arrivò a pochi centimetri dalla vittoria alla OHN.

Tutta questa introduzione semplicemente per spiegare, forse inutilmente, che dentro questo elenco troveremo nomi (non di fantasia), ma da seguire, seppure non siano così tante le speranze di ritrovarli sul podio a meno di controprestazioni dei favoriti che oggi, sulla carta, portano i nomi noti e stracitati di Pogačar e van der Poel (prima fila), con Pedersen, Ganna e Jorgenson più defilati e una terza fila che potremmo vedere ritagliata sui vari Küng e van Aert.

Prima di partire, però, lasciatemi dire due cose sul Fiandre: è la corsa perfetta, che lega diverse tipologie di corridori come poche altre; la trovo, in questo, superiore alla Roubaix, che ha quel fascino legato all’alea che alcune corse cercano di imitare ma appunto sono perlopiù derivative. Tornando al Fiandre, il “nuovo” (relativamente ormai) percorso con la doppia scalata nel finale di Oude Kwaremont e Paterberg lo trovo semplicemente magnifico, suggestivo, tecnicamente impareggiabile.

Detto questo, via alle danze.

Magnus Sheffield 🇺🇸 (2002) INEOS Grenadiers

La sua squadra è partita col piede giusto e lui si sta esaltando in un contesto che, finalmente, sembra riuscire nuovamente a valorizzare il tanto talento di cui è composto. Lo scorso anno finì a un passo dal podio, ma fu corsa strana per i rimescolamenti alle spalle di van der Poel, fredda e piovosa come piace a lui. Corridore dotato di fondo, veloce, che tiene sulle salite brevi e ripide, che non disdegna il pavé e capace di fare risultato in tutte le grandi classiche del calendario. Perfetto per il Fiandre, ma un piccolo campanello d’allarme suona al termine di una Dwars Door Vlaanderen in cui, dopo essere stato brillante davanti sui muri per diversi chilometri, si è staccato all’improvviso come se gli si fosse spenta la luce da un momento all’altro.

Florian Vermeersch  🇧🇪 (1999) UAE Team Emirates

Sta beneficiando del cambio di squadra e finalmente, risolti i problemi fisici, sta ottenendo quel qualcosa che gli è sempre mancato finora in carriera: la continuità. Fatto (ma non finito) per Fiandre e Roubaix, in grande forma, Vermeersch è un consistente piano B qualora le cose per il suo capitano campione del mondo e favorito non dovessero funzionare, ma potrebbe anche approfittare di alcune situazioni di corsa per ottenere un buon risultato.

Mike Teunissen  🇳🇱 (1992) XDS-Astana

Ha dalla sua esperienza e qualità in queste corse, dove è capace di chiudere sempre a ridosso dei migliori grazie anche al suo spunto veloce. In più corre in una squadra quest’anno partita bene e che insegue punti necessari per restare nel WT. Usato sicuro che tra Fiandre e Roubaix insegue due top ten, che, vista la condizione, sembrano essere alla portata seppure nella corsa belga non abbia mai fatto meglio di un 18° posto nel 2018.

 

Toms Skuijns 🇱🇻 (1991) Lidl-Trek

L’apparenza inganna: Toms Skuijns sembra meno sul pezzo dell’ultima stagione ma in realtà è perché, semplicemente, ha avuto meno occasioni per mettersi in mostra. Alla Strade Bianche ha forato un paio di volte e nei momenti chiave, finendo quasi per agguantare ugualmente la top ten, piazzamento nei dieci sfiorato anche alla E3 con un buon secondo posto allo sprint mentre davanti i migliori erano già scappati via, ma la sua squadra con Pedersen e Stuyven era comunque ben coperta. Al Fiandre 2025, corsa per corridori resistenti come lui e che vanno forte con il passare delle ore in bici, ci va per migliorare il 10°posto del 2024, ma anche per coprire le spalle all’eventuale scorribanda da lontano del suo capitano Pedersen e magari nel finale, come al suo solito, sfruttare la capacità di recuperare corridori persi per strada nei meandri della corsa dura.

 

Antonio Morgado 🇵🇹 (2004) UAE Team Emirates

Uno dei tre più giovani al via lo scorso anno (classe 2004 come lui Tarling ed Herzog), 5° al traguardo, Morgado non lo vedi mai, ma è un altro di questi che sa esaltarsi in corse dure e con la pioggia. Quest’anno le cose andranno diversamente, previsto sole e c’è da lavorare per Pogačar, ma occhio a un buon risultato da dietro perché Morgado si sa nascondere bene salvo poi spuntare quando non te l’aspetti. Sembra corridore da grandi appuntamenti e il Fiandre lo è. E intanto si fa esperienza perché in futuro questa corsa la potrà vincere.

 

Laurence Pithie  🇳🇿 (2002) Red Bull-BORA-hansgrohe

Per una Red Bull che in Formula Uno arranca non fosse per la classe di Verstappen che la porta dove nessun altro riuscirebbe, c’è una Red Bull che nel ciclismo… ottiene molto meno di quello che si poteva pensare soprattutto in queste uscite al Nord. La squadra è stata costruita per essere completa su tutti i terreni, ma se nelle corse a tappe si raccolgono i primi frutti, lo stesso non si può dire delle corse del Nord. Lazkano è menomato dai problemi fisici, Tratnik si è visto pochissimo come Meeus, bene i gemelli van Dijke, ma arrivano fin dove possono e allora tutto il peso del risultato domenica va sulle spalle del giovane Laurence Pithie, il quale ha grande talento sui muri in pietra, fino a essere forse uno dei pochi corridori col potenziale per poter provare a stare con i due (tre?) più forti, ma cade spesso e sbaglia i tempi. Ci piaceva di più la versione 2024 quando andava all’attacco da lontano per poi strappare così un buon piazzamento.

 

Arjen Livyns 🇧🇪 (1994) Lotto

Ve lo ricordate Frederik Frison? Il corridore belga che attualmente naviga al largo della competitività assoluta in maglia Q36.5? Beh, nel 2023, dopo una carriera senza infamia e senza lode, sfoggiò una Primavera con i contro attributi sfiorando il successo alla De Panne e affermandosi come protagonista alla Gent (entrambe giornate caratterizzate dal maltempo e chiuse da lui al 4° posto). Frison in quel periodo era in scadenza e cercava un contratto per la stagione successiva che puntualmente arrivò dopo la campagna del Nord: non rinnovò con la Lotto ma firmò con il nuovo team di Douglas Ryder. Ebbene, in Livyns si rivedono quei tratti. L’età è la medesima (31 anni oggi Livyns, 31 all’epoca Frison), le caratteristiche tecniche simili: amano entrambi le corse fiamminghe e anche il passato da onesto mestierante che all’improvviso inizia a ballare la rumba in mezzo ai titani delle pietre del Nord. La Lotto senza De Lie ha tanti bei corridori che domenica possono mettersi in mostra (segnaliamo anche Segaert e Van Moer), ma se qualcuno volesse provare il jackpot gli diremmo di puntare tutto su un piazzamento nei 10 del piccolo Livyns, autore finora di una primavera molto convincente e alla ricerca di un rinnovo del contratto.

 

Neilson Powless 🇺🇸 (1996) EF Education-EasyPost

Questo “slot” inizialmente era ad appannaggio di un altro corridore della EF, Marijn van den berg corridore veloce in buona forma e resistente e sicuramente adatto a un piazzamento anche al Fiandre. Ma dopo la vittoria alla Dwars door Vlaanderen come si fa a non pensare a Neilson Powless in vista di domenica? Oltretutto in una corsa in cui la presenza di Pogačar alza l’asticella rendendola ancora più dura e con una strizzata d’occhio agli scalatori e dove nel 2023, proprio con Pogačar presente, Powless chiuse al 5° posto, battuto allo sprint per il terzo posto sul podio solamente da Pedersen e van Aert. I quali potrebbero essere suoi rivali per un terzo gradino sul podio anche domenica, vista la condizione espressa pochi giorni fa verso Waregem.

 

Rasmus Tiller  🇳🇴 (1996) Uno-X Mobility

Gli manca sempre quel po’ di margine per fare il salto di qualità e magari con una grande vittoria consacrare il talento. Norvegese di cui si parla sempre troppo poco, Tiller è corridore solidissimo e forse, attualmente, è anche il più in forma tra i suoi, insieme a Kristoff, occhio pure a lui per un buon piazzamento, per le corse del Nord, più di un Abrahamsen appannato in questo inizio di stagione dopo i migliaia di chilometri in fuga fatti nel 2024. Tiller è veloce, corre sempre davanti, ma forse gli manca quel qualcosa in più per essere, non dico davanti a giocarsi il bersaglio grosso, ma anche per stare a ridosso. Per una top ten, invece, lo vediamo molto bene. Occhio pure a lui per un risultato che sarebbe comunque molto prestigioso.

 

Pierre Gautherat 🇫🇷 (2003) Decathlon-AG2R La Mondiale

Chiudo con il giovane francese della Decathlon perché sono sicuro che lui in un’altra vita sia nato e cresciuto su queste strade. Per come si muove tra muri e pavè, per come sembra adattarsi facilmente alle circostanze sempre complicate che caratterizzano le Fiandre. Magari questa gara non la vincerà mai (e ai francesi il Fiandre manca da tanto, troppo tempo, ero bambino io, figurarsi: 1992, Jacky Durand con un’azione da lontano sottovalutata dagli avversari), ma di certo me lo aspetto protagonista domenica e poi in futuro. In casa Decathlon occhi puntati pure sugli esperti Naesen e De Bondt.

 

E poi ce ne sarebbero altri, da Wellens e Bjerg a Madouas, a Tarling, da Wright a Matthews, passando per Van Eetvelt che fa il suo esordio qui, Eenkhorn, Lampaert, Vacek, Rex, Girmay, fino a Garcia Cortina, Trentin, Pluimers. E poi chissà chi altro potrebbe spuntare.


Dispacci dal World Tour #9

La Sanremo è passata e così tutti gli strascichi, le idee e le analisi attorno a lei. Una corsa che è cortocircuito perché è sia fine che inizio. Si è discusso molto, nelle ore successive, su chi abbia fatto bene cosa, su chi abbia fatto bene quando e i suoi contrari. Se l’UAE Team Emirates si è comportata in maniera coerente e dignitosa (dal punto di vista sportivo) oppure no sulla Cipressa, ma i diretti interessati hanno spiegato più o meno tutto. Si è parlato di Pogačar e dei limiti tattici che ha ancora (e sempre li avrà?) e di come spesso la sua straripante superiorità lo porti a vincere semplicemente le corse un po' più dure del normale. Perché è il più forte. E se il ciclismo fosse una partita a scacchi e di nervi troverebbe forse qualcuno più forte di lui, sostiene qualcuno e se io avessi due ruote e due pedali sarei un uomo bicicletta. Ne sono convinto.

Siamo ai limiti estremi, perché stiamo facendo le pulci a uno dei corridori più forti, completi e vincenti della storia del ciclismo. Per Pogačar rimarrà un tabù la Sanremo, come altri grandi corridori prima di lui? Forse, pazienza, perché i suoi avversari, anzi, il suo Avversario finché vorrà sarà lì a sbarrargli la strada. Ma magari non diventerà un’ossessione come per altri - viene in mente Sagan - anche se l’altro giorno a fine corsa aveva una faccia…

Si è parlato dell’istinto killer di van der Poel, uno che fino a qualche stagione fa straripava (anche lui) fisicamente ma commetteva tragici sbagli sportivi, tatticamente. Appena il suo cervello da cane da caccia (sì, è un complimento) ha assorbito le nozioni necessarie a dividere gli sbagli dalle verità, ha imparato a gestire a suo piacimento e vincere.

Su Ganna c’è poco, ancora, da aggiungere. Adesso arrivano nuove belle corse dove dovrà sfidare gli altri: con questa gambe e queste intenzioni ci divertiremo. Il numero uno in Italia per distacco. Si è parlato, poi, di acme e di come la Sanremo sia una corsa spettacolare: sarebbe meglio dire come lo siano questi corridori più che la corsa in sé che ci ha mostrato decenni di poco e niente alimentati nel finale soltanto dall’importanza della posta in palio.

Non c’è nessuna paura del vuoto perché questa è la settimana che porta definitivamente alle corse del pavé più note in quel crescendo che solo questo periodo ci sa regalare: Harelbeke oggi (per chi legge venerdì 27 marzo), Gent-Wevelgem domenica, poi Dwaars door Vlaanderen, Ronde e infine Roubaix. A Fiandre e Roubaix vedremo la sfida lanciata da Pogačar a van der Poel (e van Aert? che van Aert sarà? tanti dubbi… sembra una pecorella smarrita). Ci ritroveremo qui fra qualche giorno a tirare le somme.

Chiudo con l’uomo copertina, anzi il ragazzo. Il rocket man inglese che in un paio di stagioni è passato da ottimo e completo corridore tra gli juniores a bastonatore di corridori navigati tra i professionisti e su diversi terreni. Nel prologo della stagione vince due gare .2, ma fino a lì tutto ok, mostra la sua classe davanti ai coetanei. Poi arriva primo al Gp Denain, corsa da bucanieri, dove è attento sulle pietre (della Roubaix e simil Roubaix), è lesto a beccare l’azione giusta lontano dal traguardo giustiziando corridori di spessore.

Il numero di maggior prestigio, però, gli riesce nella prima tappa del Catalunya. Giornata fredda in cui si staccano velocisti e scalatori. Lui resiste davanti anche in salita e sempre nelle prime posizioni. Poi nel finale, mentre Tibor Del Grosso (arriveremo a parlare a breve anche di lui) sfiora il colpaccio partendo in discesa in maniche corte, nonostante il freddo e la pioggia, Brennan rimonta senza mai farsi nemmeno affiancare da un certo Kaden Groves che finisce secondo. Prima vittoria nel WT a 19 anni e poco più. Più avanti scopriremo i limiti di un corridore in queste settimane paragonato a tre fra i più grandi cacciatori di classiche degli ultimi dieci anni: Sagan, van Aert e van der Poel. Scegliete voi, a me inizia a sembrare sempre più, semplicemente a Matthew Brennan, il razzo inglese.


10 corridori da seguire alla Milano-Sanremo

Parlare della Milano Sanremo è molto semplice: lo abbiamo fatto decine di volte su queste pagine, avrete letto migliaia di storie di ogni genere un po’ ovunque. Molto semplice raccontarla, meno da correre nonostante le apparenze. Corsa che ormai da una vita segue lo stesso svolgimento dal crescendo finale: diverse ore di noia più assoluta, poi le grandi manovre cipressane, gli attacchi devastanti sul Poggio da dove comincia la lotteria che vede l’estrazione giù a Sanremo.

Quest’anno, chissà, tra tempo ballerino e intenzioni bellicose degli UAE Team Emirates, si potrebbe vedere qualcosa di diverso o comunque raro, ma è sempre tutto relativo a quel momento atteso, a quelle illusioni che ci si fanno prima di un qualsiasi tipo di appuntamento. (È come un virus della parola che si diffonde, da individuo a individuo, fino a diventare opinione diffusa, ma lo è da due anni: vogliono fare la Cipressa in meno di 9’ per far fuori - agonisticamente parlando - tutti i velocisti e indurire le gambe agli altri. Sarà la volta buona?)

Abbiamo due grandi favoriti (Pogačar e van der Poel), tre alternative, molto credibili (Ganna, Pidcock e Mads Pedersen), un corridore che nelle ultime ore, causa caduta, vede scendere le sue quotazioni, ma fino a pochi minuti prima del tonfo alla Nokere Koerse stava benissimo (Jasper Philipsen). Che oltretutto porta il numero uno sulle spalle e una bella abrasione in faccia e altre su tutto il corpo.

Poi un gruppo di outsider, molto pericolosi. Perché se c’è una corsa che dà spazio alle sorprese, nonostante la presenza di corridori che stanno facendo man bassa, lasciando agli altri soltanto le briciole dei piazzamenti o delle corse minori, quella è la Milano-Sanremo. Che a volte regala esiti imprevedibili.

 

MICHAEL MATTHEWS 🇦🇺 (1990) - Team Jayco AlUla

L’impressione, intorno all’australiano, è che, pur non essendo la sua squadra partita a mille e quindi ci potrebbero essere forti dubbi, lui si sia nascosto preparando bene l’appuntamento. Alla Milano-Sanremo non ha mai vinto, ma non ha praticamente sbagliato un colpo: semmai un colpo di reni, un posizionamento. Mai come lo scorso anno ci è arrivato vicino, secondo, ma ha anche due terzi, un quarto, un sesto, un settimo, due dodicesimi posti. Tra gli uomini veloci è, quando in giornata, uno di quelli che supera meglio certi tipi di asperità, con gli anni è diventato sempre più resistente. Occhio a portarselo dietro. In casa australiana occhio anche a Mauro Schmid. Sta bene e con eventuali condizioni meteo complicate può emergere.

 

JONATHAN MILAN 🇮🇹 (2000) - Lidl-Trek

Dopo Ganna, la maggiore speranza del ciclismo italiano a Sanremo. D’altra parte parliamo di colui che, proprio insieme a Ganna, è, pound for pound, il miglior ciclista italiano. Milan arriva da dominatore - o quasi - delle volate in stagione e sembra aver fatto anche qualche progresso in avanti in salita. Lo scorso anno si spese per Pedersen sulla Cipressa, quest’anno avrà un ruolo più centrale?

 

MATEJ MOHORIČ 🇸🇮 (1994) - Bahrain-Victorious

Come Matthews ama follemente questa corsa. Più di Matthews si è spinto in avanti: l’ha vinta nel 2022 con quel capolavoro visionario nella discesa del Poggio. A differenza di Matthews più che nascondersi in questo inizio di stagione si sta trascinando dietro un mezzo malanno preso al Tour de la Provence che ne ha un po’ condizionato lo stato di forma sin dal week end di apertura in Belgio un paio di settimane fa. Arriva qui con tanti dubbi e una certezza che riguarda il feeling con la Sanremo: sei volte nei primi undici negli ultimi sei anni non è un bottino di cui disfarsi facilmente.

 

MAGNUS CORT NIELSEN 🇩🇰 (1993) - Uno-X Mobility

A 32 anni e con diverse vittorie di prestigio alle spalle, Magnus Cort Nielsen si presenta al Mondiale di Primavera in quella che è probabilmente la condizione della vita e la possibilità di provare a beffare tutti qualora dovesse riuscire a tenere sul Poggio, soprattutto si dovesse formare un gruppetto in discesa o verso il traguardo. Il baffuto danese, con un 8° posto nel 2018, ha ottenuto proprio su queste strade il miglior risultato in carriera in una grande classica e quella volta non andava così forte. Sempre in casa Uno X, occhio a a Tobias Halland Johannessen, anche lui di recente in grande spolvero, soprattutto dovesse riuscire una forte selezione capace di trasformare Sanremo in qualcosa che non è, tipo un arrivo per corridori esplosivi, leggerini  e d’alta quota.

 

ROGER ADRIÀ 🇪🇸 (1998) - Red Bull-BORA-hansgrohe

In casa Red Bull, squadra partita meno forte di quello che si poteva pensare, l’uomo in più pare Roger Adrià che ormai dal 2024 continua ad andare forte stabilendosi, su certi arrivi, costantemente in mezzo ai grandi calibri. Veloce e resistente anche lui potrebbe tenere sul Poggio e poi in volata è una brutta bestia. Lo scorso anno, di questi tempi, non avremmo esitato a inserire Van Gils e Pithie tra i candidati alla vittoria. Saranno entrambi al via ma con diversi punti di domanda: uno è stato malato, l’altro si è visto poco dopo l’Australia (lungo ritiro). In ogni caso, vista la qualità, ce li possiamo ritrovare davanti, senza troppi patemi, a giocarsi qualcosa, ognuno di loro sfruttando uno scenario differente.

 

ALEX ARANBURU 🇪🇸 (1995) - Cofidis

Così come senza patemi ci possiamo ritrovare davanti Mister Piazzamento Nei 10 (ne contiamo ormai oltre un centinaio). La sua evoluzione come corridore fa sì che il basco sia diventato tagliato per diverse corse dalla Sanremo alla Liegi. Almeno quando si parla di un buon risultato, per la vittoria gli manca sempre qualcosa. Aranburu, oltretutto, fondista, quindi apprezzerà la probabile corsa dura, è uno che col maltempo si esalta. A fare la danza della pioggia stasera ci sarà anche lui.

 

ROMAIN GREGOIRE 🇫🇷 (2003) - Groupama-FDJ

Il più giovane tra i citati in questo elenco è un corridore che prima o poi arriverà anche in una corsa lunga. Forse gli manca qualcosa in tal senso, ma non di certo spunto veloce e resistenza. Dovrà essere scaltro, sul Poggio, nel posizionarsi davanti e perdere meno terreno possibile, in questa maniera ritrovarselo tra le scatole e vederlo sprintare per un piazzamento di peso non ci pare utopia. Così come non è follia immaginarlo un giorno vincitore su queste strade.

 

RICK PLUIMERS 🇳🇱 (2000) - Tudor Pro Cycling

Cancellara una Sanremo l’ha vinta ora tocca ai suoi. Tre nomi caldi due dei quali rappresentano un po’ il passato, uno invece potrà imporsi presto ed è Rick Pluimers. Il neerlandese in stagione ha fatto vedere il suo valore dopo essere cresciuto lo scorso anno proprio nel passaggio dal Team Visma Devo alla Tudor che ne sta esaltando le caratteristiche. Corridore veloce, ma capace di tenere anche sugli strappi, Pluimers, domani a Sanremo, potremmo ritrovarcelo nei 10 e senza stupirci troppo. Gli altri due nomi sono Alaphilippe (già vincitore qui, non serve dire altro su di lui) e Trentin, garanzia assoluta di piazzamento ma anche nel dare una mano agli altri qualora ce ne fosse bisogno.

 

OLAV KOOIJ 🇳🇱 (2001) - Visma |Lease a Bike

Dopo Milan e Philipsen è il terzo velocista più forte al via, e pure lui, come i sopracitati, in caso di gruppo di 25/30 corridori se in giornata può starci bene dentro. Lo vediamo più, come lo scorso anno, fare una volata per un piazzamento da dietro, magari subito a ridosso dei migliori, ma è giovane, cresce, stupisce e alla Tirreno ha vinto e convinto nonostante fosse stato scambiato da qualcuno per McLay. Corridore un po’ alla Freire per certi versi e Freire questa corsa la conosce molto bene. Occhio pure a Zingle nella Visma, soprattutto se dovesse piovere è corridore che si esalta con certe condizioni climatiche e non disdegna una corsa selettiva.

 

ALBERTO BETTIOL 🇮🇹 (1993) - XDS-Astana

Chiudiamo con Bettiol, ma è più un amo che lanciamo a tifosi e speranzosi. Arriva un’altra primavera in cui su di lui sono più i dubbi che le certezze. Un malanno gli ha fatto perdere la Tirreno, corsa fondamentale per fare la gamba in vista della Sanremo. Alla Milano Torino ha provato a tenere duro, ma Superga oggi è troppo dura per lui. Solita incognita, insomma, ma da lui ci si può aspettare tutto. Che salti sulla Cipressa come che attacchi sul Poggio. Se fosse un match calcistico sarebbe una tripla.


Dispacci dal World Tour #8

Cosa resta della scorsa settimana? La ormai consueta irritazione di dover fare i conti con due corse importanti, prestigiose, come Parigi-Nizza e Tirreno-Adriatico che in alcuni casi sono arrivate praticamente in contemporanea: è qualcosa a cui siamo abituati, ma dà fastidio e quindi trovo doveroso sottolinearlo. Poi il calendario è talmente pieno che una sistemazione differente pare operazione complicata.

Gli americani conquistano Nizza: verrebbe da dire letteralmente ma con l’aria che tira non è il caso. Matteo Jorgenson ha una maglia gialla che luccica come non mai dopo giorni a prendere freddo e pioggia, si lancia sotto il sole a caccia del suo secondo successo consecutivo alla PaNi e non è che siano poi tantissimi prima di lui a fare come lui, alcuni meglio di lui: Kelly (7 successi totali e tutti in fila, record al momento inavvicinabile), Anquetil (5 successi totali, gli ultimi 2 in fila), Merckx (3 successi totali, tutti in fila), Zoetemelk (3 successi totali, 2 in fila), Jalabert (3 totali e tutti in fila), Poulidor (2 successi totali e in fila), Indurain (2 successi totali e in fila), Vinokourov (2 totali in fila), Schachmann (2 totali in fila).

Jorgenson si gettava a caccia, sulla Promenade des Anglais, facendo bene i conti, quanto bastava per conquistare la classifica finale e per non riprendere il connazionale Magnus Sheffield, 23 anni ancora da compiere e che, vincendo la tappa, si regalava il successo più importante della giovane e promettente carriera dopo essersi trovato più volte di fronte a bivi che avrebbe voluto evitare, dopo essere finito in un burrone in una giornata drammatica qualche anno fa, in Svizzera. Dedica il successo proprio a Gino Mäder, caduto con lui in quella maledetta discesa e scomparso in quel 16 giugno del 2023: «Ci sono tante persone che vorrei ringraziare, ma quella più importante a cui dedico questa vittoria è Gino Mäder. Sono due anni che non c’è più e sinceramente non pensavo di riuscire più a vincere nuovamente dopo quello che è successo. Il ciclismo è uno sport così duro dove nulla si può dare per scontato, come nella vita. Voglio solo godermi questa vittoria dopo tantissimi secondi posti». È il suo quarto successo in una carriera da professionista che iniziò alla grande nel 2022: una tappa alla Vuelta Andalucia a inizio stagione, ma soprattutto la Freccia del Brabante. Non aveva ancora vent’anni.

La Ineos, in generale, corre alla grande, sempre all’attacco, porta Arensman sul podio (raddoppiato con Ganna alla Tirreno). Le voci di una possibile fusione (o quello che sarà) con un'altra squadra, oppure l'arrivo di un nuovo sponsor, hanno messo il sale sulla coda dei corridori del team britannico che in un paio di mesi di gare hanno vinto quasi la metà delle corse conquistate nel 2024, ma soprattutto hanno un atteggiamento propositivo, sempre nel vivo della corsa. Una squadra che non è più solamente materiale per tormentoni (Ineos pulling in the peloton), ma attiva e capace di (ri)lanciare i propri corridori - anche Foss e Tarling protagonisti di questa corsa: occhio al giovane inglese nelle prossime settimane al Nord.

Ci sarebbe da aprire un capitolo intero su Jonas Vingegaard ma ci limitiamo solamente a dire quanto sia stata scellerata la decisione della sua squadra di lasciarlo correre dopo la caduta. Ha lamentato vertigini, non riusciva a frenare - in realtà faticava proprio a stare in gruppo - a cosa hanno pensato gli olandesi per non fermarlo in tempo? E l’UCI, quando accadono queste cose, da che parte sta guardando?

Alla Tirreno Adriatico, invece, abbiamo potuto ammirare l’ascesa di Ayuso, ne parliamo anche qui. Il giovane spagnolo si è dimostrato il più forte in salita e primo degli umani a cronometro. Si è difeso nelle tante tappe miste nonostante gli attacchi di Pidcock, van der Poel e Ganna - tutti e tre attaccavano o rispondevano con obiettivi differenti e saranno, insieme a Pogačar e Pedersen (ha disputato una grande Parigi Nizza) i favoriti per la Milano-Sanremo di sabato. Ayuso deve combattere con la continua presenza di Pogačar al quale, per ovvi motivi, viene sempre e continuamente paragonato. Corrono nella stessa squadra e al momento si dividono le corse: in quelle più importanti, ovviamente, si punta al campione del mondo. La presenza di Pogačar è come quella di un fastidioso fantasma che infesta la casa dei sogni di Ayuso: le domande che gli vengono poste in conferenza stampa tendono sempre a virare sullo sloveno. Il paragone per il modo di attaccare e fare il vuoto li accomuna, il palmarès, al momento, neanche lontanamente, ma sono due percorsi di crescita (ed età) differenti. Anche le sensazioni, però, sono diverse: se il campione del mondo affronta tutto col sorriso (pure troppo sorridente a volte, dirà qualcuno), Ayuso appare corridore più cupo, quasi misterioso. Per certi versi scalderà di meno le platee - ma il corridore c'è e arriverà al Giro con la possibilità di essere uomo, se non l'uomo, da battere.

Piccoli antipasti di Giro: Tiberi, terzo e Hindley, quinto, hanno dimostrato una condizione superiore alle loro aspettative, Gee, quarto, invece, conferma uno stato di forma assoluta: riuscirà a mantenerlo fino a fine maggio?

E poi una buona Italia, finalmente, trascinata dai leader del movimento, Ganna (vittoria alla crono e podio finale) e Milan (due vittorie e pure una brutta caduta) che arrivano al momento clou della stagione, quello delle classiche primaverili, supportati da condizione e motivazioni. E hanno ottenuto le risposte che cercavano. E poi c'è Vendrame, vincitore di tappa, di cui abbiamo già parlato settimana scorsa e il sopra citato Tiberi che alla quinta stagione da professionista ottiene il quinto podio in una (breve) corsa a tappe, il più importante in carriera. Ventitré anni, quasi ventiquattro, ora arriva il bello.


Dispacci dal World Tour #7

La Strade Bianche disputata settimana scorsa ci dà l’opportunità per un paio di riflessioni. Stavolta non mi vorrei di nuovo soffermare, per l’ennesima volta, sull’onnipotenza di Tadej Pogačar, quanto piuttosto sulla sudditanza degli avversari (un lapsus: inizialmente avevo scritto “dei suoi compagni di squadra”).

Vero: se uno è più forte è più forte, non è arte, anche se..., ma è sport, agonismo, ci sono numeri che tendono a rimarcare la sua grandezza e Tadej Pogačar è ormai unità di misura dei più grandi di sempre con buona pace di chi fa fatica ad accettarlo. Il ciclismo è uno sport di gambe in cui la testa serve a spingere per elevare lo sforzo e superare alcuni limiti che, fisiologicamente o anche inconsciamente, ci imponiamo. C’è da dire, però, che chi dovrebbe provare a sconfiggerlo è, mentalmente, poca roba - non parlo degli assenti, non di tutti, diciamo - e la competizione sta andando a farsi benedire anche a causa di atteggiamenti da vogliamoci tutti bene che hanno un po’ annacquato l’agonismo.

Spesso si scopre come siano amici fra di loro, si mandano messaggini durante l’inverno e la stagione, addirittura dichiarano di essere uno il mito dell’altro, un esempio massimo da seguire. Io che, a volte, mi sento un cinico bastardo (scusate il termine, ma non saprei come meglio descrivere questo pensiero, tuttavia: pronti alla considerazione nostalgica del secolo?) mi chiedo: dove sei finita sana, cattiva (agonisticamente parlando) rivalità? Avrei preferito vivere, in questa epoca meravigliosa di sfide tra alcuni dei più grandi corridori di sempre, sfide anche verbali, dialettiche, corridori che si stanno sulle palle in corsa e fuori, insomma un po’ di proverbiale ciccia, che, fra strette di mano, abbracci, attese, ringraziamenti, fra un po' baci con la lingua e altre effusioni, si fatica a trovare.

Ci sono stati momenti in cui i belgi si facevano la guerra tra di loro e non entro nel discorso dei dualismi del ciclismo italiano dagli anni 80 a metà dei duemila che già la retorica nostalgica mi sta uscendo dalle orecchie. Avremmo bisogno di sale, aglio, olio, pepe e peperoncino, per magari ogni tanto incrinare la convinzione di chi, in questo momento, è già più forte di diverse spanne. Vero anche che Pidcock in parte c'ha provato, dichiarando che avrebbe fatto di tutto per stare con lo sloveno, e provando a trasformare le parole in fatti.

La seconda considerazione post Strade Bianche riguarda l’eccessivo esaltare (ci sono anche anche io, nel post gara, in questo giochetto) lacrime e sangue, in un ciclismo che, più che sembrare postmoderno, cerca una retorica antica per provare ancora a fare breccia nel cuore degli appassionati. E dunque ecco come si rimarca corridori arrivati al traguardo ricoperti di sangue, si fanno passare i bollettini delle squadre sui feriti come qualcosa che dovrebbe fare bene a questo sport, esaltandone una presunta spettacolarità e superiorità nei confronti di altre discipline (la solita dicotomia calcio-ciclismo, per esempio).

Nel momento in cui scrivo si stanno correndo, ma sono agli sgoccioli, Parigi-Nizza e Tirreno-Adriatico e visto che mancano ancora delle tappe si rischia di essere molto deboli nell'analisi quindi mi limiterò a elencare i vincitori delle tappe con brevi considerazioni: Milan e Merlier vincono in volata, dominandole, praticamente senza avversari in attesa di vederli sfidarsi di nuovo. Sono loro i migliori velocisti al mondo al momento? Sì! è l'unica risposta valida al momento e sono anche accompagnati dai pacchetti da volata di maggiore livello.

Ganna dà spettacolo nella crono alla Tirreno, la Visma, invece, si prende quella a squadre della Parigi Nizza. La domanda sorge spontanea: chi avrebbe vinto se si fossero sfidati il Ganna formato 10 marzo al Lido e la Visma intera alla Parigi-Nizza?

Vingegaard mostra il fianco in Francia ed è forse la notizia più interessante - vedremo, e infatti per questo parlo di debolezza nell'analisi - se mi smentirà a riflessione già uscita. È parso subito chiaro che, nel momento dell'attacco, il danese fosse differente da quello delle ultime stagioni. Ha attaccato e quando si è seduto è parso, anche visivamente, meno straripante del solito, meno macinatore di watt e distacchi, meno annichilitore di speranze altrui. Il vantaggio sugli avversari non prendeva mai una misura tale da metterlo al sicuro fino all'arrivo. Anzi, sul traguardo viene bruciato da Almeida. Certo, è stata una giornata difficile, con pioggia, neve, grandine, poi sole, tappa interrotta per quasi un'ora e perciò la si potrebbe inserire alla voce eccezione. Oppure è il primo segno di qualcos'altro? Chi ha buona memoria, tuttavia, ricorderà come alla Parigi Nizza di due stagioni fa in salita fu staccato, ok, da Pogačar, ma anche da Gaudu.

Alla Tirreno-Adriatico, lo stesso giorno, medesimo scenario: pioggia per tutta la tappa. Cadute (coinvolto anche Milan) e finale con sprint di un gruppo non troppo numeroso e vittoria, bellissima, di Andrea Vendrame. Forse lo scrissi già, ma ho sempre avuto un debole per il corridore veneto, che ha avuto un passato turbolento caratterizzato da un grave incidente in allenamento da Under 23 che rischiò di fargli chiudere lì la carriera e poteva avere anche conseguenze peggiori. Di quell'incidente restano ancora i segni sul volto. Il debole per lui deriva soprattutto per quel capolavoro realizzato nel 2019 quando, in maglia Androni, vinse una delle corse più belle del calendario: il Tro-Bro Léon.


10 nomi da seguire alla Strade Bianche

Alla Strade Bianche 2025 Tadej Pogačar avrà pochi avversari. Ha vinto due delle ultime tre edizioni con un totale di centotrentuno chilometri di fuga, con una settantina farebbe cifra tonda o poco più, con ottanta avrebbe passato in fuga interamente almeno una delle tre Strade Bianche vinte (sì, ok, la terza deve ancora vincerla...) come puntualizza un lettore nel nostro gruppo Telegram.

Pochi avversari, nessun alter ego. Uno può essere proprio lo stesso Pogačar, ma non riesco a pensare come possa andare contro se stesso, non ha mai dato segni di scompenso in tal senso. L’altro avversario, più plausibile, in uno sport dove “può accadere di tutto”, al massimo sarebbe legato a qualche fattore esterno come una caduta, una foratura in un momento chiave, per il resto è difficile immaginare lo sloveno sconfitto in una corsa perfetta per lui sotto ogni punto di vista.

RCS l’ha indurita lo scorso anno, venendo ancora di più incontro alle caratteristiche del campione del mondo in carica e per il 2025 ha aggiunto altri (quasi) 10 km in più di sterrato, anche se, giova ricordare come, andando verso l’arrivo, le "strade bianche" diminuiscano nettamente rispetto alla parte centrale in cui sono assolute protagoniste.

 

Il nuovo percorso della Strade Bianche vede un paio di km in meno totali, un tratto di sterrato in più (il numero 7, si passa dunque da 15 a 16 sezioni) e qualche centinaia di metri in più di dislivello.

 
Gli avversari più credibili non ci sono: van der Poel, scelta tecnico-tattica direbbe un Fabio Capello d'annata, consapevole forse di andare incontro a una sconfitta, pensa ad altri traguardi e, assente della penultima ora, Van Gils, uno dei più accreditati outsider. Gli altri correranno per il secondo posto, lo hanno già, più o meno, affermato. Lo scenario più credibile è l’attesa di un Pogi-show, come e quando vorrà lui e dietro rimescolamenti, caos, magari organizzato, gara al ciapa no dove, via via, usciranno alla distanza i corridori più tagliati per fondo- corsa molto esigente con un finale verso Siena che spacca le gambe - forma, capacità di tenere ai continui su e giù, sia in sterrato che non. Sempre che qualcuno non sia preso dalla voglia di provarci veramente (anticipando, inventandosi qualcosa, magari anche seguire Pogačar con il rischio di saltare per aria e buttare via un buon piazzamento) e non partire battuto, come ha, piuttosto banalmente, ricordato Michael Albasini, uno dei DS della Q36.5, la squadra di Tom Pidcock: «Pogačar è il più forte ed è il favorito, ma se parti sconfitto di testa, lui sarà ancora più imbattibile».

I nomi che possono concorrere al podio sono diversi: da Scaroni a Pidcock, fino a Van Eetvelt, passando per corridori più esperti come Kwiatkowski, Bilbao, Skuijns, Wellens ad altri più giovani come Vacek, Grégoire, Adria e Simmons, o magari Hirschi, Madouas, Mohorič, Valter o Healy dovessero salire di colpi rispetto alle prime uscite stagionali.

Le sorprese, però, verso Piazza del Campo, potrebbero non mancare come succede spesso. Ed è proprio su questo che voglio basare i dieci nomi da seguire alla Strade Bianche 2025. Quei corridori meno attesi, meno gettonati, magari più lontani dai riflettori (anche se non tutti lo sono tra quelli che seguiranno) e che potrebbero riuscire a ottenere un piazzamento importante al termine di una corsa che, comunque vada, si attende dura, selettiva, di quelle che rimarrà nelle gambe per diversi giorni. Speriamo anche nella mente degli appassionati, anche se ultimamente, quando Pogačar è in gara, la lotta per la vittoria resta annacquata e si divide tra chi gioisce nel vedere e nel vivere un campione che sta scrivendo la storia di questo sport affiancandosi ai più grandi di sempre e chi invece di tutto ciò è un po' stufo.

 

Ben Tulett 🇬🇧 (2001) - Visma Lease a Bike

Il britannico della Visma Lease a Bike sembrerebbe aver finalmente, dopo stagioni complicate coincise con l’addio all’Alpecin, trovato la retta via e per caratteristiche - guida, esplosività, resistenza - è corridore perfetto in un percorso come la Strade Bianche. Fratellino di Pidcock se ce n’è uno (in realtà ce ne sono due, vedremo a breve).

Filippo Zana 🇮🇹 (1999) - Team Jayco AlUla

Insieme a Scaroni è la carta migliore che abbiamo in casa Italia seppure da segnalare le presenze di Formolo - che qui è sempre andato forte, ma non sembra stare benissimo in questo avvio di stagione - Bettiol, Busatto e De Pretto. Adatto a percorsi mossi e a terreni come quelli della Strade Bianche, Zana ha dichiarato di voler migliorare il 9° posto dello scorso anno. Interessante accadesse perché sarebbe un altra conferma della sua crescita come corridore.

Clément Berthet 🇫🇷 (1997) - Decathlon AG2R

Ci sono più francesi da seguire, ormai è una costante, forse il nome più lontano dai radar è quello di Clement Berthet. Ex biker, tiene bene in salita, corre in una delle squadre più forti del gruppo, può ambire a una top ten facendo gara regolare. Certo, in casa Decathlon si parte in tanti con simili ambizioni: Prodhomme, Tronchon e Labrosse sono tutti nomi che possono chiudere nelle prime 20 posizioni, magari qualcuno di loro anche qualcosa meglio.

Joe Blackmore 🇬🇧 (2003) - IPT

Altro fratellino di Pidcock è Joe Blackmore. Anche lui con un passato nel fuoristrada e per caratteristiche, esplosivo, tiene bene in salite più o meno lunghe, sarà un corridore da tenere d’occhio. È all’esordio assoluto sugli sterrati delle Strade Bianche, ma questo non dovrebbe frenare le sue ambizioni che sono alte e può anche puntare a essere una delle sorprese di giornata.

Alan Hatherly 🇿🇦 (1996) -Team Jayco AlUla

Sarà tutta una scoperta per lui e per la squadra. Nelle sue prime sparate stagionali su strada - AlUla Tour - ha già chiuso davanti a tanti bei corridori. Vero, domani verso Piazza del Campo si troverà a dover gestire un contesto completamente differente e probabilmente sarà chiamato a dare una mano alla squadra, però, se nel caos degli sterrati dovessimo vederlo uscire nelle prime venti, venticinque posizioni non saremmo stupiti. Il dubbio, piuttosto, è sulla distanza, anche se i suoi giurano che diventerà forte anche lì.

Carlos Canal  🇪🇸 (2001) - Movistar

Uno che potrebbe diventare specialista di questa corsa: Carlos Canal, anche se bisogna ammettere come il galiziano forse avrebbe preferito la vecchia versione di Strade Bianche, quella più vicina ai puncheur che agli scalatori. Anche lui, però, con background da crossista e buone doti di fondo, ne può recuperare tanti strada facendo e provare a raggiungere un’ambiziosa top ten

Kévin Vauquelin  🇫🇷 (2001) - Arkéa B&B Hotels

Occhio a Vauquelin che lo scorso anno chiuse a ridosso dei primi 20 all’esordio in questa corsa e che è l’esempio più fulgido a livello mondiale di corridore che migliora di corsa in corsa. A suo agio su certi percorsi, potrebbe pure anticipare e poi tentare di resistere in ottica piazzamento nei primi 10. Alla sua portata.

Louis Barrè 🇫🇷 (2000) - Intermarché Wanty

Tra i corridori più continui di questo inizio di stagione c'è Louis Barrè, corridore completo, capace di andare forte su percorsi vallonati o sulle pietre, di tenere discretamente bene su salite brevi e dotato anche di un discreto spunto. Forse, come tutti quei corridori buoni ovunque, ma forti veramente da nessuna parte, rischia di vincere poco in carriera, ma ciò che importa è che domani alla Strade Bianche possa continuare a mantenere il filotto di risultati in stagione dove non è mai andato peggio che 17°. Da valutare la tenuta: in corse molto lunghe finora non ha mai ottenuto grandi risultati.

Albert Withen Philipsen 🇩🇰 (2006) - Lidl Trek

Menzione d’onore per il più giovane al via che non domani, certo, ma in futuro, sì, potrà tornare su queste strade per vincere. Il danese farà esperienza, aiuterà la squadra e qualsiasi risultato verrà sarà positivo. Tanto il futuro è suo.


Tobias Halland Johannessen 🇳🇴 (1999) - Uno X Mobility

La Uno X è squadra che passa sotto traccia nei pronostici, ma riesce spesso a sorprendere con piazzamenti o persino vittorie anche in corse che contano: l’ultimo esempio è Wærenskjold alla Omloop Niewsublad di settimana scorsa. Potrà essere la giornata di Tobias Halland Johannessen? Chissà. Il più forte dei due gemelli norvegesi sarebbe tagliato perfettamente per un percorso di questo genere avendo anche lui un passato nel ciclocross ed essendo amante di percorsi impegnativi come quello che si presenterà ai corridori nelle prossime ore. Ce lo aspettiamo in fuga mentre magari Cort Nielsen, apparso in grande condizione in questo inizio di stagione, potrà nascondersi nelle pieghe e provare a fare risultato pescando avversari a strascico. Uno dei due nordici in top ten potrebbero essere una scommessa interessante.


Dispacci dal World Tour #6

Tanto tuonò che alla fine non piovve, ma nemmeno una goccia, sia in senso figurato che letterale. Fine settimana asciutto, seppure fresco, in Belgio e che lascia un sapore amarognolo in bocca, senza nulla togliere ai due vincitori di Omloop Nieuwsblad e Kuurne Brussel Kuurne, due signori vincitori: Søren Wærenskjold e Jasper Philipsen. Fine settimana un po’ sotto tono, non era quello che ci aspettavamo, ma spunti ce ne sono stati ugualmente.

Emerge Søren Wærenskjold in tutta la sua forza e (pre)potenza. Quando la sua squadra, la Uno X, alla Omloop, aveva iniziato a prendere in mano la situazione, cosa che fa spesso al Nord, avevamo sentito suonare nella testa il solito ritornello: “belli da vedere nella loro casacca giallorossa, ma ancora non pronti a competere per il successo e a volte fuori tempo. Poi, vuoi mettere con tutti quei nomi che ci sono davanti?”. E invece Søren Wærenskjold, classe 2000 norvegese con un passato importante in tutte le categorie giovanili, dove ha sempre lasciato il segno e un presente che fa il velocista adatto pure alle prove contro il tempo, vince. 14° successo in carriera tra i professionisti, mica male. Primo successo in una corsa in linea del WT. Per fare un confronto con altri talenti, più o meno coetanei, gente come Milan, Ayuso, Skjelmose corse di un giorno nel World Tour non ne ha mai vinte. Girmay, De Lie e Kooij sono a quota una, esattamente come il norvegese.

Cosa sta succedendo a Wout van Aert (e in generale alla Visma)?, squadra apparsa lontana parente di quella che negli ultimi anni ha spesso dominato al Nord, quando van der Poel e Pogačar lo hanno permesso? Succede che è tutta conseguenza di ciò che pare essere in questo momento il proprio leader, che ha poche gambe e poca testa. Wout van Aert ha passato la giornata tra Gent e Ninove a inseguire, a fare buchi, spesso sorpreso in coda al gruppo nelle (poche, per la verità) azioni che i migliori portavano avanti nel tentativo di sgranare o mandare via la fuga giusta. Matteo Jorgenson, al suo esordio stagionale, non è mai parso ispiratissimo, Tiesj Benoot si è incaricato del lavoro sporco, Per Strand Hagenes e Matthew Brennan sono giovani e arriveranno, ma non è questo il loro momento. Qualcuno potrà vedere il bicchiere mezzo pieno ribaltando la chiave di lettura: spesso gli anni scorsi si sono presentati in forma e dominanti all’inizio della Campagna del Nord salvo poi calare alla distanza - anche per via di cadute, malanni, eccetera. Il problema è che in questo week end mancavano Pogačar e van der Poel e queste sono le occasioni in cui non solo raccogliere - d'altra parte vince solo uno - ma anche mostrare qualcosa di buono. Quello che invece ha mostrato la Visma sono i segni di una squadra in difficoltà.

Non che Red Bull, UAE e Lidl abbiano fatto vedere chissà cosa, sia chiaro, ma siamo solo all'inizio. L’UAE Team Emirates pensava di fare la selezione, ha portato una squadra per giocarsela facendo la corsa dura, ma così non è stato: Tim Wellens c’ha messo più cuore che gambe, Jhonatan Narvaez non ha lo smalto di gennaio, ma lo recupererà, Nils Politt si è visto poco e niente, Antonio Morgado sbaglia ancora del tutto i tempi. A questa UAE serve Pogačar anche al Nord, va detto, manco stessimo parlando del campione del mondo e più forte corridore degli ultimi anni.

Oltre al sorprendente successo di Wærenskjold, da sottolineare la bellezza delle prove da parte di uno slovacco e di un ceco, di Lukáš Kubiš e di Mathias Vacek. Il primo è un classe 2000 che se ne esce con un 6° e un 9° posto dal week end in terra belga. Erano le sue prime corse World Tour in carriera e le ha affrontate con la squadra cenerentola del gruppo, la Unibet Tietema Rockets, squadra che conferma ancora una volta la bontà del lavoro di scoperta e reclutamento. Kubiš, facilmente distinguibile per la maglia di campione slovacco, oltre a piazzarsi bene e con disinvoltura in volata è stato sempre tra i migliori sui muri ed era entrato anche nell’azione con (quasi) tutti i migliori che alla Omloop Nieuwsblad pareva potesse andare al traguardo. A proposito di migliore sui muri: Mathias Vacek. Il corridore ceco della Lidl Trek è sicuramente la nota più positiva di un week end che ha visto le grandi squadre del gruppo (UAE, Red Bull, Visma e Lidl Trek) prendere qualche ceffone inaspettato e raccogliere molto meno del previsto - il secondo posto di Kooij è il miglior risultato e arriva alla Kuurne, mentre alla Omloop il miglior piazzamento è di van Aert: 11°. Vacek, tuttavia, è il corridore che desta la migliore impressione sui muri. Vediamo fra qualche settimana fin dove potrà arrivare il classe 2002, quando, con il rientro in corsa di Pogačar, van der Poel e Pedersen e la crescita degli altri avversari, il livello si alzerà.

Jasper Philipsen è un altro che quei muri li affronta davanti e in modo brillante e, visto l’esito delle due corse (3° e 1°), non sembra nemmeno aver perso lo smalto in volata. Ha fatto la gamba all’UAE dove invece aveva subito cocenti sconfitte da Merlier e Milan, prendendosi la rivincita nel momento migliore. A inizio stagione aveva detto come questa sarebbe stata una stagione fondamentale per capire quanto fosse cresciuto nelle corse di un giorno in Belgio. Per il momento tutto ok.

Vorrei parlare dell’Italia, ma c’è veramente poco da dire: Milan è il migliore della due giorni (6° alla KBK), Trentin è il solito, sempre presente nelle azioni salienti,  Albanese desta una buona impressione su pietre e strappetti. Il resto è notte fonda, ma è un buio a cui, salvo eccezioni, ci stiamo ormai abituando.

Foto: Sprint Cycling Agency


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