Bretelle da corsa

C’è un uomo con un caschetto rosso e una tuta giallonera che pedala e intorno a lui la società pare si disponga come in un romanzo scritto prima di una rivoluzione: lampioni che sembrano giudici, strade che si piegano come pagine, mentre lui avanza senza chiedere lumi alla vanità delle cose.

Jonas attraversa la pioggia e il freddo come un personaggio che non ha tempo per le pose; non cerca applausi per il suo abbigliamento, cerca solo di non congelare. Ha vinto la Paris‑Nice – ed è la prima volta in carriera, l’ha inseguita, voluta «per me significa tanto essere qui -ha raccontato. È la mia prima corsa dell’anno ed è la mia prima vittoria in una gara che volevo vincere da tanto tempo». Frasi di circostanza, ma che escono sinceramente dalla sua bocca, con quell’espressione che fa del danese il terzo fratello dei Caulkin, quello che al palcoscenico di Hollywood ha preferito l’altrettanto faticoso mondo del professionismo in bicicletta.

Due tappe vinte, una generale costruita con pazienza e potenza, un margine che parla chiaro: 4’23’’ al secondo, Daniel Felipe Martinez, una vittoria mai in discussione sul modello del suo più grande rivale, Pogačar, lui che forse è l’unico che ancora un minimo riesce a disturbargli leggermente il sonno la notte. Tipo una civetta sul davanzale della finestra. Quarantacinque successi in carriera, tra cui due Tour e una Vuelta e ora si prepara per il Giro, per entrare nel club dei vincitori di tutti e tre i grandi giri prima di Tadej Pogačar. Sono soddisfazioni.

Eppure, mentre la sua ruota taglia l’aria e la classifica si compone, il mondo si mette a discutere di bretelle e bib‑tights come fosse la cosa più importante, e forse lo è: gli appartenenti alla società dell’apparenza dettano legge. Ecco con cosa si sentono appagati.

La prima tappa vinta sembra una cosa normale, agli occhi di chi è normale, poi ascolti in giro e capisci che non lo è affatto. Vingegaard vince vestito come il grande Steve Urkel di Otto sotto un tetto: bretelle sopra la maglia, strati che sembrano spuntargli addosso da soli, come se la bici avesse attraversato una nuvola e lui ne fosse uscito con tutto l’inventario meteorologico appeso alle spalle. Pedala, arriva, vince. E intanto l’universo, da qualche parte, prende appunti per capire se quell’outfit è un errore o un nuovo ramo dell’evoluzione.

Il mondo che ci appartiene nostro malgrado, invece, si trova così diviso tra chi zooma le foto per capire se le bretelle fossero sopra o sotto, mentre a noi viene da sbadigliare. Perché davvero non ce ne importa niente. Non siamo qui per giudicare il guardaroba di un uomo che sta facendo centinaia di watt in salita. Non siamo qui per trasformare la fatica in un catalogo. È uno dei modi più rapidi per far precipitare tutto: prendere la corsa e ridurla a una vetrina squallida da cui comprare il meglio. La bici ultimo modello che va come quella di dieci anni fa, ma vuoi mettere che figurona ci faccio al giro del sabato con i colleghi; la maglia all’ultimo grido perché altrimenti ti urlano “panno!” come se fosse un argomento. Tantomeno bisognerebbe renderlo argomento di discussione qui tra di noi. Questo non è giornalismo sportivo: è merchandising con cronaca.

Il giorno dopo, Vingegaard vince di nuovo ed è ancora protagonista di momenti sviscerati sui social e dalle cronache sportive. Mica il suo attacco, la cadenza, la pochezza, con tutto rispetto, degli avversari, alcuni dei quali se vogliono provare a salire sul podio al Tour devono fare un ulteriore salto di qualità. No, si parla di una scena che in effetti sembra uscita da un sogno confuso, uno di quelli in cui tutto è logico finché non ti svegli. C’è una tifosa dietro a una transenna e c’è un mazzo di fiori. C’è Vingegaard che le porge quei fiori, ma infilandoli attraverso le grate con la delicatezza di uno che sta cercando di restituire un gatto a un’altra dimensione, invece di passarli semplicemente dall’alto. La tifosa li prende, un po’ stupita, un po’ felice, un po’ come chi riceve un regalo da un’entità soprannaturale che non ha letto bene il manuale delle interazioni umane. E mentre il mondo discute se fosse più elegante (o più sensato, diremmo noi)  passarli dall’alto, noi continuiamo a non capire perché tutto debba essere trasformato in un tutorial di stile. È sport, non un corso accelerato di galateo per influencer.

E poi c’è quel gesto –  piccolo e vero – che ha fatto discutere più di quanto meritasse: dopo quel successo di tappa, Jonas si è chinato sul manubrio e ha baciato una foto della famiglia appiccicata lì, come fanno i marinai con la medaglietta, come fanno gli uomini che portano con sé qualcosa che non si vede nelle classifiche. Il gesto è semplice, umano, eppure sui social è esplosa l’indignazione: lo hanno chiamato patetico, succube, ridicolo. Soddisfazioni di plastica da parte di squallidi omuncoli che purtroppo si ritrovano a respirare la nostra stessa aria. In che mondo assurdo viviamo per definire così un ragazzo, qualsiasi sia la sua professione? Lo sdegno non è per il gesto – il gesto è sacro nella sua banalità – ma per l’assurdo bisogno di deridere la tenerezza, per la fretta di trasformare ogni emozione in un’etichetta sprezzante. Se baciare la foto della famiglia è essere “patetici”, allora abbiamo perso il senso delle parole. È più patetico chi giudica, chi sputa sentenze da tastiera, di chi porta con sé un ritaglio di casa mentre affronta la fatica. Ma capisco anche quanto sia inutile e forse è davvero patetica la mia battaglia nel cercare di comprendere o riportare all’ordine, di ritrovare una certa dimensione in chi guarda, parla, commenta. Da ormai anni si è sconfinato e non c’è più modo per tornare indietro. Basta semplicemente vedere le classi dirigenti in ogni ambito politico e sociale a cosa ci hanno ridotto.

Ma torniamo a noi e al mondo di Vingegaard. Due tappe vinte, si diceva. Nella prima sfida la moda e vince. Nella seconda sfida la logica e vince lo stesso, ma ai punti, perché la logica non si presenta nemmeno. La trasformazione dello sport in vetrina produce due effetti concreti: svuota la narrazione della fatica e crea una gerarchia di consumo dove l’apparire conta più del correre. Non è una questione di snobismo: è una questione di priorità. Se misuriamo i corridori in centimetri di stoffa, perdiamo la misura delle cose che contano: la capacità di soffrire, la scelta tattica, il momento in cui si decide di attaccare o di resistere. Se la cronaca diventa un manuale di stile, allora la corsa diventa un pretesto per vendere, e il pubblico resta tradito.

Eppure, nonostante tutto, la sostanza rimane. Jonas ha vinto la Paris‑Nice; ha messo in fila chilometri e avversari con la stessa freddezza con cui qualcuno mette ordine in una stanza. Ha accumulato vittorie che non si contano con i like e ora si prepara per il Giro d’Italia dove si vedrà la differenza tra chi vive per l’apparire e chi vive per la corsa. A noi il danese piace per il suo modo di essere, ma solo abbastanza, manca quella scintilla che accenderebbe se solo si facesse vedere di più durante la stagione, ma lui è fatto ìin questa maniera, il potenziale per farsi amare ci sarebbe tutto, ma d’altra parte, molto retoricamente, lui ha già chi lo ama e lo aspetta a casa – con buona pace dei ******** sui social che lo insultano.

Ma a noi va bene anche così: chi siamo per giudicare le scelte di vita e sportive di un ragazzo di trent’anni? Ci viene da pensare che Jonas non sbagli mai, ma che forse è il mondo che gli sta dietro con un ritardo di due o tre tappe. O forse – e questa è la versione più probabile, reale, concreta – Vingegaard vive in un universo parallelo e ogni tanto ci manda una cartolina. Una cartolina storta, piegata male, infilata tra le sbarre. Ma sempre gentile. Noi la apriamo, la leggiamo e la mettiamo sul tavolo: dentro c’è il suo mondo, straniante, ma così normale per essere vero, come vincere una corsa in salita o la tenerezza di un bacio a una foto. E questo, più di qualsiasi bretella, è ciò che conta davvero.


10 nomi da seguire alla Strade Bianche 2026

Una corsa così non la inventi, ma non ditelo agli ideatori ché è una favola: strade bianche, facce scure, e quel vento che ti entra nelle ossa come un dubbio. A Siena non si vince per caso: o hai la gamba, o hai la testa, o hai un santo in tasca. Sabato si capisce subito chi è venuto a fare la foto e chi invece vuole lasciare il segno.

Dieci nomi, cinque uomini e cinque donne, da tenere d’occhio prima che la polvere faccia il resto.

Adrien Boichis 🇫🇷 (Red Bull-BORA-hansgrohe) 

È un (ex) biker quindi su certi terreni sa muoversi, non disdegna l’elevato dislivello come dimostrato nel 2025, anno di consacrazione su strada tra gli Under 23 e come accennato anche in questi suoi primi mesi da professionista. Già portarla al termine, comunque, potrebbe essere un ottimo risultato, noi ci ricordiamo un altro francese che qualche anno fa da neo professionista chiuse nei 20 questa corsa (Madouas, arrivò proprio ventesimo, era il 2018, edizione di cui parliamo qui, una delle più dure di sempre), non è da escludere possa persino eguagliare un risultato simile.

Quinn Simmons 🇺🇸 (Lidl-Trek) 

Tra i corridori con maggiore feeling con la corsa senese c’è Quinn Simmons il quale però deve riuscire a mettere assieme tutti i pezzi su queste strade perché poi tra una cosa e l’altra il miglior risultato è un settimo posto, ma sembra sempre dare l’idea di meritare qualcosa in più. Vero che i primi tre posti potrebbero essere già assegnati (Pogacar, Seixas, Pidcock, incidenti permettendo), ma l’americano visto soprattutto nella seconda parte di 2025 è un duraccio ed è perfettamente in gioco per provare ad avvicinare quel podio che saprebbe di vittoria vista la concorrenza.

Filippo Zana 🇮🇹 (Soudal Quick Step)

Altro corridore con un enorme feeling su queste strade e, probabilmente, anche la più concreta carta che il ciclismo italiano può giocarsi verso Siena. Quest’anno ha già vinto, seppure una corsa mediocre per concorrenza come il giro di Sardegna, ma si è anche piazzato bene al Tour Down Under. In salita tiene, sa guidare la bici e soprattutto sarà (insieme a Garofoli, teniamo d’occhio pure lui), il leader della Soudal. Il nono posto nel 2024 è il suo miglior risultato qui e viste le difficoltà del ciclismo italiano in questa corsa (due soli podi più una vittoria, anche uno dei migliori risultati delle ultime stagioni.

Tibor Del Grosso 🇳🇱 (Alpecin-Premier Tech)

Esordio stagionale (e anche alla Strade Bianche) per questo grande talento del ciclocross che qui potrebbe fare molto bene, ora o in futuro, a patto, però, di migliorare in salita: negli ultimi anni la corsa senese è diventata sempre più esigente tanto da far scegliere a Mathieu van der Poel nelle ultime stagioni di non presentarsi nemmeno al via. E a fare le veci in Alpecin tocca proprio al 22enne nerlandese di Eelde, col suo carattere difficile, ma capace di infiammare il pubblico grazie alla sua condotta di gara, sia su strada che nel ciclocross. Difficile vederlo nel cuore della corsa nelle fasi salienti già quest’anno, lui è qui per imparare e migliorare e oltretutto ha già messo le mani avanti sul fatto che in squadra sono altre le punte (facciamo un nome su tutti:; Emiel Verstrynge), ma il talento è grande e non ci stupiremmo a vederlo lottare per un posto nei dieci.

Quinten Hermans 🇧🇪 (Pinarello Q36.5 Pro Cycling Team)

Chiudiamo con un altro crossista, ma stavolta ex Alpecin, Quinten hermans, passato alla Pinarello Q36.5 per avere il suo spazio che qui a Siena dividerà con Tom Pidcock, principale alternativa in chiave successo a Tadej Pogacar. Il belga è partito forte quest’anno, tirato a lucido come di rado si è visto nelle prime gare stagionali e lo scorso anno chiuse 15° su queste strade.L’obiettivo, oltre a quello di dare una mano a Pidcock, è quello di migliorare il risultato del 2025, magarientrando nelle priem dieci posizioni.

Elisa Longo Borghini 🇮🇹 (UAE Team ADQ)

Il 4 marzo, giusto pochi giorni fa, è caduto l’anniversario della vittoria di Longo Borghini a Strade Bianche: era il 2017, ben nove anni fa. Non sono molte le atlete per cui a distanza di così tanto tempo si possono scrivere parole simili, anzi, migliori. Elisa Longo Borghini è una di quelle, assolutamente straordinaria. Oggi la annoveriamo fra le favorite d’obbligo, Se dovesse tornare a vincere, farebbe qualcosa di simile a quel che le è già riuscito al Fiandre (conquistato nel 2015 e nel 2024). Nel mezzo, per non farsi mancare nulla, due Giri d’Italia e una Roubaix. Con Siena e gli sterrati ha un legame particolare e difficilmente è uscita dalla top ten, l’anno scorso una giornata no l’ha costretta a soffrire tutto il giorno. A dicembre ci aveva quasi promesso una rivincita. Accadrà oggi?

Demi Vollering 🇳🇱 (FDJ United – SUEZ)

Ci sentiamo di presentarla come la favorita numero uno ed i motivi sono molteplici, dal passato e dal presente. Indosserà il numero uno, perché l’anno scorso è stata proprio lei a levare le braccia al cielo in Piazza del Campo, il secondo successo, dopo quello ottenuto nel 2023. Quest’anno, in maglia di campionessa europea, ha iniziato alla grande, due appuntamenti e due vittorie, pur differenti. Si è aggiudicata la Setmana Ciclista Volta Femenina de la Comunitat Valenciana, con doppio successo di tappa, e, soprattutto, è andata a prendersi, di prepotenza, dominando la corsa, la Omloop Het Nieuwsblad davanti a Niewiadoma. La condizione c’è, sul talento è persino inutile discutere. Ecco perché è uno dei cinque nomi che vi proponiamo.

Lotte Kopecky 🇧🇪 (SD Worx – Protime)

Non viene dalla migliori delle stagioni possibili, Kopecky. Che poi è tutto un dire, avendo conquistato il Fiandre, fra le altre cose, ma si sa cosa ci si attende dalle grandi. Con Strade Bianche ha un feeling particolare avendo già conquistato la corsa sia nel 2022 che nel 2024- in sostanza negli ultimi quattro anni non c’è stato spazio per nessuno tranne che per la belga e per la sua ex compagna di squadra olandese- oltre ad aver centrato, per esempio, il secondo posto, per un nulla, in quella volata, a tratti esaltata ed a tratti criticata, proprio con Vollering nel 2023. Nel suo debutto alla Omloop Het Nieuwsblad non ha dato particolari segnali incoraggianti però atlete come lei sanno focalizzare l’obiettivo. L’anno scorso non era presente, riprenderà da dove aveva concluso, ovvero dal successo di due anni fa?

Kimberley Le Court Pienaar 🇲🇺 (AG Insurance – Soudal)

A differenza dei nomi sopra citati, parliamo di una ragazza che da queste parti non ha mai vinto ed anzi come miglior risultato segna un quattordicesimo posto proprio lo scorso anno, prima che accadessero tante cose. Un esempio? Prima della vittoria alla Liegi e delle top five alla Sanremo e alla Ronde, ma anche prima della vittoria di tappa al Tour de France. Al Giro, invece, aveva già centrato il bersaglio nel 2024. Quest’anno ha debuttato all’UAE Tour e, seppur su un terreno completamente differente, l’abbiamo vista a proprio agio sulle rampe della salita di Jebel Hafeet. Un suo risultato di rilievo sarebbe significativo per molti motivi e andrebbe ad aggiungere una perla al palmares di una ciclista che, a  ventinove anni, ha davanti più futuro che passato.

Puck Pieterse 🇳🇱 ( Fenix-Deceuninck)

Sarebbe banale dire che citiamo Puck Pieterse per il suo legame con la terra, intesa come polvere, fango, se piove, visto il suo impegno con risultati di eccellenza nel ciclocross. Sarebbe banale anche se è certamente uno dei motivi per menzionarla, noi, però, l’abbiamo scelta per una scena che ricordiamo molto bene, proprio a Siena, nel 2023, in occasione del suo debutto, concluse quinta. Era stanca, ma felice. Disse qualcosa della serie: “Tornerò”. Tornata è tornata ed ha fatto registrare un tredicesimo ed un settimo posto. L’anno scorso, se possibile, ha fatto un ulteriore salto di qualità su strada. Pare una di quelle che possono davvero inventarsi di tutto. Lo farà? E, se sì, cosa si inventerà oggi?


Abbiamo ancora bisogno di Matteo Trentin

Matteo Trentin è ancora lì, davanti. Sui muri delle Fiandre, tra vento e pavé, la sua figura si staglia netta, senza bisogno di proclami. Ieri, alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne, ha chiuso terzo, dietro a Matthew Brennan e al compagno di squadra Luca Mozzato. Due maglie Tudor sul podio, una fotografia che non lascia spazio a interpretazioni: non c’è retorica, solo il risultato di una giornata fatta di scelte precise. Tpicamente del Nord, col cielo grigio, il vento, gli attacchi da ogni dove. Una corsa che non perdona distrazioni.

Si è decisa in volata, dopo quasi duecento chilometri di nervosismo palpabile, a misura d’uomo in bicicletta. Con diversi muri disseminati lungo il percorso e il vento che, come sempre, ha fatto la sua parte. Il gruppo si è sfilacciato più volte, ma nessuno è riuscito a spezzare davvero l’equilibrio. Troppo spazio dall’ultima salitella al traguardo, in una corsa che ogni anno ci ricorda, oltre all’asinello in palio, di essere tra le più aperte e divertenti tra le classiche del Nord (figuriamoci se poi non ci sono al via quei due lì…). Trentin e Mozzato hanno lavorato insieme fino ai cinque chilometri dall’arrivo, poi ognuno ha seguito la propria traiettoria. «Quando siamo passati per la prima volta sul rettilineo del traguardo ci siamo parlati e stavamo tutti e due molto bene. Abbiamo lavorato l’uno per l’altro fino ai -5 dall’arrivo. Poi, ognuno ha preso la sua traiettoria… Così, siamo finiti secondo e terzo, che è un bel risultato». Nessuna forzatura, nessun rimpianto. «Matthew ha vinto in modo netto. Avere due uomini sul podio è comunque un bel segnale».

Il podio di Kuurne arriva dopo una vigilia complicata. Alla Omloop Nieuwsblad, il giorno prima, la Tudor aveva perso uomini per cadute e infortuni. Stefan Küng fuori per una frattura al femore, Rick Pluimers con i denti rotti, altri compagni segnati. «Quando sei l’unico sul bus che non ha bisogno del dottore, è dura» ha detto Trentin, senza enfasi. «Oggi almeno ci siamo presi una piccola rivincita. Abbiamo corso perché era l’unica cosa da fare». In cinque al via, con le gambe che portano ancora i segni del giorno prima, la testa tutt’altro che sgombra, la squadra ha scelto la semplicità: stare davanti, rispondere agli attacchi, non sprecare energie. «Abbiamo ottenuto il miglior risultato possibile: questo doppio podio è per Rick, per Stefan, per Marco che è caduto anche lui ieri e per Petr che ha tirato tutto il giorno oggi».

Vedere Trentin ancora lì, davanti, è un fatto che colpisce solo chi non ha ancora ben capito di chi e cosa parliamo. Trentin ha trentasei anni, va per i trentasettam corre da professionista dal 2011, ha attraversato almeno due ere del ciclismo. Ha vinto tappe al Tour, alla Vuelta, al Giro, tre volte la Parigi-Tours, l’ultima pochi mesi fa con un pezzo di bravura e furbizia raro, un Europeo su strada battendo i due van che da lì a poco avrebbero preso la scena. Ha sfiorato il Mondiale nel 2019, battuto da Pedersen in una volata che ancora oggi pesa sulle sue spalle e sui nostri ricordi da appassionati. Da allora, le volate ristrette sono diventate terreno difficile, ma la sua presenza nei finali che contano non è mai venuta meno.

Il suo palmarès recente parla chiaro. Nel 2025 ha chiuso nono alla Milano-Sanremo, ha vinto la Parigi-Tours per la terza volta, ha raccolto piazzamenti e visibilità nelle classiche e due top-10 di tappa al Tour de France. Nel 2026, prima della Kuurne, era già arrivato quindicesimo alla Omloop Nieuwsblad, sempre attento nelle fasi calde, poi certo quando parte Mathieu van der Poel non c’è nulla da fare. Anche se lui dietro è sempre stato fra i più attivi.

Il programma stagionale è quello di sempre, di un italiano con i connotati fiamminghi: le classiche del Nord, la Parigi-Nizza, il Tour de France. Il Giro d’Italia resta in ballo, ma dipenderà dalla condizione dopo le classiche. «Se hai una buona stagione delle classiche con sole e bel tempo, è una cosa. Se la stagione delle classiche è difficile con pioggia, freddo, vento, sarà molto più complicato fare il Giro». Il contratto con la Tudor scade a fine anno, ma non esclude di continuare: «Amo ancora il ciclismo, amo allenarmi, amo le gare e l’adrenalina. Quindi vedremo durante l’anno». Nel caso già ci mancherebbe e sostituirlo sarà quasi impossibile, lui che della nazionale di Cassani è stato capitano, regista, faro, finalizzatore.

Sui muri fiamminghi, Trentin è rimasto uno degli ultimi italiani a saper leggere e reggere la corsa. Non ha più l’esplosività di un tempo, lo dice lui stesso, ma ha affinato la capacità di stare davanti, di scegliere il momento giusto, di insegnare con l’esempio. Adam Blythe lo definisce «il corridore più sottovalutato del gruppo… vale il suo peso in oro». In un ciclismo che ha perso molti dei suoi veterani Trentin è rimasto il riferimento di una generazione che si sta spegnendo, maledetto tempo che passa, ma che ha ancora qualcosa da dire.

Il rapporto con i giovani è diretto, concreto. Mozzato, secondo a Kuurne, è al suo primo anno con la Tudor. «Luca e io non siamo corridori che usano altri corridori che gli aprono la strada in volata in scenari normali». E Mozzato conferma: «Era importante cambiare pagina e dare il nostro meglio… ci siamo riusciti sia io che Matteo». Se un corridore scaltro e intelligente come Mozzato saprà rubare un po’ di mestiere da Trentin, ci farà divertire molto a partire da quest’anno.

La tattica, per Trentin, è una questione di dettagli. «Cerco di portare le mie conoscenze, di cogliere gli attimi giusti, di prevedere cosa succederà». Non c’è spazio per l’epica, solo per la lucidità di chi ha visto passare Boonen, Cancellara, ieri e oggi Van der Poel e Pogacar, e sa che il ciclismo è fatto di cicli che si chiudono e si riaprono e dove lui in tre lustri è stata una costante.

Le Classiche del Nord sono il suo terreno naturale, seppure resta imspiegabile come abbia ottenuto in carriera una sola top ten tra Fiandre e Roubaix – 10° al Fiandre 2023, mentre il migliore risultato nel velodromo dell’Inferno del Nord è un 19° sempre in quell’anno. I muri, il pavé, il vento che taglia la pianura, le difficoltà a pedalare in gruppo sono scritti nel suo DNA. Trentin conosce questo libro a memoria, sa dove si può fare la differenza e dove invece bisogna solo resistere. «Quando sei giovane non hai esperienza. Io avrò delle corse per me e altre in cui darò una mano ai capitani». Lo diceva nel 2022, in maglia UAE, a insegnare il mestiere a diversi fra cui un certo sloveno, quando molti pensavano che la sua parabola fosse in discesa. La realtà ha smentito tutti.

Il ciclismo italiano è in transizione. Le squadre WorldTour sono scomparse, i giovani faticano a emergere, i veterani si ritirano. Trentin resta. Ultimo di una generazione che ha vissuto gloria e declino, che ha saputo adattarsi senza perdere la bussola. «Dopo 15 anni di professionismo, i figli crescono e il mio lavoro non determina più la mia vita».

Il suo modo di stare in gruppo è diventato un esempio. Non urla, non gesticola, non cerca i riflettori. Insegna con la posizione in corsa, con la scelta della traiettoria giusta. I giovani come Mozzato possono solo imparare. «Abbiamo lavorato l’uno per l’altro fino ai -5 dall’arrivo. Poi, ognuno ha preso la sua traiettoria…». Da lì quella volata atipica, criticata solo da chi non capisce del tutto le dinamiche di un ciclismo che ieri sul traguardo della KBK aveva un solo grande favorito e dividere in due la volata invece che disputarne una sola, avrebbe dato come risultato un piazzamento e basta. Così sono due ed è il miglior risultato ottenibile: è soddisfazione, sono premi, è visibilità, sono punti – che piaccia o non piaccia, contano.

Non c’è bisogno di aggiungere altro. Trentin è ancora lì, davanti. Non per caso, non per fortuna. Perché sa leggere la corsa, sa stare nel vento, conosce i muri e il pavé come pochi altri. Perché, anche quando le gambe non sono più quelle di una volta, la testa fa la differenza. E perché, in un ciclismo che cambia in fretta, la sua presenza è una certezza che non ha bisogno di essere celebrata e da lui si può solo che imparare come stare davanti:  accendere lo schermo in una gara del Nord e vederlo lì in testa o nelle primissime posizioni del gruppo, è una delle poche sicurezze di questi tempi.

Il bello è sapere che è ancora lì, a lottare per la vittoria, senza clamore. In mezzo al gruppo, che non si arrende all’idea che il tempo sia finito. Come cerchiamo di fare noi. Ogni passo che fa è per sempre. E forse è proprio questo che resta: la capacità di esserci, ancora, quando molti hanno già spento la luce.


Dispacci dal World Tour #21

Sono successe più cose negli ultimi dieci giorni che in certi mesi interi, e questo nonostante un avvio di stagione che definire monotono è quasi un complimento. Però, come spesso accade nel ciclismo, dietro la noia apparente spuntano storie interessanti. Per esempio: Ivan Romeo vince la sua prima gara a tappe da professionista. La seconda in carriera, riferendosi agli anni da Under 19, Under 23 e poi professionista: perché dei tempi da allievo non si trova nulla  e non ci riuscirei manco se sguinzagliassi i migliori tra i segugi. Nel 2021, da junior, si portò a casa la Vuelta a Valladolid davanti ad Antonio Morgado, che guarda caso ha già timbrato anche lui in questo inizio di stagione, pochi giorni prima di Romeo.

Lo spagnolo della Movistar vince col suo marchio di fabbrica: va in fuga, prende vantaggio, e poi – tra percorso non impossibile, caratteristiche proprie e il suo modo di partire forte come evidenziato già nel 2025 – tiene duro fino al’ultima tappa. Tutto questo alla Vuelta a Andalucía, non lo avevo detto, che una volta era la Ruta del Sol e adesso ha un nome talmente lungo che se lo pronunci per intero ti scade tutta la roba che hai in frigo. Ma tranquilli: non inizierò a chiamare la Roubaix o la Gent-Wevelgem con i nuovi nomi che gli hanno appioppato. Se lo dovessi fare avreste tutti il diritto di…

Sempre lì, in Spagna, Pidcock si prende la prima dell’anno. L’aveva sfiorata alla Clásica Jaén, ma tra gli sterrati andalusi sbaglia l’attimo e Tim Wellens gli liscia il pelo come gli accadeva sovente ai vecchi tempi (d’oro) di questi tempi – ovvero a febbraio. E difatti non vinceva nel mese più breve dell’anno dal 2023. Poi guardi meglio alla sue evoluzione e capisci che i suoi “tempi d’oro” sono questi: quelli in cui stacca la gente al Tour e fa l’ultimo uomo di uno dei più forti di sempre.
Sorvolo su ciò che ha combinato Jan Christen alla Jaén in una volata valevole per il terzo posto: le immagini e le conseguenze per Maxim Van Gils – che peraltro lo scagiona – parlano da sole. Pidcock e Wellens li vedremo nelle prossime ore in Belgio. Chissà.

Intanto la Rocket Cycling riceve l’invito al Giro. Una Professional moderna, che tratta il ciclismo come uno sport del XXI secolo e non come una gita domenicale col panino al salame nella tasca della maglia di lana, come a volte sembra guardando certe squadre nostrane. Non me ne vogliano, ma tant’è. Non è solo Tietema, abilissimo nel comunicare, a portare visibilità, è il Giro che offrirà un palcoscenico enorme alla giovane squadra neerlandese — ma di matrice francese, e quanto mi piace dirlo così.

Vedremo con che organico si presenteranno: tutti per Groenewegen, spauracchio sotto tanti punti di vista e non molto ben visto in gruppo, o libertà ai tanti cacciatori di tappe? Sergio Meris, unico italiano, sogna di esserci: treno che passa una volta sola per un corridore che finora ha raccolto poco, pur in una squadra che sta crescendo bene (Kubis docet) e con altri profili interessanti come i Kopecky (Matias più di Tomas), Loockx, Venturini e compagnia, lui non sta entusiasmando, per usare un eufemismo.

All’UAE Tour succede l’impensabile per il ciclismo italiano che torna sugli scudi. Ma quasi nessuno se ne accorge, vuoi per i Giochi Olimpici che cannibalizzano tutto, vuoi perché il ciclismo ormai fatica a uscire dalla sua nicchia. Provate a chiedere in giro se qualcuno sa delle quattro vittorie italiane nella corsa: fuori dai malati veri, quelli che seguono l’UAE Tour a metà febbraio, non troverete nessuno. E forse è giusto così: è pur sempre l’UAE Tour. Però qualcosa mi dice che anche se fossero arrivate al Giro e al Tour lo saprebbero in pochi ugualmente.  Comunicazione come piagnisteo continuo.
Resta il fatto che vincere quattro tappe su sette in una corsa World Tour non capita spesso: percentuali da Tirreno dei tempi buoni. Certo, la statistica è drogata da un uomo solo: Jonathan Milan che il primo giorno prende una tramvata che fa temere il peggio, poi vince tre volate su tre, non dico facile facile, ma nemmeno in maniera troppo complessa. C’è da dire che mancavano Merlier e Kooij, entrambi ai box a tempo indeterminato, Magnier e Philipsen, mandati altrove, gli unici al momento che (forse) possono tenere testa al friulano.

La quarta vittoria italiana all’UAE Tour – che poi è la prima in ordine cronologico – è di Antonio Tiberi. E questa sì che sorprende davvero: parte forte, stacca Del Toro (che vincerà due tappe e la classifica finale della corsa “di casa” del suo sponsor) e approfitta della prima crisi stagionale di Remco Evenepoel. Remco che, fino ai crampi, aveva vinto sette corse in dieci giorni: roba da Pogačar. Però le sue magnifiche debolezze tornano a galla. La primavera ci dirà di più in vista del Tour.

Bravo Del Toro, sempre più erede di Pogačar, anche se a detta di molti, corridori compresi, se ne dobbiamo per forza trovare uno, di erede, quello è francese. Bravo (ma stante le premesse, direi bravissimo) Tiberi, il miglior Tiberi visto tra i pro. E sì, lo aspettiamo a una primavera più solida. Magari al Giro, se gli venisse voglia di ripensarci: spazio ce n’è, perché al Tour l’asticella ci pare un po’ troppo alta.
Nello stesso giorno vincono Milan e Ganna, e fa notizia: a parte l’inseguimento a squadre, non era mai successo che i due corridori più importanti e conosciuti del nostro ciclismo vincessero “assieme”. Milan in volata negli Emirati, Ganna a cronometro in Portogallo, dove brillano anche i giovani: Magnier fa due volate  su due, Seixas vince in salita (proprio dove vinse Pogačar, sull’ALto da Foia) battendo Ayuso e Onley con una lucidità da veterano.

Ayuso, dopo aver fatto legna nella crono, si prende ultima tappa e generale. Diciotto vittorie in carriera, terza corsa a tappe breve dopo Paesi Baschi 2024 e Tirreno 2025. La meno prestigiosa, ma forse la più importante perché segna la rinascita dopo le turbolenze emiratine e il cambio squadra. È fumantino, parla con le vittorie, ma lo aspettiamo alle prime incertezze per capire se è maturato davvero.

Chiudiamo con un annuncio che profuma di resa preventiva: Arnaud De Lie non farà la Sanremo. “Finché ci saranno Pogačar o Van der Poel non ho speranze di vincere”.
A voi le considerazioni su di lui e su questo modo di intendere il ciclismo.


Dispacci dal World Tour #20

Primi dispacci della stagione 2026 e si parla di prime volte. La prima corsa dell’anno del World Tour, in Australia, il Tour Down Under, appuntamento ormai tradizionale in epoca contemporanea; prime nuove maglie a cui abituarsi: aumenta esponenzialmente la tonalità che va dal blu al verde acqua passando per l’azzurro. C’è stato un momento in cui ho fatto fatica a distinguere Quick Step, Decathlon, Bahrain, non fosse stato per il casco, ma, arrugginito com’è normale esserlo in questo periodo dell’anno, per fortuna ci sono arrivato da solo, seppure in in un secondo momento.

Il primo prologo della stagione: lo vince Sam Watson, verrebbe, molto stupidamente, da dire, “elementare”. Era uno dei favoriti, per la breve distanza, per quello mostrato lo scorso anno quando il cambio di casacca da Groupama a Ineos aveva giovato alle idee che il britannico, campione nazionale in carica, si era fatto del mondo. Sesta vittoria da professionista, seconda nel prologo di una corsa a tappe del World Tour (Romandia 2025). Abbiamo uno specialista.

La prima volta in volata: la vince Tobias Lund Andresen. Prima uscita in linea con la sua nuova squadra, il suo nuovo treno – pare già affiatato con Gudmestad e ci chiediamo quanto bene possa fare il giovane lead-out norvegese quando si ritroverà a pilotare Kooij – e il suo nuovo kit. Era la prima volta per Lund Andresen anche con la sua nuova bici e lui ci ha tenuto a specificare quanto forte vadano quelle della squadra francese. Una volta io non ci avrei mai fatto caso, non avrei mai pensato a tutte queste differenze, ai massimi livelli, tra un costruttore e l’altro.

La prima tappa per la classifica: la UAE già prende e se ne va. Yates (quest’anno non servirà specificare tra Simone e Adamo) accelera, Vine rifinisce. In mezzo Narvaez rientra e scorta l’aussie fino al traguardo. Pagano con gli interessi tutto ciò – si fa per dire. Narvaez, nella penultima tappa, cade e si ritira: un brutto infortunio il suo. Vediamo i tempi di recupero, ma intanto il suo capitano (quello sloveno) potrebbe perdere una pedina di lusso per la campagna del Nord e dintorni. Poco male, direte voi, vista la profondità di rosa. Anche Vine cade, ma non si ritira, nell’ultima tappa, a causa di un canguro che prende a cazzotti mezzo gruppo. Si rialza, Vine, e vince. Con un polso fratturato. Questo per chi, come me, ci mette mesi a recuperare da un raffreddore.


I primi segnali italiani: Andrea Raccagni Noviero. Nell’ordine d’arrivo dell’ultima tappa della corsa australiana troviamo ben 5 azzurri nei 15: Zambanini ottavo, Bagioli decimo, Sobrero dodicesimo, Raccagni Noviero tredicesimo, Zana quindicesimo. Questo passa il convento e non ci dobbiamo lamentare, non ora almeno; verrà il momento, più avanti. Andrea Raccagni Noviero, di questa compagnia, è il più giovane, ha meno chilometri e ha caratteristiche quasi uniche. Veloce, resistente, si adatta ai prologhi e alle salite brevi e potrebbe dire la sua persino nelle corse del Nord. Da un po’ di tempo a questa parte abbiamo l’impressione che il corridore ligure si stia trasformando in cacciatore di piazzamenti nelle classifiche generali, grazie alla sua costanza, ed è proprio ottenendo buoni risultati nella settimana australiana che ha chiuso al 6° posto la classifica finale del Tour Down Under, a pochi secondi dal podio e pure con la maglia bianca di miglior giovane. Vero, direte voi, la concorrenza non è che fosse da impazzire, ma sono segnali che ci prendiamo e portiamo a casa volentieri.

Il primo arrivo che tira all’insù lo vince il corridore, forse, più atteso tra le prime pedalate stagionali: Matthew Brennan. Intorno a lui cresce l’aura del mito pur avendo (o forse proprio per questo?) poco più che vent’anni. Lo hanno criticato per le prime volate, lui che non è adattissimo agli sprint di gruppo, figurarsi se poi lanciato male come successo. L’ultimo giorno, tuttavia, ha mostrato che su certi arrivi sono pochi a potersela giocare con lui che ricorda, in un corpo solo, i più forti corridori da gare di un giorno degli ultimi quindici anni.

Infine, c’è tempo, non solo per le prime volte, ma anche per qualcosa in più: Edoardo Zambanini ha chiuso la gara australiana alimentando la bellezza della sua collezione inverno/primavera/estate/autunno di piazzamenti nelle prime dieci posizioni, senza ottenere alcun successo. Escluse classifiche a punti, KOM, giovani e cronosquadre, sono 36 e così distribuite: 5 nel 2022, 1 nel 2023, 18 nel 2024, 10 nel 2025, 2 nel 2026. Ora manca solo la prima volta: la vittoria.


Pensieri sparsi su una stagione di ciclocross

Quando Mathieu van der Poel decide di sporcarsi, il ciclocross cambia. Non è più sport: è una dimostrazione di forza. Fango, sabbia, erba, neve non fa differenza. Quando lui si scalda, il resto evapora. Corre quando vuole, quanto vuole, vince come vuole: ogni volta che appare catalizza e ricorda a tutti che il cross, senza di lui, è un’altra cosa.

Eli Iserbyt si ritira a 28 anni. Un corpo che si spezza, l’arteria iliaca, nemico del ciclista, lo condanna, un talento che ha mantenuto a sprazzi a causa anche del livello degli avversari. In bici pareva un folletto fastidioso che ti saltava addosso anche quando non ne avevi voglia. La sua uscita di scena l’hanno definita straziante.

Wout van Aert aggiunge un altro infortunio alla collezione, come se il destino si divertisse a ricordargli che la grandezza è un debito che si paga caro. Moderno Prometeo.

 L’Italia, intanto, smette di aspettare: Filippo Grigolini, Patrick Pezzo Rosola, Giorgia Pellizotti, (under 19) e Mattia Agostinacchio (tra under 23 ed élite) crescono con la sfrontatezza dei più grandi. Promettono, manterranno? Diversi indizi che vanno verso una direzione. L’Italia ci sarà.

L’Italia c’è anche con Sara Casasola al vertice dell’élite femminile, una manciata di podi, sta benissimo in mezzo alle neerlandesi.

 E poi c’è Thibau Nys, sospeso tra eredità e ambizione. Sei vittorie in stagione compreso il titolo nazionale e il podio all’Europeo dietro Aerts. Tutti lo guardano, tutti lo aspettano. Ma la domanda vera è un’altra: avrà il coraggio di diventare qualcosa che non assomigli a nessuno?

Lucinda Brand non ha avuto bisogno di indizi, né di promettere e mantenere: lei c’è già perché ha imposto la sua legge. Una stagione feroce, chirurgica, costruendo la sua ennesima annata vincente con la tenacia, arma più affilata del talento puro. Tredici vittorie di fila dopo l’Europeo perso: ha preso il suo caos interiore e l’ha messo in riga.

Si è corso, finalmente a Terralba, in Sardegna, la prova di Coppa del Mondo. Scenario incantevole, con il suo borgo di pescatori. Televisivo si sarebbe detto una volta. Peccato per gli assenti: riuscirà chi governa questo sport a livello mondiale a tutelare gli organizzatori che hanno messo in piedi uno splendido spot per questa disciplina?

Fem van Empel si ferma, e il movimento trattiene il fiato. Non per cosa saranno i risultati, ma per ciò che significa quando una campionessa così giovane decide di tirare il freno. «Il mio corpo e la mia mente hanno dato un segnale molto chiaro. Al momento mi mancano quella motivazione e quel piacere che il ciclismo mi ha dato per anni», ha detto e dopo essersi fermata una volta e averci ripensato, ora il suo addio pare più definitivo. Rispetto.


10 nomi da seguire nel 2026

5 corridori per la stagione 2026 al maschile e 5 per il femminile, niente di più, né di meno. Sorprese, conferme, esplosioni: i nomi sono tanti, abbiamo fatto una scrematura e ve li presentiamo in breve.

5 NOMI MASCHILI

Markel Beloki 🇪🇸 (2005 – Ef Education – Easy Post)

Figlio d’arte, spagnolo, suo padre, Joseba, dopo aver inseguito a lungo Armstrong e il Tour, un giorno , il 14 luglio del 2003, si schiantò rompendosi femore, gomito e polso. Markel non era ancora nato, ma quella storia la conosce bene. Oggi corre in EF, Markel, non Joseba, si intende, ha solo 20 anni e tanto da dimostrare e ha già iniziato a farlo nel 2025. Vuole diventare corridore da corse a tappe, come il padre, non si sfugge all’eredità. Nel 2025 ha vinto il Tour d’Alsace. Quest’anno vuole salire di un gradino.


Thymen Arensman 🇳🇱 (1999 – INEOS Grenadiers)

Tre perle, tra aprile e luglio, tra la primavera e l’estate. Parliamo della sua vittoria a Obertilliach al Tour of the Alps e della doppietta al Tour de France, prima a Luchon-Superbagnères e poi a La Plagne. Non solo le vittorie ma il modo in cui le ha conseguite, sempre con un alto tasso di spettacolarità. Al Tour of the Alps ci aveva confidato di credere nelle sensazioni ancora prima che nei dati. La domanda viene spontanea: si supererà nel 2026? Punterà alle tappe divertendosi e facendo divertire oppure il suo pensiero tornerà alla classifica generale?


Thomas Silva 🇺🇾 (2004 – XDS Astana Team)

Se dovessimo dare un titolo alla sua storia, probabilmente scriveremmo: “Silva, un uruguaiano nel World Tour”. Storia affascinante, accattivante. C’è tanta curiosità per il ventiquattrenne che da quest’anno approda in XDS Astana Team, dopo essere cresciuto in Caja Rural-Seguros RGA. Si distingue per velocità ed esplosività, doti che nel ciclismo, mirando ai giusti traguardi, possono consentire vittorie e piazzamenti a fiotti. Ed in un ciclismo in cui le squadre hanno sempre maggior bisogno di punti, Guillermo (questo è il suo secondo nome) Silva può essere una buona macchina da punti.


Lorenzo Milesi 🇮🇹 (2002 – Movistar Team)

All’inizio dell’anno si guarda sempre in avanti ma è buona cosa anche voltarsi indietro. Così il finale della scorsa stagione di Lorenzo Milesi è indizio del percorso che l’atleta di San Giovanni Bianco sta facendo. Sono le prestazioni ancora prima dei piazzamenti a farci dire questo. Cosa manca? La vittoria. Ora desideriamo vederlo con continuità in prove di spessore e chissà che non arrivi anche questa ciliegina sulla torta che è nell’aria: il successo.


Felix Orn-Kristoff 🇳🇴 (2006 – Lotto Intermarché)

Fratello d’arte. Certo, diverso dal maggiore dei Kristoff, Alexander, ma, forse, nemmeno troppo. Il focus per lui è sulle classiche che ben si attagliano al tipo di atleta che è. Lo ricordiamo vincitore a Chiusdino, in una frazione dell’Eroica Juniores, in un giorno con scenari da classica, per l’appunto. La chiave è il suo talento abbinato alla giovane età. Quindi, sì, i risultati ma anche la crescita: questo si chiede ai ragazzi talentuosi


5 NOMI FEMMINILI

Lore De Schepper 🇧🇪 (2005 – AG Insurance Soudal Team) 

Il futuro è tutto davanti alle ruote della bicicletta della giovane Lore De Schepper ma anche il passato, pur se breve, ha da raccontare. Il 9 luglio 2024, a nemmeno diciotto anni, al Giro d’Italia Women si piazzava undicesima nella terza frazione con arrivo a Toano, con percorso per nulla facile. E non era la prima dimostrazione di qualità della belga. De Schepper ha proseguito e l’anno scorso ha ben seminato per il 2026: quarta all’Avenir, buone prestazioni nelle tappe più importanti, al Giro d’Italia è stata in top ten a Pianezze e ben piazzata nella classifica giovani. Se crescere è questo, è una gran bella cosa!


Maeva Squiban 🇫🇷 (2002 – UAE Team ADQ)

Si è rivelata a tutti tra il trentuno luglio ed il primo agosto dello scosto anno, proprio al Tour de France partito dalla sua Bretagna. Un uno-due che in Francia e non solo ha fatto scalpore: prima vincitrice ad Ambert e, poi, il giorno successivo, a Chambéry, lasciandosi alle spalle tutte, in solitaria. Di Squiban, in realtà, si parlava da tempo, e sicuramente qualcuno ricorderà il suo secondo posto a Le Grand-Bornand alla Grande Boucle del 2024. Ora sarà un’osservata speciale perché quando se ne va è difficile rivederla, se non dopo il traguardo.


Eleonora Ciabocco 🇮🇹 (2004 – Team Picnic PostNL) 

Ciabocco crede alla logica del passo dopo passo: dice di aver imparato molto e di aver ancora tanto da imparare. Parla di capacità di mettersi al servizio ed anche di gestione della pressione quando le responsabilità vanno prese in prima persona. Sa gestirsi di fronte agli inconvenienti e, nei momenti di forma, ha un passo che le permette di supplire alla sfortuna. Dopo un buon Giro d’Italia, all’Avenir, dove emergono le più giovani, è giunta quinta in generale e all’Ardèche si è riconfermato, sino all’amaro del quarto posto al Mondiale in Rwanda e al secondo posto all’Europeo. Il prossimo passo?


Viktória Chladoňová 🇸🇰 (2006 – Team Visma I Lease a Bike)

Il Team Visma I Lease a Bike ci ha visto lungo quando ha contrattualizzato la diciannovenne slovacca. Le atlete che corrono accanto a lei hanno poche parole: “Quanto è forte!”. Un dato rende l’idea: tra Mondiali ed Europei, prove in linea ed a cronometro, l’anno scorso non è mai uscita dalla top ten, sfiorando il doppio titolo, in linea ed a cronometro, ai Campionati del Mondo. Dai piazzamenti alla vittoria: questo potrebbe essere il suo 2026.


Isabella Holmgren 🇨🇦 (2005 – Lidl Trek)

A dispetto del cognome, ben conosciuto da tempo, e delle vittorie che non mancano, solo l’anno scorso ha dominato letteralmente il Tour de l’Avenir ed è andata ad un passo dalla conquista della maglia bianca al Giro d’Italia giungendo settima in generale, Isabella Holmgren è ancora giovanissima: fisco tirato, per andare più forte in salita, e occhi alla perenne ricerca della concentrazione. Vincerà ancora molto, soprattutto dovrà custodire il proprio talento senza farsi sopraffare dallo stesso. Il resto si può solo immaginare.


Dispacci dal World Tour #19

Nel fine settimana appena passato, ormai a tutti gli effetti il penultimo di corse su strada di questo 2025, si è disputata una delle corse più attese e interessanti dell’intero calendario mondiale e a vincere è uno dei corridori più forti, intelligenti e amati nel gruppo. Parliamo di Paris Tours e Matteo Trentin.

A 36 anni Matteo Trentin, che si è confermato Monsieur Paristours, tre successi in carriera nella classica francese di fine stagione, vinta in tutte le sue configurazioni, ora pure con gli sterrati, come ricorda Michele Moretti diventa il meno giovane tra i vincitori di questa corsa, battendo il precedente primato appartenuto al mitico Eugène Christophe e si parla di oltre un secolo fa. Nell’epoca dei giovanissimi che si impongono nell'età dell'innocenza e spesso poi, in quella della maturazione definitiva non lasciano nulla agli altri, vedere un ragazzo di 36 anni conquistare una delle corse più appassionanti del calendario non può che essere un bene per il ciclismo, il fatto che poi a vincere sia stato Matteo Trentin, corridore tra i più brillanti, non solo in gruppo - quante volte abbiamo apprezzato la sua innata capacità di leggere la corsa, di stare davanti nei momenti difficili, di saper interpretare tatticamente i singoli momenti, soprattutto tra Francia, Belgio e Olanda, come pochi altri - ma anche ai microfoni, dotato di un'intelligenza rara nel mondo del ciclismo (soprattutto quello italiano), insomma che vinca uno così non può che farci piacere. Ora l'obiettivo sarebbe il quarto successo per diventare recordman assoluto di una classica nobile che ha perso il suo status WT, perché all'UCI non fanno le cose per bene, ma resta un diamante nascosto nel calendario, sicuramente il più prezioso estratto da Trentin in carriera.

E come ha vinto! Davanti Gruel e Lapeira compiono un autentico pasticciaccio, tra i più grossi del 2025, ma era un po’ che non vedevamo andare in scena uno dei vecchi topos dei finali ciclistici: due corridori che si guardano, si fermano e da dietro rientrano e si fanno bucare. Ai microfoni per i due è stato difficile nascondere l’imbarazzo: si conoscono bene, caratteristiche simili, hanno provato a bluffare a fare perdere l’altro e, come in ogni finale che si rispetto, intriso di dramma e pathos, hanno perso entrambi, hanno permesso il rientro degli altri, tra cui Matteo Trentin che va a conquistare così la trentaduesima vittoria in carriera, la prima in questo 2025, in un periodo in cui alla Tudor stanno andando davvero forte, basti pensare al successo di Alaphilippe al GP Quebec e al podio di Storer al Lombardia.

A 36 anni, con diversi momenti salienti nella sua carriera, il titolo europeo, le tappe vinte in tutti i grandi giri e sempre in maniera memorabile -  a qualcuno viene in mente Harrogate, noi invece non sappiamo di cosa stia parlando, Matteo Trentin continuerà ancora per almeno un’altra stagione e visto come si sta concludendo l’anno, diciamo per fortuna. Così come diciamo che per fortuna la stagione volge al termine, così stacchiamo un po’ anche noi.

PS Nella corsa francese abbiamo visto un’altra volta una notevole giornata vissuta da Albert Whiten Philipsen. Il classe 2006 danese ha iniziato forte al Tour Down Under per chiudere a ottobre con un podio alla Tre Valli Varesine e alla Paris-Tours, in mezzo il successo alla Roubaix Under 23 e un tentativo non riuscito, di fare classifica al Giro Next gen. Non sappiamo cosa potrà diventare come tipo di corridore, ma sappiamo che ci farà divertire un sacco.


Dispacci dal World Tour #18

Tempo fa scrissi qui parlando di ciclismo francese e a proposito di Seixas:

Chi, invece, al Tour de France ci penserà (non subito) e dovrà resistere (già ora) alle pressioni che hanno schiacciato decine di corridori prima di lui è Paul Seixas. Tempo fa – perdonate il momento autoreferenziale – mi è stato chiesto se ed eventualmente chi, nella generazione futura di corridori, avrei visto capace di avvicinarsi a ciò che stiamo vedendo e vivendo, robe da Tadej, Remco, Mathieu, Jonas, eccetera, per capirci.  Fui lapidario nella risposta. Sì, ce n’è uno: Paul Seixas. Classe 2006 (destinata a diventare una delle annate più forti della storia del ciclismo) il francese della Decathlon, a soli 19 anni, sta scrivendo brevi pensieri sulla precocità in questo sport.

Mi aspettavo tanto, ma non subito così e adesso, e al termine di una stagione che per lui è stata già particolare per il doppio salto di categoria e (abbastanza*) dispendiosa: nel momento in cui scrivo sono 37 giorni di gare, oltre 5.000 chilometri e ben 3 vittorie, tutte all’Avenir, due tappe e la classifica finale, quindi tecnicamente ancora a quota a zero tra i professionisti, ma se non sarà questa la stagione del primo successo, arriverà presto, già a inizio 2026: dategli una mezza salitella e saprà come fare.

Non sembra aver pagato minimamente il passaggio che lo ha portato da essere un apprendista, uno juniores, fino a diventare un precoce professionista e come lui, a memoria mi viene in mente solo un altro corridore capace da subito di imporsi in tal senso, Remco Evenepoel, e ha fatto scalpore come domenica sulle strade che avrebbero assegnato il titolo continentale il giovane francese è stato a lungo a ruota proprio del belga, mentre Pogačar se ne andava via. Siamo, giusto ribadirlo, anche se ormai lo si è detto e scritto in ogni modo, al cospetto di uno di quei corridori che vincerà tante corse importanti e pronto, probabilmente a raccogliere l'eredità, di certi grandi nomi usciti in questi anni. La parte da evidenziare maggiormente, però, sta nel come abbia già bruciato le tappe -  è un settembre 2006. Già nelle sue prime gare, UAE Tour, poi ritiratosi a seguito di una caduta, teneva le ruote dei migliori, a parte il migliore, quello lì. Al Tour of the Alps ha rischiato di vincere la sua prima corsa da professionista, lasciando il successo in una tappa a Nicholas Prodhomme, compagno di squadra; al Delfinato arriva ottavo, parliamo di una delle brevi corse a tappe più prestigiose e impegnative, per percorso, nomi al via, importanza, del calendario e in quel momento lì, mentre lo vedevamo tagliare il traguardo in salita davanti a corridori di alto livello, esperti, con già risultati di peso alle spalle, abbiamo intuito come quel qualcosa di grande che sembrava covare in maglia Decathlon sarebbe potuto diventare realtà.

Tra Mondiale ed Europeo ci siamo tolti ogni dubbio: a Kigali ha attaccato, ha provato a resistere poi ha un po’ pagato la distanza ma ha chiuso 13°, risultato di enorme spessore. In Francia, Campionato Continentale, ha sorpreso tutti salendo sul podio, bronzo, proprio come lo scorso anno tra gli juniores.  Si è meravigliato anche lui di ciò che è successo: «Tutto ciò è pazzesco: se qualcuno domenica mattina me lo avesse detto lo avrei preso per pazzo. Non avevo nemmeno le scarpe per salire sul podio e partecipare al cerimoniale (salirà sul podio con le scarpette usate in corsa NdA) e invece mi sono ritrovato di fianco a Tadej e Remco a fine corsa e in gara con le migliori gambe mai avute nella mia vita». Ha sorpreso, in parte, pure la sua squadra: «Puntavamo tutto su Grégoire e Sivakov, ma poi ci si riamo trovati con Seixas davanti» ha detto Vocekler, che poi ha parlato di come il ragazzo abbia la tranquillità di quei campioni che faranno la differenza, anche se detto da uno nervoso e nevrotico come T-Blanc potrebbe non fare troppo testo. «Mi impressiona per il suo carisma naturale - ha aggiunto il ct transalpino - per la sua spensieratezza unito a un fare sin troppo rilassato che potrebbe passare per nonchalance, ma in realtà è uno iper professionale. Lasciamolo crescere in pace, però, perché bisogna rendersi conto che ha solo 19 anni e intorno a lui facciamo un sacco di rumore». Pure troppo, pare che in una corsa disputata in Francia qualche settimana fa la squadra abbia dovuto transennare la zona del bus perché presa d'assalto da tifosi in ansia di vedere da vicino "Colui che..."

Di Seixas dicono anche come, tuttavia, abbia la testa ancora di un ragazzino (meno male!) che a volte pare un po' perso, ma quando è in corsa non sbaglia un colpo. «Quando ci hanno raggiunti ho visto tre corridori avere un passo devastante, migliore di tutti gli altri, due di questi erano Tadej e Remco, il terzo era Paul», ha raccontato Prodhomme, suo compagno di squadra in Decathlon, che ha beneficiato mesi fa proprio dell'aiuto del suo compagno di squadra per vincere la prima corsa tra i professionisti, ed è stato, domenica scorsa, uno dei protagonisti della fuga che ha caratterizzato il Campionato Europeo.

Elenco dei corridori capaci di partire vincendo il Lunigiana e mettendo vicino anche successi nelle corse a tappe tra Under 23/dilettanti e poi grandi giri. Per Martinez e Seixas al momento è ancora presto, poi chissà...

Il diciannovenne - da poco, li ha compiuto il 24 settembre in piena rassegna iridata dove, come al campionato europeo, era il più giovane corridore al via -  è stato l’unico a resistere al primo attacco di Evenepoel, lui oltre a Pogačar, si intende, ma di lui ormai non c'è altro da dire. Nel finale ha dato il via a un bel duello con Scaroni, staccandolo nel finale e forse dandoci i minuti più interessanti in assoluto tra mondiale ed europeo, un po' di incertezza e un po' di pathos.

Ha vinto "solo" l'Avenir (con due tappe) quest'anno e l'ultimo vincitore del Tour dei piccoli ad aver poi conquistato quello dei grandi è stato proprio un certo Pogačar, prima di lui Bernal. Tra i francesi l'ultimo a vincere Avenir e Tour è stato Fignon ma erano altri tempi e l'Avenir un'altra corsa, tanto che Fignon lo vinse ben quattro anni dopo il Tour; mentre tra quelli che hanno vinto l'Avenir e poi non si sono imposti troviamo, tra gli altri, Gaudu e Barguil. Seixas brilla di un'altra luce rispetto ai due citati.

Da junior ha mostrato le sue potenzialità vincendo il Lunigiana e insieme all'italiano Finn, al danese Withen Philipsen e allo spagnolo Alvarez rappresenta il meglio di una classe (quella 2006) che ha qualcosa di speciale. Da Under 23 ha vinto l'Avenirs: olo Pogačar ha messo insieme queste due corse e Pogačar da professionista ha aggiunto robe così importanti che non serve nemmeno stare qui ad elencare. A qualcuno non piace il termine predestinato, ma non saprei come meglio definire un corridore come Seixas.

*ha corso molto meno non solo dei professionisti ma anche di altri suoi coetanei che hanno disputato la stagione tra gli Under 23, ma ha comunque messo assieme UAE Tour, Tour of The Alps, Delfinato, Avenir, mondiali, tre prove, le due a cronometro e quella in linea, e l’Europeo in linea e chiuderà la stagione domenica con Il Lombardia. «Abbiamo voluto mettere qualità senza aumentare il suo carico di gare - ha raccontato Jean-Baptiste Quiclet, uno dei capo allenatori della Decathlon - come primo approccio tra i grandi, procedendo inizialmente con un'intensità misurata con gare di un giorno e poi crescere gradualmente - TotA, Delfinato e poi Avenir. Con lui ci stiamo prendendo il tempo per fare le cose per bene...». Per il momento il piano sta riuscendo.


Dispacci dal World Tour #17

Il passaggio senza soluzione di continuità tra Mondiali ed Europei dà lo spunto per parlare della scelleratezza di chi ha organizzato il calendario del 2025 - mentre scrivo scopro che anche nel 2026 i due eventi saranno consecutivi, evidentemente ritengono vincente la formula.

Esiste uno sport gestito in maniera così bizzarra e che vuole male a se stesso come il ciclismo? Domanda retorica: in generale non viviamo un periodo caratterizzato da grandi statisti. Ci sono problemi più grandi all’interno del sistema delle due ruote, è vero, la sicurezza prima di tutto, ma trovo ugualmente necessario puntare il dito su come sono state disegnate queste ultime settimane di corse. Dal 21 al 28 settembre la rassegna iridata in Africa, dall'1 al 5 ottobre quella continentale in Francia, un vero pastrocchio.

Ci rimettono i corridori, molti hanno dovuto (e stanno facendo) fare i salti mortali per partecipare a entrambe le rassegne, qualcuno parteciperà pure a tutte e quattro le prove (strada e cronometro) tra mondiale ed europeo; mi immagino i loro ultimi giorni un po’ folli, condizionati dall'insonnia, voci intorno sempre più ovattate e viaggi in aereo vissuti col montaggio frenetico di Fight Club. Che poi attenzione, non è che sia la prima volta che atleti di un qualsiasi sport si debbano sciroppare viaggi e corsa a breve distanza, ma ciò non vuol dire sia giusto e corretto. E poi siamo a fine stagione.

Ci rimette lo spettacolo, con liste di partenza monche per scelte fatte sacrificando una corsa rispetto all’altra, malanni, forfait dell'ultimo momento; ci rimettono le corse in sé: nella settimana dedicata alla rassegna continentale il calendario è ulteriormente tronfio e ingolfato - non una novità, ma i corridori sono limoni spremuti fino a che di loro non rimarrà che uno sguardo assente e carcasse vuote - con diverse gare che si sovrappongono. In più le squadre stanno facendo il conto con gli ultimi punti UCI, bella porcata, che per qualcuna di loro significa visibilità ai limiti della sopravvivenza (e tiene banco la lotta a colpi di manciate di punti tra Astana e Cofidis per restare nel World Tour), mentre i corridori vanno anche a caccia di un contratto per il 2026 e preferiscono mettersi in luce nelle corse in giro per l’Europa (in alcuni casi anche fuori dall’Europa), piuttosto che andare in Francia (o in Rwanda) a prenderle da Pogačar a centinaia di chilometri dall'arrivo. Molti hanno detto "no, grazie!", anche in Italia, altri hanno fatto delle scelte, altri pensavano di partecipare a un evento piuttosto che all'altro e alla fine si sono ritrovati a correre con la squadra di club da un'altra parte ancora.

Due parole, ancora, sul mondiale élite di domenica scorsa, detto che troverete un ampio riporto della settimana iridata nel numero di alvento in uscita in questi giorni. 30 corridori la portarono a termine, più che trotterellando arrancando come bestie da soma. Giornata durissima, tantissimi ritiri, anche per le situazioni ambientali (caldo, altura, viaggio, molti si sono fermati in preda al caro vecchio cagotto) che ha esaltato le caratteristiche dei fondisti, di quelli che raschiano il fondo del barile e nelle estenuanti prove a eliminazione trovano il massimo dell'ispirazione: è il caso di Healy (3°) e Skuijns (5°). Si è visto brillare Ayuso (8°), dopo una gara spavalda e la dimostrazione che magari con più spazio e un altro calendario lo si possa vedere correre con profitto anche le corse di un giorno: mi incuriosirebbe molto vederlo al via di un Fiandre, per esempio. E poi la conferma delle doti di Del Toro (7°) e Seixas (13°). 2003 e 2006, uno ormai lo conosciamo già, l'altro stiamo imparando a capire cos'è, ovvero un possibile dominatore. Ha attaccato senza paura, ragazzo di 19 anni appena compiuti. Ha attaccato e chiuso con i migliori. In Francia dicono che non sarà possibile che il ragazzino non vinca il Tour de France, speriamo bene per lui e per loro, le pressioni spesso soffocano.

Infine sull'Europeo, sarà una prova che favorirà, almeno sulla carta, i medesimi profili adatti al percorso di Kigali e così chi non ama particolarmente l'orrenda maglia di campione continentale sarà contento: il rischio che il vincitore del Mondiale conquisti anche questa gara è concreto. Vediamo a quanti chilometri dall'arrivo attaccherà.


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