Guida alla prova in linea élite maschile dei mondiali 2025 a Kigali
DOMENICA 28 SETTEMBRE
Prova in linea maschile Elite 267,5 km (5.475 m D+)
ORARIO: (9:45 – 16:45 CIRCA)
Ciò che ci aspettiamo, almeno sulla carta è che non esiste alcun modo per battere Tadej Pogačar nella versione 2024 e 2025. Lui, come fosse creato dalla mente di Jim Starlin, fa del ciclismo ciò che vuole, però esistono, forse, cinque modi (più uno, che ho aggiunto a mondiale in corso) che possa dare la possibilità agli altri di vincere. Siete curiosi? Ecco svelato il segreto, segretissimo, a cui nessuno può credere, ma invece credetemi, potrebbe funzionare:
1) Una caduta:
2) un malanno;
3) che decida di non partecipare alla corsa;.
4) autosabotaggio;
5) Strano e misterioso appagamento come suggerito da un interessante editoriale di Marco Grassi.
5+1) Evenepoel lo ha battuto a cronometro pochi giorni fa e chissà…
Poi, esisterebbero dei modi, più o meno legali, abbastanza ortodossi, come ad esempio fare la corsa, provarci almeno, non si chiede molto, se non quello di non partire battuti, dimessi, coi volti depressi, senza aspettare che sia lui a distruggere il gruppo con la propria squadra partendo a oltre un centinaio di chilometri dall’arrivo (oggi il punto caldo, il trigger, è stato individuato sulla lunga salita poco dopo metà gara e gli avversari hanno già detto che lì ci sarà da drizzare le antenne, vedremo....), come già accaduto, costringendo ciò che rimane di nemici (sportivi) e subalterni a un affannoso quanto disorganizzato inseguimento. Lo scorso anno a Zurigo fece esattamente questo. I suoi accesero gli strumenti quando al traguardo mancava troppo per essere vero, poi lui iniziò a cantare nelle orecchie dei suoi avversari spaccandogli i timpani.
Potrebbe accadere di nuovo, tra la ciclicità degli eventi, e il paradosso del giorno della marmotta: siamo realisti e non crediamo all’impossibile, siamo realisti e diciamo di sì, succederà. La distanza dal suo attacco al traguardo potrebbe essere misurata in 10, 20, 30, 40, 50, 60, 70, 80 chilometri, non importa, lui ha quel canovaccio: anticipare gli altri con la forza esplosiva del suo primo attacco dopo aver mandato a pezzi il gruppo con il supporto dei compagni di squadra che si voteranno totalmente alla causa di uno dei più grandi sportivi della storia del proprio Paese, quel Tadej Magic (mi perdonerà Luka Doncic) che da anni la Slovenia sognare fa. Lui attacca e gli altri non lo riprendono più perché non riescono a colmare quel vantaggio che si viene a creare inizialmente, dove lui esprime una potenza impossibile per gli altri, e poi mantenendo il distacco con la capacità di raggiungere una velocità fissa di crociera per ore e ore fino all’arrivo. Insomma, film già visto e rivisto.
La Slovenia è tutta per lui, oltre al fedelissimo Domen Novak, anche grandi primattori come Primož Roglič e Matej Mohorič, che hanno già confermato di sposare la causa senza alcun tipo di ripensamento o invidia interna, con il primo(z) probabilmente nel ruolo di ultimo uomo, preludio dello scatto decisivo (interessante vedere Rogla in questa veste) e il secondo, che ha parlato del suo capitano come uno dei migliori amici in gruppo e fuori, in crescita dopo una stagione tribolatissima, che potrebbe tornare utile se la corsa dovesse seguire, da un punto di vista tattico, un canovaccio differente fatto magari fatto da attacchi dalla media distanza di corridori di qualità.
Prima di parlare degli altri pretendenti alle medaglia, uno sguardo al percorso. Lungo e frastagliato con 267 km e quasi 5.500 di dislivello. La novità (credo assoluta, non ho controllato, mi scuserete) è quella dell’inserimento, poco dopo metà gara (dopo 9 giri del circuito), di un tratto “in linea” di 42,5 km con le scalate del Mur de Kigali (0,4 km all’11%), della Cote de Péage (1,8km al 5,9%) e, soprattutto, del Monte Kigali, 5,9 km al 6,9% di media, salita che potrebbe spaccare la corsa definitivamente - all’arrivo mancheranno poco più di 100 km e potrebbe essere il primo avvertimento sulle intenzioni dello sloveno che insegue il secondo titolo di fila (che vedendo i percorsi di 2026 e 2027 potrebbero poi diventare tre e quattro, ma non corriamo). Dopodiché si rientrerà nel circuito per gli ultimi 6 giri in cui affrontare nuovamente gli strappi di Kigali Golf (0,8% km all’8,1%) e il tradizionale Kimihurura, (1,3 km al 6,3 %) che, come abbiamo visto, negli ultimi passaggi ti può stroncare completamente. Un percorso duro, sicuramente, soprattutto nel finale, ma che dà spazio per recuperare energie e fuggitivi, una sede stradale molto ampia che non riduce il percorso a uno di quegli estenuanti frena-e-accelera che caratterizza per esempio le gare del Nord e che ti consuma molto velocemente e fa venire fuori altre qualità. No qui conta solo e soltanto andare forte, essere in forma, avere ancora energie a fine settembre.
Il primo (e forse unico, oppure possono provare a impensierirlo anche altri due corridori che troveremo in seguito?) avversario di Pogačar, tra quelli che corrono su un mezzo a due ruote spinto da gambe e pedali è Remco Evenepoel. Tutti noi sogniamo una sfida epica, lo facciamo per romanticismo, anche per non passare una noiosa domenica pomeriggio sulla falsariga di ciò che accadde dodici mesi fa a Zurigo. Remco, oltretutto, ha incrinato qualcosa nelle certezze dello sloveno non tanto per averlo battuto nella crono, quanto per averlo superato in quel modo troppo plateale perché allo sloveno vada giù come una pastiglia per il mal di testa. Squadra votata unicamente al belga, ma con un paio di nomi che potrebbero rompere la corsa da lontano. Tatticamente al Belgio non conviene fare il gioco di Pogačar e li girerà la questione, se poi le gambe saranno superiori come accade quasi sempre, beh, l’importante sarà stato provarci. Si nota subito l’esclusione di Tim Wellens, è vero, arrivato un po’ lungo dopo una stagione a tutta di fianco a Pogačar, ma i maligni potrebbero pensare che è proprio questo il motivo, d'altra parte lo stesso Remco alla vigilia ha detto che gli UAE lavoreranno per il loro capitano durante la stagione, e quindi più che la condizione ha pesato il suo essere così vicino al capitano della UAE. Anche eprché il percorso, volendo, è su misura per Wellens. Ma il Belgio è nazionale profonda, basta vedere i nomi: Ilan van Wilder, Louis Vervaeke, Victor Campenaerts, Xando Meurisse, Quinten Hermans, Cian Uijtdebroeks, utili in salita, ma non solo, potranno coltivare anche ambizioni personali ed essere parte del gioco, qualora ci fosse davvero la forza per battere il favorito. Florian Vermeersch, visto il percorso pare al via per portare borracce o al massimo per onor di firma.
Per le medaglie, ci sono altri due UAE, uno ancora per poco. Parliamo di Jay Vine e Juan Ayuso, usciti dalla Vuelta con emozioni differenti, ma vincitori di tappa e in forma: Ayuso guiderà una Spagna che che ha disputato un grande Mondiale in quasi tutte le gare e categorie, e che per una volta, ci aspettiamo a trazione anteriore, vista la presenza dei vari Marc Soler, Ivan Romeo o Raul Garcia Pierna, gente abituata ad anticipare, mentre Roger Adria e Carlos Canal potrebbero stare coperti per un finale differente. Jay Vine, che nelle corse di un giorno ha raccolto poco e niente, è capitano di un Australia farcita di nomi di qualità e in grande forma: occhio a Michael Storer e Luke Plapp, casomai dovessero anticipare, sanno correre molto bene in tal senso, oppure a Jay Hindley, magari nel finale, tutti e quattro hanno possibilità di lottare per un piazzamento importante, anche una medaglia.
Si candida al podio Ben Healy, Irlanda, con lui da tenere d’occhio Eddie Dunbar, Darren Rafferty e Archie Ryan. Healy, tra i corridori al via, è in assoluto uno dei più adatti al percorso. Non ha paura di nulla, sa attaccare (a volte in maniera assurda e scriteriata, ma ci piace per questo) e pensa a questa corsa da tanto tempo. Non ci stupiremmo nel vederlo lottare per qualcosa di molto prezioso fino alla fine.
Capitolo Tom Pidcock. Si parla di corridori coraggiosi, e l’inglese non teme il confronto con lo sloveno, lo ha dichiarato più volte, c’ha anche provato. Forse è l’unico, almeno a parole Da capire con quanta energia residua si presenta dopo una Vuelta corsa a tutta e conclusa con un sorprendente posto sul podio. Di fianco a lui Joe Blackmore e Oscar Onley, i quali sembrano arrivati un po’ lunghi a questo finale di stagione, ma sulla carta adattissimi al percorso.
Poi si va in ordine sparso partendo dalla Colombia che punta su Egan Bernal e Harold Tejada, ma occhio anche a Brandon Rivera, e un po' di più ai vicini dell’Ecuador che portano un quintetto molto interessante, la cui punta di diamante è Richard Carapaz che pensa da tempo a questa corsa. Mancherà Jhonatan Narvaez, un’altra volta i due corridori ecuadoriani più forti non disputeranno assieme una manifestazione con la maglia della nazionale. Un vero peccato, sarebbe stato molto interessante, vista la condizione di entrambi, vederli corrersi contro. La Danimarca ruota attorno a Mattias Skjelmose Jensen, se il danese non cade è un papabile alle medaglie, ma in generale i danesi, che hanno disertato le prove junior e under 23, hanno la solita formazione molto solida, e che vede al via tra gli altri Anders Foldager, Anthon Charmig, Alexander Kamp, Asbjorn Hellemose e Mikkel Frolich Honore, tutti corridori che animeranno la gara e saranno molto pericolosi se chiamati all'azione. L’eritrea porta Biniam Girmay, ma i più adatti sono Nahom Zeray, Henok Mulubrhan e Natnael Tesfatsion, nazionale che però deve compiere un’impresa per ottenere un piazzamento importante.
La Francia ce l’aspettiamo arrembante come al suo solito e occhio a loro perché potrebbero provare a regalare qualche sorpresa, i nomi ci sono. Julian Alaphilippe ha dimostrato di recente di stare bene, Louis Barré è tutto l’anno che va forte e il percorso è perfetto per lui, Jordan Jegat, dopo aver sorpreso al Tour, si è meritato la convocazione ed è adatto alle difficoltà di Kigali 2025, oltre ad avere uno spunto veloce che chissà, potrebbe tornare utile per un bel piazzamento. Valentin Madouas, quando c’è da raschiare il fondo, è uno dei più forti e costanti, non vive la migliore stagione della carriera, ma è sempre pericoloso in corse dure e lunghe, infine Paul Seixas, curiosità intorno a quello che potrà fare il giovanissimo francese in una corsa così (mi sbilancio: non molto, ancora) e Pavel Sivakov, come al solito in grande forma nei finali di stagione, può essere corridore da medaglia sempre che, come già accaduto, non corra con un'altra maglia e un'altra idea sotto quella della nazionale.
Difficile immaginarci una Germania competitiva per salire sul podio, anche se Georg Zimmermann potrebbe anticipare e Marius Mayrhofer piazzarsi in una ipotetica volata di un gruppetto dietro i migliori. Gli Stati Uniti lasciano a casa i quattro più forti e adatti al percorso, McNulty, Jorgenson, Sheffield e Powless, che avrebbero potuto ambire a un grande risultato, e puntano tutto sui Quinn Simmons e Kevin Vermaerke: occhio a loro due anche per un piazzamento nei dieci. anzi di più, non dobbiamo stupirci nel caso si facciano trovare entrambi nelle fasi salienti di gara ancora davanti a giocarsi le medaglie. L’Ungheria porta Attila Valter, poche speranze, a differenza della Svizzera con Marc Hirschi, garanzia da piazzamento, ma soprattutto Mauro Schmid e l’ennesimo UAE al via, Jan Christen. Le maglie rossocrociate saranno da temere se ancora presenti nel finale di corsa. Anche loro come la Spagna stanno correndo un grande Mondiale
E a proposito di UAE, molti vedono in Isaac Del Toro uno dei pochi che potrebbe rovinare i piani del favorito sloveno. Ci crediamo poco, è giocvne deve fare esperienza su certe distanze, ma intanto ci godiamo quella che potrebbe essere finalmente una sfida tra i due, liberi dai compiti di squadra. Nonostante la giovane età, Del toro ha dimostrato di poter già ottenere grossi risultati, seppure le tante ore di gara sulle gambe così potrebbero risultargli ancora indigeste. L’unica cosa certa è che va talmente forte che non gli si preclude alcun risultato.
Il Portogallo porta Antonio Morgado (ecco un altro UAE), stagione di alti e bassi, non ha ancora espresso tutto il suo potenziale, forse i compiti nella squadra di club gli stanno un po’ stretti – sarebbe bello vederlo capitano altrove – e qui avrà la sua chance, come ce l’avrà il compagno di squadra Alfonso Eulalio, tra i più in forma nell’ultimo periodo.
Se Thymen Arensman avrà ancora un po’ di energie, dopo una lunga stagione che lo ha visto vincere pure due tappe di montagna al Tour, è avversario pericoloso per tutti. La nazionale dei Paesi Bassi gli mette vicino l’esperienza di Wout Poels e Bauke Mollema, la freschezza di Menno Huising e la fantasia di Frank van den Broek, uno che non ci stupiremmo di vederlo anticipare e poi magari chiudere nelle posizioni che contano. La Lettonia schiera Toms Skuijns, ma non è la migliore stagione la sua, anzi, dopo un grande biennio, ma sarebbe corridore particolarmente adatto, viste le doti di fondo e di regolarità, mentre la Norvegia ha il terzetto formato da Andreas Leknessund, Embret Svestad-Bardseng, Johannes Staune-Mittet che potrebbe mettere la testa davanti, soprattutto Leknessund, dalla lunga distanza.
Infine, Victor Langelotti è l’uomo del Principato di Monaco, Martin Svrcek della Slovacchia, Artem Nych degli atleti neutrali, Sergio Chumil per il Guatemala, Henrique Avancini del Brasile, Eric Manizabayo, Moise Mugisha e Shemu Nsengiyumva i più rappresentativi del Rwanda, Charles Kagimu dell'Uganda, tutti corridori da fuga della prima ora, alcuni di loro potrebbero pure restare per un bel po' davanti e magari sognare un piazzamento dignitoso.
L’ITALIA
Capitolo a parte per la nazionale guidata da Marco Villa che punta tutto su Giulio Ciccone. Che Ciccone sarà? Se dovesse aver superato i problemi vissuti alla Vuelta, il corridore abruzzese è uno dei candidati a una medaglia, avendo dimostrato nelle ultime stagioni di essere tra i più forti al mondo nelle corse di un giorno impegnative. Di fianco a lui, sarebbe dovuto esserci Giulio Pellizzari per fare esperienza, ma il marchigiano si è ammalato alla vigilia ed è sostituito dal corregionale Gianmarco Garofoli, un premio alla sua stagione votata all’attacco, ma senza ottenere grossi risultati. Viste le assenze soprattutto di Cristian Scaroni e Alberto Bettiol, quest’ultimo il più adatto a quel finale, sarebbe tornato comodo, il selezionatore ha portato una squadra sulla carta abbastanza modesta e con corridori non tutti in grande forma. Da Andrea Bagioli ci aspettiamo qualche segnale, lui di solito con la maglia della Nazionale lì sa dare, sarà utilissimo per la causa del compagno di squadra Ciccone; Marco Frigo ha speso tantissimo sulle strade della Vuelta ed è un bel nome da mandare all’attacco da lontano, magari insieme a Mattia Cattaneo e Lorenzo Fortunato. Il Matteo Sobrero del Giro di Polonia può fare una buona corsa, quello della Vuelta, caduto e un po’ malconcio, meno, mentre l’ottavo slot disponibile è andato a Fausto Masnada: con tutto il rispetto per l’ottimo corridore che fu in passato, la scelta di portarlo appare abbastanza incomprensibile, anche se, come direbbe qualcuno, hanno chiamato Masnada, ma a casa non è che siano rimasti Coppi e Bartali.
GRIGLIA FAVORITI
Tadej Pogačar
Remco Evenepoel
Ben Healy, Tom Pidcock
Isaac Del Toro, Giulio Ciccone, Mattias Skjelmose, Juan Ayuso
Pavel Sivakov, Julian Alaphilippe , Jay Vine, Richard Carapaz, Michael Storer, Primož Roglič, Marc Hirschi, Kevin Vermaerke
Foto: Sprint Cycling Agency
Il Monumentale dei mondiali di ciclismo 2025
ATTENZIONE: LE STARTLIST, SOPRATTUTTO DELLE GARE IN LINEA, AL MOMENTO SONO PROVVISORIE O INCOMPLETE, QUINDI LE PREVISIONI (E LE GRIGLIE) SONO STATE FATTE BASANDOSI SU QUELLO CHE VIENE TROVATO ONLINE DAI COMUNICATI DELLE VARIE SQUADRE, DALLE LISTE PRESENTI SU PROCYCLINGSTATS E FIRSTCYCLING.
QUANDO POSSIBILE, LE ANALISI DEI FAVORITI, OUTSIDER ECCETERA VERRANNO MODIFICATE DI VOLTA IN VOLTA, ANCHE LA MATTINA STESSA DELLA CORSA (E RIPROPOSTE PURE SUI NOSTRI CANALI SOCIAL (X, TELEGRAM E FACEBOOK)
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DAL 21 AL 28 SETTEMBRE SONO IN PROGRAMMA A KIGALI, RWANDA, I MONDIALI DI CICLISMO

Mondiali di ciclismo significa: stagione che volge al termine. Mondiali di ciclismo vuol dire corse con la maglia delle nazionali. Mondiali di ciclismo, ovvero il conto delle medaglie, le storie nascoste da raccontare su questo e quello. Mondiali di ciclismo: giornate ricche di competizioni con le diverse categorie, da quella juniores a quella élite, passando per Under 23 - da quest’anno con la novità della corsa per Under 23 femminile, gara che continua a farmi storcere il naso, un premio dato in una categoria che non esiste durante la stagione, ma tant’è, bisogna correre, correre, correre, spremere finché si può e far contente le federazioni, loro hanno la possibilità di farsi belle con tre medaglie in più. E a proposito di Under 23, finalmente (!?) le gare della categoria maschile saranno precluse ai professionisti, non solo a quelli del World Tour, ma anche a coloro militano nelle squadre Professional.
Mondiali di ciclismo 2025, ovvero prima volta per l’Africa; percorso: uno dei più duri di sempre, siamo in altura, ok nulla di esagerato, però ci sono oltre cinquemila metri di dislivello per la gara dei professionisti in programma l’ultimo giorno, seppure distribuiti nel senso che pianura ce n’è poca e i su e giù sono continui. Mondiali di ciclismo 2025: significa andare incontro a diverse difficoltà dal punto di vista gestionale e ambientale (per molti un problema è stato organizzarsi per fare i vaccini), non ultimo il costo della trasferta per le federazioni, tanto che diverse squadre saranno al via con contingenti ridotti (l'italia, ne porta solo 3 tra gli junior e 4 tra gli Under 23, la Gran Bretagna addirittura un solo Under 23 e nessun cronoman tra gli élite), altre rinunciano persino a presentarsi, al momento si possono contare, tra le altre, le assenze di Danimarca - junior e under 23 - e Paesi Bassi, che non saranno al via tra gli Under 23. Soprattutto quella danese, nella categoria dei più piccoli, è un’assenza pesante che toglie alla corsa un paio di possibili pretendenti alla maglia iridata. La Polonia, invece, rinuncia a portare i professionisti, passata ormai un’epoca da quella squadra che tirava contro le opinioni altrui andando a vincere un mondiale con Kwiatkowski - a proposito di storie che racconta un mondiale. E invece, a proposito delle gare, qui di seguito un paragrafo dedicato a ognuna delle prove, con tanto di favoriti, percorso, orario. Buona lettura.
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PROGRAMMA, PERCORSI E FAVORITI
CRONOMETRO
DOMENICA 21 SETTEMBRE
Cronometro Femminile élite - 31,2 km (460 m D+) (10:10-12:55 circa)
Doppia ascesa alla Cote de Nyanza, la prima volta 2.5 chilometri con una pendenza media del 5,8%, la seconda con 4.1 chilometri e pendenza media del 3,1%, e ascesa conclusiva a Kimihurura, per decidere la nuova maglia iridata contro il tempo. Si prospetta una sfida a tre per lo scettro di regina: Marlen Reusser, Anna van der Breggen e Chloe Dygert. Sarà particolarmente interessante valutare il ritorno di Marlen Reusser dopo il Giro d'Italia, perso alla penultima frazione, e il Tour de France in cui si è ritirata durante una prima tappa sfortunata. La trentatreenne svizzera non corre da luglio e senza dubbio, nei periodi migliori, sarebbe la donna da prendere come punto di riferimento in una prova di questo tipo. L'insidia principale potrebbe venire da Chloé Dygert, terza lo scorso anno, dietro a Grace Brown e Demi Vollering, altra presenza importante in ottica podio.

Per Dygert potrebbe essere una bellissima tripletta dopo aver aver già conquistato il titolo nel 2019 e nel 2023, nel mezzo, purtroppo, la brutta caduta e conseguente infortunio al Mondiale 2020 di Imola. Per Anna van der Breggen, invece, la prova assume un sapore particolare: il 2025 è stato l'anno del ritorno in corsa, dopo aver guidato diversi anni l'ammiraglia in veste di direttore sportivo. Nelle cronometro disputate quest'anno, non molte a dire il vero, spicca il secondo posto in quella della Vuelta ed il quarto in quella di Bergamo al Giro. Nel 2020 fu campionessa del mondo proprio in questa prova. Sarebbe una bella storia a lieto fine. Tra gli altri nomi, menzioniamo le due francesi Cédrine Kerbaol e Juliette Labous, mentre Anna Henderson, per la Gran Bretagna, potrebbe ambire a migliore il settimo posto dello scorso anno. L'Italia schiera Soraya Paladin, rientrata recentemente dopo una brutta caduta al Tour de France, e Monica Trinca Colonel, fresca di un'ottima prestazione al Tour de l'Ardéche.
⭐⭐⭐⭐⭐Chloé Dygert
⭐⭐⭐⭐Marlen Reusser, Anna van der Breggen
⭐⭐⭐Demi Vollering
⭐⭐Anna Henderson, Cédrine Kerbaol, Brodie Chapman
⭐Juliette Labous, Urška Žigart
Cronometro Maschile élite - 40, km (680 m D+) (13:45 -16:50 circa)
Gara che sorriderà ai passisti scalatori, una crono tutt’altro che semplice, oltre che dal punto di vista altimetrico - ben quattro gran premi della montagna, per un totale di 12,3 km e 460 m di dislivello, con lo strappo in pavé, chiamato Cote de Kimihurura, che ci terrà compagnia per tutta la settimana, nella parte finale della corsa - anche per i suoi 40 chilometri, distanza ormai inusuale persino per i professionisti. Prova di difficile interpretazione che a questo punto della stagione si apre alle sorprese: conteranno, più che il feeling con il cronometro, le energie residue. In contumacia di due dei più forti cronoman al mondo, Ganna e Tarling, favorito d’obbligo, per quello mostrato nell’ultimo lustro, è Remco Evenepoel che ha conquistato gli ultimi due titoli mondiali a cronometro ed è campione olimpico in carica. Ritiratosi al Tour, Evenepoel sembra un po’ più leggero nella testa dopo l'addio alla squadra che lo ha lanciato nei professionisti, e prima di vestire una nuova maglia, nella prossima stagione, ha in mente di dare del filo da torcere nella rassegna iridata a Tadej Pogačar. Lo sloveno, favorito per la domenica successiva, qui va verso una delle sfide più interessanti della sua carriera. La cronometro di una rassegna iridata non gli ha mai sorriso particolarmente: 10° nel 2021, 6° nel 2022 e 21° nel 2023, ma quest’ultima enorme controprestazione fu condizionata dalla gara in linea - che in quell’edizione invece di chiudere, aprì il programma di gare. Lo sloveno, per arrivare sul podio, terzo alle spalle dei due van, si cucinò come rare volte nella sua carriera e prima di indossare la medaglia, nel retropalco, sembrava un branzino al cartoccio con tanto di colorito grigio e occhiaia. Dietro ai due, la sfida al bronzo spalanca la porta a diversi invitati: si accettano scommesse su quale nome potrebbe diventare l'uomo della festa. L’Italia, seconda e terza nel 2024, con Ganna e con lo splendido quanto inatteso bronzo di Affini, stavolta punta su Mattia Cattaneo e Matteo Sobrero, ma i due azzurri si dovranno davvero superare, considerando anche la condizione in cui arrivano. C’è fiducia nell’ambiente perché entrambi hanno preparato bene la prova, seppure appaia un po’ ai limiti, per lunghezza e durezza, ma vedremo: non è che siano molti al via quelli adattissimi e abituati a un percorso del genere.

Spazio ce n’è, ad esempio per Jay Vine, Australia, vista la qualità con cui ha corso la Vuelta (grande lavoro di gregariato per Almeida, ha chiuso in crescendo, ha vinto una tappa e la maglia dei GPM) difficile da non inserire tra i papabili alle medaglie, da capire con quanta forza uscirà da una Vuelta corsa a tutta per lui e per la squadra. Il suo connazionale Luke Plapp è corridore che in giornata può sfoderare grandi colpi, chissà quale versione troveremo al via della gara. In una prova del genere non si possono escludere: un fondista come Thymen Arensman, Paesi Bassi, anche lui arriva da una (grande) stagione, molto dispendiosa o i due svizzeri Mauro Schmid e Stefan Küng. Il primo è tutto l'anno che va forte, seppure non è tra i migliori cronoman in circolazione e gli manca sempre qualcosa in ogni corsa per consacrarsi, però può essere una delle sorprese. Küng, invece, che di tutta questa generazione è sicuramente uno dei più forti e continui nelle prove contro il tempo, all’opposto del compagno di squadra non vive un periodo agonisticamente molto semplice, ma alla Vuelta si è preparato proprio per questo appuntamento: riuscirà a digerire i chilometri in salita? Una fila sotto, invece, tra gli outsider, Isaac Del Toro (Messico), il messicano è in grandissima condizione come dimostra l'eccellente score realizzativo delle ultime settimane, Andreas Leknessund (Norvegia), anche lui è uno di quei ciuccio e’ fatica che può trarre giovamento dalla salita di cui il percorso si bea e Will Barta (USA). I due belgi Florian Vermeersch e Ilan Van Wilder puntano a una top ten, difficile immaginarli in lotta per qualcosa di importante seppure il corridore della Soudal è in buona condizione; i due francesi Bruno Armirail e Paul Seixas ambiscono a qualcosa di meglio: soprattutto Armirail è nome pericoloso per la zona podio anche se finora ha sempre proposto, nelle rassegne iridate a cui ha partecipato, prestazioni sotto tono, quasi come se la corsa “one shot” non gli fosse congeniale. Su Seixas bisognerebbe aprire un capitolo a parte (classe 2006, ampiamente il più giovane al via, la Francia punta tutte le proprie fiches su di lui come futuro vincitore del Tour eccetera, insomma ne abbiamo già parlato e ne parleremo ancora negli anni a venire, facile che possa diventare un uomo copertina del ciclismo mondiale), probabilmente senza la nuova regola che preclude ai professionisti under 23 di partecipare al mondiale di quella categoria, lo avremmo visto lottare qualche giorno dopo con i più giovani, per vincere. Quello che arriverà domenica sarà tutto di guadagnato, lui intanto inizia ad abituarsi a correre con molta pressione addosso. Infine menzione anche per Ivan Romeo (possibile sorpresa del giorno, anche per un discorso podio) e Raul Garcia Pierna (senza infortunio alla Vuelta avrebbe potuto dire la sua per un piazzamento in zona top 5) della Spagna, Darren Rafferty, Irlanda, corridori giovani, ma validi e che puntano, di base, a un piazzamento tra i primi dieci: in caso di giornata di grazia potrebbe pure trasformarsi in qualcosa di più . Come detto, c’è spazio.
GRIGLIA FAVORITI
⭐⭐⭐⭐⭐ Evenepoel
⭐⭐⭐⭐ Pogačar
⭐⭐⭐ Vine, Armirail
⭐⭐ Plapp, Del Toro, Schmid, Romeo
⭐ Cattaneo, Seixas, Küng, Van Wilder, Garcia Pierna, D. Rafferty, Arensman
LUNEDI 22 SETTEMBRE
Cronometro Femminile Under 23 22,3 km (350 m D+) (10:35 - 12:45 circa)
Percorso che ha nella Còte de Nyanza, 2,5 chilometri al 5,8% di pendenza media e in quella di Kimihurura i due punti più difficili, a fronte di un dislivello complessivo di 350 metri. Nel finale si torna a salire. Inutile nascondersi dietro ad un dito, c'è una favorita d'obbligo e risponde al nome della ventenne inglese Zoe Bäckstedt perché le sue doti nella specialità sono note a tutti e perché in stagione ha prevalso diverse volte a cronometro, lasciandosi alle spalle pretendenti di tutto nome e conquistando anche il campionato nazionale.

Le insidie per lei verranno soprattutto da Belgio e Francia che schierano al via formazioni importanti: le prime cercheranno di minare le sicurezze di Bäckstedt con Fleur Moors e Lore De Schepper, le seconde con Julie Bego. Da menzionare assolutamente la presenza per l'Italia di Federica Venturelli, già presente su podi importanti tanti ai Mondiali quanto agli Europei, citiamo, in questo caso, i risultati ottenuti nel 2023 con l'oro europeo ed il bronzo mondiale. Tra le altre nazionali, si segnalano i nomi di Paula Blasi per la Spagna, Felicity Wilson Haffenden per l'Australia, Justyna Czapla per la Germania, Ava Holmgren per il Canada e Viktória Chladoňová per la Slovacchia.
⭐⭐⭐⭐⭐ Bäckstedt
⭐⭐⭐⭐
⭐⭐⭐ Bego, De Schepper, Moors,
⭐⭐ Venturelli, Haffenden, Blasi
⭐ Czapla, Chladoňová, Holmgren
Cronometro Maschile Under 23 31,2 km (460 m D+) (13:35 - 16:30 circa)
Su un percorso identico a quello affrontato il giorno prima dalle donne, gli Under 23 si sfidano e stavolta senza corridori che già militano nella massima categoria. Novità non da poco visto che le ultime quattro edizioni erano state vinte da corridori già professionisti: nel 2021 Price-Pejtersen, che all’epoca militava nella Uno -X, stessa squadra di appartenenza di Søren Wærenskjold, vincitore nel 2022. Nel 2023 e nel 2024, invece, hanno conquistato la medaglia d’oro corridori già nel World Tour, Lorenzo Milesi (Team dsm in quell’anno) e Ivan Romeo (Movistar Team). Allargando la questione al podio, sei su dodici erano già professionisti (due tra questi, Segaert e Vermeersch diventati a stagione in corso), e due di loro stagisti (Plapp e Hayter, entrambi con la Ineos). E quindi, tra nuovo regolamento e assenze, la lista dei corridori al via appare spuntata e potrebbe presentare alcune sorprese. Non sul nome del favorito, Jakob Söderqvist, oltre che per grandi meriti suoi, anche per la poca concorrenza al via. Il colosso svedese della Lidl dei giovani, seppure si sia già visto, con profitto, calcare la strada in mezzo ai professionisti, è arrivato tardi al ciclismo su strada, ha un grande futuro da uomo squadra al Nord, cronoman e vagone del treno per Milan, prove di questa lunghezza ha già dimostrato di saperle ben digerire (2° lo scorso anno a Zurigo dietro Romeo, su quasi 30 km), da capire come risponderanno le sue gambe al dislivello: le salite potranno incidere sulle riserve di energia e i due strappi finali spezzare completamente ritmo e speranze.

Quelle di Jonathan Vervenne, specialista delle prove contro il tempo e trovatosi, nelle ultime ore, come capitano unico del Belgio vista l'assenza di uno dei pretendenti alle medaglie, Jarno Widar, quelle di Lorenzo Mark Finn, soprattutto, e Alessandro Borgo, per l'Italia e quelle di Adrià Pericas e Héctor Alvarez (Spagna), la squadra spagnola avrebbe bisogno della sintesi tra i due: il primo pedala agile ed è forte in salita, il secondo è esplosivo e può dire la sua anche in pianura, oltretutto è in grande forma. Fino a ora, però, nelle cronometro corse con la maglia della nazionale, tra mondiali ed europei, ha sempre deluso. Tutti buoni outsider più per mancanze degli altri che per meriti propri - parliamo comunque di alcuni tra i maggiori prospetti a livello mondiale e che vedremo protagonisti anche nella gara in linea. Da seguire anche lo svizzero Jan Huber, classe 2005 della Remax-Racing Team, ragazzo di cui si parla pochissimo, ma che pare sull’orlo di esplodere da una corsa all’altra. Se per Matthias Schwarzbacher (Slovacchia), una possibile medaglia è parecchio complicata soprattutto per la durezza del percorso, ma il suo nome resta molto quotato tra gli appassionati, un occhio di riguardo lo meritano Maxime Decomble, Francia, che proprio per via del percorso può essere uno di quei corridori capaci di impensierire Söderqvist per il titolo, e Callum Thornley (Gran Bretagna). Nate Pringle (Nuova Zelanda), Louis Leidert, Paul Fietzke (Germana), e Zac Marriage (Australia), sono tutti corridori da top ten, mentre occhio ad Hamish Mackenzie (sempre Australia). Il corridore della Hagens Berman ha la capacità di farsi vedere pochissimo in stagione per poi venire fuori nella crono iridata (sono già due le medaglie conquistate in carriera), come nel 2023 quando salì sul podio dietro Milesi e Segaert, precedendo corridori come Garcia Pierna, Darren Rafferty, Jan Christen. Anche stavolta può essere una delle sorprese.
GRIGLIA FAVORITI
⭐⭐⭐⭐⭐Söderqvist
⭐⭐⭐⭐Decomble, Thornley
⭐⭐⭐ Vervenne
⭐⭐ Finn
⭐ Schwarzbacher, Mackenzie, Marriage, Alvarez, Pericas, Borgo, Fietzke, Leidert, Pringle
MARTEDI 23 SETTEMBRE
Cronometro Femminile Junior 18,3 km (225 m D+) (10:45 - 12:45 circa)
Saranno poco più di 18 chilometri mossi quelli della prova contro il tempo dedicata alle donne junior: una sorta di giro attorno a Kigali, dalla BK Arena, al Convention Center. I metri di dislivello saranno 225 con la principale difficoltà situata tra il chilometro 15.9 ed il chilometro 17.2, la Cote de Kimihurura, 1,3 chilometri al 6.3 di pendenza media. Partono indubbiamente con i favori del pronostico Megan Arens e Paula Ostiz Taco rispettivamente tra le file dell'Olanda e della Spagna. La prima ha conquistato il titolo nazionale a giugno, la seconda, invece, ha centrato il secondo gradino del podio nel Campionato Nazionale Spagnolo, alle spalle di Alejandra Neira, anche lei al via. Altro nome molto interessante è quello di Abigail Miller, britannica classe 2007, che ha messo in mostra buone doti in questo tipo di esercizio. Per gli Stati Uniti, invece, gli occhi saranno puntati su Lilian Edwards, già campionessa nazionale. Sarà interessante verificare il risultato di Maria Okrucińska, in casa polacca: classe 2008, si è piazzata nelle maggiori competizioni della categoria junior, su percorsi svariati, tuttavia non abbiamo uno storico importante su prove simili con rivali di questo tipo. Certo è che anche Okrucińska è campionessa nazionale. Menzione anche per Thaïs Poirer, francese, al primo anno nella categoria che ben affronta le insidie del cronometro, assieme a lei per le transalpine ci sarà Lise Revol. L'Italia schiererà al via Elena De Laurentiis, campionessa nazionale, e Chantal Pegolo, terza piazzata agli italiani, ma non sembrano molte le possibilità di ambire al podio.

⭐⭐⭐⭐⭐Paula Ostiz Taco, Megan Arens
⭐⭐⭐⭐
⭐⭐⭐Liliana Edwards, Abigail Miller
⭐⭐Thaïs Poirer, Maria Okrucińska, Sidney Swierenga, Lidia Cusack, Lise Revol
⭐Tully Schweitzer, Fivé Laura
Cronometro Maschile Junior 22,6 km (350 m D+) (14:00 - 16.30 circa)
Cote de Nyanza, che abbiamo visto essere molto adatta a chi sa spingere forte sul passo, da superare una sola volta e poi giù verso Kigali, con tanto di tratto in salita in pavé, nel finale, che ormai a questo punto del mondiale abbiamo già imparato a conoscere come fosse il vialetto che porta a casa nostra. Diverse le assenze, tra annunciate e dell’ultimo momento, per un biennio Under 19 che, rispetto a quelli precedenti, non appare, almeno sulla carta, tra i più irresistibili (ma non è detto che i 2007 e 2008 non diventino, tra i professionisti, sui livelli delle classi che lo hanno preceduto, anche se il 2005/2006 sembra, in divenire, uno dei più forti di sempre di questo sport). Livello di gara non così alto e diversi pretendenti alla vittoria finale, categoria molto dispersiva durante una stagione in cui finora i nomi più forti non si sono mai incontrati testa a testa - e per l’appunto, viste le numerose defezioni, non lo faranno nemmeno a questo mondiale. Difficile scegliere una vera e propria griglia anche perché la distanza è stata affrontata di rado, in stagione, dai corridori al via. Favorito, ma non assoluto, forse il più forte tra i 2008 in circolazione, è lo spagnolo Benjamin Noval.

Figlio d’arte, dal 2027 in maglia Ineos, quest’anno ha vinto due cronometro, entrambe in terra di Spagna, ma nemmeno lui si è misurato con gli altri o su distanze più lunghe. Tra le alternative più credibili c’è Ashlin Barry, altro diamante della categoria, classe 2007, che il prossimo anno correrà con la squadra di Sviluppo della Visma | LAB, da seguire anche il suo connazionale Beckam Drake. Il Belgio si gioca due carte molto pesanti anche qui: Seff Van Kerckhove (che ha vinto il titolo nazionale su una distanza di 22,6 km) e Mats Vanden Eynde, ma occhio ai Paesi Bassi, soprattutto a Michiel Mouris, due volte vincitore del titolo neerlandese e campione europeo in carica. Il suo compagno di squadra e di nazionale, Gijs Schoonvelde, ha buone chance pure lui di salire sul podio. Gli avversari più credibili dei corridori nominati sono, sicuramente, i due britannici, Dylan Sage, soprattutto, e Max Hinds. Tra gli outsider troviamo i due tedeschi, Zeno Levi Winter e Benedikt Benz, ma entrambi devono trovarsi in una giornata di grazia per poter provare chiudere anche solo tra i primi cinque, discorso che vale anche per quanto riguarda gli italiani Roberto Capello e Mattia Agostinacchio, soprattutto per Agostinacchio, qualche speranza in più per Capello. Meritano una menzione gli australiani Max Goold e Lucas Stevenson, nazionale che è sempre capace di piazzare colpi a sorpresa durante le rassegne iridate, mentre la Francia, qui guidata da Johan Blanc, di recente grande protagonista al Lunigiana e Théophile Vassal, sembra più propensa a ben figurare nella la prova in linea. Infine menzione per Janek Jackowiak al via per rompere il ghiaccio prima della corsa del 26 settembre, quando sarà uno dei favoriti al titolo, ma attenzione perché ieri un suo connazionale un po' più grande, Gajdulewicz, ha rischiato di fare la grossa sorpresa tra gli Under e la storia, lo sappiamo, è ciclica.
GRIGLIA FAVORITI
⭐⭐⭐⭐⭐ -
⭐⭐⭐⭐Mouris, Noval, Van Kerkhove
⭐⭐⭐ Barry, Schoenvoelde, Sage
⭐⭐ Hinds
⭐ Capello, Drake, Vanden Eynde, Goold, Jackowiak
MERCOLEDI 24 SETTEMBRE
Cronosquadre mista 41,8 (12:30 - 17:00 circa)
Il percorso è quello che ormai conosciamo: Nyanza prima e Kimihurura poi col suo tratto in pavé, 20,9 km per gli uomini, stessa distanza per le donne per un totale di 41,8 km. Quindici squadre al via, di cui 5 africane (Etiopia, Uganda, Benin, Rwanda e Mauritius), la squadra dell'UCI World Cycling Centre, la Cina, l'Ucraina e poi le sette che verosimilmente si giocheranno la parte alta della classifica, medaglie incluse. L’Italia schiera Cattaneo, Sobrero e Frigo, nella frazione maschile, Trinca Colonel, Paladin e Venturelli in quella femminile e punta alla quarta medaglia in sei edizioni, non ha mai vinto, e nemmeno stavolta sarà semplice, un po' perché favoriti sono altri, i campioni in carica dell'Australia (Spratt, Wilson-Haffenden, Chapman, Matthews, Plapp, Vine) con un grande sestetto, la Svizzera (Jan Christen, Schmid, Kung, Ruegg, Reusser, Liiechti), vincitrice dell’oro nel 2022 e 2023 e la Germania (Niedermaier, Koch, Lippert, Leidert, Rutsch, Heidemann), un po' perché le assenze di leader assoluti come Ganna, Affini e Longo Borghini peseranno e di molto sul tempo finale.

Ma l'Italia proverà a giocarselo quel podio, magari con la Francia di Sivakov, Seixas, Armirail, Kerbaol, Squiban, Labous. Più distanti il Belgio, nonostante un terzetto maschile di alto livello (Vervenne, Campenaerts, F. Vermeersch), ma rischiano di pagare troppo la frazione femminile (Meert, Van De Velde, Moerman) e la Spagna, squadra equilibrata, molto giovane al maschile (Romeo, Garcia Pierna, Alvarez) e di buon livello al femminile (Ostolaza, Blasi, Benito).
GRIGLIA FAVORITI
⭐⭐⭐⭐⭐Australia
⭐⭐⭐⭐ Svizzera
⭐⭐⭐ Germania
⭐⭐ Italia, Francia
⭐ Spagna
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PROVE IN LINEA
GIOVEDI 25 SETTEMBRE
Prova in linea Femminile Under 23 119,3 KM (2.435m D+) (12:00 - 16:25 circa)
Percorso tosto, basta il numero che indica il dislivello per mostrarne la durezza: parliamo di 2435 metri di dislivello su poco meno di 120 chilometri. Più la gara si farà dura più sarà difficile pensare ad attacchi da lontano, ma le nazionali senza grosse possibilità di vittoria finale proveranno certamente la carta della fuga e chissà che, su un tracciato simile, qualcuna non possa fare una sorpresa alle pretendenti al titolo. Le difficoltà principali saranno, come per la prova junior, Kimihurura e Kigali Golf da ripetere più volte. Le ultime indicazioni sullo stato di forma delle atlete in corsa ci arrivano dal Tour de ò'Avenir, disputato non più di qualche settimana fa. In questo senso, ci sembra ovvio che il primo nome da fare sia quello di Isabella Holmgren che, in Francia, ha conquistato tre tappe e tre classifiche finali su quattro compresa la classifica generale della corsa. A sfidarla, però, in primis una nazionale francese che può puntare su diverse carte tutte possibilmente vincenti, una sorta di tris d'assi: Célia Gery, Marion Bunel e Julie Bego. Gery è particolarmente temuta dal gruppo che si aspetta qualche sorpresa: arriva da una stagione in crescendo con tre successi di tappa proprio all'Avenir, in cui ha dimostrato di possedere sia spunto veloce che capacità di dominare brevi strappi, sviluppando watt e potenza. Altro discorso è quello da fare per Marion Bunel: la giovane, classe 2004, ha dimostrato di sapersi concentrare molto bene sugli appuntamenti che mette nel mirino, in vari ruoli. Viene da ottime prestazioni all'Avenir, seconda in generale e piazzata nelle tappe più difficili, e all'Ardèche, quarta in generale e vincitrice di una frazione sul Mont Lozére. Al Tour de France, invece, si è vista poco, però si è messa a disposizione della squadra che, poi, quel Tour l'ha vinto con Ferrand-Prevòt. Questa duttilità sarà preziosa per la Francia. Sempre dall'Avenir; fari accesi su Lore De Schepper , con vari piazzamenti e il quarto posto in generale, che però non è riuscita a confermare all'Ardèche. Non si può scordare il talento cristallino di Cat Ferguson che l'anno scorso, fra le junior conquistò tanto la prova a cronometro quanto quella su strada. Meritano altresì menzione Marie Schreiber e Imogen Wolff. Una parentesi la dedichiamo a Talia Appleton, fra le fila dell'Australia: in pochi la conoscevano, ma all'Avenir ha messo tutte in fila e si è presa il podio dietro ad Holmgren e Bunel. Questa volta non passerà inosservata, sarà marcata, ma chissà che non si inventi qualcosa. Per le azzurre, Eleonora Ciabocco sarà l'unica atleta al via. Le sensazioni sono buone per Ciabocco, le ultime gare lo raccontano, ma gestire una corsa così da sola sarà complicato. Servirà talento e fortuna.

⭐⭐⭐⭐⭐Isabella Holmgren, Célia Gery
⭐⭐⭐⭐Marion Bunel, Lore De Schepper, Cat Ferguson
⭐⭐⭐Talia Appleton, Julie Bego
⭐⭐Eleonora Ciabocco
⭐Marie Schreiber, Imogen Wolff
VENERDI 26 SETTEMBRE
Prova in linea Maschile Junior 119,3km (2.435m D+) (08:00 - 11:15 circa)
Stesso tracciato e stessa lunghezza della prova femminile Under 23, alcuni dei nomi dei favoriti assomigliano molto a quelli già letti nella prova a cronometro. Il Belgio, che è una di quelle nazioni che non ha lesinato per questo mondiale, sa di squadra faro con Thor Michielsen, Mats Vanden Eynde e Tuur Verbeeck che, almeno sulla carta, abbonderanno velleità personali per supportare Edouard Claisse e soprattutto Seff Van Kerckhove che non sono gli unici favoriti per l’oro solo perché gli avversari si chiamano Mario Cordero, Benjamin Noval, in particolare il figlio d'arte è tra i più attesi ed Enaut Urkaregi (Spagna), Jan Michal Jackowiak (Polonia), Enzo Hincapie, Ashlin Barry e Beckam Drake (USA), Soan Ruesche, Théophile Vassal e Johan Blanc (Francia), Benedikt Benz, Karl Herzog, Moritz Mauss e Zeno Levi Winter (Germania), squadra da non sottovalutare quella tedesca, anzi, che ha conquistato, nelle ultime tre edizioni, un titolo (Emil Herzog nel 2022, da tenere in considerazione qui il fratello Karl), un secondo e un quarto posto (Paul Fietzke nel 2023 e 2024).

I Paesi Bassi hanno un terzetto che punta forte alle medaglie, ai due già visti nella crono (Mouris e Schoonvelde) si unisce Daan Dijkman che potrebbe essere il capitano in corsa, perché il più adatto e sarà da temere anche la Gran Bretagna che punterà indifferentemente su Max Hinds, Harry Hudson, Matthew Peace e Dylan Sage. L’Italia, campione uscente, porta Mattia Agostinacchio, stagione in cui ha iniziato a fare vedere belle cose anche su strada, Giacomo Rosato, il più in forma, come dimostrato al recente Lunigiana chiuso terzo, e Roberto Capello, che arriva da un periodo difficile a causa di alcuni problemi contrattuali che lo hanno costretto al palo per qualche settimana, ma che nella cronometro ha dimostrato di stare più che bene. Infine qua e là sparsi: Georgs Tjumins per la Lettonia, Jose Said Cisneros per il Messico, Kevin Andres Estupinan, Colombia, Valentin Hofer per l’Austria (manca Friedl, tra i corridori più in forma), i due australiani Max Goold e Lucas Stevenson, tutti ragazzi che possono ambire a un piazzamento importante: se c’è una corsa che quest’anno è apertissima a qualsiasi pronostico, è proprio questa.
GRIGLIA FAVORITI
⭐⭐⭐⭐⭐Van Kerckhove
⭐⭐⭐⭐Claisse, Barry
⭐⭐⭐Blanc, Jackowiak, Noval, Agostinacchio
⭐⭐ Capello, Rosato, Tjumins, Hinds, Dijkman
⭐Vassal, Herzog, Hofer, Peace, Sage, Hudson, Benz, Urkaregi, Michielsen, Ruesche, Vanden Eynde, Mauss, Stevenson
Prova in linea Maschile Under 23 164,6 km (3.350m D+) (12:00 - 16:25 circa)
Ben undici giri del circuito attorno a Kigali per un totale di 164,6 km e oltre tremila metro di dislivello. Corsa che, in assenza di Nordhagen e Seixas, vede favoriti Lorenzo Mark Finn (il più giovane al via) e, soprattutto, Jarno Widar. Il belga insegue uno dei pochi successi che mancano nella sua già ricca bacheca da Under 23, il Mondiale, prova che nelle annate precedenti lo ha sempre respinto per vari motivi. Se in giornata, il piccolo belga appare quasi impossibile da battere a questo livello, non à la Pogačar, ma quasi. Vero anche come spesso abbia dimostrato limiti nel saper gestire determinate situazioni sfavorevoli, e le corse di un giorno, in particolare quelle di una rassegna iridata, spesso non vanno come si pensa, nascondono insidie difficili da contenere e basta nulla per buttare via un possibile risultato importante. Squadra davvero forte. rodata e affiatata quella di fianco a lui con Aaron Dockx, Kamiel Eeman, Tim Rex e Jasper Schoofs che, qualora la situazione di gara possa permetterlo, sono capaci anche loro di portare risultato. Occhio che Widar non possa proprio fungere da specchio per le allodole e magari mandare in una fuga decisiva qualcuno dei suoi pretoriani, d'altra parte con pochi elementi per squadra sarà difficilissimo controllare la corsa su un percorso del genere. In seconda fila Italia e Slovenia, che vede al via i maggiori rivali del belga della lotto, il già citato Finn insegue un clamoroso back-to-back di titoli mondiali dopo aver vinto tra gli juniores dodici mesi fa, e Jakob Omrzel è uno di quelli che i due li ha battuti in modo arguto al Giro d’Italia.

L’Italia, però, non è solo il ligure, perché, seppure con compiti e caratteristiche diverse, ha in Alessandro Borgo (soprattutto), Simone Gualdi e Pietro Mattio un terzetto di grandissima qualità che potrebbe, proprio come il resto del Belgio, ambire al podio o persino al titolo. Così come la Slovenia che intorno al vincitore del Giro Next gen ha costruito un’ottima squadra con Jaka Marolt, Anze Ravbar ed Erazem Valjavec, tutti corridori di spessore. Corsa aperta a diversi scenari e uomini: occhio all’Ecuador, con una delle rivelazioni di questa stagione, Mateo Ramirez, alla Francia, che, seppure priva di Seixas, si presenta con Antoine L’Hote, Maxim Decomble e Victor Loulergue, molto ambiziosi e a caccia di una medaglia, e alla Germania, Paul Fietzke al mondiale se la sente sempre calla (un argento e un quarto posto su due partecipazioni tra gli juniores), Max Bock è uno dei corridori più in forma al via e Louis Leidert corridore che sa esaltarsi nelle gare di un giorno. Pavel Novak è il capitano di una Cechia che non nasconde le proprie ambizioni e punta anche su Tomas Pridal, soprattutto, e Martin Barta, la Colombia ha un duo interessante in caso di corsa dura (e chissà, magari pure pioggia), Jaider Munoz e Juan Felipe Rodriguez, come la Polonia, anche se Dawid Lewandowski, molto veloce, non sembra particolarmente adatto al percorso a differenza di Mateusz Gajdulewicz che può puntare a un buon risultato. Daniel Lima, Daniel Filipe Moreira e Lucas Lopes sono i tre di riferimento per il Portogallo, Cole Kessler, corridore che ama la fuga, andragli dietro se parte sarà uno dei punti focali della riunione prima della corsa, lo sarà per gli Stati Uniti e Ciro Perez per l’Uruguay. A caccia di una possibile medaglia diversi corridori della Spagna, tra le poche squadre a contingente pieno, possono puntare su una corsa dura con Pau Martì, Hector Alvarez e Adrià Pericas e avere lo stesso i primi due citati capaci nel finale di farsi valere in caso di sprint ridotto -seppure l’impressione è che possa venire fuori una corsa tanto selettiva da vedere i corridori superstiti arrivare uno per uno. Bel terzetto anche per la Svizzera, Nils Aebersold, Robin Donzé e soprattutto, per chi scrive, Jan Huber, quest’ultimo, come detto anche nel paragrafo dedicato alla corsa, una delle possibili sorprese. Infine tra gli outsider da segnalare Henrique Bravo (Brasile), Storm Ingegbritsen e Halvor Dolven (Norvegia), Zac Marriage (Australia), Balint Feldhoffer (Ungheria), Marco Schrettl (Austria) e Callum Thornley (Gran Bretagna), tutti atleti che su un percorso del genere possono inserirsi nella sfida per le medaglie.
GRIGLIA FAVORITI
⭐⭐⭐⭐⭐ Widar
⭐⭐⭐⭐ Finn
⭐⭐⭐ Borgo, Omrzel, Decomble
⭐⭐ L’Hote, Schoofs, Rex, Leidert, Fietzke, Ramirez, Pridal, Dolven
⭐ Alvarez, Pericas, Martì, Marriage, Ingegbritsen, Gualdi, Bock, Huber, P. Novak
SABATO 27 SETTEMBRE
Prova in linea Femminile Junior 74 km (1520 m D+) (8:20 - 10:40 circa)
Settantaquattro chilometri, più di millecinquecento metri di dislivello e la Cote de Kimihurura e de Kigali Golf, rispettivamente 1,3 chilometri al 6,3 % e 0,8 chilometri all'8,1% di pendenza media, a suggerire azioni e fughe: è stato disegnato così il tracciato della prova iridata in linea per la categoria junior femminile. Sono due, a nostro avviso, i team maggiormente quotati: la Spagna e la Gran Bretagna. Non solo individualità importanti ma anche una amalgama notevole a livello squadra. Fra le spagnole la punta sarà Paula Ostiz Taco, da agosto in Movistar, già seconda ai mondiali nel 2024, quest'anno ha conquistato la Ronde van Vlaanderen, oltre ad altri cinque successi, tra cui il Campionato Nazionale Spagnolo su strada.
Tanti anche i piazzamenti, raramente fuori dalla top ten. Per la Gran Bretagna le punte si candidano ad essere Abigail Miller, quarta alla Ronde van Vlaanderen e decima al Binda, e Erin Boothman, vincitrice della Clasica de Jaén e della Gent-Wevelgem, quinta al Binda. L'inglese può anche contare sull'esperienza acquisita correndo con le élite Kreiz Breizh ed il Giro di Toscana, pur se ritiratasi in entrambe le occasioni. Occhio a non sottovalutare Megan Arens per l'Olanda, prima al Binda e seconda al Fiandre e Auke de Buysser in casa Belgio. De Buysser ha conquistato il campionato nazionale e si è sempre piazzata tra Binda, Gent Wevelgem e Ronde van Vlaanderen oltre alla vittoria di altre quattro corse. Se parliamo di piazzamento, è obbligatorio riportare il discorso sulla polacca Maria Okrucińska. Nell'ordine ha inanellato un ottavo posto al Binda, un quinto posto alla Ronde, la vittoria del Campionato Nazionale Polacco e sei successi internazionali. Attenzione anche a Sidney Swierenga per il Canada, Oda Aune Gissinger per la Norvegia e Thaïs Poirer in casa Francia. L'Italia schiererà Giada Silo, Chantal Pegolo e Elena De Laurentiis.
⭐⭐⭐⭐⭐Paula Ostiz Taco, Megan Arens, Maria Okrucińska
⭐⭐⭐⭐Auke De Buysser, Erin Boothman
⭐⭐⭐Oda Aune Gissinger, Abigail Miller, Sidney Swierenga
⭐⭐Giada Silo, Thaïs Poirer, Hanna Gianatti
⭐Laura Fivé, Alyssa Sarkisov
Prova in linea Femminile Elite 164,6 km (3.350 m D+) (12:05 - 16:45 circa)
I metri di dislivello sono indicativi di quanto sia tosta questa prova in linea: 3350 metri di dislivello in poco meno di 165 chilometri. Il percorso è tormentato, come già per le altre prove, da Kigali Golf e Kimihurura. Lo spazio per improvvisare c'è. Dopo l'annuncio della presenza di Pauline Ferrand-Prevòt, pensando a come ha vinto il Tour de France, si è scatenato l'entusiasmo per vedere quale prestazione potrà mettere su strada.

Ovviamente i primi ad essere in delirio, anche perché la nazionale francese non si limita a lei, a sostenerla, infatti, ci saranno, tra le altre, Cèdrine Kerbaol, Juliette Labous ed Évita Muzic. La pattuglia azzurra, però, può stare tranquilla: la capitana sarà Elisa Longo Borghini, una garanzia per Marco Velo. Un Giro d'Italia conquistato in maniera spettacolare a Monte Nerone. un Tour de France a cui era arrivata in forma, frenata solo da un virus. Qualche settimana fa il rientro e di nuovo la vittoria a Kreiz Breizh.

Il Mondiale l'ha preparato in ritiro al Teide, in altura. Non diciamo nulla, per scaramanzia, ma è fra le principali favorite per aggiungere un'ulteriore perla alla propria carriera. Con lei, Silvia Persico, Eleonora Camilla Gasparrini, Soraya Paladin, Barbara Malcotti, Monica Trinca Colonel e Francesca Barale. Il tris di nazionali è completato da quella olandese: Demi Vollering la conosciamo, forse in questa stagione ha raccolto meno di quanto si aspettava. La grinta e la rabbia sono un ottimo carburante. La squadra è forte, fortissima, solo per citare alcuni nomi: Anna van der Breggen, Pauliena Rooijakkers, Yara Kastelijn e Shirin van Anrooij. Spesso, a fronte di singole atlete di alto livello, il punto debole delle atlete in casacca arancione è stata la tattica, questo è un interrogativo che resta. Dopo tre nazionali, tre nomi da curare a vista d'occhio: Kasia Niewiadoma, Liane Lippert e Antonia Niedermaier. L'anno prossimo passerà in Lidl Trek e Margot Vanpachtenbeke per il Belgio è senza dubbio un nome da tenere segnato. La svizzera punterà su Marlen Reusser e Elise Chabbey, la Colombia avrà fra le proprie frecce Paula Patiño, il Canada, invece, Alison Jackson e Olivia Baril, la Nuova Zelanda avrà l'apporto di Niamh Fisher-Black, il Sud Africa su quello di Ashleigh Moolman. Interesse anche per la prova di Mavi García.
⭐⭐⭐⭐⭐ Pauline Ferrand-Prévot, Elisa Longo Borghini, Demi Vollering
⭐⭐⭐⭐Kasia Niewiadoma, Liane Lippert
⭐⭐⭐Anna van der Breggen, Marlen Reusser
⭐⭐Margot Vanpachtenbeke, Elise Chabbey, Justine Ghekiere, Niamh Fisher-Black
⭐Ane Santesteban, Ashleigh Moolman, Mavi García, Paula Patiño, Urška Žigart
DOMENICA 28 SETTEMBRE
Prova in linea maschile Elite 267,5 km (5.475 m D+) (9:45 - 16:45)
Non esiste alcun modo per battere Tadej Pogačar nella versione 2024 e 2025, lui fa del ciclismo ciò che vuole, ma esistono, forse, cinque modi (più uno aggiunto a mondiale in corso) per cui lui possa non vincere. Siete curiosi? Ecco svelato il segreto, segretissimo, a cui nessuno può credere, ma invece credetemi, potrebbe funzionare:
1) Una caduta:
2) un malanno;
3) che decida di non partecipare alla corsa;.
4) autosabotaggio;
5) Strano e misterioso appagamento come suggerito da un interessante editoriale di Marco Grassi.
5+1) Evenepoel lo ha battuto a cronometro pochi giorni fa e chissà...
Poi, esisterebbero dei modi, più o meno legali, abbastanza ortodossi, come ad esempio fare la corsa, provarci almeno, non si chiede molto, se non quello di non partire battuti, dimessi, coi volti depressi, senza aspettare che sia lui a distruggere il gruppo con la propria squadra partendo a oltre un centinaio di chilometri dall'arrivo, come già accaduto, costringendo ciò che rimane degli avversari a un affannoso quanto disorganizzato inseguimento. Lo scorso anno a Zurigo fece esattamente questo. I suoi accesero gli strumenti quando al traguardo mancava troppo per essere vero, poi lui iniziò a cantare nelle orecchie dei suoi avversari spaccandogli i timpani.
Potrebbe accadere di nuovo, tra la ciclicità degli eventi, e il paradosso del giorno della marmotta: siamo realisti e non crediamo all’impossibile, siamo realisti e diciamo di sì, succederà. La distanza dal suo attacco al traguardo potrebbe essere misurata in 10, 20, 30, 40, 50, 60, 70, 80 chilometri, non importa, lui ha quel canovaccio: anticipare gli altri con la forza esplosiva del suo primo attacco dopo aver mandato a pezzi il gruppo con il supporto dei compagni di squadra che si voteranno totalmente alla causa di uno dei più grandi sportivi della storia del proprio Paese, quel Tadej Magic (mi perdonerà Luka Doncic) che da anni la Slovenia sognare fa. Lui attacca e gli altri non lo riprendono più perché non riescono a colmare quel vantaggio che si viene a creare inizialmente, dove lui esprime una potenza impossibile per gli altri, e poi mentenendo il distacco con la capacità di raggiungere una velocità fissa di crociera per ore e ore fino all'arrivo. Insomma, film già visto e rivisto. Nella Slovenia presenti, oltre al fedelissimo Domen Novak, anche grandi primattori come Primož Roglič e Matej Mohorič, che hanno già confermato di sposare la causa, con il primo(z) probabilmente nel ruolo di ultimo uomo, preludio dello scatto decisivo (interessante vedere Rogla in questa veste) e il secondo, in crescita dopo una stagione tribolatissima, che potrebbe tornare utile se la corsa dovesse seguire, da un punto di vista tattico, un canovaccio differente fatto magari fatto da attacchi dalla media distanza di corridori di qualità.
Prima di parlare degli altri pretendenti alle medaglia, uno sguardo al percorso. Lungo e frastagliato con 267 km e quasi 5.500 di dislivello. La novità (credo assoluta, non ho controllato, mi scuserete) è quella dell’inserimento, poco dopo metà gara (dopo 9 giri del circuito), di un tratto “in linea” di 42,5 km con le scalate del Mur de Kigali (0,4 km all’11%), della Cote de Péage (1,8km al 5,9%) e, soprattutto, del Monte Kigali, 5,9 km al 6,9% di media, salita che potrebbe spaccare la corsa definitivamente (all’arrivo mancheranno poco più di 100 km e potrebbe essere il primo avvertimento (i più giovani direbbero, magari, trigger) sulle intenzioni dello sloveno che insegue il secondo titolo di fila (che vedendo i percorsi di 2026 e 2027 potrebbero poi diventare tre e quattro, ma non corriamo). Dopodiché si rientrerà nel circuito per gli ultimi 6 giri in cui affrontare nuovamente gli strappi di Kigali Golf (0,8% km all’8,1%) e il tradizionale Kimihurura, (1,3 km al 6,3 %) che, come abbiamo visto, negli ultimi passaggi ti può stroncare completamente.
Il primo (e forse unico, oppure possono provare a impensierirlo anche altri due corridori che troveremo in seguito?) avversario di Pogačar, tra quelli che corrono su un mezzo a due ruote spinto da gambe e pedali è Remco Evenepoel. Tutti noi sogniamo una sfida epica, lo facciamo per romanticismo, per il gusto della sfida e anche per non passare una noiosa domenica pomeriggio sulla falsariga di ciò che accadde dodici mesi fa a Zurigo. Remco, oltretutto, ha incrinato qualcosa nelle certezze dello sloveno non tanto per averlo battuto nella crono, quanto per averlo superato: troppo plateale perché allo sloveno vada giù come una pastiglia per il mal di testa. Squadra votata unicamente al belga, ma con un paio di nomi che potrebbero rompere la corsa da lontano. Tatticamente al Belgio non conviene fare il gioco di Pogačar e li si giocherà la questione, se poi le gambe saranno superiori come accade quasi sempre, beh, l'importante sarà stato provarci. Si nota subito l'esclusione di Tim Wellens, è vero, arrivato un po' lungo dopo una stagione a tutta di fianco a Pogačar, ma i maligni potrebbero pensare che è proprio questo il motivo, più che la condizione è il suo essere così vicino al capitano della UAE. Ma il Belgio è nazionale profonda, basta vedere i nomi: Ilan van Wilder, Louis Vervaeke, Victor Campenaerts, Xando Meurisse, Quinten Hermans, Cian Uijtdebroeks, utili in salita, ma non solo, potranno coltivare anche ambizioni personali ed essere parte del gioco, qualora ci fosse davvero la forza per battere il favorito. Florian Vermeersch, farà la crono e visto il percorso pare al via per portare borracce o al massimo per onor di firma.
Per le medaglie, ci sono altri due UAE, uno ancora per poco. Parliamo di Jay Vine e Juan Ayuso, usciti dalla Vuelta con emozioni differenti, ma vincitori di tappa e in forma: Ayuso guiderà una Spagna che, per una volta, ci aspettiamo a trazione anteriore, vista la presenza dei vari Marc Soler, Ivan Romeo o Raul Garcia Pierna, gente abituata ad anticipare, mentre Roger Adria e Carlos Canal potrebbero stare coperti per un finale differente. Jay Vine, che nelle corse di un giorno ha raccolto poco e niente, è capitano di un Australia farcita di nomi di qualita e in grande forma: occhio a Michael Storer e Luke Plapp, casomai dovessero anticipare, sanno correre molto bene in taòl senso, oppure a Jay Hindley, magari nel finale, tutti e tre hanno possibilità di lottare per un piazzamento importante, anche una medaglia.
Si candida al podio Ben Healy, Irlanda, con lui da tenere d'occhio Eddie Dunbar, Darren Rafferty e Archie Ryan. Healy, tra i corridori al via, è in assoluto uno dei più adatti al percorso. Non ha paura di nulla, sa attaccare (a volte in maniera assurda e scriteriata, ma ci piace per questo) e pensa a questa corsa da tanto tempo. Non ci stupiremmo nel vederlo lottare per qualcosa di molto prezioso fino alla fine.
Capitolo Tom Pidcock. Si parla di corridori coraggiosi, e l'inglese non teme il confronto con lo sloveno, lo ha dichiarato più volte, c'ha anche provato. Forse è l'unico, almeno a parole Da capire con quanta energia residua avrà dopo una Vuelta corsa a tutta e conclusa con un sorprendente posto sul podio. Di fianco a lui Joe Blackmore e Oscar Onley, i quali sembrano arrivati un po' lunghi a questo finale di stagione, ma sulla carta adattissimi al percorso.
Poi si va in ordine sparso partendo dalla Colombia che punta su Egan Bernal e Harold Tejada, ma occhio anche a Brandon Rivera, potrebbero, in caso di corsa sotto la pioggia, giovare delle condizioni climatiche, un po' come può accadere ai vicini dell'Ecuador che portano un quintetto molto interessante, la cui punta di diamante è Richard Carapaz che punta fortissimo a questa corsa. mancherà Jhonatan Narvaez, un'altra volta i due corridori ecuadoriani più forti non disputeranno assieme una manifestazione con la maglia della nazionale. Un vero peccato, sarebbe stato molto interessante, vista la condizione di entrambi, vederli corrersi contro. La Danimarca ruota attorno a Mattias Skjelmose Jensen, se il danese non cade è un papabile alle medaglie, ma in generale i danesi, che hanno disertato le prove junior e under 23, hanno la solita formazione molto solida, e che vede al via tra gli altri Anders Foldager, Anthon Charmig, Michael Valgren e Mikkel Frolich Honore. L'eritrea porta Biniam Girmay, ma i più adatti sono Nahom Zeray, Henok Mulubrhan e Natnael Tesfatsion, nazionale che però deve compiere un'impresa per ottenere un piazzamento importante.
La Francia ce l'aspettiamo arrembante come al suo solito e occhio a loro perché potrebbero provare a regalare qualche sorpresa, i nomi ci sono. Julian Alaphilippe ha dimostrato di recente di stare bene, Louis Barré è tutto l'anno che va forte, Jordan Jegat, dopo aver sorpreso al Tour, si è meritato la convocazione ed è adatto al percorso, oltre ad avere uno spunto veloce che chissà, potrebbe tornare utile per un bel piazzamento. Valentin Madouas, quando c'è da raschiare il fondo, è uno dei più forti e costanti, non vive la migliore stagione della carriera, ma è sempre pericoloso in corse dure e lunghe, infine Paul Seixas, curiosità intorno a quello che potrà fare il giovanissimo francese in una corsa così (mi sbilancio: non molto, ancora) e Pavel Sivakov, come al solito in grande forma nei finali di stagione, può essere corridore da medaglia.
Difficile immaginarci una Germania competitiva per salire sul podio, anche se Georg Zimmermann potrebbe anticipare e Maximilian Schachmann è dotato di grande fondo e magari, facendo la formichina, potrebbe anche finire nelle prime dieci posizioni. Discorso simile per gli Stati Uniti, che lasciano a casa i tre più forti e adatti al percorso, McNulty, Jorgenson e Powless, che avrebbero potuto ambire a un grande risultato, e puntano tutto sui Quinn Simmons e Kevin Vermaerke. Non ci stupiremmo di trovarli entrambi nelle fasi salienti di gara ancora davanti a giocarsi le medaglie. L'Ungheria porta Attila Valter, poche speranze, a differenza della Svizzera con Marc Hirschi, ma soprattutto Mauro Schmid e l'ennesimo UAE al via, Jan Christen. Le maglie rossocrociate saranno da temere se ancora presenti nel finale di corsa.
E a proposito di UAE, molti vedono in Isaac Del Toro uno dei pochi che potrebbe rovinare i piani del favorito sloveno. Ci crediamo poco, è giocane deve fare esperienza su certe distanze, ma intanto ci godiamo quella che potrebbe essere finalmente una sfida tra i due, liberi dai compiti di squadra. Nonostante la giovane età, Del toro ha dimostrato di poter già ottenere grossi risultati, seppure le tante ore di gara sulle gambe così potrebbero risultargli ancora indigesteL'unica cosa certa è che va talmente forte che non gli si preclude alcun risultato.
Il Portogallo porta Antonio Morgado (ecco un altro UAE), stagione di alti e bassi, non ha ancora espresso tutto il suo potenziale, forse i compiti nella squadra di club gli stanno un po' stretti - sarebbe bello vederlo capitano altrove - e qui avrà la sua chance, come ce l'avrà il compagno di squadra Alfonso Eulalio, tra i più in forma nell'ultimo periodo.
Se Thymen Arensman ha ancora un po' di energia dopo una lunga stagione che lo ha visto vincere pure due tappe di montagna al Tour, è avversario pericoloso per tutti. La nazionale dei Paesi Bassi gli mette vicino l'esperienza di Wout Poels e Bauke Mollema, la freschezza di Menno Huising e la fantasia di Frank van den Broek, uno che non ci stupiremmo di vederlo anticipare e poi magari chiudere nelle posizioni che contano. La Lettonia schiera Toms Skuijns, ma non è la migliore stagione la sua, anzi, dopo un grande biennio, ma sarebbe corridore particolarmente adatto, mentre la Norvegia ha il terzetto formato da Andreas Leknessund, Embret Svestad-Bardseng, Johannes Staune-Mittet che potrebbe mettere la testa davanti, soprattutto Leknessund dalla lunga distanza. Infine, Victor Langelotti è l'uomo del Principato di Monaco, Martin Svrcek della Slovacchia, Artem Nych degli atleti neutrali, tutti e tre sono corridori da fuga della prima ora, quelle azioni che magari potrebbero anche regalare a qualcuno dei protagonisti un piazzamento nelle prime dieci, quindici posizioni. Già successo, potrebbe accadere di nuovo.
L'ITALIA
Capitolo a parte per la nazionale guidata da Marco Villa che punta tutto su Giulio Ciccone. Che Ciccone sarà? Se dovesse aver superato i problemi vissuti alla Vuelta, il corridore abruzzese è uno dei candidati a una medaglia, avendo dimostrato nelle ultime stagioni di essere tra i più forti al mondo nelle corse di un giorno impegnative. Di fianco a lui, sarebbe dovuto esserci Giulio Pellizzari per fare esperienza, ma il marchigiano si è ammalato alla vigilia ed è sostituito dal corregionale Gianmarco Garofoli, un premio alla sua stagione votata all'attacco, ma senza ottenere grossi risultati e poi poco altro. Viste le assenze soprattutto di Cristian Scaroni e Alberto Bettiol, quest'ultimo il più adatto a quel finale, sarebbe tornato comodo, il selezionatore ha portato una squadra sulla carta abbastanza modesta e con corridori non tutti in grande forma. Da Andrea Bagioli ci aspettiamo qualche segnale, lui di solito con la maglia della Nazionale lì sa dare, sarà utilissimo per la causa del compagno di squadra Ciccone; Marco Frigo ha speso tantissimo sulle strade della Vuelta ed è un bel nome da mandare all'attacco da lontano, magari insieme a Mattia Cattaneo e Lorenzo Fortunato. Il Matteo Sobrero del Giro di Polonia può fare una buona corsa, quello della Vuelta, caduto e un po' malconcio, meno, mentre l'ottavo slot disponibile è andato a Fausto Masnada: con tutto il rispetto per l'ottimo corridore che fu in passato, la scelta di portarlo appare abbastanza incomprensibile, anche se, come direbbe qualcuno, hanno chiamato Masnada, ma a casa non è che siano rimasti Coppi e Bartali.
GRIGLIA FAVORITI
⭐⭐⭐⭐⭐ Tadej Pogačar
⭐⭐⭐⭐ Remco Evenepoel
⭐⭐⭐ Ben Healy, Tom Pidcock
⭐⭐ Isaac Del Toro, Giulio Ciccone, Pavel Sivakov, Juan Ayuso
⭐ Mattias Skjelmose, Julian Alaphilippe , Jay Vine, Richard Carapaz, Michael Storer, Primož Roglič, Kevin Vermaerke
Foto: Sprint Cycling Agency
Analisi corse femminili a cura di: Stefano Zago
Sito ufficiale della manifestazione: https://ucikigali2025.rw/competition-program/
Tra Tour de l'Avenir, Mondiali ed Europei: il punto di vista di Eleonora Ciabocco
Se dovessimo scegliere una parola per descrivere l'analisi che Eleonora Ciabocco offre del suo Tour de l'Avenir, sceglieremmo consapevolezza, per la lucidità con cui affronta ogni aspetto, ogni sfaccettatura derivata dalla sua condotta di corsa. Da un lato parla di capacità, di sicurezze e piazzamenti, dall'altro parla di minuti, di tempo e cambia la prospettiva: «Sono sincera, non mi aspettavo di riuscire ad ottenere quel secondo posto a Tignes, in un prologo tutto in salita. In realtà, però, non finisce lì, perché anche il secondo posto in volata mi fa riflettere molto: credo fosse da quando ero juniores che non ottenevo un piazzamento in uno sprint di gruppo. Certamente su salite più lunghe non ho il passo di Isabella Holmgren e Marion Bunel, è un dato di fatto e devo lavorarci. Il quinto posto non è da buttare, anche perché rispetto allo scorso anno ho fatto un salto in avanti di una posizione. Il punto è che se guardiamo al tempo perso il discorso cambia nettamente perché sei minuti e mezzo da Holmgren sono tanti, troppi. Soprattutto mi rimprovero di non aver seguito De Schepper in salita, dopo essermi staccata in discesa e rientrata quando la pendenza tornava a crescere.
Credevo di poter ricucire del mio passo e non ce l'ho fatta. Davanti erano coppie di due atlete ed in questa situazione è facile perdere minuti». Le tappe, ad avviso della ventunenne marchigiana, erano troppo semplici quest'anno ed in questo modo è difficile fare la differenza, per questo ci si è ridotte quasi sempre a volate di gruppo, anche ristrette. L'esempio è quello della penultima frazione dove effettivamente una selezione c'era stata ma il ricompattarsi del gruppo era, poi, stato favorito dal tracciato. A Ciabocco aspettare non piace e lo ha sofferto, in più, statisticamente, racconta di essere spesso saltata nell'ultima frazione e questo, la spaventava. Non è avvenuto, anzi, stava bene, ma non è bastato. Però le sensazioni erano buone, anche per questione di abitudine; quella di correre con atlete di un livello superiore, Demi Vollering e le altre del plotone con cui si confronta tutto l'anno.
Guardando alle rivali, Ciabocco nota la capacità di puntare gli obiettivi di Marion Bunel: «Ha conquistato il secondo posto e la maglia bianca ed al Tour de Suisse non l'avevo vista così bene, così superiore a tutte le altre. Al Tour de France era in supporto di Ferrand-Prévot, si è fatta vedere poco ma ha messo chilometri nelle gambe e si è visto". Ricorda di aver visto la pedalata di Holmgren a Monte Nerone nella penultima tappa del Giro d'Italia e di esserne rimasta colpita. Su Célia Gery, vincitrice di tre tappe, il suo giudizio è netto: "Molto brava, ha fatto quello che voleva anche con grande scaltrezza. L'esempio lampante è la conquista della maglia per la classifica dei GPM: nessuna sprintava per i punti, lei se li è andati a prendere e l'ha conquistata. Lo stesso ha fatto nelle volate, mettendo nel sacco le squadre delle velociste non organizzate. Lo spunto che ha avuto quando ha domato un plotone ristretto partendo alla base dello strappo e affrontandolo tutto di testa l'avete visto tutti». La sorpresa? Senza dubbio, Talia Appleton, l'australiana che ha chiuso la corsa in terza posizione dietro ad Holmgren e Bunel: «Nessuno la considerava, la controllava ed ha dimostrato di essere una delle poche con il passo delle prime. Forse perché appartiene ad una squadra più piccola, però è da tenere d'occhio. Ha solo diciannove anni».

Della propria stagione, Ciabocco è soddisfatta: si sente migliorata, sa essere di supporto ma anche di prendersi le proprie responsabilità. Pensa al Tour de Suisse, alla Valenciana ed anche al Giro d'Italia Women, non fosse stata per la giornataccia sulle rampe del Monte Nerone che le ha lasciato l'amaro in bocca perché fino a quel momento era andato tutto perfettamente. Voleva crescere ed è cresciuta, forse anche più di quanto potesse pensare, vuole ancora crescere perché sa di avere davanti una strada lunghissima: «Mi ero dimenticata come si facesse ad andare a tutta: lavorare per la squadra insegna come si lavora ma può farti scordare come si resiste mentalmente e fisicamente fino alla fine. Ormai ero entrata nell'ottica di dare tutto per le mie compagne e poi staccarmi quando iniziavano gli attacchi. Poi mi hanno chiesto di essere capitana quando non me lo aspettavo ed ho dovuto fare una sorta di reset mentale. Pensa che, nei primi tempi, non riuscivo a chiedere a nessuno di andare a prendermi le borracce all'ammiraglia e ci andavo in prima persona. Ho imparato a domandare, a farmi aiutare». Si tratta di un ruolo di responsabilità che porta nervosismo, soprattutto quando si conosce sin dal mattino che sarà quello il proprio compito: fare la gara, si dice in gergo.
Al Tour de l'Avenir ha trovato un ottimo feeling con la nazionale azzurra, tanto da aver avuto l'impressione di aver corso tutto l'anno con le stesse colleghe. Crede non sia solo una sua impressione, ma una sensazione generale in gruppo: «Perché le altre squadre non attaccavano? Perché vedevano la nostra compattezza e temevano contrattacchi. Il risultato del prologo mi ha permesso di restare a lungo a pochi secondi dalla maglia gialla e Federica Venturelli si è messa in mostra. Siamo contente». Se si parla di azzurro, si parla di Mondiali ed Europei, non vi sono ancora ufficialità, ma per Ciabocco, ammette, si tratterebbe del primo Europeo con un ruolo importante dopo tanti anni. In questi giorni è in corsa al Tour de l'Ardèche e questo sarà un banco di prova decisivo. «Il Mondiale avrà strappi brevi ma davvero duri. Mi spaventa la prospettiva di correre da sola perché se le nazionali più quotate si muoveranno con attacchi e contrattacchi sarà davvero complesso riuscire a rispondere ad ogni situazione. La mia speranza è che sia una corsa così selettiva da essere più facilmente gestibile. Un nome? Celia Gery. L'Europeo è più duro e con una squadra più numerosa sarà senza dubbio possibile inventarsi qualcosa. Personalmente si tratterà di una gara di un giorno ed io, qualora fossi convocata, non sono abituata alle gare di un giorno, c'è anche questo fra ciò che mi chiedo, ma mi piacerebbe e ne sarei orgogliosa».
Poi l'autunno ed altro duro lavoro: «Non so ancora bene cosa sono e cosa diventerò, che tipo di atleta sarò: da corse a tappe o da corse di una giornata? Non posso saperlo, però voglio scoprirlo e la mia squadra mi sta permettendo di farlo in serenità, con tranquillità, senza eccessive pressioni. La parola d'ordine è "provare". Del resto, ho tanto da migliorare, in generale. Sono migliorata ma non mi basta. Quindi testa bassa e menare».
Dispacci dal World Tour #16
La settimana scorsa è stata quella delle confessioni, dei segreti inviolabili che in realtà erano sulla bocca di tutti e che passavano da orecchio in orecchio seppure molti facessero finta di nulla: Juan Ayuso darà, a fine stagione, l’addio alla UAE. Bisogna dirlo senza troppi giri di parole: nessuno dei protagonisti ci fa una grande figura, soprattutto per come è maturata la vicenda, fino all’epilogo che lascerà ancora scorie, temo, soprattutto, sull’immagine del corridore spagnolo. E andato tutto storto tra lui e la squadra emiratina, non proprio dall’inizio, quando pareva un matrimonio di quelli capaci di arrivare, con alti e bassi più che normali nelle vite di coppia, fino alle nozze d’argento se non d’oro o di platino, invece il veloce declino ha ricordato a momenti le svolte che a un certo punto prende la famiglia Roses.
Matxin pescò Ayuso quando il corridore spagnolo era ancora un ragazzino. Lo ha visto crescere, lo ha aiutato a fare scelte importanti per la sua carriera (la sistemazione in Colpack per farsi le ossa tra gli Under 23 per un breve periodo, con lo scopo di sfamare la sua incredibile voglia di vittorie), mettendolo sempre a proprio agio. Questo fino a quando, da neoprofessionista, arrivando 3° alla Vuelta del 2022, ha dimostrato con i fatti tutta la concretezza su cui aveva posto le basi, dominando ogni categoria dagli allievi in poi. Come tenere a bada uno così? Ayuso è ambizioso, tira dritto per la sua strada e mal sopporta dover prestare i suoi servizi ai capitani, seppure quel capitano porta il nome di Tadej Pogačar. «Tadej è il mio riferimento - disse Ayuso qualche mese fa, prima di iniziare la stagione - ma io voglio diventare il corridore più forte al mondo».
I primi report degli allenamenti, appena diventato professionista a tutti gli effetti nel 2022, fecero il giro del mondo ciclistico, si diceva come lo spagnolo fosse l’unico a tenere la ruota di uno scatenato sloveno quando quest’ultimo partiva e se ne andava nei test invernali. In quella stagione arrivava il podio alla Vuelta, da neoprofessionista, da più giovane corridore al via, da più giovane corridore di sempre tra i primi tre nella corsa a tappe spagnola: non si trattava di un fatto da far passare in secondo piano, perché Ayuso avrebbe compiuto vent'anni solo pochi giorni dopo essere salito sul podio di Madrid, mentre cresceva in lui, sempre di più, la voglia di comandare, essere il primo della classe, come tutte le volte che si era messo in sella a una bicicletta con un dorsale appiccicato alla maglia. Un vincente nato, con pochi compromessi.
Eccetto la parentesi di un 2023 accidentato per un problema fisico e in cui non avrebbe potuto chiedere nulla di più a ciò che stava accadendo, il suo rapporto con la squadra andava via via deteriorandosi, un po' alla volta, granello dopo granello si inceppava l'ingranaggio creato da Matxin. Nel 2024 andò al Tour per aiutare Pogačar, si fa sgridare da Almeida per non aver dato il giusto contributo alla squadra sul Galibier e poi si ritira, ufficialmente per un malanno da Covid. Le voci dal gruppo fecero capire come la cosa non è che avesse disturbato tanto il suo capitano, anzi, sembrò quasi dargli sollievo.
Quest’anno al Giro, dopo aver condiviso per qualche giorno la leadership con Del Toro, dando sempre l’impressione che a lui spartirsi meriti e vittorie con gli altri, pure se compagni di squadra, non è che vada proprio a genio, si ferma, si ritira, anche qui, ufficialmente per un problema fisico (in seguito a un paio di cadute nei giorni precedenti e poi alla puntura sull'occhio di una vespa). Lui ci mette del suo, col carattere che ha, ma poi non gliene va dritta mezza nemmeno in corsa: cosa sarebbe stato il Giro, nella lotta al vertice e fratricida, se non avesse avuto intoppi, rimane uno dei grandi "What If" del 2025.
L’impressione già avuta in passato su quanta fatica faccia a gestire la competizione interna, al Giro prende la forma decisiva e già durante quei giorni si rinforzano le voci di un addio, persino prima di fine stagione. Va bene correre per Pogačar, il corridore più forte al mondo, quattro anni più grande, anzi, pare ottimo imparare da lui, rubargli i segreti, ma ora Ayuso deve accettare di dividere i suoi gradi di capitano persino con Isaac Del Toro. L'ultimo arrivato, un anno più piccolo e già coccolato da squadra e compagni, già capace di vincere, quanto e poi di più dello spagnolo. Giammai! Non lo permetterò! Il suo sviluppo narrativo da cattivo e antagonista del gruppo, prende sempre più forma.
Alla Vuelta, dopo un lungo periodo di stop, conseguente, almeno sulla carta, agli incidenti occorsi al Giro, una stagione quasi buttata, e dopo voci che si rincorrevano come cani in giardino, il divorzio squadra-corridore viene reso ufficiale. Non prima però di aver visto Ayuso, nell’ordine: 1) perdere tempo sin da subito nella prima tappa di montagna, senza aver dato il minimo contributo ai suoi e aver dichiarato come tutto ciò fosse concordato con la squadra: «Sapevano già che non avevo la condizione per lottare per la classifica generale», 2) stravincere una tappa di montagna in fuga, esultando con polemica e lamentandosi pure del trattamento avuto sia sui social che lungo la strada da alcuni tifosi: «Sono una persona che non guarda troppo i social media, perché cerco di rimanere al margine di tutto questo, ma ci sono cose che ti arrivano, e poi c'è quello che ti arriva di più quando la gente ti urla contro dai bordi della strada».
Nel giorno di riposo, lunedì, l’annuncio ufficiale della sua squadra, nonostante poche ore prima Matxin avesse provato a gettare acqua sul fuoco parlando di rapporto duraturo tra squadra e Ayuso in virtù anche di un contratto fino al 2028. Come se non bastasse, l’indomani, prima della partenza, Ayuso, di nuovo, non le manda a dire, parlando in mondovisione, prima del via, di una squadra gestita in maniera dittatoriale e «con un esercizio unilaterale di potere», facendo osservare a tutti come, la nota di poche ore prima, non fosse assolutamente concordata dalle parti. «Voglio dire a tutti che non sono d'accordo con la dichiarazione rilasciata della squadra: ieri è uscito un comunicato attorno alle sette di sera e io sono stato avvisato solo alle sei e mezza, quando c'erano giornalisti che già sapevano da ore che il comunicato sarebbe stato emesso. Avevamo concordato che sarebbe stato reso pubblico dopo la Vuelta, per non compromettere nulla a livello sportivo, né l'atmosfera di squadra, né i nostri compagni. Bisogna chiedere loro perché è uscito ieri, perché è stato così improvviso e senza preavviso. Ovviamente ho le idee chiare sul perché l'hanno fatto, per cercare di danneggiare di nuovo la mia immagine, come peraltro conferma il comunicato, con cui non sono d'accordo. E quando l'ho fatto notare, mi hanno risposto che la prima stesura era molto peggiore e che quindi dovevo esserne contento».
C’è una Vuelta da finire, intanto e Ayuso, per la prima volta, proprio poche ore dopo le scelte turbolenti, lo si è visto dare una mano a fondo ai suoi compagni di squadra, ma dal prossimo anno cambiando aria (Lidl Trek?) ha molto da perdere, sono pochi i corridori usciti dall'UAE che sono riusciti a imporsi (Ganna, Philipsen, Mohoric, forse i più talentuosi tra quelli in uscita, come lo è Ayuso) vediamo quanto da guadagnare. Il corridore, si è capito già da tempo, appare di difficile gestione, a causa di una fortissima ambizione e anche di grandi qualità da corridore che gli hanno fatto bruciare le tappe. La squadra ha provato a metterlo a suo agio, dandogli un programma di crescita graduale (Vuelta e Giro da capitano, Tour in aiuto a Pogačar), ma qualcosa si è rotto e ovunque andrà sarà da ricostruire, sia come persona, che nel rapporto con il gruppo e con i suoi futuri compagni di squadra: non passa certo inosservato anche ai più distratti ciò che ci si metterà in casa con Ayuso. Un pacchetto completo di corridore forte, capace anche di correre per vincere un Grande Giro, ma da rimettere assieme nei rapporti umani e magari capace anche di logorare alcune situazioni dal suo interno. Dovrà scendere a compromessi, Ayuso, ovunque andrà, ma magari gli serve solo cambiare aria: le sue scelte e il suo futuro saranno tra le cose più interessanti da seguire nel 2026 ciclistico.
Ci sono, poi altre questioni da considerare. A meno che Ayuso non abbia intenzione di creare una lega personale dove correre lui e basta, dovrà iniziare cedere qualcosa, venire incontro, aiutarsi, altrimenti avrà sempre difficoltà, facendo patti con futuri compagni di squadra e tecnici, magari essere furbo e creare vicino a lui un clan affidabile di corridori che hanno intenzione di spendere la loro carriera affinché Ayuso possa realizzare i sogni di gloria. Non so a voi, ma a me, da grande fan degli "antipatici" e perseguitati, tutta questa storia sta cominciando ad affascinare.
Dispacci dal World Tour #15
La Vuelta partita dal Piemonte settimana scorsa mi spinge a fare una rivelazione: la corsa, su di me, ha sempre uno strano effetto, ovvero mi è sempre interessata il giusto, dove per giusto intendo poco poco. La Vuelta partita dal Piemonte mi fa venire voglia di parlare di pallapugno. Un omaggio a un amico e caro collega appassionato di uno sport praticato da quelle parti, dove è popolarissimo, lo sport, il mio amico credo molto di meno. È stato lui il primo a parlarmene, tempo fa, spiegandomi il fascino che esercita in alcune province della zona tra Piemonte e Liguria. Uno sport antico, divenuto celebre tra fine ‘800 e primi del ‘900, ma la cui storia inizia secoli prima, raccontato anche da grandi poeti e scrittori italiani, come Pavese e De Amicis, mentre Leopardi dedicò una splendida poesia a uno dei più forti giocatori di sempre dello sport da cui deriva direttamente la pallapugno, Carlo Didimi, storico battitore treiese grande protagonista di palla col bracciale. Tornando alla pallapugno prima che al ciclismo: uno sport che fa della socialità e dell’espressione pura dei legami col territorio una delle sue prerogative. Come dice il nome, è uno sport in cui si prende la palla a pugni, si gioca in quattro contro quattro, ha regole, ovviamente, peculiari e i punti si assegnano come nel tennis: quindici, trenta, quaranta, gioco. Talmente seguita da quelle parti che su Tuttosport, storico quotidiano sportivo che ha sede a Torino, nell'edizione locale spesso si parla di pallapugno, di partite, con tanto di gironi e classifiche, di sfide fondamentali per l'assegnazione del titolo, di "pallapugno mercato” (?), persino tornei giovanili dove si raccontano le nuove leve di questo sport. I talenti, i diamanti da sgrezzare.
Ma alvento è, almeno per ora, una rivista specializzata in ciclismo, domani chissà, dopo questo mio pezzo, magari li ho convinti che un giorno avrà senso mandarmi da quelle parti, più che alla partenza di un Grande Giro (o di un futuro mondiale ) o di una corsa importante, per raccontare la pallapugno. Ma non mi faccio illusioni, seppure la stanchezza è molta e si sogna spesso a occhi e bocca aperta, è fine agosto e quelli che non hanno le gambe a mollo o non stanno camminando in montagna, hanno un ricordo fresco di attività extralavorative, mentre io da settimane prendo un sole uscito da romanzi Urania, e vengo irradiato direttamente dai tre schermi del mio computer, seguendo, a tratti mio malgrado, ogni corsa possibile e immaginabile in questo mese di fuoco, più che per il caldo a causa dell’elevato numero di gare. Apro un’altra (ultima, si spera) piccola parentesi: qualche settimana fa, al termine del Tour de France, più di una persona a me vicina, amici, parenti, vedendomi con profonde occhiaia date dal tour de force francese, consideravano che: “beh, ma adesso arriva agosto, mica ci sono corse di biciclette in questo mese!?”. Convinti loro.

Invece agosto è volato seguendo una serie corposa di gare in giro per tutta l’Europa e in cui abbiamo visto Merlier fare il mago delle volate, Brennan imporsi con una lucidità rara per i suoi vent’anni, l’Uae vincere l'ennesima corsa a tappe (con McNulty al Polonia, Polonia in cui abbiamo visto segnali di crescita da Andrea Raccagni Noviero che ottiene i suoi primi piazzamenti interessanti nel World Tour), ma l’elenco di ciò che è successo è lungo, sembrerebbe una lista della spesa e comprenderebbe anche una vittoria di Vendrame, l'ennesima in stagione di Prodhomme, baciato dalla profezia di Seixas al Tour of the Alps e poi da lì spesso infallibile, eccetera. Ecco, detto ciò, mi vorrei soffermare soprattutto su un corridore, italiano, che sta iniziando a mostrare tutte le sue qualità dopo un inizio carriera non esattamente esaltante tra i professionisti, quando basterebbe portare un po’ di pazienza nei giudizi - lo dico ad alta voce perché mi riferisco anche al sottoscritto. Parlo di Lorenzo Milesi, Movistar team, campione del mondo a cronometro Under 23 un paio di stagioni fa, corsa che lascia un po’ il tempo che trova, soprattutto se disputata e poi vinta quando sei già rodato nel World Tour. Dopo un periodo difficile di assestamento nella massima categoria, in cui non è che non andasse, semplicemente non trovavamo in lui quella verve che lo caratterizzava tra gli Under 23, quel passo, la capacità di andare all’attacco, di beccare la fuga giusta, come quella volta in cui vinse in modo splendido una tappa all’Avenir del 2022 dopo aver lavorato per la squadra in tutti i giorni precedenti. Tra Vallonia, Polonia e poi Renewi, in queste ultime settimane, tre brevi corse a tappe di alto livello, Milesi ha sfiorato più volte il successo, attaccando, dalla lunga, dalla media e pure dalla breve distanza. C’è mancato poco si sbloccasse, è ancora a quota zero successi tra i professionisti, ma prima o poi accadrà. Sembra quasi fisiologico.
Infine la Vuelta, mio malgrado, come ampiamente specificato. Corsa che, nelle ore in cui batto le dita sulla tastiera per questi pensieri sparsi, sta per vedere il suo primo arrivo in salita vero e proprio ad Andorra - non conto Limone Piemonte (da ora in poi LP), volata di gruppo in salita come da girica tradizione dei primi anni 2000. Come andrà ad Andorra non lo leggerete qui ma un po' ovunque. Vuelta corsa che, mentre io scrivo, lei scrive a sua volta l’ennesimo capitolo UAE vs Visma: per il momento tra Giro e Tour 1 a 1 palla al centro, ma con alcuni terzi incomodi. C’è Ciccone, che proprio in quella volata a LP è arrivato 2° dietro a Vingegaard per pochi millimetri; c’è Gaudu che ha vinto una tappa e vestito anche la maglia rossa; c’è Bernal che dice di avere risolto i problemi alla schiena, di stare benissimo e che vorrebbe indossare anche lui la maglia rossa, sì, ma quella finale, l’ultimo giorno. Ci sarebbero i Red Bull BORA, divisi tra la solidità di Hindley in salita e la freschezza di Pellizzari e poi ancora O’Connor e Gall, reduci dal Tour eccetera… questo per la classifica e vedremo, avremo tempo. Ci sono state anche un paio di volate, non le ha vinte Pedersen, il quale pensava/sperava di arrivare in Spagna e far man bassa e invece al momento ha visto vincere nelle "sue" tappe: uno dei velocisti più forti del mondo (Philipsen, Pedersen ha chiuso 14°), uno scalatore (Gaudu, Pedersen 2°) e un gregario per le corse di un giorno (Turner, Pedersen 6°), gregario per dire, corridore solido e veloce, nella forma della vita e che ha stabilito un singolare primato. Lo hanno fermato mentre stava disputando una corsa, in Belgio, per sostituire un compagno di squadra malato che avrebbe dovuto prendere il via alla Vuelta. Turner ha fatto le valigie, è volato in Italia, il giorno dopo il ritiro dal Renewi, ha preso il via della Vuelta e alla quarta tappa ha conquistato il successo più importante della carriera, venti giorni dopo aver vinto per la prima volta nel World Tour, al Giro di Polonia.
Foto copertina: Poci's Pix
La prima vittoria di Cristina Tonetti
Sarebbe stato meglio rompersi un braccio, dice Cristina Tonetti. Perché le cicliste sono abituate a queste cose e perché le fratture, oltre a sentirsi, si vedono. Invece, ad inizio primavera, la diagnosi, per Cristina Tonetti, è stata di pericardite. Si tratta di un'infiammazione della "fascia" più esterna che riveste il cuore: è un virus a causarla. E quando ci si ammala, come quando ci si ferisce o ci si rompe, è necessario riposo, è necessario sospendere l'attività fisica. In questo caso, ancora di più visto che il cuore di un'atleta è una macchina instancabile che pulsa sempre a ritmi alti. Allora bisogna fermarsi, permettergli di rallentare e rallentare a propria volta, solo che il cuore è dentro e non si vede.
Ci si può fermare, ci si vede fermare, soprattutto se, come nel caso di Tonetti, quella diagnosi giunge a seguito di mesi in cui il corpo era invaso da una stanchezza anomala e da troppe domande sul perché. Ci si ferma ma non si sa quel che accade al pericardio. Serve tempo e servono esami specifici. Ci si ferma e si ha paura perché è sufficiente uno sforzo in più per rovinare tutto, per, magari, provocare una ricaduta e le ricadute, in una pericardite, sono ancora più gravi, più pesanti. La sensazione è stata per mesi quella di trovarsi in un vicolo cieco, un tunnel lunghissimo, senza vedere una luce e senza capire quando sarebbe finita.
«Quando ti dicono che non puoi più fare sport per un tempo indeterminato e nella tua vita, sin dai tempi della scuola, hai messo al centro lo sport, quasi dandogli l'incarico di sostenere te e tutto il resto, ti ritrovi nel vuoto e, se non cambi prospettiva, ti perdi definitivamente. Io avevo fatto così e per non perdermi ho dovuto affidarmi a quel che potevo controllare: i vecchi desideri, ad esempio. Ho sempre voluto studiare e proseguire all'università, dopo il liceo scientifico, mi ero anche iscritta alla facoltà di Biotecnologie alla Bicocca di Milano ma non era compatibile con il mio lavoro ed ho dovuto rinunciare. Ora ho ripreso il percorso, in Scienze Motorie. Certo, devo frequentare l'università online, invece l'ambiente universitario andrebbe vissuto di persona. Non è stato l'ottimo, ma è stato il buono per restare a galla. A galla mi hanno tenuta anche quelle pizze in più, al tavolo con gli amici. Gli stessi che questa carriera mi ha impedito di vivere come si vivono gli amici alla mia età, divertendosi, facendo tardi la sera. Sia chiaro: la mia carriera è quanto di più importante ho, ma non è tutta la vita e, forse, questo io dovevo capirlo». Un mese circa senza toccare la bicicletta, poi i primi giri, ma ad un'andatura tale che non si poteva nemmeno definire allenamento, solo far girare le gambe per metterci qualche chilometro.
Il problema è che, in quella lentezza, i pensieri, se possibile, si facevano anche più grandi per una come Tonetti che ha nel sangue la competitività. Ha iniziato ad ascoltare podcast, di ogni tipo, su ogni argomento, anche rispetto alla psicologia, di cui, comunque, legge, per passione. C'è un attimo di silenzio nelle sue parole, veloci come un mulinello, come quelle di chi ha molto da dire, e poi la voce di chi decide di dire qualcosa di importante: «Faccio un nome: Elisabetta Borgia, psicologa clinica e dello sport. Ho intrapreso da tempo un percorso con lei e credo sia giusto raccontarlo, soprattutto, vorrei dire, nel nostro mondo, il ciclismo, dove c'è l'idea dell'eroe, dell'eroina, di donne e uomini forti e basta. Non siamo forti e basta, siamo anche fragili e abbiamo bisogno di chi ci ascolta, di parlare. Credo sia importante dirlo, raccontarlo, perché spesso si nasconde, perché alcune volte sembra che lo sport non sia ancora pronto e la retorica dei cavalieri senza macchia e senza paura è molto insistente».
È stato difficile rinunciare al Tour de France, ma era l'unica possibilità per sperare davvero di tornare e non allungare i tempi. Il rientro è avvenuto in Belgio, a giugno, ed è stato anche meglio di quanto si aspettasse, perché tornare in gruppo dopo tanto tempo è sempre difficile, come sentire le altre biciclette che sfiorano la propria. Il 15 agosto, il giorno del Grote Prijs Yvonne Reynders, Cristina Tonetti non stava male e neppure benissimo, tuttavia non capita quasi mai di incontrare il giorno perfetto: «Sai il punto? Noi atlete siamo bravissime a focalizzarci sui dettagli, magari su una ripetuta da quattro minuti anziché da cinque, poi, però, rischiamo di perdere il focus sul traguardo principale, magari perché non ci sembra la giornata giusta. Facciamo un sacco di ore di allenamento, di sacrifici e la ricompensa è spesso solo un sogno. Dovremmo cogliere ogni possibilità, questo lavoro è così e lo si capisce bene quando si è privati della possibilità di farlo».
La fuga decisiva è partita ai dieci dall'arrivo, Tonetti non era in quella fuga, ma vi è rientrata grazie ad un contrattacco. Poi ha forzato la mano, perché in volata avrebbe anche potuto perdere e lei voleva vincere a tutti i costi. Così è successo e vincere quel giorno era particolarmente importante, per tanti motivi, troppi: «Non poteva che essere per mio papà. Sono due anni che volevo dedicargli un successo. Ci ho messo tempo, ma ci sono riuscita. Se sono ciò che sono lo devo in primis a lui, oltre che a tutte le persone che mi amano e mi hanno amata indiscriminatamente. Lui era un ciclista, il ciclismo l'ho imparato da lui, l'ho cercato e voluto grazie a lui». Fino a qualche anno fa, i dietro macchina Cristina li faceva proprio con lui, ora c'è Gabriella ad accompagnarla, sua mamma, e lei scherza: «Non ho detto niente perché comunque devo ringraziare mamma per tutto quello che fa per me. Però, la sincerità paga sempre, quindi, se devo essere sincera: che disastro! Papà aveva la sensibilità di rallentare quando ero al gancio, oppure all'uscita da una curva, in una rotonda. Gabriella non è stata ciclista e questo le manca. No, no, non è proprio cosa per lei aiutarmi con i dietro macchina. Eppure, chissà perché, ho la sensazione che succederà ancora». Una risata, di quelle sentite, e poi si torna alla bicicletta. Ora che tutto è passato si corre e ci si diverte tanto, ancora di più, perché ci si ricorda di quando questa normalità era impossibile
10 corridori da seguire a La Vuelta 2025
Parte oggi, dall’Italia, l’edizione numero 80 della Vuelta e per questo motivo voglio dare un po' di nomi, una decina, scremati dal gruppo: tra chi si deve riscoprire e chi scoprire fino a che punto potrà arrivare a certi livelli, chi proverà a fare classifica, chi a vincere una tappa, chi magari insegue la prima vittoria tra i professionisti o un contratto per il 2026.
FILIPPO GANNA 🇮🇹 (INEOS-Grenadiers)
Stagione contraddistinta da alcuni bassi, dopo un'ottima primavera, per uno dei corridori più rappresentativi del ciclismo italiano che sulle strade della Vuelta prova a salvare il finale del 2025 dopo aver vinto due crono (Tirreno e campionato nazionale) e conquistato podio alla Sanremo, top ten al Fiandre (8°) e 13° posto alla Roubaix. Insomma un’annata che per qualcuno potrebbe essere la migliore della carriera, ma a lui lascia l’amaro in bocca complice anche un Tour de France durato pochissimi chilometri a causa di una caduta. Qui in Spagna per provare a vincere una tappa (non per forza la cronometro della terza settimana, per altro adattissima alle sue caratteristiche) e aiutare Bernal ad avvicinare il podio.
FINN FISHER-BLACK 🇳🇿 (Red Bull-BORA-hansgrohe)
Spazio in squadra, almeno sulla carta, chiuso per l’ancora (abbastanza) giovane neozelandese. Il classe 2001 di Benenden, corridore bravo ovunque, ma eccellente in nessuna specialità, insegue ancora quel successo di peso che gli dia uno status differente all’interno del gruppo. Passato con grandi credenziali, ha vestito le maglie delle squadre più forti del gruppo (Visma, a livello di squadra sviluppo, e UAE), ma per vari motivi, fra cui anche un grave incidente in corsa nel 2022, non ha mai potuto esprimere a fondo le sue qualità. Che sono da corridore da classifica, ma anche da cacciatore di tappe e, vista la sua esplosività, gli arrivi a suo favore in questa Vuelta non mancheranno.
JUNIOR LECERF 🇧🇪 (Soudal-Quick Step)
Il giovane scalatore belga lo scorso anno alla Vuelta ha lavorato molto per il capitano (Landa), sfiorando anche un successo di tappa, in fuga. È in grande condizione, arriva dalla vittoria al Giro della Cechia e stavolta, pur essendo schierato di fianco a Landa, per i problemi fisici avuti dal corridore basco, ha la possibilità di giocarsi le sue carte e magari iniziare a tenere duro e vedere se in futuro potrà ambire ai piani medi/alti di una classifica generale delle corse a tappe di tre settimane.
LUCA VERGALLITO 🇮🇹 (Alpecin-Deceuninck)
Avrebbe dovuto fare il suo esordio al Giro, ma per un problema fisico, “Il Bandito” è stato dirottato a La Vuelta dove lo scorso anno andò spesso in fuga nella tappe di montagna. In stagione è stato il miglior italiano in classifica alla Volta ao Algarve (15°) e alla Parigi Nizza (22°), chiudendo anche i Paesi Baschi nelle prime venti posizioni (16°) dimostrando sì una certa regolarità, ma anche come qualcosa gli manchi per poter eccellere a livello assoluto. Cerca un ulteriore salto di qualità tra l’Italia e la Spagna che significa inseguire una tappa di montagna e al tempo stesso magari tenere duro per chiudere in classifica con un piazzamento a ridosso dei 15. Per usare un gergo a lui tanto caro: planare.
FABIO CHRISTEN 🇨🇭 (Q36.5 Pro Cycling Team)
Più di qualcuno, ironicamente, lo definisce il Christen forte. Il fratello maggiore di Jan, qui assente, non avrà le qualità in termini assoluti che contraddistinguono il portacolori dell’UAE, ma è veloce, resistente e continuo. Al suo esordio in una grande corsa a tappe, ha tutto per poter provare a lasciare il segno. Anche il via libera di una squadra che, concentrata su Pidcock (ma anche su De La Cruz e Dowson) per la classifica, ha nel giovane svizzero un’arma interessante per diversi arrivi vallonati, sin dai primi giorni.
SANTIAGO BUITRAGO 🇨🇴 (Team Bahrain Victorious)
La stagione di Santiago Buitrago è la fotografia di una Bahrain che quest’anno tra cadute, malanni e controprestazioni vive una stagione abbastanza disgraziata e nelle ultime ore ha visto anche la sfortuna accanirsi pesantemente su Damiano Caruso che non potrà prendere parte alla corsa a seguito di una caduta dopo la presentazione delle squadre. Buitrago era partito bene in stagione vincendo subito la Vuelta Valenciana, ma dopo il ritiro alla Parigi-Nizza non è mai stato lo stesso e al Tour de France è stato in difficoltà praticamente ogni giorno e su ogni salita, trovando la giornata buona sul Mont Ventoux dove è arrivato a giocarsi la vittoria di tappa chiudendo terzo. In Spagna sarà la spalla di Tiberi, ma con licenza, dovesse trovare la condizione giusta, sia di fare la sua classifica, sia di provare a vincere qualche tappa di montagna e magari pure lottare per la maglia dei gran premi della montagna.
THOMAS SILVA 🇺🇾 (Caja Rural)
L’uruguaiano è uno dei tanti nomi della Caja Rural che proveranno a mettersi in evidenza nella corsa spagnola. Esplosivo, resistente anche su salite di media lunghezza, Silva è un corridore che potrebbe diventare un abitudinario delle top ten di molte tappe di questa Vuelta. Occhio a lui negli arrivi a ranghi ristretti e che tirano all’insù, ma attenzione anche a portarselo in fuga: brutto cliente.
SERGIO CHUMIL 🇬🇹 (Burgos Burpellet BH)
Dall’Uruguay al Guatemala, dalla Caja Rural alla Burgos BH, da un corridore feticcio di molti a un altro: ecco Sergio Chumil, scalatore guatemalteco che in stagione si è preso anche il lusso di battere, in una tappa del O Gran Camino, Derek Gee. Non mi stupirei di vederlo in fuga in quasi tutte le tappe di montagna seppure una corsa di questo livello non l’ha mai corsa: sarà un mondo per lui tutto da scoprire. In casa Burgos interessante seguire anche cosa potrà fare Eric Fagundez, altro corridore che arriva dall’Uruguay con caratteristiche simili a quella di Thomas Silva.
ALESSANDRO VERRE 🇮🇹 (Arkéa B&B Hotel)
Alla ricerca di un contratto per la prossima stagione, di una sua dimensione, della prima vittoria in carriera tra i professionisti: di Alessandro Verre in questi tre anni nella massima categoria resta quasi soltanto, fino a ora, un grande finale di Giro che lo ha visto persino chiudere al secondo posto la tappa del Colle delle finestre, battuto soltanto da Chris Harper. Pensavo fosse la svolta a un inizio carriera difficile tra i grandi, ma dopo quelle ultime giornate di lusso sulle strade italiane non c’è stato mai alcun segnale. Nonostante l'anonimato, la sua squadra ha grande fiducia nello scalatore di origini lucane e lo porta alla Vuelta convinta che potrebbe finalmente sbloccare lo zero in casella alla voce vittorie.
PABLO CASTRILLO 🇪🇸 (Movistar Team)
Uomo copertina di questo pezzo, Pablo Castrillo è stata l'autentica rivelazione della Vuelta 2024 quando, in maglia Kern Pharma, vinse due tappe di montagna in fuga, la seconda delle quali sul Cuitu Negru dando prova di grande forza e battendo due come Vlasov e Sivakov e diventando uno degli idoli del tifo spagnolo. La stagione al piano superiore di Castrillo è iniziata bene, ma sembrava arenarsi al Tour dove ha lavorato molto per i suoi compagni di squadra, anche nelle fughe, non riuscendo praticamente mai a giocarsi un successo in prima persona, dando la sensazione di essere parecchio stanco. Qui in Spagna la Movistar dovrà fare a meno di Mas e allora si concentrerà del tutto sulle tappe: in Montagna con Castrillo (Romo e Cepeda) e negli sprint su Aular o eventualmente sul mitico Garcia Cortina.
Guida al Tour de l'Avenir 2025
Questo fine settimana, tra poche ore, sabato 23, partiranno, più o meno contemporaneamente, Vuelta a España (La Vuelta), dall’Italia, Tour de l’Avenir… dalla Francia. Se a La Vuelta saranno diversi i corridori di prima linea assenti, di certo non una novità, con un calendario così e tanti impegni non sarebbe stato possibile nemmeno immaginare di vedere tutto il meglio del loro meglio al via (ma sarà una corsa attesa: Vingegaard, il favorito, sfiderà Ayuso e Almeida, nuovamente Visma contro UAE; l’Italia porta un quintetto base che da tanto non vedevamo così competitivo per fare classifica generale al di fuori di una gara italiana: Caruso, Ciccone, Fortunato, Pellizzari, Tiberi, in ordine alfabetico; una corsa spettacolare, seppure il percorso urli vendetta con i suoi undici arrivi in salita, molti dei quali caratterizzati dalle così dette unipuerto, ma è inutile arrovellarci il gulliver: questo, ormai, è il grottesco marchio di fabbrica della corsa spagnola), insomma se in Spagna va così, in Francia vedremo al via davvero il meglio (e quel che resta sta correndo il West Bohemia Tour dove c'è una startlist niente male). che la categoria può offrire, comprendendo anche, ahimè, perché non amo particolarmente un regolamento che ancora lo permette, corridori che già militano nel World Tour, alcuni dei quali hanno già lasciato il segno nella massima categoria. La corsa, da esclusivo trampolino di lancio, si trasforma, tout-court, in una specie di mini mondiale a tappe per gli Under 23, con quel fascino esclusivo di vederli correre difendendo i colori della propria nazionale e non con la maglia dei club di appartenenza. Similitudini: anche in Francia non brillano per capacità nel disegnare i tracciati, anche se, vedremo a fine articolo, di fantasia ne hanno parecchia.
I FAVORITI - PRIMA FILA
Mi sono preso la briga di mettere tre corridori davanti a tutti come favoriti al successo finale, poi, come accade sovente nelle gare Under 23, figuriamoci se si tratta di una gare a tappe, ancora di più quando si corre con la maglia della nazionale e con “soli” 6 uomini per squadra - come sarebbe bello succedesse così anche tra i professionisti, eviteremmo corazzate imbattibili- le sorprese spuntano da ogni curva come maldestri tifosi in attesa con la macchina fotografica. Aggiungiamoci pure come il Tour de l’Avenir arrivi in pieno trimestre finale, momento in cui si mescolano o si incrociano, nella loro parabola, condizioni in crescita, in calo, ultimi ruggiti, voglia di riscatto, ricerca di contratto, adattamento di ogni genere, motivazioni.

Jarno Widar (Belgio), Jørgen Nordhagen (Norvegia) e Paul Seixas (Francia), non possono non rispondere a tutti i requisiti necessari per portare a casa la vittoria del Tour de l’Avenir 2025. Widar è stato il dominatore dell’ultimo biennio tra gli Under 23 in cui ha conquistato, tra le varie: Giro (‘24), Valle d’Aosta (‘24 e ‘25), Alpes Isère (‘25), Ronde de l’Isard (‘25) e Liegi (‘25). Gli resta, prima di passare professionista ufficialmente tra pochi mesi, proprio la vittoria nella prestigiosa gara francese, “bucata” nella passata stagione dopo essere saltato il penultimo giorno per via delle «troppe gare disputate negli ultimi mesi» disse, senza peli sulla lingua e in aperta polemica con la sua squadra, la Lotto, rea di averlo gestito male. «Mi fanno correre troppo, ho bisogno di meno giorni di gara e più allenamenti, sono arrivato qui in Francia devastato e lo si vede dai risultati», sottolineò alla fine di quella tappa. Anche quest’anno Widar ha corso molto, ma, dopo aver perso il Giro per una caduta ed essersi rifatto al Valle d’Aosta, vorrebbe chiudere la sua esperienza nella categoria cercando di conquistare l’ultima corsa a tappe, prima di puntare al Mondiale e poi eventualmente anche all’Europeo per poi concentrarsi del tutto sul professionismo, dove, visti i numeri mostrati, sarebbe già corridore competitivo per le top ten, intanto nelle brevi corse a tappe o nelle gare di un giorno più impegnative, a patto, però, di imparare a guidare bene la bici in gruppo. Widar, infatti, ha sempre ammesso di essere un po’ limitato tecnicamente, ma non solo, di andare in difficoltà nella guida in discesa. Spaventato dal muoversi nella pancia del gruppo lo troviamo spesso e volentieri o davanti, scortato dai suoi compagni di squadra, oppure in coda al gruppo. Su questo aspetto c’è da lavorare moltissimo e, proprio per questo motivo, nel 2025 ha scelto di fare ancora un po' di pratica tra gli Under 23 evitando il salto diretto nella massima categoria. Squadra molto solida in salita, tutta per lui e non potrebbe essere altrimenti, parliamo di uno dei più forti talenti in circolazione della sua e non solo, annata: Tim Rex, Jasper Schoofs, Kamiel Eeman, Jente Michels e Aaron Dockx potrebbero tranquillamente essere capitani in quasi tutte le altre nazionali.

Nordhagen ha il dente avvelenato perché al Giro era probabilmente il più forte in salita, al netto del ritiro di Widar, ma la sua squadra ha buttato via podio (chiuderà 4°) e maglia rosa, nella tappa di Gavi, lasciando andare via una fuga con dentro due corridori che lo precederanno in classifica finale. Ha il motore per provare a vincere, molto meno l’acume tattico, nonostante una stagione a fare esperienza nel World Tour. La squadra sarà tutta per lui o quasi, con Eivind Fougner e Storm Ingebrigtsen che hanno tanta qualità da mettere in strada. Ingebrigtsen ha già vinto tra i professionisti, di recente, con un colpo di grande qualità e vorrà provare a ripetersi anche qui inseguendo un successo parziale. Nota cabalistica a favore di Nordhagen, nelle ultime cinque edizioni la Norvegia ha conquistato due volte la corsa (2019 Foss, 2021 Tobias Halland Johannessen), ha un podio (2023 Staune Mittet) e due top ten (2023 Svestad Bardseng 8°, Johannes Kulset 9°). Insomma, un certo feeling tra Norvegia e Francia esiste.

Il terzo della lista è quello che sognare i francesi fa, non tanto per il “Tour dei giovani” dove arriva tra i favoriti - ma purtroppo per loro anche a seguito di un malanno che lo ha costretto a fermarsi prima del Tour de l’Ain - quanto per il futuro. Tutti lo hanno già etichettato come colui che finalmente sfaterà il tabù della vittoria nel Tour de France maschile dei grandi. Nulla di nuovo sotto il solleone transalpino, direte voi: quanti sono stati triturati mediaticamente correndo con questo fardello? Gli ultimi esempi: Rolland, Pinot, Bardet e Gaudu. Forse me ne sfugge qualcun altro. Ad altri hanno anche provato a far cambiare i connotati pur di vederli arrivare in giallo a Parigi (Alaphilippe). Però, capiamo il problema: resta uno dei misteri più inviolabili della storia dello sport. Quarant’anni senza successo finale francese in terra di Francia. Certo che, a differenza dei sopracitati, tutti grandi corridori, sia chiaro, Seixas, pare davvero "colui che...". Non tanto per il fascino che esercita in noi ciò che ancora dobbiamo conoscerlo bene, non tanto perché il suo arrivo pare segnato dalle sacre scritture e viene preceduto dalla sua fama, quanto perché lo dimostrano il suo valore, le sue qualità, i suoi risultati. Forte a cronometro e in salita, ha già dato sfoggio di ciò che è al primo anno tra i professionisti pur essendo tra i più giovani in assoluto in gruppo (e lo sarà anche al via della corsa: è il terzo più giovane, solo Iwagara e Finn sono nati dopo di lui). Appare solido, continuo, quadrato, ma ciò non basta, sia chiaro. Dovrà resistere alle pressioni e le attese che in Francia (ma non solo) già ci sono da un paio di stagioni e che crescono continuamente: di recente la sua squadra, la Decathlon, che lo ha fatto passare professionista in anticipo per toglierlo dalle grinfie della UAE (che in Seixas ha visto colui che fermerà il fenomeno Pogačar), lo ha usato come testimonial dell’insediamento del nuovo sponsor (CMA CGM), specificando come il progetto ruoterà attorno a lui e alla sua possibilità di vincere il Tour de France. Intanto, anche se la politica dei piccoli passi non ha trovato riparo dalle parti di Seixas, anzi, pare davvero sgradita ai più, iniziamo dal Tour de l’Avenir: ha pur sempre solo 19 anni (da compiere!). Squadra di alto livello a fianco del nato nel settembre 2006 a Lione: Maxime Decomble è un passista scalatore che metterà da parte le ambizioni personali per il proprio capitano, così come Ugo Fabries, campione nazionale di categoria e Pierre-Henry Basset, i due si difendono in salita e quest’ultimo è anche veloce,. Occhio che tutti e tre potrebbero fare classifica. Antoine L’Hote va anche all’inseguimento di tappe, classico puncheur francese che si è messo già in luce tra i professionisti, sempre con la maglia della Decathlon, veloce, esplosivo, resistente, mentre Victor Loulergue è forse il meno conosciuto, ma è molto interessante per il futuro come cacciatore di tappe impegnative.
SECONDA FILA
Inserisco Jakob Omrzel, e non me ne voglia nessuno, in seconda fila, più che per demeriti suoi, per la qualità degli avversari. Lo sloveno, corridore molto completo, quest’anno ha vinto il Giro grazie anche a una mossa tattica di grande prestigio concretizzata da lui e dalla sua guida tecnica in Bahrain, nella tappa di Gavi al Next Gen, difendendosi poi nella seconda parte di corsa dagli attacchi di Nordhagen e compagnia. Di recente ha vinto pure a Capodarco, lasciapassare per una carriera di grande livello. Non me lo aspetto alla conquista de L’Avenir, ma in zona podio sì - c’è da dire che non mi aspettavo, in nessun modo, nemmeno la sua vittoria al Giro. Squadra quasi tutta per lui, ma con licenza di prendersi giornate personali di gloria soprattutto con Jaka Marolt, Erazem Valjavec e Anze Ravbar.

Pablo Torres, capitano insieme a Pau Marti e Adrià Pericas di una Spagna di alto livello, non viene da una grande stagione, tutt’altro, passata tra malanni e anche una bruttissima caduta al Giro di Ungheria. Lo scorso anno vinse due tappe e chiuse secondo nella classifica generale, facendo segnare un incredibile record di scalata sul Colle delle Finestre: migliorarsi, ma anche solo ripetersi sul podio, sarà complesso. Suo compagno di squadra anche nel club è Pericas (Torres corre già nella squadra WT e Pericas con il team di sviluppo) che in salita ha un buon motore, si difende a cronometro (e saranno ben due), ma soprattutto pare corridore molto regolare. Pau Martì è completo, veloce, resistente ed è anche uno dei più esperti al via. Visto il livello della corsa è difficile fare alta classifica, ma potrebbe puntare a qualche tappa. Reduce dal Giro di Portogallo dei professionisti, dove ha conquistato una frazione e vestito la maglia di leader per qualche giorno, vediamo anche quante energie avrà ancora nelle gambe.
OUTSIDER

Guidano il gruppo degli outsider due italiani: Lorenzo Finn e Filippo Turconi. L’Italia, nelle ultime stagioni, è una delle squadre in assoluto più vincenti della corsa, a livello di tappe, e vuole ripetersi anche in questa edizione. Come un Demiurgo, Marino Amadori riesce a dare ai suoi sestetti sempre forme di corridori motivati, affiatati, vincenti. Finn è la carta per la classifica, anche alta classifica, seppure la sua prima stagione è stata condizionata da alti e bassi per malanni e cadute. Come talento non ha nulla da invidiare ai favoriti assoluti, ma ha ancora margini che non è detto riesca a colmare già all’Avenir. Turconi è uno dei due, tre migliori Under 23 in Italia del 2025, ha sorpreso al Giro, 5° posto finale, qui sarà più complicato fare alta classifica, ma puntare a una tappa non è missione proibitiva. Così come non lo è per Alessandro Borgo, campione nazionale, che insieme a Davide Donati tirerà in pianura, ma essendo entrambi veloci, esplosivi e resistenti avranno diverse tappe su cui puntare. Simone Gualdi è ormai esperto, seppure giovanissimo, ma lo si è visto correre con profitto, soprattutto a inizio stagione, tra i professionisti. Sarà una carta di riserva per l’alta classifica, visto soprattutto la sua capacità di andare forte su tutti i terreni e di essere sempre molto continuo e regolare. Infine Pietro Mattio che, prima di passare (meritatamente) nel World Tour in maglia Visma, vuole provare a lasciare il segno al Tour de l’Avenir, soprattutto come uomo squadra, ruolo che gli si addice perfettamente e sul quale potrà costruire una grande carriera.
Occhio, infine, a Luke Tuckwell (Australia), arrivato a pochi chilometri dalla conquista del Giro Next Gen, chiuso al secondo posto, a Mateo Ramirez, ecuadoriano della UAE Gen Z, tra le possibili sorprese della corsa e secondo di recente al Val d’Aosta, corridore dal grande avvenire in salita (e a Pavel Novak (Repubblica Ceca), anche lui sul podio al Giro, con vittoria di tappa a Prato Nevoso e poi piazzato a Capodarco pochi giorni dopo una vittoria di peso nella Bassano-Monte Grappa dove ha potuto esaltare le sue caratteristiche da scalatore puro. Il suo nome passa sempre un po’ sotto traccia, ma è uno dei corridori più forti in salita tra gli Under 23). All'ultimo momento Pavel Novak è stato escluso per problemi fisici dalla corsa francese, ma al via nella repubblica Ceca è presente Matyáš Kopecký, corridore che sta brillando tra i professionisti e che potrebbe conquistare una o più tappe a questo Tour de l'Avenir.
ALTRI NOMI DA SEGUIRE

Simon Dalby ormai è un grande classico della categoria che non passa mai di moda nelle corse impegnative. A me che scrivo e seguo pare siano vent’anni che parlo di lui tra gli Under 23. Punta a una zona di comfort in top ten. La Danimarca, come spesso accade all’Avenir, sarà una delle squadre che animerà maggiormente le prime tappe e lo farà con corridori dal grande futuro e già in orbita squadroni World Tour: ci sono Patrick Boje Frydkjær (Lidl-Trek Future Racing), quest’anno secondo in una tappa al Giro e alla Gent-Wevelgem, Peter Øxenberg (dal 2026 ufficialmente in maglia Ineos), ancora da capire bene che tipo di corridore potrà diventare, chissà, forse tra i classicomani più interessanti del futuro, Tobias Svarre, veloce e resistente anche in salita, che dopo la più classica trafila danese tra Carl Ras Roskilde Junior e Team ColoQuick, passerà nel 2026 con la Uno X, dove già milita con profitto Carl-Fredrik Bevort, grande passista, già facente parte del quartetto danese della pista (4° ai Giochi e 1° al Mondiale), ma su strada, anche di recente, ha mostrato grande attitudine come supporto ai capitani e pure all’inseguimento di risultati personali. Occhio a lui per la prima maglia gialla nel prologo di apertura.
Jaider Muñoz e Juan Felipe Rodriguez saranno i due uomini di classifica di una Colombia sempre più in difficoltà a esprimere grandi talenti come accaduto in maniera entusiasmante negli ultimi vent’anni, mentre la Gran Bretagna, vincitrice uscente grazie a Joe Blackmore, ha una squadra completa per tutti i terreni, anche se non di altissimo livello rispetto ad altra annate. I corridori proposti sono Callum Thornley per la classifica, Noah Hobbs per le volate di gruppo compatto, se ne arriveranno, Tomos Pattinson per quelle in arrivi più selettivi - ma potrebbe dire la sua anche nel prologo - un po’ come Elliott Rowe e Jacob Bush che potrebbero provare a inserirsi in qualche fuga.
Marvin Peters guida una nazionale neerlandese povera di talento, e che punta quindi, a sorprendere, Cole Kessler è il capitano degli Stati Uniti, occhio a lui nelle fughe, Arno Wallenborn e Mathieu Kockelmann sono i due fari del Lussemburgo, il primo proverà a fare anche classifica, ma inseguiranno perlopiù un successo di tappa in fuga; Daniel Lima e Goncalo Tavares guidano il Portogallo e proveranno a fare una buona classifica, così come Robin Donzè per una Svizzera che porta anche Ilian Barhoumi, tra i favoriti per il prologo di Tignes. Marco Schrettl e Sebastian Putz inseguono una vittoria di tappa per l’Austria e poco più, Teo De Luca, personale feticcio, è il capitano della Svezia, cerca un contratto per il 2026, magari in una buona Continental, Paul Fietzke e Louis Leidert guidano la Germania e puntano a una vittoria di tappa, Leidert magari già nella crono d’apertura, mentre Fietzke potrebbe misurare le sue qualità in ottica classifica generale; Cesar Macias, Messico, è tra i più veloci al via, mentre Genji Iwamura, Giappone, di recente scelto dalla Solution Tech come stagista, corridore interessante, giovanissimo (il più giovane al via), ma ancora tutto da scoprire.
Infine Irlanda e Polonia, due squadre molto interessanti. L’Irlanda punta su Jamie Meehan, che dall’anno prossimo correrà in Cofidis con la quale ha già disputato alcune corse da stagista in queste settimane, farà classifica, ma proverà anche a vincere una tappa; c’è Liam O’Brien, della Lidl Trek Future Racing, anche lui lo vedremo tenere duro per un posto tra le prime dieci, quindici posizioni, Adam Rafferty, tra i possibili favoriti nella crono iniziale, ma occhio a lui se dovesse entrare in una fuga, come al Giro, dove vinse una tappa, così come Seth Dunwoody, vincitore anche lui di una frazione al recente Giro dei giovani, molto veloce, da tenere d’occhio nel prologo, ma anche resistente in salite non troppo lunghe, cliente sgradito per tutti su ogni terreno. La Polonia ha in Filip Gruszczynski l’uomo per la classifica, ma occhio anche a in tal senso a Mateusz Gajdulewicz, mentre Patryk Goszczurny punta a una tappa tra quelle più vallonate così come Dawid Lewandowski, il quale è molto veloce. Talenti così interessanti, dalle parti della Polonia, non si vedevano dalla seconda stagione di The Wire.
PERCORSO
I tracciati dell'Avenir lasciano sempre qualcosa, per esempio un post-it sulla scrivania con scritto: "chiamare lo psicologo". Guardando il percorso 2025 non capisco se sono io il pazzo in contromano in autostrada o se c'è che non va in quel finale.
La corsa, come spesso accade è divisa in due parti: nella prima spazio a volate e fughe, gli ultimi giorni si sale e si fa la classifica. Primo giorno un prologo brevissimo, 3 km e sui generis, in salita. 247 metri di dislivello in tremila metri a Tignes.
Dalla prima alla quarta tappa occasioni per puncheur, colpi di mano e volate più o meno compatte. Soprattutto la prima tappa, segnalata come “flat”, pianeggiante, nella guida alla corsa, propone un finale adattissimo a chi volesse provare a portare via un’azione buona, con gli ultimi quaranta chilometri caratterizzati da una lunga salita (poco più che un falsopiano) e uno zampellotto a pochi chilometri dal traguardo.
Le frazioni decisive per la classifica saranno, però, le ultime tre, che si correranno nei due giorni finali. Giovedì, 121 km senza un metro di pianura, da Saint Gervais Mont Blanc ai 2100 metri di Tignes, dopo aver affrontato in precedenza Col de Saisies e Cormet de Roselend, il giorno dopo, invece, il pastrocchio con le due semitappe che chiuderanno la corsa. In mattinata “tappa” di montagna di 41 km (roba da non crederci!) con uno dei disegni più bizzarri di sempre. Km 0 ai piedi del duro Colle San Carlo (10 km al 10% di media) dopo una fase di trasferimento che vedrà i corridori affrontare il Col du Petit Saint Bernard prima in salita e poi in discesa e finale che vedrà i corridori nuovamente affrontare, ma stavolta in corsa, il Col du Petit Saint Bernard dal versante affrontato in dicesa, prima del finale verso La Rosière. Tappa palindroma. Nel pomeriggio la cronoscalata finale di 10 km sempre con arrivo, nuovamente, a La Rosière.
Foto copertina da: https://tourdelavenir.com/
Verso il Tour de France Femmes: a tutta Elisa Longo Borghini
Sono da poco passate le 18:30, quando componiamo il numero di telefono di Elisa Longo Borghini. Solo qualche istante prima, un messaggio: «Chiama quando vuoi, ci sono». I nostri bagagli sono disfatti e riposti perché per qualche tempo non ripartiremo, le sue valigie, invece, stanno per riempirsi nuovamente. Si parte mercoledì per il Tour de France Femmes. É stata una lunga giornata di interviste e video call per la campionessa di Ornavasso, la nostra è giunta all'ultimo e credevamo di doverla rimandare al suo arrivo in Francia. Invece, Elisa da Ornavasso ha fatto come sul Monte Nerone, al Giro d'Italia Women, ha anticipato i tempi e ci siamo ritrovati in testa, alla sua ruota: «I giorni prima di una gara a tappe sono sempre frenetici, tra i massaggi e tutte le operazioni preliminari. Parliamo con calma, parliamo adesso». Parliamo, parliamo e iniziamo riavvolgendo il nastro di tante cose che, in corsa, ci eravamo detti a metà oppure che proprio non avevamo avuto modo di dirci perché la strada aspettava il gruppo e non c'era tempo.
MA COSA SIAMO QUA A FARE?
«Partiamo da molto lontano: noi siamo cicliste e una ciclista vuole andare forte, vuole vedere i numeri, i tempi e avere belle sensazioni. Quando, però, si pianifica qualcosa, è necessario un periodo di scarico per avere poi la possibilità di tornare a caricare, a fare allenamenti duri e a mettere in cascina quella preparazione che servirà per raggiungere il traguardo, o almeno per provarci. A Burgos, ero arrivata dopo una settimana in cui non avevo quasi toccato la bicicletta, ero anche stata malaticcia. Non voglio dire che quella trasferta fosse andata male, ma non era nemmeno andata come avrei voluto. Sono approdata al San Pellegrino in Alpe, in ritiro per il Giro d'Italia Women, sentendo che mi mancava qualcosa. Non mi piace girarci attorno: mi mancavano dei watt. Sono una persona precisa: mi chiedo molto e non mi perdono quasi nulla. Quei watt in meno, giorno dopo giorno, avevano sempre un peso maggiore».
Paolo Slongo, il preparatore di Longo Borghini, è con lei in quel periodo. Arriva il momento di un test, quello del lattato. I risultati non piacciono per nulla a Elisa Longo Borghini che perde le staffe, sbotta: «Ma cosa siamo qua a fare?". Dice solo questo, prende e se ne va. A tavola non guarda nemmeno negli occhi Slongo, non lo saluta al termine del pranzo, va in camera, chiude la porta e attende l'uscita del pomeriggio. «Ero arrabbiata, ero molto arrabbiata e il destinatario di quella rabbia era proprio Paolo Slongo: non so far finta di niente e non ho fatto finta di niente. Paolo parla poco, quasi quanto me, ma nota ogni particolare e quel giorno aveva capito benissimo cosa stava succedendo, anche perché non avevo fatto nulla per nasconderlo. Pochi minuti e qualcuno ha bussato alla mia porta». Era proprio Paolo Slongo.
«Paolo, mi spieghi cosa stiamo facendo? Cosa parto a fare per il Giro se non vado avanti nemmeno con le spinte?»
«Si tratta di un processo. Tu devi credere nel processo: quel che sta accadendo è normale. Fidati di me: io credo nel lavoro che stiamo facendo»
«Io, invece, no. Mi spiace dirtelo: salivo a piedi oggi. Tutta questa fatica non ha senso, non porta da nessuna parte. Il resto sono storie»
«Ascolta, te lo dico chiaramente: scommetto una mano. Anzi, mi taglio una mano se al Giro non farai una bella prestazione»
«La perdi la mano, non scommettere. Diventi Capitan Uncino, non ti conviene»
La mezza battuta, in realtà, ha il compito di sciogliere la tensione che si annida da troppo tempo in Elisa. In quel momento, riesce a lasciarsi andare, a piangere. Un pianto contenuto, ma un pianto. Slongo non la ferma: «Finalmente ti liberi. Non piangi mai, invece serve anche piangere. Ricordatelo. E ricordati pure la scommessa, perché non la rinnego". Ogni tanto, durante il Giro, quando le cose hanno iniziato a funzionare al meglio, Slongo si avvicinava a Longo Borghini e le mostrava la mano: «Guarda qui; la mano è ancora attaccata al mio polso e ci resterà». Così fino all'ultimo giorno, all'ultima sera, quella di domenica tredici luglio, mentre la squadra sta festeggiando la vittoria del Giro e Slongo e la moglie arrivano da Elisa con un regalo e un biglietto. «Ho aperto il pacchetto e letto il pensiero. C'era disegnata la mano di Paolo e la scritta: "Come vedi, me la sono tenuta". Sì, la mano di Slongo è ancora in suo possesso».
UN RISPETTO RELIGIOSO PER LA FATICA
Se dobbiamo pensare a una giornata in cui Elisa Longo Borghini non ci è sembrata quella di sempre, pensiamo al traguardo di Terre Roveresche. Quel pomeriggio avremmo voluto chiederle qualcosa dell'attacco sferrato a Reusser, ai meno dieci chilometri dal traguardo. Non l'abbiamo fatto vedendola delusa, pensierosa. Abbiamo rimandato la domanda: «Non era solo un'impressione: mi sentivo profondamente stupida in quegli istanti. Volevamo mandare all'attacco Silvia Persico per mettere pressione alla Movistar, in realtà sono state loro a mandare in fuga Liane Lippert ed a neutralizzare la corsa, di fatto. Ma c'era di più: ci era sfuggita Pauliena Rooijakkers. Il giorno prima avevamo fatto il diavolo a quattro per distanziarla, poi l'abbiamo lasciata andare per sbadataggine. La cosa più grave è che nemmeno io me ne ero accorta».
Longo Borghini smette di parlare qualche istante, deglutisce, poi riprende, cambiando tono: dopo i fatti, c'è la riflessione. «Sai il punto qual è? Ho un rispetto religioso per la fatica. In qualunque ambito, in qualunque mestiere. La conosco troppo bene per non comprenderla e rispettarla. Rispetto la mia, rispetto quella altrui e rispetto all'ennesima potenza quella che fa chi sta lavorando per me. L'unico modo che ho per ricompensare il lavoro altrui è portare a casa un risultato, fare qualcosa di buono: la mia responsabilità è, prima di tutto, questa. Avevo l'impressione di aver buttato via tutto il lavoro del giorno prima e non me lo perdonavo. In più, anche io ero scattata a vuoto e Marlen Reusser non mi aveva lasciato un centimetro. Una giornata inutile, ma nel ciclismo le giornate inutili pesano comunque sulle gambe. I quindici secondi della cronometro inaugurale li avevo calcolati. Mi davano fastidio gli abbuoni, perché sapevo che Marlen era più veloce di me ed a Trento si è visto. Non pensavo di rivincere il Giro, non era questa la questione. Sarei stata contenta del podio, ma buttare via il lavoro altrui mi spaventa, mi logora. Le sensazioni dopo una tappa così non me le aspettavo proprio. Ho chiesto scusa a tutti, alle mie compagne in primis».
Sarà una lunga serata ed un dialogo profondo tra Longo Borghini e Nicolas Marche, il direttore sportivo di UAE Adq. La convinzione finale? Non si è guadagnato nulla, ma nemmeno si è perso. E Rooijakkers pagherà la fatica della fuga.

SENTIVO CHE STAVA PER SUCCEDERE QUALCOSA DI STRANO, FORSE DI BELLO
«Quando faccio le cose ignoranti, mi sento bene. La mattina di Monte Nerone ridevo e scherzavo per dissacrare il momento. Ero concentrata, tesa, pensierosa, non preoccupata. Assomiglia a quando fai un esame all'università, se non sei preparata temi che ti venga chiesto proprio quello che non sai. Io avevo studiato anche i numeri delle pagine del libro, pure i trafiletti che tutti tralasciano, per cui non avevo nulla da temere. E, poi, non so perché, ma avvertivo che sarebbe successo qualcosa di strano, forse di bello, e di solito quando ho questa percezione ci azzecco. Non fosse successo, però, non sarebbe crollato il mondo. Dovremmo ricordarci più spesso che non decidiamo le sorti dell'universo, non salviamo vite, corriamo solo in bicicletta ed il mondo va avanti anche se i nostri piani non si realizzano». Elisa Longo Borghini parla del balletto improvvisato durante la nostra intervista a Silvia Persico, proprio quella mattinata, ma non solo di quello. Parla in generale di un modo di vedere la corsa ed il ciclismo. Crede che il suo ciclismo somigli alla giornata di Monselice, a quella foto con tutta la squadra davanti e le altre atlete ad inseguire, la più bella del Giro, a suo avviso, all'essere "gasate" al traguardo. Piuttosto che al momento in cui ha chiesto a Silvia Persico di mettersi a tirare, a venti chilometri dall'arrivo della tappa di Monte Nerone, e Persico l'ha fatto ancora prima che potesse finire la frase. Nella testa di Longo Borghini, in quegli ultimi chilometri, solo un pensiero, ripetuto come un mantra: «Voglio vincere, voglio vincere, voglio vincere». E poco dopo: «Voglio proprio vedere se mi vengono a riprendere». Non l'hanno ripresa ed il finale lo sappiamo tutti.

ABBIAMO "STALKERATO" I PINGUINI TATTICI NUCLEARI
Povero il manager dei Pinguini Tattici Nucleari, dice Elisa Longo Borghini. Non sa contare il numero di telefonate che avrà ricevuto da parte sua e della squadra, tuttavia sono state molte. Della promessa di assistere ad un loro concerto in caso di podio al Giro vi avevamo già detto, però ci sono delle novità. Non sono previsti a breve dei concerti dei Pinguini Tattici Nucleari e questo è un problema non da poco per mantenere fede alla promessa. «Ah, guarda, io non desisto di sicuro. Non credo che il loro manager si aspettasse tutte le telefonate che gli abbiamo fatto. Ho anche scritto ai Pinguini via social, ma al momento non mi hanno risposto. Abbiamo vagliato pure altre possibilità; un evento privato o, perché no, la possibilità di incontrarli nel backstage se dovessero partecipare ad un Festival o qualcosa di simile. Chissà, magari qualcosa si sbloccherà. Di sicuro, se siamo state capaci di arrivare al manager...» Interrompiamo Longo Borghini per una domanda.
«Quindi non era una battuta, li avete proprio cercati parecchie volte...»
«No, aspetta. Quello è un concetto sorpassato. Noi li abbiamo proprio stalkerati. Non confondiamo i piani. Bisogna essere precisi in queste cose. Dai, Pinguini, fateci due accordi».

LA DOPPIETTA DI GIRELLI IN AEROPORTO E UN RAMMARICO
Quando Nadia Battocletti, in un'intervista a L'Ultimo Uomo, ha menzionato Longo Borghini come una delle sportive a cui si ispira, la Campionessa italiana se ne è sentita orgogliosa. Conosce Battocletti, si sono incontrate ad alcune premiazioni.
Longo Borghini non ha grandi idoli nello sport, anzi non ne ha proprio. Però a Battocletti si ispira, ne segue il percorso, spera nelle sue vittorie e da ragazzina avrebbe voluto correre a piedi. L'orgoglio era duplice, perché accanto a lei, Battocletti aveva menzionato Sofia Goggia e Federica Brignone, due atlete che spera di poter vedere personalmente in azione alle Olimpiadi. Che apprezza attraverso le gesta e sa quanto stiano facendo per lo sport italiano. Altre sportive, invece, proprio non le conosce.
Elisa Longo Borghini era in aeroporto a Barcellona, al ritiro bagagli, quando Cristiana Girelli ha segnato la doppietta che ha permesso alla Nazionale Italiana femminile di approdare alla semifinale degli Europei di calcio. Confessa Longo Borghini di non aver mai seguito il calcio, neppure di averci giocato in cortile da ragazzina, altrettanto sinceramente rivela che, se non fosse stato per quel televisore in aeroporto, non l'avrebbe mai scoperto. Si è informata su quando si giocheranno le prossime partite, ha cercato la storia di Cristiana Girelli, l'ha letta e ce ne parla.
Si torna, pensando a questo episodio, ai giorni immediatamente successivi al Giro d'Italia Women e allo spazio che il Giro ha avuto, per esempio, nei telegiornali: «Non mi piace lamentarmi e non lo farò mai. Anzi, ribadisco il fatto che, a mio avviso, la direzione intrapresa nel racconto è quella giusta. Sono rammaricata? Sì, lo sono. Sarebbe stato giusto che si parlasse anche del Giro nei telegiornali? Credo di sì. Non parlo per me, perché la mia quotidianità non cambia. Penso, però, che dare spazio, il giusto spazio, anche al ciclismo femminile, potrebbe modificarla per diverse squadre più piccole che, non nascondiamoci, rischiano la chiusura. Se in un aeroporto non ci fosse Longo Borghini, ma qualcuno potenzialmente interessato ad investire? Potrebbe cambiare la storia di tante persone. Altrimenti che senso hanno tutte quelle analisi dettagliate in cui si constata la crisi del ciclismo italiano? Lasciamo stare il genere, per un attimo, ma un'italiana ha vinto il Giro d'Italia. Un Giro d'Italia con una start list di primo livello. Come parliamo della crisi, non dovremmo parlare anche di questo? Non c'entra Elisa Longo Borghini, c'entrano troppe altre persone».

IN FRANCIA NON MI PERMETTERANNO DI MUOVERE UN DITO
Ce lo aveva detto a Imola, durante i festeggiamenti per il Giro: «Non scherziamo, al Tour vado solo per le tappe». Ride quando le ripetiamo la domanda: «No, tu non hai capito: più mi avvicino al Tour e più sono convinta di pensare solo alle singole frazioni. Anche se temo che potrei restare fregata". Il Tour de France Femmes, prosegue Longo Borghini, non ha la lunghezza di quello maschile: ventuno tappe permettono una maggiore possibilità di inventiva per chi vuole uscire di classifica e, per esempio, andare in fuga. L'ironia è la cifra di Elisa Longo Borghini: «Credo Pauline Ferrand Prevot non si fiderebbe se le dicessi: "Dai, lasciami andare in fuga oggi, tanto domani mi stacco". A parte gli scherzi, dovrò sempre stare pronta e provare ad avere più gamba delle altre per vincere». Il circoletto rosso è sulla frazione di Chambery e su altre tappe mosse, mentre Longo Borghini non ha preso in considerazione quelle più toste, per donne di classifica: «Dovrei prendere venti minuti il giorno prima per avere speranze, dopo aver vinto il Giro. E comunque mi si attaccherebbero subito alla ruota».
Nella lotta per la classifica, i nomi sono principalmente tre: «Demi Vollering, per cui sarà il principale obiettivo stagionale, dichiarato apertamente, Kasia Niewiadoma, che è sempre lì, l'anno scorso ha fatto una bella corsa ed è una garanzia, minimo da podio, a mio avviso, e Pauline Ferrand Prevot. Lei non ha corso, è stata in ritiro, ma so per certo che è in ottima condizione di forma e potrà dare del filo da torcere a Vollering. Mi sbilancio: la vedo vincente». E Longo Borghini? «Fate finta che non ci sia, fidatevi di me. Voglio stare tranquilla. Silenzio».
LA CAREZZA DELLA RITA E LA FESTA DEL REMO
La sera del quattordici luglio, quando Elisa Longo Borghini è scesa in paese con la sua bicicletta rosa, c'erano tante persone ad aspettarla, per salutarla. La prima signora ad andarle incontro è stata Rita. Anzi, per tutti ad Ornavasso, e soprattutto per Elisa, "la Rita". La Rita le si è avvicinata con la delicatezza che l'ha sempre contraddistinta e le ha fatto una carezza sulla guancia, come fosse una nipote al ritorno da un lungo viaggio. Una di quelle carezze che non parlano ma dicono tutto. Rita ed Elisa non hanno alcun rapporto di parentela, ma questo non fa differenza per il bene e loro si vogliono un gran bene. «Quella carezza te l'aspetti dalla Rita, perché la Rita è così, è speciale. É un gesto dei suoi, uno di quelli che fanno bene ad Elisa, ben prima che a Longo Borghini». Quando Elisa, in bicicletta, pedala da casa sua verso casa dei genitori, passa sempre davanti alla casa della Rita e, visto che la sua finestra è al piano terra, bastano due colpetti sul vetro per salutarla: «Dico solo "Ciao Rita" e vado. Basta questo, non servono grandi discorsi».
Già, nemmeno la Rita ha mai fatto grandi discorsi. Lei c'era, lei c'è. La Rita è una di quelle persone che fanno attenzione alle presenze e a ciò che serve, a ciò che aiuta, soprattutto nei momenti più difficili, quando non è necessario nemmeno dirle nulla e lei arriva. Conosce Guidina e Ferdinando, i genitori di Elisa e Paolo, da trent'anni, e conosce Elisa da quando era una bambina. Poi, nel tempo, Elisa è diventata una campionessa e tutti parlano di lei. Ma per la Rita non fa differenza. Quando la vede, al ritorno da una corsa, le accarezza ancora la guancia come in quei tempi.
Qualche passo, qualche pedalata, e si arriva al cortile preparato "dal Remo". Il Remo è il vicino di casa di Elisa e Jacopo ed è tanto diverso dalla Rita, unico a suo modo. Ha messo festoni e palloncini rosa ovunque. Il Remo lo si sente da lontano quando è felice per una vittoria di Elisa, le va incontro e: «Deh, ma cosa hai fatto? Ma quanto vai forte? Ma sei incredibile, sei un fenomeno. Grande!». La voce del Remo è casa come le carezze della Rita ed Elisa Longo Borghini sorride quando ci ripensa. Si sente fortunata e mentre tutti ad Ornavasso sono orgogliosi di lei, lei è orgogliosa di ogni piccolo pezzetto di quel paese. Felice di essere nata lì e di aver scelto di restare lì. Nel proprio paese.
Casa è dove si può spegnere il cellulare, lasciarlo da parte per qualche ora, preparare una tavolata con la famiglia: i genitori, i nipoti, il fratello e la sua famiglia. Sono stati a tavola e hanno parlato, si sono raccontati le storie del Giro e, forse, soprattutto le storie di casa. E il resto distante, là fuori, oltre le montagne.

NON SONO UN PERSONAGGIO, SONO ELISA
Al Giro, ma non solo al Giro, Longo Borghini ce lo ha detto: "Anche se parlo poco, spero la gente possa interessarsi a me come persona, non come campionessa". Quel "anche se parlo poco" è un suo modo di raccontare un'indole. Quasi se ne scusasse. Anche questo è rimasto in sospeso dal Giro.
«Non è che me ne scusi. Più che altro, certe volte, ho il timore di non essere compresa, di sembrare diversa da quel che sono. Forse, in questo, rientra anche la richiesta che molte volte mi è stata fatta di raccontarmi più come personaggio. In fondo sono una ciclista e, siccome sono conosciuta, la spinta, ogni tanto, è a raccontare la mia quotidianità da ciclista. Per esempio sui social, nelle storie. Sia chiaro: è un mondo che rispetto e, dirò di più, ammiro chi è capace di raccontarsi bene via social. Io non ne sono capace. Ci ho provato, ma non ci riesco. Faccio un post, lo pubblico, lo riguardo e mi dico: "Ma io non sono questa". Allora, mi chiedo: che senso ha? Perché dovrei farlo? Ho smesso così. Certo che ho foto dei miei allenamenti: qualche volta me le faccio da sola, spesso è Jacopo a farmele. Ma non le pubblichiamo. Sai perché? Perché siamo sempre distanti, io da una parte, lui dall'altra, e quelle foto le riguarda quando sono via e gli manco. Questo succede alle persone, i personaggi non hanno questo problema. Io non sono un personaggio, sono Elisa e voglio restare Elisa. Il resto lo rispetto, ma non mi appartiene»

La responsabilità di essere una ciclista ed il prossimo Giro d'Italia: intervista ad Erica Magnaldi
«Ultimamente leggo sempre più interviste in cui le atlete si soffermano a trattare temi che una volta erano davvero una sorta di tabù: la salute fisica in generale, quella psicologica, gli aspetti legati all'essere donne, il ciclo mestruale, l'alimentazione, il peso corporeo e molto altro. Dico che da donna e da atleta sono felice che le domande sondino questi aspetti e che ci sia la volontà e la disponibilità a parlarne anche da parte nostra. Altrimenti perderemmo una parte del significato dell'essere cicliste. Essere atleta, per me, significa, tra le altre cose avere la possibilità di comunicare con un pubblico ampio e lasciare un messaggio, possibilmente un messaggio positivo. Ed è una possibilità che non possiamo perdere perché lasciare qualcosa alle tante ragazzine e ai tanti ragazzini che ci seguono è troppo importante. Qualcosa che vada oltre una vittoria o uno scatto in salita, intendo». Erica Magnaldi parla di responsabilità e declina in questo modo il concetto di responsabilità delle atlete in un ciclismo femminile che cresce sempre più. Poi c'è la responsabilità personale, quella di ciclista che si sta mettendo a disposizione di Elisa Longo Borghini, la capitana per eccellenza. Fino a qualche tempo fa, Magnaldi credeva che "mettersi al servizio" fosse un poco più semplice: non meno importante, anzi, ma forse un poco più "leggero", tolti i pensieri legati al fare classifica. Pensava che, in fondo, si potessero dormire sonni tranquilli, non essendo capitani. Le è bastata qualche salita, scalata con a ruota Elisa Longo Borghini, per cambiare un filo idea: «Tu sei lì, tiri, acceleri, ti sforzi, sei al massimo, vuoi mollare, ti volti e lei ha ancora la bocca chiusa, impassibile. Anzi, fosse per lei scatterebbe pure. Sei felice perché è la tua capitana e sai che "sistemerà" le avversarie, ma un poco di scoramento ti viene. Che gambe ha Elisa?». La risata è fragorosa, contagiosa. Poi il discorso riprende.
«Il risultato è in quelle gambe e quella testa, ma sai cosa significa tirare per quelle gambe e quella testa? La responsabilità la sento forte. Ricordo che una volta, al Mondiale di Innsbruck, diversi anni fa, Elisa Longo Borghini mi disse: "Ti conosco: tu quando attacchi in salita fai male, bisogna tenerti d'occhio". Ero intimidita, quasi non osavo parlarle tanta era la differenza tra noi e non ricordo nemmeno cosa replicai a quelle parole, ma so che ero contentissima, mi aveva cambiato la giornata. Ecco, il mio auspicio è che il mio ritmo faccia male. Alle altre, ovviamente». La fatica nelle gambe l'ha messa in ritiro, in montagna, proprio con Elisa Longo Borghini e Silvia Persico, e qualche mese fa è anche arrivata una vittoria, al Gp di Chambéry che, dopo sette anni dall'ultima, ha molti significati: è un premio, una ricompensa per tutto il lavoro fatto, una botta di fiducia, di confidenza nelle proprie capacità e anche tanta voglia di continuare per andare oltre.
La chiave con cui Erica Magnaldi svolge la propria professione è l'agonismo, qualcosa insito in lei sin da bambina, alla ricerca continua di nuovi stimoli, nuove motivazioni e nuovi progetti per svolgere qualunque compito. Negli anni ha trovato un equilibrio tra questa aspirazione personale ed il lavoro in squadra, che, in certi giorni, «riesce a rendere addirittura più soddisfatti di un proprio risultato». La testa, ora, è solo sul Giro, per un podio o, perché no, per la riconferma della maglia rosa di Longo Borghini.

«Vorrei riuscire a lavorare talmente bene per la mia capitana da sentirmi davvero parte di quel che otterremo. Confesso che ho atteso molto l'arrivo di Elisa, perché sentivo il bisogno di un'atleta che potesse finalizzare così il nostro impegno. Parliamo di una grande lavoratrice, di una persona di rara serietà quando si tratta di "menare" sui pedali, ma allo stesso tempo di una donna ironica, con cui è piacevole trascorrere del tempo, che sa non prendersi sul serio. Ho riso molto con lei e non è scontato. l'ammiro tanto e soprattutto ne ammiro la determinazione e la convinzione, perché se si mette in testa qualcosa è davvero grama. E, alla fine, ce la fa. Credo possa insegnarmi molto». Magnaldi ripensa al proprio approccio al ciclismo ed in generale alle prove: «Sono molto empirica, quindi ho necessità di prove costanti per essere tranquilla. Mi confortano i numeri ed i risultati che si possono scrivere sulla carta. Nel tempo sono cresciuta, sono migliorata, con costanza e perseveranza, ma c'è un'insicurezza di fondo che mi appartiene. Sono sempre stata così: all'università non mi presentavo agli esami se non ero certa di sapere tutto e ora non vorrei presentarmi alle gare se non con la certezza di essere in perfetta condizione. I momenti no mi mettono in crisi: gli ultimi alla Vuelta e all'Itzulia, tuttavia, quando capitano, sono certa che siano solo una parte del percorso e lavoro per tornare migliore».
Spiega che il Giro Women 2025 sarà un Giro duro, poi sorride: «Lo diciamo ogni anno, a dire la verità, quindi è pure difficile crederlo, ma assicuro che è la verità: ogni anno è più duro dell'anno precedente. Sin dalle prime tappe l'atmosfera sarà agguerrita e le volate saranno davvero pochissime: forse solo una frazione avrà un finale sicuro, per quanto possa essere sicuro un finale nel ciclismo di oggi. Lo spettacolo sarà dietro l'angolo e le ultime tre frazioni decideranno la corsa: ritengo che la classifica si delineerà soprattutto nella penultima frazione, quella del Monte Nerone, ma se i distacchi non saranno troppo grandi, la giornata di Imola non sarà da sottovalutare. A ciò aggiungiamo il caldo, asfissiante a luglio. Favorite? Io farei molto attenzione a Marlen Reusser». Le piace un Giro tosto, come le piacciono le montagne che l'hanno da subito fatta innamorare, ma anche qui si notano i segni di un ciclismo femminile che continua a progredire. Nei primi anni di Magnaldi al Giro d'Italia, se c'era una tappa con arrivo in vetta, in gruppo si stava tranquille, si aspettava e si faceva la differenza nel finale, quando nel plotone restavano una decina di atlete. Adesso si scatta a tutta dall'inizio alla fine, il livello medio si è alzato e magari si scollina con venti, trenta atlete nel gruppo delle migliori: non tutte campionesse, ma cicliste che hanno nelle gambe quel ritmo. La forbice è sempre più ampia ed il livello sempre più alto.
Non teme una regressione dopo il progresso, ma mette in guardia: è positiva la crescita degli sponsor, della diffusione da parte dei media, del mondo che si accorge che esiste anche il ciclismo femminile, ma non è sempre tutto oro quel che luccica. «Le squadre hanno sempre più bisogno di atlete, sono tante le giovani che raggiungono la prima squadra a diciotto anni e, magari, hanno già uno stipendio di tutto rispetto: cosa accade? Aumenta l'abbandono scolastico, si rinuncia a questo tipo di educazione e, voglio sottolinearlo, in questo modo ci si precludono tante cose. Non condivido questa strada, anzi, vorrei che vi fosse sempre maggior supporto per le giovani ed i giovani, magari attraverso un settore condiviso tra istituzione scolastica e squadre. Purtroppo in Italia paghiamo un prezzo abbastanza alto in quanto nelle scuole l'insegnamento dello sport è ancora considerato quasi uno spreco di tempo, non c'è cultura sportiva, c'è poca consapevolezza di quanto lo sport possa essere un pilastro nella crescita. Per fortuna esistono i team development, in cui una ragazza o un ragazzo possono crescere, sperimentando la competizione, testando il talento, ma, allo stesso tempo, avendo un numero minore di impegni che consenta la prosecuzione degli studi. Non è solo importante, è essenziale». Già, essenziale.




























