Guida al Tour de l'Avenir 2023

È una delle corse più attese del calendario Under 23, è quella che chiude il trittico delle gare a tappe più blasonate e qualificanti della categoria a cui appartengono i ragazzi con meno di 23 anni* - per questa stagione quelli nati tra il 2001 e il 2004 - dopo Giro (Next Gen) e (Giro Ciclistico della) Valle d’Aosta, ecco, dal 20 al 27 agosto il Tour de l’Avenir.

Il Tour dei giovani, così detto, e che noi amiamo particolarmente non tanto per gli spunti che può dare verso il futuro - ormai la maggior parte dei corridori che partecipano a questi eventi sono praticamente dei professionisti, anzi, in alcuni casi lo sono a tutti gli effetti e di loro sappiamo "tutto" - quanto per il fascino incredibile che trasmette il vederli correre, non con le maglie di club, ma con quelle della propria nazionale. Quindi niente squadroni Devo delle WT (ben rappresentati lo stesso), ma nazionali, in alcuni casi molto forti, come vedremo a breve.

*Ricordiamo che possono partecipare anche i professionisti del World Tour, anche chi ha già disputato dei Grandi Giri.

PILLOLE DI AVVENIRE

Remco Evenepoel e Cian Uijtdebroeks - Foto Vincent Kalut/PN/SprintCyclingAgency©2023

Prima qualche numero, anche se non tutti sono grandi appassionati e preferiscono giri di parole e svolazzi in punta di penna, ma viceversa c’è chi trova anche nei numeri la poesia.

Cinquantanovesima edizione del Tour de l’Avenir, la prima è nel 1961 quando a vincere fu un italiano: Guido De Rosso, l’ultima, nel 2022, l’ha conquistata il belga Cian Uijtdebroeks, dalla prossima settimana impegnato nella Vuelta a España. L’Italia ha vinto 4 volte: dopo De Rosso, c’è stato Gimondi nel 1964, Denti nel 1966 e infine Baronchelli, 1973, Baronchelli che detiene un record che quest’anno potrebbe cadere: la doppietta Giro/Tour nello stesso anno, obiettivo di Johannes Staune-Mittet, il grande favorito della corsa, anche se ci arriva con qualche punto interrogativo legato alle sue condizioni di forma e salute.

Negli anni la corsa ha cambiato nome, organizzatori e anche modalità di partecipazione ed è stata vinta da corridori che hanno scritto alcune pagine importanti della storia di questo sport: da Zoetemelk (1969), a Lemond (1982), continuando poi con Ludwig (1983) Mottet (1984), Indurain (1986), Madiot (1987), Fignon (1988), Bruyneel (1990) e venendo poi agli anni 2000, Menchov (2000), poi Mollema (2007), Quintana (2010), Chaves (2011), Barguil (2012),  Miguel Angel Lopez (2014), Soler (2015), Gaudu (2016), Bernal (2017), Pogačar (2018), Foss (2019) e infine Tobias Halland Johannessen (2021). Nomi già noti, vero? Anche dal vincitore dello scorso anno, il già citato belga Uijtdebroeks, ci aspettiamo risultanti di un certo livello tra i professionisti, soprattutto nelle corse a tappe, inutile girarci attorno. In poche parole: l’Avenir dice spesso la verità sul futuro dei corridori.

Una corsa che è stata anche vinta da uno dei personaggi più di culto della disciplina delle due ruote: Sergei Sukhoruchenkov, unico corridore ad averla vinta due volte, oltretutto, nel 1978 e nel 1979.

L’Italia, qui, è bene o male sempre stata protagonista, anche se i successi di tappa, nelle ultime stagioni, si contano sulle dita di una mano: nel 2016 a conquistare una frazione c'è riuscito Albanese, poi Covi nel 2018 e Milesi nell’ultima tappa dello scorso anno, mentre in classifica generale oltre ai vincitori già citati spicca Mattia Cattaneo, terzo per ben due anni di fila, 2011 e 2012, e non sono moltissimi, anzi, i corridori a vantare più di due podi. C’è appunto il sovietico Sukhoruchenkov, due primi e due secondi posti, mentre a quota due podi: l’olandese Den Hertog (1° nel 1972 e 2° nel 1971), il francese Laurent Roux, vincitore nel 1997 dopo essere stato sul podio, 3°, nel 1995, il suo connazionale Bezault (due secondi posti) e  l’austriaco Steinmayer, mentre a quota due podi ancora un francese, Bourreau e uno spagnolo, José Gomez.

È una corsa che, bene o male, basta vedere l’albo d’oro recente, segnala chi ha qualità per poi imporsi tra i professionisti, e visti i favoriti per quest’anno, dovrebbe essere così anche per il futuro.

Infine due conti sulle nazioni plurivittoriose: la Francia con 19 vittorie comanda nettamente l’albo d’oro, segue la Spagna a 12, la Colombia a 6, Russia (o ex Urss) a 4 come Italia e Belgio, Olanda è ferma a quota 3 mentre la Norvegia è a 2: ha vinto due delle ultime tre edizioni e quest’anno, come vedremo, è fermamente intenzionata a fare tripletta.

PERCORSO

Entriamo subito a gamba tesa parlando del percorso: una delle corse più belle dell’anno si caratterizza di uno dei percorsi più brutti, come purtroppo spesso accade quando si parla di Tour de l’Avenir. Chilometraggio da gara allievi nelle tappe di montagna, anche se non si raggiunge il record di quattro stagioni fa con la mini tappa di 22,3 km vinta da Alexander Evans con arrivo sul Col de la Loze davanti a Ries, Champoussin e Jorgenson. Alexander Evans che oggi, dopo aver corso per un anno nel WT con la maglia della Intermarché, non corre più.

Quest’anno gli organizzatori hanno voluto osare ancora di più proponendo una giornata dal sapore anni '90 con le due semitappe di sabato prossimo: al mattino crono individuale, una cronoscalata di 11,1km e nel pomeriggio “tappone” (!), di 69 km con arrivo sul Moncenisio. 

Ma vediamo le tappe nell’ordine, inserendo anche i possibili favoriti per la tappa.

Tappa 1 Carnac-Le Gacilly 142,2 km ⭐⭐


Per iniziare una giornata (molto) mossa, una classica scampagnata in terra francese. Niente picnic, vi andrebbe di traverso, piuttosto coltello sotto il sellino. La tappa si snoda nel Morbihan e strizza l’occhio ai velocisti più resistenti. Occhio al meteo, potrebbe fare la differenza, così come le cadute che potrebbero spezzare il gruppo e, nel caso di fuga buona, chi si prenderà la briga di andare a chiudere con soli 6 corridori per squadra?

Favoriti: Lamperti, Busatto, Gelders, Donaldson, Hagenes, Huby. Possibile sorpresa: Unai Aznar.

Tappa 2 Nozay-Chinon 195 km



È la frazione più lunga, appare scontato un esito in volata, ma lo ribadiamo: pochi uomini per squadra, possibilità di corsa anarchica, la planimetria potrebbe complicare un possibile inseguimento. Insomma: occhi aperti.

Favoriti: Lamperti, Kogut, Fredheim, Teutenberg, Pickrell, Van Mechelen. Possibile sorpresa: Bevort.

Tappa 3  Vatan-Issoudun 26,5 km Cronometro a squadra ⭐⭐⭐



Qualcuno storce il naso per l’inserimento, ormai tradizionale, di una cronometro a squadre in una corsa di otto giorni, a noi piace, anche se metterla alla terza tappa porta il concreto rischio di avere squadre già decimate con la conseguenza di sbilanciare la contesa. Tuttavia, la giornata nella Loira, per la precisione nel dipartimento dell’Indre, cambierà volto alla classifica parziale e inciderà su quella finale e, vista l’altimetria, favorirà quelle squadre con passistoni agli ordini dei capitani da montagna.

Favoriti: Danimarca, Norvegia, Olanda. Possibile sorpresa: Spagna.

Tappa 4 Aigurande - Evaux-les-Bains 150 km ⭐⭐


Arrivo per scattisti, per corridori esplosivi, occhio pure che non si scateni la bagarre tra gli uomini di classifica, qui immaginiamo uno sprint ristretto, sempre che non ci sia un colpo di mano su uno dei tanti dentelli di cui è seminato il percorso. Per questo giorno abbiamo in mente un nome, ma oggi va così e per scaramanzia non lo facciamo. Anzi lo capirete dai nomi elencati qui di seguito.

Favoriti: Busatto, Hagenes, Huens, Segaert, Foldager, Thierry, Glivar, Nerurkar. Possibile sorpresa: Hajek.

Tappa 5 La Tour-de-Salvagny-Lac d'Aiguebelette 138 km ⭐⭐⭐


Si inizia a salire e oltre agli scenari meravigliosi, nel finale si dovrà fare i conti con due GPM di 3a categoria che selezioneranno il gruppo e lanceranno gli uomini migliori di questa corsa verso la discesa finale. È solo l’antipasto del lungo weekend finale che porta in alta montagna.

Favoriti: Morgado, Busatto, Graat, Umba, Foldager. Possibile sorpresa: Pinarello

Tappa 6  Méribel-Méribel 68,5 km ⭐⭐⭐⭐⭐



Diamo cinque stelle, perché contestualizziamo la tappa all'interno di una corsa in cui le frazioni decisive non superano i 100 km e perché la salita finale è davvero dura. Si arriva sul Col de la Loze dallo stesso versante del 2019 dove vinse Evans (tappa citata sopra), ma stavolta gli organizzatori hanno avuto almeno il fegato di aggiungerci 45 km in più con il GPM di 2a categoria di Montée de Champagny-en-Vanoise. Il tratto finale della salita è davvero duro e selezionerà in modo definitivo gli uomini per la classifica generale, alla vigilia delle due semitappe di sabato.

Favoriti: Staune-Mittet, Umba, Wilksch, Golliker, Ryan, Lecerf, Riccitello. Possibile sorpresa: Kulset.

Tappa 7a Montricher Albanne - Les Karellis 11,1 km ⭐⭐⭐⭐

Ed ecco la novità di questa edizione, che poi è un ritorno al passato: le semitappe. Al mattino una cronoscalata di 11,1, tutti in salita all’8,1% di pendenza media. Qui avere una giornata storta e non avere determinate caratteristiche o abitudine a sforzi di brevissima durata, costerà carissimo.


Favoriti: Segaert, van Belle, Staune-Mittet, Piganzoli. Possibile sorpresa: Walker.

Tappa 7b Les Karellis- Col du Mont Cenis 69,6 km ⭐⭐⭐⭐



Nel pomeriggio si arriva al confine con l’Italia con una tappa breve e dal disegno anche qui abbastanza particolare: si parte con un lungo trasferimento in discesa fino a Villargondran e da lì si inizia a salire leggermente. Diversi su e giù fino ai piedi dell’ascesa finale: 9,8 km al 7% di media e ultimi 5 km in falsopiano con alcuni strappetti. Vista anche qui la particolarità della tappa, ci aspettiamo sconvolgimenti in classifica, e perché no, anche la fuga di quei corridori che nella crono si sono un po’ risparmiati, considerando che in mattinata quelli chiamati a fare classifica avranno dato fondo alle energie senza risparmio e fondamentale sarà la capacità di recupero tra i due sforzi. Anche qui, come il giorno prima, si arriva sopra quota 2000.

Favoriti: Golliker, Staune-Mittet, Graat, Riccitello, Wilksch. Possibile sorpresa: Christen.

Tappa 8 Val Cenis - Sainte Foy Tarentaise 100 km ⭐⭐⭐⭐



Per chiudere altra tappa breve, ormai va così, ma c’è ancora terreno per ribaltare la classifica soprattutto considerando: 1) l’Iseran posto a metà tappa che farà gola a chi sta bene e vuole attaccare da lontano 2) le energie al lumicino 3) le squadre che difficilmente saranno al completo. Finale impegnativo dove si potrà fare ancora la differenza in un senso o nell’altro: recuperare, guadagnare, staccare i propri avversari, provare a dare un senso a una lunga settimana di Tour de l’Avenir.

Favoriti: Morgado, Pellizzari, Umba, Gomez, Staune-Mittet. Possibile sorpresa: Rouland.

 

I PROTAGONISTI DELLA CORSA - ANALISI DEI FAVORITI E DELLE SQUADRE



Iniziamo dal favorito assoluto, Johannes Staune-Mittet. Il norvegese della Jumbo Visma sta facendo da mesi tutti gli scongiuri del caso perché chiunque va dicendo: ha la possibilità di essere il secondo corridore della storia a vincere nello stesso anno Giro e Avenir. Il problema è che lui lo sa che di recente chi c'ha provato (Sivakov, Ayuso), per motivi legati alle cadute si è fermato, uno al 24° posto finale, vincendo una bella tappa e la maglia dei GPM, l’altro con un ritiro. Oltretutto avvicinamento particolare per il norvegese: ammalato al Sazka Tour, dopo aver vinto una tappa, è scomparso dai radar anche durante il Mondiale, pare per guarire, ma magari è perché si è preparato a puntino. In ogni caso parte favorito a cinque stelle: se fosse una corsa di Formula uno lui sarebbe Verstappen, gli altri guiderebbero una Ferrari in difficoltà.

Per Strand Hagenes - Foto Marketa Navratilova/CV/SprintCyclingAgency©2023

La Norvegia intorno a lui è forte, ma davvero forte: Per Strand Hagenes può fare tutto, un po’ alla van Aert. Puoi vincere nelle prime tappe, dare una mano in salita e in pianura, sarà fondamentale nella cronosquadre e perché no, puntare anche alla cronoscalata. Johannes Kulset ed Embret Svestad-Bardseng saranno i due gregari in salita, ma il più giovane della dinastia dei Kulset può anche ambire a un piazzamento in classifica, mentre Stian Fredheim Sakarias Loland, saranno le ruote veloci. Soprattutto da Fredheim ci si aspetta qualcosa dopo una stagione in cui era atteso al salto di qualità che non è ancora arrivato. Ma è solo una questione di tempo.

Parte subito dietro Staune Mittet, Matthew Riccitello, di professione scalatore: la notizia della sua convocazione è sicuramente quella più sorprendente. Riccitello può puntare forte al podio avendo già nel motore un Grande Giro - e se non abbiamo fatto male i conti dovrebbe essere l'unico corridore al via quest'anno ad aver già disputato una corsa a tappe di tre settimane tra i professionisti. Stati Uniti che avranno in Luke Lamperti il punto di riferimento per le volate, Brody McDonald, protagonista al recente Mondiale, Artem Shmidt e Colby Simmons completano una squadra americana di grande qualità.

Dietro di loro sono diversi i corridori interessanti da citare - e con loro le rispettive squadre. La Germania porta Hannes Wilksch, futuro tra i professionisti con la Tudor, il regolarista tedesco è già salito sul podio quest’anno al Giro d’Italia e vorrebbe bissare: c’è la possibilità. La Germania, che questa corsa non l’ha mai vinta, ma è salita sul podio con Michel Hessmann (fermato per un caso di positività nelle ultime ore) proprio lo scorso anno,  ha una squadra di tutto rispetto, soprattutto potrà animare le prime tappe con Moritz Kretzschy, Pierre-Pascal Keup e Tim Torn Teutenberg, corridori veloci e resistenti.

La Francia lascia fuori Faure Prost, protagonista al Giro e al Valle d’Aosta, ma per il primo anno francese sarebbe stato troppo una terza corsa a tappe impegnativa in pochi mesi e più che all’alta classifica, anche se Mathys Rondel e Louis Rouland proveranno a entrare nei 10 a fine Tour, pensa a movimentare tutte le tappe: Antoine Huby, Axel Huens e Pierre Thierry hanno il profilo tecnico giusto per farlo e troveranno terreno adattissimo agli attacchi, mentre Eddy Le Houituze sarà importante soprattutto per la cronometro a squadre.

L'Olanda ha uno degli outsider più accreditati in ottica podio: Tijmen Graat. Il corridore della Jumbo Visma è arrivato nei dieci al Giro pur avendo dovuto lavorare a fondo per Staune-Mittet. Pepijn Reinderink è dato in grande forma e proverà a vincere una tappa, Roel van Sintmaartensdijk si butterà nelle volate, Tibor del Grosso, Loe van Belle e Jesse Kramer, corridori forti un po' su tutti i terreni, sono importanti pedine nello scacchiere orange sia per aiutare il capitano, sia per togliersi soddisfazioni personali.

 

Lukas Nerurkar - Foto Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2023


Gran Bretagna da temere su ogni terreno: Joshua Golliker è uno dei migliori scalatori in stagione, due tappe vinte con autorità al Valle d'Aosta, Lukas Nerurkar cerca continuità da abbinare al grande talento in salita, proverà a vincere una tappa e a difendersi in classifica, stessa sorte toccherà a Joseph Blackmore, Max Walker e Jack Rootkin-Gray, protagonista all'ultimo Mondiale e corridore ancora da inquadrare, forte praticamente ovunque. Robert Donaldson invece è l’uomo adattissimo al caos dei primi giorni.

L’Australia ha in James Panizza l’elemento più interessante per le salite, mentre Brad Gilmore punta alle prime tappe e Dylan Hopkins proverà a spuntarla nelle frazioni vallonate. L’Austria in salita punta su Sebastian Putz e Marco Schrettl e nelle tappe con profilo misto su Alexander Hayek, fresco di firma con la BORA.

Non dimentichiamoci del Belgio, squadra vincitrice uscente con Uijtdebroeks. WIlliam Lecerf insegue il podio, ma è corridore a cui piace la fuga, Gil Gelders è uno dei migliori Under 23 della stagione e i primi giorni hanno tappe decisamente adatte a lui. Alec Segaert lo conosciamo, passista, cronoman, si può difendere anche in salita: i suoi margini restano ancora inesplorati. Vlad Van Mechelen farà a spallate in volata, mentre Lars Craps e Jonathan Vervenne lavoreranno principalmente per la squadra.

Il Canada porta Michael Leonard che vuole testarsi nella breve cronoscalata, e un velocista molto interessante come Riley Pickrell, la Colombia punta a fare classifica con il duo già in luce al Giro formato da Santiago Umba e German Dario Gomez, ma una menzione la meritano anche il 1° anno William Colorado ed Edgar Andres Pinzon.

 

Niklas Larsen (DEN) Carl-Frederik Bevort (DEN) Lasse Leth (DEN) Rasmus Pedersen (DEN) - Foto Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2023

C’è poi la Danimarca, al solito all’Avenir con uno squadrone, danesi che hanno vinto qui tanti anni fa con Lars Yitting Bak, e in un modo o nell’altro proveranno a lasciare il segno. Il loro modo lo conosciamo: proveranno a sorprendere e a lanciarsi in fuga e poi a fare risultato pieno anche nella cronometro a squadre vista la presenza di tre passisti importanti come Carl-Fredrik Bevort, recente campione del mondo nell’inseguimento a squadre, Gustav Wang e Adam Holm Jorgenson, vincitore di tappa all'Avenir nel 2022. Simon Dalby farà classifica, anche se non arriva dalla sua annata migliore, Anders Foldager va a caccia di tappe e allo stesso tempo va a corrente alternata, mentre Joshua Gudnitz cerca il riscatto a una stagione che dal Giro in poi è stata opaca, ma grazie al suo spunto veloce può piazzarsi in diverse tappe.

La Spagna non è quella di Ayuso e Carlos Rodriguez - corridori per altro ancora in età per disputare un Tour de l’Avenir - ma punta forte su Fernando Tercero per la classifica, Ivan Romeo, Unai Aznar e il più piccolo dei fratelli Azparren per le tappe. Ci piacerebbe vedere una Spagna combattiva come al Mondiale, completamente all’opposto di quella a cui siamo abituati a vedere, conservativa. Ci sembra il modo giusto per provare ad agguantare una tappa.

Nell’Irlanda non c’è Rafferty, uno degli Under 23 più forti della stagione, ma torna in gruppo Archie Ryan, stagione disgraziata finora la sua a causa dei soliti problemi al ginocchio, ma in salita, sulla carta, è uno dei più forti della categoria, mentre per Israele da seguire assolutamente Odet Kogut, uno dei velocisti più in forma al via.

Il Kazakistan punta a fughe e piazzamenti con i fratelli Nicolas ed Alexandre Vinokourov e Andrey Remkhe, il Lussemburgo ha nel "solito" Wenzel e nel primo anno Kockelmann le punte, mentre nel Portogallo al via il vice campione del mondo degli ultimi due anni prima tra gli juniores e poi tra gli Under 23 Antonio Morgado che proprio a Glasgow ha ripreso a pedalare come c’eravamo abituati a vedere, ovvero fortissimo. Occhio a porgli limiti: tappe, e perché no, stesse bene, anche un piazzamento finale nelle prime dieci posizioni. Al via, da tenere d'occhio, anche il suo gemello Goncalo Tavares. La Slovenia ruota attorno a Gal Glivar, uno dei talenti emergenti del paese di Pogačar e Mohorič. Corridore completo, veloce, che se dovesse ritrovare la pedalata di maggio, quando vinse sia l’Orlen Grand Prix che la Carpathian Couriers Race, potrebbe provare a vincere qualche tappa.

Ci sono poi da seguire i tre corridori della UCI World Cycling Centre, davvero molto interessanti. Parliamo dell’algerino Hamza Amari, 31° all’ultimo mondiale, del sudafricano Travis Stedman, entrambi arrivano dalla Q36.5 e dell’eritreo Aklilu Arefayne, della squadra development della Intermarché e del quale ancora non conosciamo a pieno margini e caratteristiche, ma che potrebbe pure puntare a qualche tappa.

Infine la selezione dell'Auvergne Rhone-Alpes propone un sestetto molto interessante: segnaliamo due corridori che gli appassionati di ciclocross conoscono già: Théo Thomas, corridore che cerca piazzamenti in volata, ma occhio perché tiene bene anche su percorsi impegnativi e Rémi Lelandais, più adatto alle fughe come lo stesso Mathias Salanville.

(Nel momento in cui pubblichiamo l'articolo mancano ancora le conferme delle selezioni di tre squadre: Svizzera, Rep. Ceca, Messico. Nella Svizzera presente Jan Christen, lo conosciamo bene ormai, ma c'è curiosità invece su Isaac Del Toro, capitano del Messico. È uno dei nomi nuovi dell'ultimo biennio, dopo aver fatto vedere, lo scorso anno, cose interessanti nel ciclocross e i primi piazzamenti nelle corse di un giorno in Italia, nelle ultime settimane ha fatto un deciso salto di qualità. Da tenere d'occhio per un risultato finale in classifica nei 10. Per la Repubblica Ceca, invece, da seguire Pavel Novak, primo anno con doti interessanti in salita come dimostrano il 6° posto al Valle d'Aosta e il 2° alla Bassano-Monte Grappa).

ITALIA

2022 UCI Road World Championships Wollongong - Men’s Under 23 Time Trial - Wollongong - Wollongong 28,8 km - 19/09/2022 - Davide Piganzoli (ITA) - photo Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

Come di consueto capitolo a parte per i corridori di casa nostra. La Nazionale di Marino Amadori ha dovuto rinunciare per infortuni prima a Nicolas Milesi e poi a Dario Belletta, al loro posto inserito all'ultimo Giacomo Villa, uno dei corridori italiani più forti dell'ultimo biennio nella categoria Under 23, che proverà a entrare in fuga, e soprattutto sarà utile per dare una mano ai compagni più quotati. Il capitano per la classifica sarà Davide Piganzoli, già quinto nel 2022 a poco più di un minuto dal podio. Lo scorso anno, il corridore della Eolo-Kometa, una delle maggiori promesse per l'Italia nelle corse a tappe, viste le caratteristiche, si difende sia in salita che a crono, arrivava però in grande forma, ora c'è qualche punto interrogativo visto che nell'ultima corsa, quasi due mesi fa, si è ritirato per un malanno. Con lui Giulio Pellizzari, attesissimo nelle tappe di montagne, Alessandro Pinarello, altro corridore completo che ha vinto il ballottaggio con il compagno di squadra Alessio Martinelli e Alessandro Romele, amante della fuga, passista, che si occuperà di dare soprattutto una mano ai compagni. Infine Francesco Busatto, leader unico per le prime tappe. Il campione italiano Under 23 è uno dei corridori in assoluto più atteso nei primi giorni, punta forte ad almeno un paio di tappe, prima di mettersi al servizio della squadra nella seconda metà di Tour de l'Avenir.

ANTI PIGRO

Per chi non avesse voglia di leggere tutto, sintetizziamo con le nostre stellette in corridori più interessanti da seguire per classifica generale, tappe, eccetera.

CLASSIFICA

⭐⭐⭐⭐⭐ Staune-Mittet
⭐⭐⭐⭐ Riccitello
⭐⭐⭐Wilksch, Lecerf, Graat
⭐⭐ Piganzoli, Kulset, Golliker, Ryan
⭐Morgado, Pellizzari, Umba, Gomez, Rondel, Del Toro, van Belle, Tercero, Walker. Novak

VOLATE

⭐⭐⭐⭐⭐Lamperti
⭐⭐⭐⭐ Kogut
⭐⭐⭐Teutenberg, Pickrell, Fredheim
⭐⭐Van Mechelen
⭐ Loland, Gudnitz, Busatto, McDonald, Thomas

TAPPE MISTE/FUGHE

⭐⭐⭐⭐⭐Busatto, Hagenes
⭐⭐⭐⭐ Donaldson, Huby, Segaert, Morgado, Lamperti
⭐⭐⭐ Rootkin-Gray, Romeo, Foldager, Glivar, Kretschy
⭐⭐ Christen, Shmidt, Thierry, Huens, Hajek, Thomas
⭐ Wenzel, Reinderink, Villa, Nerurkar, Jorgenson, Lelandais

 


Glasgow 2023: al telefono con il C.T. Paolo Sangalli

Domenica 13 agosto 2023, sulle strade che vanno da Loch Lomond a Glasgow, per un totale di 154,1 chilometri, si disputerà la prova in linea donne élite del Campionato del Mondo di ciclismo di Glasgow. Torna in palio la maglia iridata, indossata quest'anno da Annemiek van Vleuten, al termine della prova del 2022 a Wollongong, con quel finale che ancora oggi toglie il respiro, per quanto inaspettato, alla luce dell'infortunio dell'olandese, una microfrattura al gomito, pochi giorni prima, in una caduta, durante lo svolgimento della cronometro-staffetta mista. Un fulmine e dopo Giro, Tour e Vuelta, van Vleuten è stata ancora Campionessa del Mondo, seconda Lotte Kopecky, terza Silvia Persico. Dando un'occhiata all'albo d'oro degli ultimi dieci anni, l'ultima vittoria italiana è di due anni fa, Elisa Balsamo su Marianne Vos a Lovanio, mentre spicca una netta prevalenza di vittorie olandesi, ben sei: due di van Vleuten, due di van der Breggen, una di Blaak e una di Vos. A interrompere il loro dominio, oltre a Balsamo, come già detto, Pauline Ferrand-Prevòt, nel 2014, Elizabeth Armitstead, nel 2015, e Amalie Dideriksen nel 2016. I Paesi Bassi sono anche la nazione con più vittorie totali (14) contro le dieci della Francia e le sei del Belgio e dell'Italia, che anche quando non ha vinto, negli ultimi anni, ha spesso centrato il podio (citiamo i terzi posti di Ratto, Guderzo e Longo Borghini).

AL TELEFONO CON GLASGOW

Elisa Balsamo e Elisa Longo Borghini - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2023

Paolo Sangalli, C.T della nazionale su strada femminile italiana, ci risponde poco prima dell'inizio della prova del Team Relay e le prime parole sono per Elisa Longo Borghini, assente a causa di un'infezione alla coscia contratta durante il Tour de France: «Credo sia difficile per tutti, come è difficile per Elisa non essere qui. Longo Borghini, quando c'è, è una garanzia e parte sempre con i gradi da capitana. Ovviamente fare i conti con la sua assenza è pesante, ma deve essere chiaro: sono orgoglioso delle atlete convocate ed è certo che sapranno fare un'ottima prova, anche per Longo Borghini». Paolo Sangalli non si nasconde, non lo ha mai fatto, non è solito farlo, così mette sul piatto tutte le tematiche e lo fa con estrema sincerità: la sfortuna, ad esempio. La nazionale avrebbe dovuto avere due punte: Longo Borghini e Balsamo, di Longo Borghini abbiamo già parlato, Balsamo, invece arriva al Mondiale dal Tour, ritiratasi al termine della sesta tappa per affaticamento, anche in vista di Glasgow.

Alessia Vigilia e Paolo Sangalli - Foto Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency@2023

«Balsamo è una di quelle atlete con cui tutti vorrebbero lavorare per come è capace di mettersi a disposizione e di sacrificarsi, indubbiamente, però, anche per lei questa gara arriva in un momento particolare. Era necessario che mettesse fatica nelle gambe e, in Francia, lo ha fatto. Quando ci siamo visti, abbiamo lavorato sui wattaggi e sul recupero, in modo da essere al meglio domenica, ma ciò che è accaduto prima non si può cancellare». Qui, il C.T. apre una parentesi personale, su come sta vivendo questo Mondiale: «Bene, ma con la consapevolezza del fatto che le cose per noi non sono fino a qui andate come avremmo voluto, perché nell'avvicinamento la sfortuna ha avuto un ruolo determinante, però la sfortuna è un fattore del ciclismo e bisogna accettarlo. Chissà, magari nel 2024, arriverà pari fortuna. In fondo, ce la meriteremmo». Dato per assodato quanto già esposto, Sangalli torna a parlare del discorso che ha fatto e che farà in ogni momento alla squadra, fino a domenica: «Non ho ancora scelto le titolari: l'idea è che ogni atleta debba sentirsi fondamentale per questa squadra, qualunque sia il suo ruolo. Io chiedo di vedere un'Italia protagonista, in ogni fase di corsa. Voglio vedere una squadra che sia la squadra più forte del Mondiale. Se faremo in questo modo, avremo mostrato il nostro miglior volto ed i risultati saranno una conseguenza».

IL PERCORSO

Saranno 154,1 i chilometri da percorrere per tagliare il traguardo. Nel primo tratto, diciamo fino al chilometro 60, l'asperità principale sarà la salita di Crow Road. Diciamo principale non a caso perché, in realtà, il percorso prevede moltissimi strappi e strappetti che l'altimetria non categorizza come GPM, ma che appesantiranno le gambe delle atlete. Dal chilometro 60, invece, si entra nel circuito conclusivo, a Glasgow, da ripetere sei volte. Anche il discorso è simile: sebbene sia Montrose Street l'unica salita evidenziata, il tracciato sarà tortuoso. «Sai, in altre circostanze- spiega Paolo Sangalli- è possibile evidenziare un punto chiave in cui può decidersi la corsa. Quest'anno no e questo complica di molto le cose. Si tratta di un Mondiale che si può vincere o perdere in ogni momento, che sia lontano o vicino al traguardo. Servirà massima concentrazione, sempre».

A complicare ulteriormente le cose il fondo stradale, "brutto", per usare le parole del C.T., e le curve continue che trasformano la corsa in una continua serie di rilanci, anche in fasi di gara apparentemente tranquille: «Vi faccio un paio di considerazioni: la prima è relativa alla voglia delle atlete di vedere il percorso. Ovviamente abbiamo visto le gare degli junior e degli uomini élite, eppure tutte le atlete non vedevano l'ora di visionare con i loro occhi il tracciato. Più di altre volte. Proprio per questa imprevedibilità, le cicliste sentono l'esigenza di prendere personalmente confidenza con la strada, di vedere con i propri occhi le insidie e i tranelli. Ora che lo hanno visto, posso dire che a molte delle nostre convocate il tracciato è piaciuto». La seconda considerazione, che porta Paolo Sangalli, deriva proprio da questa ricognizione sul percorso: «Anche in allenamento, su una fila di otto, nove atlete, l'ultima della fila deve continuamente ripartire, rilanciare ed anche a ruota si fa fatica. Se questo accade in una fase tranquilla, come può essere la visione del tracciato, con solo poche atlete, pensate a cosa può accadere con un gruppo intero di atlete in cui ognuna vuole stare davanti. Pensate a cosa può accadere quando le favorite accenderanno la gara e, come detto, la gara può accendersi ovunque: la tensione in gruppo sarà palpabile». La nazionale sta tenendo costantemente monitorato il meteo e domenica le possibilità che venga a piovere non sono poche, anzi, sembrano lo scenario più probabile: «Pioggia significa corsa ancora più dura, su un tracciato così è un fattore fondamentale, aumenta il rischio di cadute o scivolate, soprattutto viste le varie curve presenti. Però pioverà per tutte e non possiamo trasformare la pioggia in un alibi».

LE FAVORITE

Lotte Kopecky - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2023

«Sorprese? La sorpresa sarebbe non vedere protagonista Lotte Kopecky, ma non succederà: Kopecky è fra le atlete che terremmo maggiormente d'occhio e farà una grande corsa». Inizia così la disamina delle favorite: Kopecky per quello che ha mostrato da inizio stagione, Kopecky per quello che ha mostrato al Tour de France. Dopo ieri sera, Kopecky anche per la gamba che ha mostrato in pista: una gamba che, per usare il gergo ciclistico, è "piena", decisamente "piena": di forza, grinta, velocità, rabbia agonistica. Fra le file dell'Italia, il discorso cade su Silvia Persico che, in virtù delle sue capacità da ciclocrossista, parte con un vantaggio non da poco in fatto di abilità a guidare la bicicletta (e non avevamo ancora visto il numero di ieri, dopo il problema al cambio, durante il Mixed Relay): «Sì, è un fatto. Guardate i vincitori delle varie prove degli scorsi giorni e vi renderete conto che questo emerge chiaramente: chi ha fatto o fa ciclocross ha qualcosa in più su questo tracciato, soprattutto sulle curve, ancor più se pioverà. Però attenzione: questa è e resta un gara in linea, in agosto, dopo una stagione difficile, con molte atlete che hanno corso sia Giro d'Italia che Tour de France. Dobbiamo considerare questo aspetto». Le precedenti prove, soprattutto quella maschile di domenica, hanno mostrato un livello altissimo e Sangalli spiega che il quarto posto di Venturelli nella prova junior è arrivato al termine di una prova corsa ottimamente, da protagoniste, in cui l'unico svantaggio è stato quello di trovarsi da soli in mezzo a nazionali con più atlete, da qui si torna a parlare di squadra e lo si fa dall'Olanda.

Demi Vollering - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2023

Le convocate: Wiebes, van Vleuten, Vos, Vollering, Markus, Bredewold, Adegeest, van Anrooij. Una corazzata, in sostanza. Vollering, in particolare, è attenzionata, per il Tour de France, certamente, ma non solo, per la sua condotta nelle classiche di inizio stagione, in cui è stata grande protagonista, mentre Wiebes e Vos potrebbero essere la carta da scegliere in caso di arrivo ad uno sprint di gruppo (molto difficile), o ridotto (più probabile). Senza dimenticare van Vleuten che, però, ha dichiarato di volersi mettere a disposizione della squadra. Sangalli avverte: «Indubbiamente è uno squadrone, ma questo può essere tanto un vantaggio quanto uno svantaggio, è già successo che team simili, poi, mancassero il centro. L'altro giorno osservavo Elena Cecchini mentre provava il percorso: l'attenzione che metteva in ogni dettaglio, per il proprio lavoro, ma anche quello delle compagne: atlete simili fanno squadra e con la squadra, con l'essere squadra, si può prevalere anche sugli squadroni che, magari, hanno valori assoluti maggiori».

2018 UCI Road World Championship Innsbruck - Tirol - Women Elite Road Race 156,2 km - 29/09/2018 - Ashleigh Moolman Pasio (South Africa) - photo Dario Belingheri/BettiniPhoto©2018

I nomi da fare, alla partenza, sono almeno sette o otto e sono quelli che in questi giorni fanno tutti. Dal mazzo, il C.T. pesca altri due nomi: Liane Lippert, per la Germania, e Grace Brown per l'Australia. La prima, Lippert, non vince molto ma vince bene. Quest'anno l'abbiamo vista protagonista sia al Giro d'Italia che al Tour de France, dove ricordiamo la sua volata infinita sullo strappo di Mauriac, davanti a Kopecky e Persico. La seconda, Brown, è la carta ideale per le fughe, senza scordare, nelle fila dell'Australia, di Amanda Spratt e Brodie Chapman. Tra le altre, un posto di rilievo lo merita Marlen Reusser, una di quelle atlete che, se prende qualche metro, è molto difficile da andare a riprendere ed il tracciato, da questo punto di vista, la agevola. Sono, comunque, da verificare le sue condizioni dopo il ritiro, sofferente, nella cronometro di ieri.

Tra le fila della Polonia, obbligatorio menzionare Kasia Niewiadoma: il suo spirito battagliero, ben in mostra al Tour de France, avrà modo di sfogarsi. Come non menzionare Emma Norsgaard? Anche lei ben in vista allo scorso Tour de France, con un'azione memorabile. Altri nomi sono indubbiamente quelli di: Audrey Cordon-Ragot, Cédrine Kerbaol e Juliette Labous per la Francia, Niamh Fisher-Black e Ally Wollaston per la Nuova Zelanda, Kata Blanka Vas per l'Ungheria, Ashleigh Moolman Pasio per il Sudafrica, Elizabeth Deignan, Pfeiffer Georgi e Anna Shackley per la Gran Bretagna, Cecilie Uttrup Ludwig per la Danimarca. Infine per gli Stati Uniti Chloé Dygert, una delle protagoniste assolute di questa rassegna iridata, medagliata in pista e su strada, campionessa del mondo nell'inseguimento e a cronometro: la sua forma e magari la sua voglia di movimentare la gara potrebbe anche condizionare l'andamento della prova iridata e indirizzare in un senso o nell'altro la storia di questo Mondiale.


Il Monumentale del Mondiale di ciclismo 2023

Un Mondiale ad agosto non lo ricordavamo più o forse è un errore del nostro sistema. Quest’anno abbiamo già superato, anzi non lo abbiamo nemmeno vissuto, quel momento di decompressione post Tour de France, nel quale piano piano si raccolgono le idee, si riacquistano forze mentali perché tanto, pensavamo - sbagliando -, che all’evento con in palio la maglia iridata manca ancora tempo. E invece non va così: niente più analisi della forma tra corse agostane e Vuelta. Un’idea su chi sta bene o meno tocca farsela tra Tour e San Sebastian - al massimo in qualche corsetta qua e là tra fine luglio e primissimi giorno del mese successivo. Straniti, sì, ma non per questo meno carichi per una prova in linea maschile che invece di chiudere la rassegna iridata, chiude il primo week end. Niente prova in linea a fine rassegna come accade di solito come fosse la maratona o le staffette nei mondiali di atletica. Lo smarrimento passa subito, però, ovvero quelle sensazioni di distacco della prima ora in cui sembra che di questo Mondiale in linea non te ne freghi abbastanza; lo smarrimento passa a pochi giorni, a poche ore dal via di una gara che - non ce ne vogliano le altre della prima manifestazione che comprende (quasi) tutte le discipline delle due ruote a pedali- catalizza la maggior parte delle attenzioni.

Quella gara che, almeno per chi scrive, resta la più importante dell’anno. Quella che ti fa sognare e immaginare mille e più svolgimenti. Perché le altre corse le conosciamo, il Mondiale, invece, è ogni anno qualcosa di diverso.

Se la Strade Bianche ha acquisito degno fascino, e la Milano-Sanremo resta - un po’ a fatica- corsa riferimento che apre il calendario primaverile; se il Fiandre è la Gara per antonomasia, quella che sintetizza tutto ciò che è il ciclismo - e non a caso quest’anno l’ha vinta il corridore più completo - se la Paris-Roubaix è la gara più folle e amata - se il Giro per noi è il Giro, e poi c’è il Tour che si prende tutto, ecco che il Mondiale in linea, vuoi per quel sogno di vestire la maglia iridata, vuoi perché per una volta vedi i corridori sfidarsi con la maglia della nazionale, vuoi perché ogni anno ti esalti nello scoprire nuovi tracciati, e mille altri motivi, ognuno ha il suo, resta la corsa con il maggiore fascino.

NEL MERITO DI GLASGOW 2023 - SVOLGIMENTO

E difatti si arriva a una domenica di agosto, la prima domenica di agosto, a parlare di inseguimento alla maglia iridata. Di un Mondiale 2023 che andrà a premiare corridori veloci ed esplosivi, dotati di fondo, ma con una caratteristica che spicca di più sulle altre: la capacità di saper limare. Un percorso che sembra fatto apposta per chi arriva dal ciclocross con una spiccata attitudine da flandristi, amstelisti e brabantisti; un disegno che definire accidentato potrebbe non spiegare completamente le insidie di un circuito di 14,3 km da percorrere per 10 volte con una cinquantina di curve e 8 strappetti cittadini. Un tracciato, completo del suo tratto in linea, che misura 271 km per oltre 3.500 metri di dislivello.

Abbiamo detto: limare, essere veloci e scaltri, l’idea è che un inseguimento compatto è praticamente impossibile e il rischio che una fuga con dentro pezzi pregiati della starting list possa partire e non essere più ripresa (perché poi anche tatticamente sarà una corsa difficile da gestire, non avendo le radioline a disposizione, le squadre si inventeranno i modi più disparati, dai pizzini, agli informatori lungo la strada e chissà che altro), anche quando all’arrivo mancheranno tanti giri, è concreta. L’insegnamento che danno quando inizi a fare ciclismo echeggia nelle menti dei ragazzi: “stare davanti!”, in ogni modo possibile, e questo aumenterà il nervosismo che su un tracciato così irrequieto (e veloce) rischia di vedere realizzati gli effetti di una Mentos dentro una bottiglia di Coca Cola. Bisognerà farsi trovare davanti, quindi, e vorranno farlo tutti, e bisognerà avere una particolare dimestichezza con l’uso del mezzo, capacità che verranno amplificate - o chissà, ridimensionate come dopo aver pescato una carta malus dal mazzo - nel caso di possibile (probabile da quello che dicono gli ultimi report) maltempo. E se le cadute fanno parte del gioco, qui rischiano di essere un fattore determinante: tra curve, transenne, marciapiedi, asfalto viscido, rischi che inevitabilmente verranno presi per stare davanti, il caos dei rifornimenti, insomma, si salvi chi può in questo terno al lotto.

IL PERCORSO

Il sempre ottimo profilo Twitter Domestique propone un dettagliato report analizzando per filo e per segno il tracciato delle gare in linea, in particolare della prova di domenica 6 agosto. Parte iniziale di 124 chilometri, da Edinburgo, piatta o quantomeno appena nervosa nel tratto di apertura, e poi due salitelle. La prima, 5,7 km al 3%, una sciocchezza per i professionisti, la seconda, Crow Road, 3,8 km al 5,4% di media: dalla cima mancheranno ancora 174 km, in pratica sarà un lungo riscaldamento in cui sorridere ai fotografi o lasciare andare la fuga con dentro nazionali che non fanno paura ai fini del risultato finale, prima di entrare nella città più grande della Scozia.

Abbiamo detto del circuito: 14,3 km da percorrere 10 volte dagli élite, quasi una cinquantina di curve a 90 gradi e 8 brevissimi strappetti che faranno la differenza e allungheranno il gruppo, lo sgraneranno, sin dal primo passaggio. Inevitabile.

Dopo il primo passaggio, niente tappeto steso sotto le ruote dei corridori, ma un tratto di lastricato in pieno centro: 1,2 km. Dovesse piovere sarebbe un macello. Da Glasgow ci raccontano che, quando piove, su questa superficie si rischia di scivolare pure camminando.

Poi gli strappi a caratterizzare il percorso:

St Vincent Street-Dogluas Street: 565 metri, media del 5%, massima del 12%, si scollina a 12 km dal traguardo. Come scrivono sempre i ragazzi di Domestique: la più lunga ma non la più dura del tracciato.

Gilmorehill: 230 metri di lunghezza, media del 4,3%, massima del 6,8%: cima a 9,7 km dal traguardo. Da qui inizia un estenuante su e giù.

University Avenue: 250 metri con una media del 5,9% e una massima del 7,4: siamo a 8,9 km dall’arrivo.

Great George Street: 325 metri, media del 7.6%, massima sopra l’11%: siamo a 7.9 km dall’arrivo. A seguire una breve ma ripidissima discesa.

Kelvingrove Park è la quinta salita del percorso, è lunga 398 metri, ha una media del 6,2% e una massima del 7,6%. Siamo a 6.900 metri dal traguardo ed è seguita da una serie di curve e controcurve e da strade strette che attraversano il parco.

Scott Street: segna il ritorno in centro città: 154 metri, cortissima ma spacca gambe con la sua percentuale massima del 22,8  e la media del 12,9. 5,5 km dall'arrivo.

Montrose Street: l’ultima (decisiva, se non lo saranno state quelle prima) e attesissima salita. Quella che porta chi vive o studia a Glasgow verso l'Università: 163 metri, 13,4 % la media, 15,2% la massima, si scollina a 1,4 km dal traguardo.

Breve discesa, due curve ad angolo retto e arrivo in George Square con la strada che negli ultimi 400 metri continua a scendere.

10 FAVORITI

Mathieu Van der Poel - Matteo Trentin - Wout Van Aert - Foto Dario BelingheriPhoto©2018

MATHIEU VAN DER POEL

Il percorso sembra sia nato dopo aver analizzato nel dettaglio in qualche laboratorio ultra specializzato le sue caratteristiche: il fatto di essere ciclocrossista, brabantista, amstelista, flandrista, di essere il più esplosivo in gruppo, di essere veloce, di saper guidare come pochi, di avere soluzioni diverse per vincere, lo pone favorito assoluto. Al Tour si è preparato bene per questo appuntamento. Facciamo prima così: può perderla solo lui.

WOUT VAN AERT

La nemesi vanderpoeliana che ha staccato dal Tour nel momento in cui Vingegaard metteva in cassaforte la seconda maglia gialla per volare a casa dal nuovo erede di casa van Aert venuto al mondo. Lo abbiamo visto con gli occhi stanchi e la barba incolta, lo vediamo bene domenica in maglia iridata per caratteristiche simili a quelle di van der Poel. Anche se il Belgio porta tre punte pensiamo che più di altre volte questa sarà la sua corsa e la sua nazionale.

MADS PEDERSEN

Un terzo incomodo che non ha nulla da invidiare ai due van, Mads Pedersen, da un paio di stagioni è ormai a tutti gli effetti uno degli interpreti delle corse di un giorno più forti al mondo. Percorso (quasi) perfetto per lui, fondista, veloce, capace di resistere sugli strappi brevi. Uscito forte dal Tour, e se si aggiunge la (probabile) pioggia prevista sul percorso, le sue quotazioni salgono.

CHRISTOPHE LAPORTE

Capitano della Francia, Laporte ha corso tutto il Tour in appoggio a Vingegaard senza poter sognare giorni di libertà e quando ne ha avuto la possibilità - l’ormai celebre tappa numero 19 vinta da Mohorič, se l’è giocata contro alcuni corridori con cui si sfiderà a Glasgow. In volata non teme nessuno, nel su e giù del centro città ancora meno, limare sa limare. L’obiettivo è dichiarato: si va per una maglia iridata.

TADEJ POGAČAR

Difficile porre limiti al corridore più completo al mondo che se non altro - pur uscendo sconfitto dal Tour - torna subito in corsa e che corsa, facendo quello che gli riesce meglio: correre tutte le corse più importanti, correre perché gli va e basta. Già in passato lo abbiamo visto essere al via di un Mondiale, magari arrivando stanco da altre corse o in fase calante, perché Pogačar è così e allora se trovi il suo nome al via di una corsa non può essere che inserito tra i favoriti. Maestro della pioggia, temibilissimo allo sprint - soprattutto dopo 271 km - su di lui un paio di incognite: la prima è legata alla forma post Tour (già in passato ha mostrato il fianco dopo la Corsa Gialla), la seconda all’infortunio al polso che gli ha tolto un po’ di fiducia nella guida. Però mai scommettere contro di lui.

MICHAŁ KWIATKOWSKI

Tra Tour e Polonia è tornato il Kwiatkowski vecchio stampo, quello che per anni è stato, oltre che un gregario favoloso, anche uno degli outsider da battere praticamente in tutte le corse di un giorno in cui era presente. Ha già vinto un Mondiale, non teme nessuno, sa entrare nell’attacco giusto e magari staccare gli avversari su uno degli strappi del circuito o vincere in uno sprint ristretto. Occhio a lui, tra i corridori più in forma dell’ultimo mese di gara.

KASPER ASGREEN

A proposito di corridori tornati a fare sul serio di recente. Kasper Asgreen in due giorni al Tour è tornato a prendere dimestichezza con la vittoria, con la capacità di vincere in uno sprint ristretto contro gente altrettanto scaltra e veloce. Anche lui non teme né lunghezza del percorso, né sprint ristretti, altimetria instabile da mandarti al manicomio, né eventuale maltempo. Corre in quella che forse è la seconda squadra più completa al via. Occhio a lui anche in un eventuale attacco a lunga gittata.

JASPER PHILIPSEN

La carta belga in caso di sprint (ristretto), ma non solo: come dimostrato alla Roubaix e altrove, è capace di stare davanti anche su percorsi più nervosi e quello di Glasgow lo è il giusto. L’enigma davanti al quale si porrà il giovane corridore della Alpecin sarà, nel caso: quale dei due van aiutare? Il suo compagno di squadra - e pesce pilota al Tour, ma non solo - oppure il connazionale? E poi da capire quale sarà l'abito cucito su di lui, soprattutto come la prenderà, lui così ambizioso, se dovesse essere la carta nascosta del Belgio in mezzo al gruppo in attesa di uno sprint, con Evenepoel e van Aert, invece, a giocare più d'anticipo.

MICHAEL MATTHEWS

Non brilla come altre volte, ma come escluderlo? L'Australia ha un'ottima squadra che verosimilmente avrà carta bianca per attaccare da lontano mentre lui marcherà i favoriti con obiettivo il classico piazzamento nei 10. Immancabile.

REMCO EVENEPOEL

Il campione uscente, terza (?) punta di un Belgio fortissimo. L’incognita è su come potrà digerire un tracciato così tortuoso e nervoso che molti definiscono più simile a un circuito da crit race, ma con talenti di questo genere non si possono porre limiti, soprattutto dovesse attaccare da lontano. In Belgio si chiedono come sia possibile convincere il campione del mondo uscente a correre un po' più defilato e addirittura dargli compiti di attacco a lunga gittata, ma forse in Belgio si sono dimenticati come vinse l’edizione 2022 della prova iridata.

ANALISI DELLE SQUADRE

Wout Van Aert  - Remco Evenepoel  - Foto Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency/SprintCyclingAgency©2022

Analizziamo le squadre, partendo da quella del campione in carica, il Belgio, parlando perlopiù di quei corridori esclusi dalla lista dei 10 nomi fatti sopra.

BELGIO

Uno squadrone. Tiesj Benoot è una garanzia sia come uomo in appoggio che da battitore libero, stesso destino per Nathan Van Hooydonk, alla sua migliore stagione, ombra di Van Aert e uscito molto bene dal Tour. Jasper Stuyven ha pure lo spunto veloce, oltre a sapere lavorare molto bene per i compagni di squadra, Yves Lampaert è da anni uno dei più forti e regolari interpreti delle corse di un giorno, mentre Victor Campenaerts e Frederik Frison, in quota Lotto, arrivano, uno da un Tour corso sempre da protagonista e dove ha palesato una condizione in crescita, l'altro dalla migliore primavera della sua vita. Occhio anche a loro due, soprattutto in appoggio ai tanti capitani.

FRANCIA

Laporte capitano, Julian Alaphilippe e Valentin Madouas in seconda battuta, loro due che a Lovanio confezionarono uno degli attacchi decisivi che portarono Alaphilippe in cima al mondo per il secondo anno di fila. Temibilissimi su questo percorso e, visto un periodo non dei migliori, anche lontani dai riflettori. Benoît Cosnefroy è uno che in questo periodo dell’anno va forte, mentre Florian Sénéchal è cliente scomodo in caso di sprint ristretto. Olivier Le Gac e Remi Cavagna saranno i faticatori, ma ci proveranno anche da lontano.

DANIMARCA

Dopo il Belgio è l’altra squadra di riferimento. Se Pedersen e Asgreen saranno i leader, Søren Kragh Andersen e Magnus Cort Nielsen hanno poco da invidiare agli altri due, in più sono veloci, anche se magari non sempre affidabilissimi. Mattias Skjelmose ci può provare da lontano (e anche lui fermo allo sprint non è), avrà energie dopo un Tour corso sempre all'attacco? Da Mikkel Bjerg ci aspettiamo le proverbiali trenate, mentre Mikkel Honoré e Michael Mørkøv saranno chiamati a lavorare per la squadra, magari provando anche a inserirsi in qualche fuga.

GRAN BRETAGNA

Stride l’assenza di Pidcock, ma squadra ugualmente molto interessante con tanti corridori veloci, resistenti, adatti a un percorso del genere senza salite lunghe e senza un attimo di respiro dal punto di vista planimetrico e in più giocano praticamente in casa. Non c’è un vero e proprio leader, ma tanti giovani in rampa di lancio e con caratteristiche simili. Ben Turner si può sdoppiare nel ruolo di uomo squadra o capitano. Stagione complicata per via di tante cadute e malanni, proprio nell'anno in cui ha sbloccato la casella delle vittorie personali. Arriva dal ciclocross è abbiamo già spiegato quanto potrebbe contare domenica. Fred Wright ha il fiuto per l’azione giusta ed è veloce, mentre Sam Watson e Jake Stewart staranno coperti per sfruttare lo spunto veloce. Luke Rowe, Owain Doull, e i due Swift (Ben e Connor) probabilmente sacrificati alla causa dei giovani rampolli.

SLOVENIA

Tutto ruota attorno a Pogačar? Non è detto. Luka Mezgec è veloce e resistente, certo, è un outsider di seconda o terza fascia, ma anche al Tour ha mostrato di stare bene. Curiosità per vedere Tilen Finkšt e Jaka Primožič, corridori molto forti nelle gare dell’est. Domen Novak sarà l'ombra dei capitani, ma arriva da una stagione sottotono. Chiudono la selezione il classe 2000 Anže Skok, e il meno giovane Kristian Koren, con i suoi quasi 37 anni uno dei più anziani corridori al via.

SPAGNA

Alex Aranburu - Foto Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2023

Dopo il forfait di Lazkano (uno dei possibili outsider, sostituito dal più grande dei fratelli Azparren), occhio ad Alex Aranburu alternativa ai big molto accreditata. Si esalta con la pioggia, sa guidare il mezzo come pochi, con un passato nel ciclocross, ed è veloce, anche se quest’anno ha perso un po’ di spunto per guadagnarne in resistenza. La cosa non è per forza un male. In caso di brutto tempo non è da scartare il nome di Ivan Garcia Cortina: entrambi i corridori della Movistar puntano a un posto in top ten. A proposito di pioggia e guida, occhio a Ion Izagirre, che di sicuro avrebbe preferito un percorso più duro, e a proposito di spunto veloce, il nome di Roger Adrià ronza sempre più spesso nelle orecchie dei suiveur. Il suo punto debole potrebbe essere la distanza. Chiudono la selezione Gonzalo Serrano, un abbonato ai piazzamenti nei primi venti, trenta, una sorta di Alejandro Valverde in formato ridotto, per caratteristiche e piazzamenti, Jesus Herrada, chiamato più per la sua esperienza (e chissà se anche quel 4° posto nell'Europeo a Glasgow di 5 anni fa dietro Trentin, van der Poel e van Aert ha pesato nella scelta) che per reali possibilità di fare risultato, e un altro Jesus classe ‘90, ma decisamente meno conosciuto: Ezquerra, quest’anno andato molto forte in alcune corse di un giorno dal profilo simile a quello del Mondiale.

OLANDA

L’Olanda è van der Poel principalmente, ma di fianco a lui c’è Dylan van Baarle, un corridore con un palmarès che parla da solo e che in caso di corsa dura può pure vincere. Olav Kooij è la carta per un eventuale (ma lo diciamo: poco probabile) sprint, ma il dislivello che incontrerà nel circuito finale potrebbe essere fatale per lui. Dan Hoole, Jan Maas e Oscar Riesebeek saranno i faticatori della prima ora, Pascal Eenkhoorn, in grande forma, carta da giocare nelle fughe, così come Mick van Dijke, ma per forza di cosa tutto ruoterà attorno a van der Poel.

AUSTRALIA

Solita squadra a più punte e ricca di alternative credibili a tutti i pretendenti al podio. Di Matthews abbiamo già detto. Harry Sweeny è uno dei pallini di chi scrive: ama la corsa dura, ha fondo e va forte col maltempo. Luke Plapp cerca il colpo di pedale per dare l’assalto alla medaglia nella crono, Simon Clarke è sempre pericoloso se trova la fuga giusta, mentre Luke Durbridge sarà un appoggio ideale per la squadra. C'è poi Kaden Groves, velocista che potrebbe tenere duro e poi piazzare il colpo in caso di sprint ristretto. Occhio anche a lui ‘ché si esalta col maltempo e non teme nemmeno le tante insidie del percorso, ma forse il chilometraggio, quello sì. Infine presenti Matthew Dinham e Alex Edmonson che sostituiscono Ewan e Stannard.

COLOMBIA

Non solo per onore di firma. Il capitano è Juan Sebastian Molano: col maltempo vola e senza l’incidente di questa primavera in Belgio avrebbe avuto concrete possibilità di giocarsi un piazzamento importante, visto anche lo spunto veloce. Fernando Gaviria è corridore al solito indecifrabile, ma che nella giornata buona potrebbe anche piazzarsi bene, mentre il resto della squadra appare più di supporto. Difficile aspettarsi qualcosa infatti dal velocista, Alvaro Hodeg, dagli scalatori, seppure molto forti, Rigoberto Uran, Santiago Buitrago, Harold Tejada, Jesus David Peña - quest’ultimo in grande forma di recente - né dal cronoman, Walter Vargas. Squadra comunque da tenere d’occhio in caso di corsa pazza.

USA

Novità sostanziali arrivate nelle ultime ore: fuori, rispetto alla pre selezione, Sheffield, Simmons e Jorgenson, dentro Larry Warbasse, Kevin Vermaerke e Will Barta. Completano la squadra: Sean Quinn, resistente e veloce, forse non ha tutte le carte giuste per ambire a qualcosa di importante, ma può buttarsi in fuga ed essere uomo pericoloso, Lawson Craddock che esce forte dal Tour e sarà pedina preziosa per la squadra, e infine Neilson Powless che dal Tour arrivava con qualche punto di domanda subito sbarrato al termine della Clasica di San Sebastian. In Francia si è sfiancato la prima settimana portando in giro la maglia a pois, finendo, nella seconda parte di corsa, per staccarsi troppo spesso anche da corridori che normalmente gli finiscono dietro. A San Sebastian (4° all'arrivo), però, è tornato il Neilson Powless capace di chiudere nelle prime sette posizioni Parigi-Nizza, Milano-Sanremo, Dwars e Ronde. In queste condizioni, se c’è una garanzia di piazzamento in caso di corsa per fondisti, quella arriva dal corridore della EF.

SVIZZERA

Stefan Küng - Foto Peter De Voecht/PN/SprintCyclingAgency©2023

 

Squadra interessante con Stefan Küng che insegue il podio sia in linea che a crono ed è un altro di quei corridori che in caso di brutto tempo (a furia di scriverlo domenica ci sarà sicuramente sole) sa tirare fuori qualcosa in più e non teme di certo la distanza, oltretutto da un po’ di stagioni è uno dei più forti interpreti delle corse di un giorno. In seconda battuta c’è Marc Hirschi che si sta ritrovando e non teme la lunga distanza. Silvan Dillier e Fabian Lienhard saranno il supporto, mentre Stefan Bissegger e Mauro Schmid hanno la fuga, anche dalla lunga distanza, nel sangue e possono essere molto temibili se ancora davanti nel finale. Lo diciamo? Lo diciamo: vanno forte anche con il maltempo.

NORVEGIA

Norvegia: con cinque punte su sei, buone per ogni soluzione. Alexander Kristoff l’uomo veloce, ma anche resistente, però arriva da un Tour deludente, sempre che non si sia nascosto per bene in ottica Mondiale. Pesano le 36 primavere? Lo scopriremo su un percorso adatto a lui. Søren Wærenskjold, altro corridore da corse del nord, veloce e resistente, da verificare su queste distanze, Andreas Leknessund starebbe benissimo in una fuga da lontano, Rasmus Tiller, invece, sta bene in mezzo ai big delle corse di un giorno. Infine Tobias Halland Johannessen, quello visto (e ritrovato) al Tour, può ambire a un risultato di peso.

PORTOGALLO

Joao Almeida e Ruben Guerreiro avrebbero preferito un tracciato ancora più selettivo, ma male non stanno, André Carvalho è perfetto per questo profilo, ma gli manca più di qualcosa per ambire a stare con i migliori, Nelson Oliveira proverà a entrare in fuga.

GERMANIA

Due corridori su tutti da tenere d’occhio: John Degenkolb e Nils Politt. Non servono spiegazioni sui perché. Interessante la presenza di Nico Denz che proverà a infilarsi in ogni fuga, prendendo magari quella decisiva, da seguire il giovane Michel Hessmann, già molto affidabile come uomo squadra, mentre Jonas Rutsch, insieme a Maximilian Schachmann, sarà battitore libero: entrambi capaci anche di provare a inserirsi in una top ten finale.

IRLANDA

Ben Healy  - Foto Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2023

 

Ben Healy capitano con mire importanti a patto di arrivare da solo al traguardo - cosa non impossibile. Sam Bennett sembra presente più per una reale mancanza di alternative, mentre Rory Townsend avrebbe preferito un centinaio di chilometri in meno e allora lo avremmo seguito con attenzione, ma resta tuttavia un corridore interessante.

CANADA

Derek Gee per inseguire quel sogno solo sfiorato al Giro d’Italia, vederlo in fuga non è nemmeno quotato. Il Canada presenta una selezione tutto sommato interessante, un perfetto mix di esperienza, Guillaume Boivin e Hugo Houle, e freschezza, il giovane Nickolas Zukowsky.

LE ALTRE

La Nuova Zelanda ha in Paddy Bevin, l’uomo d’esperienza, ma punta soprattutto sui giovani Laurence Pithie e Corbin Strong, entrambi scaltri e veloci, mentre nell’Ecuador presente uno degli outsider più interessanti soprattutto in caso di maltempo: Jonathan Narvaez. Mathias Vacek e Adam Ťoupalík guidano la Repubblica Ceca, quest’ultimo sta ritrovando se stesso in questa stagione dopo essere stato più che una promessa da giovane (ve lo ricordate quando sconfisse van der Poel all’Arctic Tour of Norway?). Anche lui arriva dal ciclocross e un piazzamento nelle prime venti posizioni sarebbe l'inizio di una nuova carriera.

Nel Sudafrica presenti corridori veloci, e di esperienza, come Ryan Gibbons e Daryl Impey, il Lussemburgo si affida a due che nelle rispettive squadre sono garanzie assolute: Kevin Geniets e Alex Kirsch e l’Austria sarà guidata da Marco Haller, altro uscito forte dal Tour. Il Kazakistan ha due campioni del mondo Under 23, Lutsenko e Fedorov, in squadra, ma poche speranze francamente, anche se il primo citato sa trovare la giornata giusta in cui risulta essere competitivo in chiave successo - ma difficilmente quel giorno sarà domenica. Slovacchia e Israele si affidano a Peter Sagan e Itmar Einhorn e infine la Svezia a Lucas Ericsson e il Brasile a Nicolas Sessler.

L’ITALIA

Matteo Trentin - Foto Luca Bettini/BettiniPhoto©2018

 

In questi giorni, chi scrive ha deciso di recuperare - con grave ritardo sulla linea del tempo - una delle saghe mainstream del cinema d'azione più celebri di tutti i tempi: Mission: Impossibile. I primi due capitoli, grazie anche alla regia di De Palma e Woo (magari non i migliori De Palma e Woo), sono assolutamente godibili, e traslando il tutto alla corsa di domenica: la missione appare impossibile.

Tra gli otto convocati dal CT Bennati, cinque sono i più in forma e adatti al percorso: Matteo Trentin, Alberto Bettiol, Filippo Baroncini, Andrea Bagioli e Simone Velasco. Con loro Lorenzo Rota, che lo scorso anno arrivò a poche centinaia di metri dalla possibilità di salire sul podio, Daniel Oss, chiamato dopo un ottimo Tour, e Kristian Sbaragli.

Possibilità di podio? Poche in concretezza, ma la Squadra, come veniva chiamata fino a qualche tempo fa quando era punto di riferimento assoluto a ogni Mondiale, potrà dire la sua a patto che tutto quello prestabilito sia seguito alla lettera e che le cose vadano per il verso giusto. E ci vuole pure una botta di fortuna.

Andrea Bagioli - Foto Dario Belingheri/BettiniPhoto©2018

Tuttavia mai porre limiti alla capacità di Matteo Trentin di correre davanti e farsi trovare pronto nelle azioni decisive; mai dubitare di Alberto Bettiol apparso in crescita - anche se a San Sebastian ha ceduto nel momento clou, ma era al cospetto di tre che le montagne le divorano - pur con i suoi limiti a volte evidenziati sulle lunghe distanze. Bisogna avere fiducia in Filippo Baroncini e Andrea Bagioli perché sono due patrimoni del nostro ciclismo e se il primo deve ancora sbocciare tra i professionisti (e chi scrive sogna proprio il suo nome domenica nel finale, davanti), il secondo sembra finalmente aver trovato la giusta quadra. Oltretutto il corridore valtellinese si è spesso esaltato con la maglia della nazionale, lavorando per gli altri, magari domenica sarà il suo turno. Il suo spunto veloce, poi, potrebbe portare anche qualcosa di importante. Simone Velasco è nel momento migliore della sua carriera, lui è perfetto per inserirlo in una fuga dalla media distanza, magari insieme a Lorenzo Rota. Nel caso lo spunto veloce non gli mancherebbe. Infine Daniel Oss e Kristian Sbaragli, dopo aver lavorato uno per una vita di fianco a Sagan, l'altro in questi anni di fianco a van der Poel, correranno come gregari e portaborracce.

L’importante che la Nazionale interpreti una corsa all’attacco, senza nascondersi, senza incertezze, provando ad anticipare senza remore - lasciando magari uno o due tra Trentin, Bagioli, Baroncini e Bettiol a coprire i favoriti. Bisogna rischiare il tutto per tutto, ma non bisogna nemmeno esagerare: il fondo è un problema che spesso è venuto fuori nelle corse più importanti e quindi non si può nemmeno pensare di arrivare a 60/70km dall’arrivo dopo aver attaccato come matti e reso la corsa dura: noi ne pagheremmo le conseguenze e avvantaggeremmo chi fa della resistenza una dote. Insomma la coperta è corta per chi come noi non ha un corridore papabile alla vittoria finale sulla carta: un corridore tra i favoriti non ce l’abbiamo, ma ce lo avremmo avuto, Ganna, ma il suo obiettivo - e quello della Federazione - era chiaramente la pista. Spoiler: alla fine Ethan Hunt (Tom Cruise) le missioni impossibili le riesce sempre, bene o male, a portare a casa, quindi ci proviamo. Abbiamo perso edizioni in cui eravamo la squadra da battere, con diverse punte e spesso a vincere erano corridori considerati outsider. Magari è il giorno in cui tocca a noi incassare.

LE ALTRE GARE SU STRADA (paragrafo in aggiornamento: non tutte le startlist sono definitive)

Ad aprire il programma delle gare su strada, sabato 5 agosto, sarà la prova JR femminile, ore 10, 70 km, 5 giri del circuito spiegato sopra. Favorite? Ferguson e Sharp (Gran Bretagna), Venturelli (Italia), Bego, Comte e Gery (Francia), Moors e Van Sinaey (Belgio), Greve (Danimarca), Knaven e Molengraaf (Olanda), Holmgren (Canada).

Sempre sabato (alle ore 13) toccherà ai ragazzi della categoria juniores (o under 19) gara che si prospetta molto incerta ed equilibrata con tantissimi nomi candidati al successo e diverse nazionali che potrebbero vincere con tutti i convocati. Nove giri del circuito per un totale di 127,2 km. Dal Belgio selezioniamo De Schuyteneer, Widar e Sentjens, dall’Australia, Chamberlain, terzetto danese da seguire: Storm, Clemmensen e soprattutto Withen Philipsen corridore che va fortissimo anche in mountain bike. Francia e Gran Bretagna sarebbero da citare al completo, ma scegliamo Blaise, Grisel - soprattutto - e Seixas per i transalpini, Brennan e Smithson per i britannici. Al via pure Ben Wiggins, figlio d’arte. L’Olanda punta forte su Lughtart e soprattutto su Remijn che di nome fa Senna e va forte anche nel ciclocross, la Norvegia su Nordhagen, Haugland e Ingebrigtsen. L’Italia, dopo un paio di anni, torna ad avere una nazionale estremamente competitiva: Gualdi, Sierra, Bessega, Cettolin e Giaimi sono tutti candidati a un posto sul podio. La Spagna ha in Hector Alvarez uno dei prospetti maggiormente interessanti del panorama giovanile, ma occhio anche a Beloki (dal 2024 con la Ef e figlio proprio di quel Joseba), la Finlandia prova il colpaccio con Borremans, la Germania con Fietzke e Leidert, mentre l’Irlanda punta molto su O’Brien. Da non sottovalutare il neozelandese Guichard, il polacco Gruszczynski, lo svizzero Barhoumi, lo slovacco Novak, i cechi Barta, Bittner e Kral e gli sloveni con Erzen, Valjavec e Omrzel. Abbiamo lasciato per ultimo uno dei pezzi pregiati della categoria, ovvero l’americano AJ August che punta alla tutt’altro che semplice doppietta con la cronometro.

L’8 agosto (ore 13) iniziano proprio le cronometro con la Mixed Relay che si disputa nel circuito cittadino di Glasgow. Favorite Svizzera e Gran Bretagna, poi Australia in seconda battuta a giocarsi il podio con la solida Germania, l’Olanda e la Francia. Usa outsider, mentre l’Italia, sul podio per due anni di fila, senza Sobrero, Ganna, Affini e Longo Borghini difficilmente potrà puntare alle prime cinque posizioni.

Il 9 agosto, alle 14:30, tocca agli Under 23 che, come tutte le gare contro il tempo individuali, si terranno a Stirling a 40 km a nord di Glasgow, su un tracciato mosso con finale da non sottovalutare in cima allo strappo che porta a Castle Wynd. 36,4 km per gli Under 23: favorito d’obbligo il belga Alec Segaert. Aperta la lotta per le medaglie, tuttavia, con i danesi Bevort e Wang, il francese Paleni, l’inglese Charlton e l’altro belga Vervenne tra i maggiori pretendenti, ma occhio anche agli azzurri Olivo e Milesi (Lorenzo), lo spagnolo Romeo, l’olandese van Belle, l’australiano Mackenzie (argento tra gli junior un anno fa nel mondiale corso in casa), il croato Miholjevic e infine due tra i protagonisti assoluti quest’anno nella categoria: l’irlandese Rafferty e il norvegese Staune-Mittet.

Il 10 agosto le due crono femminili. Alle 11:15 le under 19:  con Toniolli che prova la difficile impresa di giocarsi una medaglia in un contesto che vede di nuovo favorite Van Sinaey (Belgio) e soprattutto Ferguson (Gran Bretagna). Alle 14 partono le élite: Marlen Reusser (Svizzera), Chloé Dygert (USA), Demi Vollering (Olanda), Grace Brown (Australia) e Audrey Cordon-Ragot (Francia), le favorite per il podio.

L’11 agosto in programma le crono maschili Junior (ore 10, 23 km) ed élite (ore 14:35, 48,1 km, apprezziamo molto quel “virgola uno”). Tra gli Under 19 tre nomi su tutti, August (USA), Chamberlain (Australia) e Nordhagen (Norvegia), ma la lotta alle medaglie è apertissima e coinvolge anche i due belgi Marivoet e soprattutto Sentjens, i danesi Storm e Just Pedersen, il tedesco Leidert, Ben Wiggins (Gran Bretagna), Adam Rafferty (Irlanda) e perché no, il nostro Giaimi. Occhio alle possibili (probabili) sorprese.

La gara élite in programma alle 14:35 vedrà sfidarsi principalmente Ganna contro i due belgi van Aert ed Evenepoel (quest’ultimo favorito?). Occhio anche agli svizzeri Küng soprattutto, ma in seconda battuta anche Bissegger. Dura per Pogačar ambire al podio, ma può avvicinarlo, così come i francesi Cavagna e Armirail, i danesi Bjerg e Asgreen, gli australiani Dennis e Vine, il campione uscente, il norvegese Foss, che non sta brillando quest’anno, ma anche il suo connazionale Wærenskjold vincitore lo scorso anno nella crono Mondiale per Under 23. Da seguire anche i due americani: Craddock e McNulty, corridori capaci di tutto e il giovanissimo Tarling, il nome nuovo della cronometro mondiale e meno di dodici mesi fa vincitore della prova iridata tra gli under 19.

Domenica il Mondiale su strada si chiuderà invece con la prova élite femminile: gli dedicheremo un approfondimento la prossima settimana.

INFINE NOTA DOVEROSA

L’UCI, con l'introduzione del super mondiale, ha aggiunto elementi alla nostra fame di consumatori bulimici gettando in pasto a noi appassionati un evento che prevede una gara dietro l’altra e non siamo riusciti a presentare tutto come avremmo voluto, pista, mtb, bmx, paraciclismo, ma seguiremo sui nostri canali social l’evento, giorno per giorno. Intanto a questo link trovate il programma delle gare iniziate ieri, giovedì 4 agosto, gare che potrete seguire in diretta tv e streaming su Eurosport e sulla Rai.

Buon Mondiale a tutti!

* gli orari segnalati sono quelli di Glasgow.


Tour de France Femmes: tempo di bilanci

Il momento decisivo del Tour de France Femmes è stato, indubbiamente, a poco più di cinque chilometri dall'arrivo del Tourmalet quando, nella nebbia di un sabato sera di montagna, Demi Vollering è scattata e Annemiek van Vleuten non è riuscita a resisterle. L'avevamo riassunto con: "Vollering scatta, van Vleuten si stacca". Una frase secca, netta, come l'attimo clou di un Tour de France che, sin dal primo giorno, ha sempre fatto dell'imprevedibilità la sua cifra stilistica, grazie anche ad un percorso che, ben disegnato, ha consentito di mantenere a lungo l'incertezza sulla vittoria finale, con una risoluzione nella penultima tappa ed ancora il fiato sospeso nell'ultima, la cronometro di Pau: a quel punto, non tanto per la prima posizione, saldamente di Vollering, quanto per le altre posizioni del podio. Basti pensare che la sera del 29 luglio, dopo il Tourmalet, il podio vedeva Vollering precedere Niewiadoma e van Vleuten, con Kopecky quarta, seppur per pochi secondi, e la sera del 30 luglio, dopo la cronometro, giù dal podio è rimasta Annemiek van Vleuten, in seconda posizione è salita Lotte Kopecky, al terzo posto si è fermata Kasia Niewiadoma. Insomma, l'ulteriore riprova del fatto che, sulle strade di Francia, su quelle della Grande Boucle in particolare, i verdetti non sono tali fino alla fine.

GIGANTISMO SD-WORX: NON SOLO VOLLERING E KOPECKY

Tour de France Femmes 2023 - Demi Vollering - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2023

Pochi numeri: su otto tappe, le atlete, guidate in ammiraglia da Anna van der Breggen, ne hanno vinte ben quattro: la prima, con lo scatto in salita di Lotte Kopecky, che ha messo tutte nel sacco, la terza, con la volata vincente di Lorena Wiebes, la settima, con il numero di Vollering sul Tourmalet, e, infine, l'ottava, con la prestazione superlativa di Marlen Reusser a cronometro. In quest'ultimo caso, addirittura, il podio di tappa è composto totalmente da atlete SD-Worx: prima Reusser, seconda Vollering, terza Kopecky. Anche il podio finale affianca due atlete SD-Worx: Vollering prima, Kopecky seconda. Vollering in maglia gialla, Kopecky in maglia verde. Basta? No, potremmo anche aggiungere che la maglia gialla, in realtà, non ha mai lasciato le loro spalle: quando l'ha persa Kopecky, l'ha conquistata Vollering. E via così, di dato in dato, ma la netta superiorità della SD-Worx è già evidente. Talento, poliedricità, resistenza, gioventù ed esperienza. Salita, pianura, discesa, contro il tempo: almeno una atleta per ogni specialità, se non di più. Una corazzata. Si dice che la penalizzazione, inflitta a Vollering per la scia dell'ammiraglia sfruttata al fine di rientrare in gruppo nella quinta tappa (venti secondi), abbia ulteriormente acceso la rabbia agonistica dell'olandese e del suo team: può essere, ma per quanto visto sino a quel momento abbiamo dubbi rispetto ad un possibile esito differente. Demi Vollering sognava di superare van Vleuten e di farlo nel pieno del suo splendore agonistico: l'ha fatto. Ha interrotto il dominio nelle corse a tappe che durava da più di un anno e che fino a pochi giorni fa sembrava impossibile da interrompere. I segnali c'erano, è bene ricordarlo: basti pensare a "La Vuelta", dove Vollering, in salita, era parsa superiore. Quelli erano segnali, però, questa una certezza. La campionessa ventiseienne fatica ancora a crederci: la maglia gialla è lì a testimoniare che dubbi proprio non ce ne sono.

VAN VLEUTEN SCONFITTA MA...

Tour de France Femmes 2023 - Annemiek Van Vleuten - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2023

Siamo certi che una delle immagini più significative di questo Tour sia l'arrivo di van Vleuten alla cronometro di Pau. Il podio è ormai perso, Kopecky e Niewiadoma hanno fatto nettamente meglio di lei. C'è lo staff ad aspettarla, a ringraziarla per molte cose che sembravano scontate e scontate non erano, a darle una pacca sulla spalla e qualche borraccia, ma soprattutto tutta la comprensione che serve. Perdere non è facile per nessuno, forse ancora più difficile per una ciclista abituata a vincere e stra-vincere. Ancora meno facile, anche se sembra un paradosso, è a quasi quarantuno anni, quando si intuisce la fine della carriera e, probabilmente, vincere, almeno a livello psicologico, è ancora più importante. Tuttavia, proprio l'età deve far considerare normale un possibile calo (che, poi, molte atlete più giovani, sportivamente parlando, firmerebbero per prestazioni stile van Vleuten). Ha perso provando ad attaccare, da lontano, sull'Aspin, non risultando tuttavia incisiva nell'attacco, come le altre volte. Ha perso prima di un appuntamento importante quale è il Mondiale che è appena iniziato. Ricordiamo cosa accadde l'anno scorso, quando nessuno l'aspettava, almeno non così. La nazionale olandese sarà l'esaltazione del talento, una nazionale in cui ognuna potrebbe essere capitana: potrebbe essere un vantaggio, ma anche uno svantaggio. Di certo, ad Annemiek van Vleuten le sorprese piacciono. Teniamola d'occhio.

 

CHE TOUR, LOTTE KOPECKY!

Tour de France Femmes 2023 - Lotte Kopecky - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2023

Un paragrafo a parte lo merita Lotte Kopecky, seppur abbiamo già accennato al suo Tour. Tanti hanno fatto notare il suo modo di correre, sempre più simile a Wout van Aert: è vero. Kopecky piace perché è il contrario dell'ovvio: fa bene nelle tappe a lei adatte, tuttavia si inventa sempre qualcosa di nuovo, di non prevedibile, spesso, talvolta di prevedibile ma realizzato con una precisione millimetrica e una grinta che, comunque, tengono incollate al televisore, sorprendono. Una sequenza di immagini: l'attacco nella prima tappa, la volata nella seconda, persa da Lippert, il lavoro di squadra per la vittoria di Wiebes, gli attacchi, istinto e gambe che scalpitano verso Rodez, fino ad un Tourmalet che ha sorpreso anche lei ed a una cronometro in cui ha raggiunto e superato anche Moolman Pasio, partita prima di lei. Anna van der Breggen ha parlato di forma della vita, non si può darle torto. Il secondo posto finale, ai danni di Niewiadoma, che avrebbe meritato in egual modo, è un piazzamento di pregio ed un continuo inizio: cos'altro possiamo aspettarci da Kopecky?

 

IL TOUR DELLE FUGHE

Tour de France Femmes 2023 - Ricarda Bauernfeind - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2023

Una delle prime volte che abbiamo avvertito la possibilità di concretizzazione di una fuga da lontano eravamo a Montignac-Lascaux, nella terza tappa: la parola fuga era associata all'amaro per la mancata riuscita dell'attacco di Julie van de Velde, ripresa sul rettilineo finale, con il successo di Lorena Wiebes. In quella fuga avevamo sperato, come sempre si spera nel coraggio di chi parte da sola. Non sapevamo che da lì in poi il Tour de France sarebbe stato un fiorire di fughe con tanto di lieto fine. A partire dal giorno dopo, con la vittoria di Yara Kastelijn a Rodez: stessa squadra di van de Velde, quasi una restituzione di ciò che il plotone aveva tolto il giorno prima. Quasi fosse un romanzo. Azione da racconto anche quella di Ricarda Bauernfeind sulla strada di Albi: ventitrè anni, da un paesino rurale, dallo studio al ciclismo, vinse la prima gara che disputò, ma era l'unica a correre. Qui vince, da sola, beffando le tante che avrebbero voluto vincere. Un filo rosso, anzi giallo. E come definire l'azione di Emma Norsgaard nella sesta tappa? Una velocista, perché questo è di fatto Norsgaard, che vince con una fuga di novantuno chilometri, credendoci fino all'ultimo, rilanciando mentre il respiro del gruppo preme sul collo. Esempio di volontà, di desideri inesauribili. Resta il rimpianto per la bella fuga di Audrey Cordon Ragot che conquista quasi dieci minuti di vantaggio, resta maglia gialla virtuale per molti chilometri: cede a Kastelijn, ma vedere una ciclista così che fa una cosa simile fa bene. Pari discorso, seppur con implicazioni di classifica generale, vale per Kasia Niewiadoma, quando si invola da sola verso la vetta del Tourmalet: Vollering che la riprende e la stacca è l'inevitabile che si fa spazio nella nebbia, nella tappa decisiva, però questi tentativi sono il sale di qualunque giornata di ciclismo: il loro sapore resta.

LA CORSA DELLE ITALIANE

Tour de France Femmes 2023 - Elisa Longo Borghini - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2023

Torna in mente la nostalgia del possibile di Antonio Tabucchi. Sì, torna in mente a proposito del Tour de France di Elisa Longo Borghini e del suo ritiro dopo la sesta tappa a causa di un'infezione alla coscia, proprio prima della frazione del Tourmalet che la ciclista di Ornavasso aspettava da molto. Fino a quel momento, il Tour di Longo Borghini era stato di rilievo: sempre nelle posizioni che contano, con una squadra a proteggerla e guidarla. Cosa sarebbe successo al Tourmalet? Ce lo chiederemo spesso, non avremo la risposta, mentre Longo Borghini annuncia un periodo di pausa dalle corse proprio per questa infezione. Al netto di questo rimpianto, il miglior piazzamento di tappa delle italiane è il terzo posto di Silvia Persico, nella seconda tappa, seguito da top ten di Chiara Consonni, Elisa Balsamo, che sta recuperando, ma non è ancora Balsamo che conosciamo, Soraya Paladin e Vittoria Guazzini. Quest'ultima, con l'ottavo posto nella cronometro conclusiva a Pau, lancia un segnale importante di ripresa, dopo la frattura al bacino ed il rientro in corsa. In ottica classifica generale, invece, la prima azzurra è Erica Magnaldi, tredicesima, seguita da Silvia Persico, quattordicesima, che, probabilmente, avrebbe voluto qualcosa in più da questo Tour de France. Marta Cavalli conclude diciannovesima: "non dico sia stato un buon Tour, senza dubbio, però, è stato meglio di quello dello scorso anno". Per ritornare dai momenti difficili è fondamentale un approccio mentale che si focalizzi sui passi in avanti, Cavalli ci prova. Nelle note sparse mettiamo anche i tentativi di fuga e la fuga di Alice Maria Arzuffi verso Rodez.

KERBAOL E LABOUS: ORGOGLIO DI FRANCIA

Tour de France Femmes 2023 - Cedrine Kerbaol - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2023

Cédrine Kerbaol ha solo ventidue anni, è nata a Brest nel maggio del 2001. Quest'anno aveva vinto il Tour de Normandie Femminile e già lì avevamo potuto ammirare la sua tenacia, le sue doti in crescita ed evoluzione, dai campionati nazionali a cronometro conquistati nel 2021 e nel 2022, appena ventenne. C'era di che parlare, ma al Tour de France Femmes è tutto più grande, più difficile e la giovane età può essere una spinta, oppure un ostacolo, per mancanza di esperienza: nel suo caso è stata indubbiamente una spinta. Dodicesima nella classifica generale finale, quattordicesima al Tourmalet, con una tattica di corsa attenta a non sprecare energie inutili ed a proseguire del proprio passo, quando non si riesce a tenere le ruote delle migliori. Di Juliette Labous iniziamo a parlare con una domanda: senza il ritardo accumulato nella prima tappa, a Clermont-Ferrand, 1'26", come sarebbe stato il Tour della francese? Ha concluso al quinto posto, a 4'48" da Demi Vollering, ad occhio, senza quel 1'26", sarebbe arrivata vicinissima al podio. Un Tour combattivo, spesso a chiudere sulle rivali, quando non ad attaccare in prima persona. Classe 1998, ventiquattro anni, ed un percorso di miglioramento costante: l'orgoglio francese può soffiare forte.

Foto in evidenza: Sprint Cycling Agency


Ultimi appunti sul Tour de France

Ultime impressioni dalla Corsa Gialla, seppure quasi fuori tempo massimo, ma va così: Vingegaard contro Pogačar e poco da aggiungere a quello che è stato detto nelle ultime settimane. Perfette le parole del danese, piuttosto: «Tadej è il corridore più forte e completo al mondo, io sono il corridore più forte al Tour de France». Vingegaard che proverà a vincere anche la Vuelta, ed è uno spunto interessante per capire il livello che potrà avere il danese dopo un Tour corso a questi ritmi, facendo certi numeri e rifilando distacchi notevoli, quasi d'antan. Banalmente: ripetendo le cose fatte al Tour non ci sarà spazio per nessuno, ma vedremo che storia racconteremo. Attendiamo su quelle strade la risposta di Evenepoel, l'apporto alla forza di Vingegaard di una seconda punta come Roglič, la loro convivenza sarà un tema, una coppia che sulla carta pare fatta apposta per portare a casa tutto il possibile, ma di Vuelta ne parleremo più avanti così come della presenza di un altro ragazzo che scrive un libro dal titolo: "giovani fenomeni", e parliamo di Ayuso, spalle solide e guardate a vista da Matxin e San Millan. Ci sarà da divertirsi anche in Spagna.

Tornando al Tour: il danese è superiore allo sloveno e lo sarebbe stato anche se quest’ultimo non fosse incappato in quell'intoppo alla Liegi che gli ha fatto perdere settimane di preparazione. Questa è l’impressione, magari non avrebbe vinto con questo distacco, ecco. Lo scorso anno Pogačar è stato dominato da un punto di vista tattico: nella tappa del Granon gli si sono consumate tutte le... energie nervose dopo essere scattato decine e decine di volte su quasi ogni salita. Quest’anno è stato surclassato anche da un punto di vista atletico. Cosa può fare in futuro per battere Vingegaard? Chi lo sa! Forse gestirsi meglio, imparerà anche questo. Al momento Vingegaard è più forte praticamente in tutto quello che conta per vincere il Tour. Quest’anno sembra ulteriormente migliorato: ha ancora margini? Tema interessante per il futuro, per tenere aperta la fiammella dell'interesse, per uno scontro equilibrato, chiaramente si spera che quello visto al Tour sia il massimo per uno dei due e che siano state solo le conseguenze di una preparazione non ottimale per l’altro.

Il danese ha ulteriormente migliorato la sua posizione in bici - la sua aerodinamica è un fattore nelle prove contro il tempo -, in salita va più forte di Pogačar, tappe con più montagne o salita secca che siano, ed è mentalmente attrezzato - leggasi: freddo come il ghiaccio nelle situazioni di corsa - per gestire Pogačar che gli ronza attorno e cerca di innervosirlo con la sua tattica a volte spregiudicata, ma che tutti noi amiamo. Si nasconde meglio, spesso alla ruota dell'avversario, ha una squadra forte che lo supporta e contro la quale è difficile inventarsi qualcosa. L’impressione è che fino a quando manterrà questo standard per Tadej sarà difficile. Lo sloveno - più veloce, con uno scatto devastante per tutti, ma non sempre per Vingegaard, a parte quella manciata di secondi guadagnata su un paio di arrivi e che aveva illuso chi sperava che si arrivasse all’ultimo sabato di Tour con una classifica ancora aperta - forse è già al suo livello massimo in una corsa di tre settimane? Una domanda che resta in sospeso e alla quale eventualmente risponderemo nel 2024.

Questa stagione lo abbiamo visto ulteriormente migliorato nelle corse di un giorno, il modo in cui ha staccato tutti al Fiandre, il modo in cui ha tenuto lontano il corridore più da Fiandre che ci sia lo dimostra, e se fosse arrivato al Tour senza intoppi sarebbe andata diversamente? Non siamo pazzi, non vogliano contraddirci, abbiamo detto come probabilmente il Tour lo avrebbe perso lo stesso, ma il 2024 segnerà un altro capitolo della loro rivalità, un’altra storia da raccontare senza dimenticare come nel 2019 credevamo iniziasse il regno di Bernal, nel 2020 quello di Pogačar e oggi quello di Vingegaard. Tutto cambia alla velocità della luce e chissà fra dodici mesi al Tour cosa potrà succedere. Intanto speriamo che lo sloveno non si snaturi (ovvero puntare tutto solo sul Tour lasciando ad altri momenti l’assalto alle grandi classiche) e magari il danese si faccia vedere competitivo anche sulle Ardenne - ha i numeri per giocarsi anche quelle corse contro Tadej e pure contro Evenepoel con il quale si dà appuntamento per una Vuelta che ci pare già da leccarsi i baffi.

IL TOUR DEGLI ALTRI

Jasper Philipsen (BEL - Alpecin - Deceuninck) - Mathieu Van Der Poel (NED - Alpecin - Deceuninck) - Foto Tommaso Pelagalli/SprintCyclingAgency©2023

Quello dei tanti vincitori di tappa: ben diciotto diversi dove solo Philipsen con quattro successi e Pogačar con due sono riusciti a vincerne più di una. È stato - ancora una volta - il Tour delle fughe a segno, della Spagna che torna alla ribalta e lo fa con diverse generazioni. Il vecchietto - si fa per dire - Ion Izagirre capace di vincere a sette anni dalla sua prima vittoria sulle strade francesi; lo fa con Pello Bilbao che a inizio stagione diceva di non essersi mai sentito così forte e il piazzamento finale (sesto) lo dimostra, così come la tappa vinta in maniera chirurgica: voluta, arrivata. (La Spagna) lo fa con uno dei giovani più interessanti in assoluto, Carlos Rodriguez, 21 anni e già 7° alla Vuelta e 5° al Tour, entrambe le corse chiuse da caduto e ammaccato e purtroppo al momento questo è un suo grosso limite, anche se quando va in discesa lo fa con personalità e tecnica. Pensare che uno che ottiene un risultato del genere a quell'età lo si considera forte, sì, ma probabilmente dietro ad altri 3/4 corridori non troppo più vecchi di lui ci fa capire il momento particolare che stiamo vivendo nel ciclismo, un momento di ritorno a una forte competitività nelle corse a tappe - arriverà il giorno in cui a sfidarsi per un grande Giro troveremo contemporaneamente Vingegaard, Pogacar, Evenepoel, Ayuso, Rodriguez, e quel momento sarà epocale, chissà che non accada già al prossimo Tour.

È stato il Tour degli Yates: Adam mai così forte, Simon così solido, dei francesi che si tolgono la soddisfazione di vincere con Victor Lafay, ma in classifica arrancano. Per David Gaudu le cose non sono mai andate per il verso giusto e visto che da un po’ di anni lo chiamiamo al Giro d’Italia, il 2024 - vedremo poi che disegno ci sarà - potrebbe essere una buona occasione per salire sul podio in un grande giro e scrollarsi di dosso l’ossessione Tour de France. È stato un Tour che ha messo a nudo i limiti di Jai Hindley, partito forte, gran bella vittoria di tappa e un giorno in maglia gialla, chiude in calo, se la caduta al termine della seconda settimana non ha inciso, significa che anche per lui la coperta è corta. Potrebbe aver anche pagato un Tour che, rispetto ai giri d'Italia chiusi in crescendo, si è corso con un ritmo completamente diverso, più alto, che ne ha consumato il motore.

È stato il Tour che ha evidenziato la stagione della consacrazione definitiva di Mads Pedersen, ormai una garanzia assoluta come punta e uomo squadra, e Jasper Philipsen che, molti se ne sono accorti solo ora, ha confermato di essere il velocista più forte dell’ultimo biennio. Tutte (o quasi, almeno quelle che mi ricordo, a memoria) le altre vittorie di tappa meritano una citazione: Matej Mohorič, per Gino, confermando la sua capacità di tirare fuori dal taschino pezzi pregiati quando conta e quando è in giornata: la tappa vinta a Poligny, a parte il post gara che verrà ricordato per le sue belle parole, è come una classica del nord in scena al diciannovesimo giorno di gara: staccare e battere certi corridori non fa che certificare status e classe. Kasper Asgreen salva il Tour della Quick Step (Alaphilippe in fase calante, evidente, ma secondo me un paio di cartucce ce le ha ancora, Jakobsen in difficoltà nelle volate), Michael Woods vince una delle tappe simbolo (Puy de Dome), con una scalata folle (recuperati due minuti e mezzo a Jorgenson in fuga) e poi Felix Gall, a mio parere la grande sorpresa di questo Tour per come ha vinto la tappa regina - Courchevel - per come è rimasto in classifica - 7° posto finale - per come ha saputo interpetrare il Tour riuscendo persino a chiudere in crescendo mostrandosi nella terza settimana come il più forte in salita dopo i due dominatori. Potrei scrivere ancora per ore e ore, perché è stato un Tour ricco di spunti, ma invece taglio corto e vi invito ad ascoltare il podcast di 53x11 dove è stato fatto un approfondito riepilogo sul Tour.

UN MESTO TRICOLORE A MEZZ'ASTA

Giulio Ciccone - Foto: ASO/Jonathan Biche

Chiudiamo con l’Italia e lo sguardo di Ciccone nella foto dice tutto. Non ci si poteva aspettare di più francamente. Il livello del ciclismo è alto e quello che abbiamo visto è ciò che noi possiamo offrire nella corsa più importante al mondo soprattutto se i vari Ganna (il nostro numero uno), Milan (il nostro migliore velocista) e alcuni corridori che hanno dimostrato di stare molto bene (vedi Bagioli al Vallonia), vengono messi fuori per scelte tattiche o perché dopo il Giro hanno - giustamente -  staccato. È stato molto bravo, Ciccone, a sfruttare l’occasione che gli si è presentata vincendo una maglia a pois che mancava all'Italia da un po’ di anni - l’ultimo Pellizotti nel 2009, maglia poi revocata, ma a Parigi c’era lui sul podio -, ma non è di certo il successo che cambia un movimento, anche se fa guadagnare tifo e affetto per l'ottimo corridore della Lidl-Trek, e, stavolta, non serve nemmeno a nascondere la polvere sotto il tappeto come altre volte.

Otto piazzamenti di tappa nei primi dieci. Il miglior risultato è il 2° posto di Ciccone a Laruns, - sempre lui, ampiamente promosso e aumenta il rammarico di non averlo visto al Giro - Mozzato chiude con un 4°, un 7° e due decimi posti, compreso quello a Parigi, Trentin ha un 8° e un 9° posto, Bettiol un 8°. Non vinciamo una tappa al Tour dal 2019, Nibali a Val Thorens e dopo di noi ben diciannove nazioni hanno conquistato almeno una tappa al Tour de France, peggio fanno solo: Sudafrica, Slovacchia, Russia, Repubblica Ceca, Lituania, Portogallo, Ucraina, Estonia, Svezia, Uzbekistan, Lettonia, Brasile e Messico. I numeri, come sempre, hanno bisogno di essere interpretati ma mai come stavolta dicono molto senza bisogno di didascalie sul nostro movimento, e tocca al massimo accennare e ripetere quello che si diceva dopo le classiche, prima e dopo il Giro, sia quello dei grandi che quello Under 23, e pure prima del Tour.

I corridori sono buoni, anzi, ottimi, abbiamo in casa un vero e proprio fuoriclasse (Ganna), e un altro che potrebbe farci divertire in volata (e chissà anche in alcune classiche del nord) ma i corridori appartenenti alla classe media per vincere corse importanti o una tappa al Tour devono sperare che succedano cose particolari. E attenzione: non sto facendo di certo una colpa a chi pedala! Piuttosto vorrei continuare a piangermi addosso perché non rimarrebbe altro da fare considerando un numero esiguo di corridori al via del Tour da far venire l’orticaria (solo 7), chissà se qualcuno in alto se n'è accorto, si interroga e si cercano soluzioni - quali non lo so. A questo punto mi resta solo la speranza, scomodando Abatantuono in Mediterraneo "chi vive sperando...", ecco, speriamo che qualcuno salvi il movimento, non essere al passo di questo ciclismo che è tornato a intrattenere come si deve, è davvero un peccato.

Foto in evidenza: ASO/Charly Lopez


L’Italia che verrà: considerazioni sull’Europeo giovanile su pista.

Mentre sulle strade francesi Pogačar e Vingegaard animavano uno dei duelli più avvincenti degli ultimi anni, il circus del ciclismo su pista si è spostato in Portogallo per gli Europei under 23 e juniores. Con i mondiali multidisciplinari di Glasgow all’orizzonte (al Sir Chris Hoy Velodrome le prime medaglie si assegneranno il tre agosto), gli Europei giovanili di Anadia sono stati l’ultima prova generale per corridori promettenti e già competitivi tra gli élite come Tim Torn Teutenberg, Maike Van der Duin ed Emma Finucane, ma anche uno dei test più importanti della stagione per i corridori juniores, i quali non hanno molte occasioni di confrontarsi in pista con i pari età di tutta Europa.

Finale del keirin u23 - Twitter @UEC_cycling

Sulla veloce pista di Anadia, che da qualche anno è anche un centro UCI, sono stati gli azzurri a recitare il ruolo di protagonisti. La spedizione italiana è infatti tornata a casa con un bottino di ventidue medaglie, quattordici delle quali del metallo più prezioso. Ciò che fa più scalpore - e piacere - è che sei di questi quattordici ori arrivano dalle discipline veloci: velocità olimpica u23, keirin u23, sprint u23, chilometro u23, chilometro juniores e keirin juniores. Sono risultati che fanno ben sperare per il futuro, ma nulla avviene per caso. Infatti questi sono i primi frutti del lavoro iniziato da Ivan Quaranta ad inizio 2022, sintomo che prima di strutture e gare il movimento veloce italiano necessita di fiducia e investimenti da parte dei vertici federali. In particolare, gli azzurri hanno vinto tutte le discipline veloci nella categoria maschile under 23. Il terzetto della velocità olimpica, composto, quando è al completo, da Tugnolo, Bianchi e Predomo, ha fatto registrare un nuovo record italiano nella finale contro i Paesi Bassi, fermando il cronometro a 43.990, per la prima volta sotto il muro dei quarantaquattro secondi. Un tempo che tuttavia non assicurerà la qualificazione al secondo turno dei Mondiali, infatti gli azzurri avranno bisogno di una super qualifica a Glasgow per rientrare tra le prime otto compagini al mondo.

2023 UEC Juniores & U23 - Track European Championships - Anadia - 12/07/2023 - Men U23 Team Sprint - Matteo Bianchi - Mattia Predomo - Matteo Tugnolo (ITA) - Foto Tommaso Pelagalli/SprintCyclingAgency©2023

Una sfida difficile, ma non impossibile, soprattutto considerando il gran periodo di forma che sta attraversando Mattia Predomo, il quale ha fatto registrare uno straordinario 12.73 nel terzo e ultimo giro della velocità olimpica. Un tempo che vale la settima prestazione dell’anno sul giro finale e che ha rimediato ad un Bianchi ed un Tugnolo non brillantissimi. In particolare, Tugnolo, classe 2003 da Vigevano, quest’anno ha fatto registrare tempi molto lontani da quelli degli specialisti del lancio come Hoffman, Fielding, Van den Berg e il classe 2004 Spiegel. Il lombardo è giovane e pratica pista da poco (viene dalla bmx), ma non è da escludere la possibilità di vedere un terzetto differente ai blocchi di partenza del prossimo Mondiale. Nella velocità individuale, invece, Predomo ha dimostrato nuovamente di avere grandi abilità nell’uno contro uno, tuttavia il tempo fatto registrare in qualificazione dall’altoatesino non è dei migliori. Infatti, se la giovane promessa azzurra dovesse riconfermare il tempo di Anadia (9.996) a Glasgow, sarebbe tutt’altro che certo della qualificazione al primo turno. Un vero peccato dal momento che Predomo ha dimostrato più volte di poter battere al duello anche avversari molto più veloci di lui sui 200 metri lanciati: chiedetelo a Mikhail Yakovlev. Proprio per via della sua grande intelligenza e abilità in pista, Predomo partiva da favorito anche nel keirin, specialità in cui vanta una medaglia di legno agli europei élite. Tuttavia la scena gli è stata rubata dal campione uscente Matteo Bianchi, che grazie ad una grande rimonta è riuscito a battere al photofinish il greco Livanos e il neerlandese Van Loon, protetto di Harrie Lavreysen. Così Bianchi ha bissato l’oro conquistato nel chilometro da fermo, la sua gara per eccellenza, in cui ad Anadia ha fatto registrare un 1:00.283. Una prestazione che fa ben sperare in vista del Mondiale di specialità, in cui Bianchi se la dovrà vedere con Dörnbach, Landerneau, Xue e Martinez per un posto sul podio, considerando che Hoogland e Paul quest’anno sono più che mai irraggiungibili.

2023 UEC Juniores & U23 - Track European Championships - Anadia - 12/07/2023 - MenÕs Junior Elimination Race - Davide Stella (ITA) - photo Tommaso Pelagalli/SprintCyclingAgency©2023

Nella stessa specialità, ma tra gli juniores, si è imposto Davide Stella davanti a Huysmans e Vogt. Il friulano classe 2006 ha potuto contare su una gran gamba, dimostrata anche dai successi nello scratch e nell’eliminazione. Il futuro di Stella è proprio nelle discipline di endurance, infatti il chilometro tra gli juniores non è ancora una gara da velocisti. Esattamente come Bianchi, anche Bertolini ha trionfato nel keirin, stavolta nella categoria donne juniores. La pisana, dopo un torneo di velocità individuale non eccelso, è riuscita a staccare tutte le avversarie nella finale del keirin sfruttando l’attacco lanciato dall’ucraina Slosharek a due giri e mezzo dalla conclusione.

Il più grande successo azzurro arriva però dal quartetto - che novità - maschile juniores. I ragazzi di Salvoldi hanno prima fatto registrare il record del mondo nel turno di qualificazione, per poi ritoccarlo in finale contro i britannici. Infatti Fiorin, Sierra, Giaimi e Favero hanno conquistato il titolo europeo fermando il cronometro dopo soli 3:53.980. Un tempo stratosferico, che qualche anno fa sarebbe valso una medaglia mondiale tra gli élite. Il precedente primato mondiale, fatto segnare nel 2019 dalla Germania di Heinrich, Buck-Gramcko, Keup e Wilksch, era di quasi cinque secondi più lento. Per questi quattro ragazzi, tutti classe 2005, le medaglie non sono finite lì. Sierra ha conquistato prima la corsa a punti e poi la madison con Fiorin, fedele compagno di americana, correndo con grande autorità. Giaimi invece ha fatto segnare un altro record del mondo, stavolta nell’inseguimento individuale. Il ligure, già campione del mondo nel quartetto lo scorso anno assieme agli stessi Favero e Fiorin ed a Delle Vedove e Raccagni Noviero, ha stabilito due primati mondiali nel giro di poche ore: prima 3:08.485, poi 3:07.596, abbassando il record del mondo di più di due secondi. Tuttavia la miglior prestazione di uno junior nell’inseguimento individuale rimane quella di Magnus Sheffield, che nel 2020 aveva fatto registrare uno straordinario 3:06.447 nel velodromo di Colorado Springs, a più di 1800 metri sul livello del mare. Un record, tuttavia, mai riconosciuto. Ora sta a Villa l’arduo compito di integrare nella rotazione del quartetto élite questi ragazzi, senza però dimenticarsi degli under 23 (Pinazzi, Olivo, Delle Vedove, Quaranta e Galli), che ad Anadia hanno segnato un 3:54.087 nella finale - persa - contro la Gran Bretagna di Charlton e Tarling.

2023 UEC Juniores & U23 - Track European Championships - Anadia - 13/07/2023 - WomenÕs Junior Individual Pursuit - Federica Venturelli (ITA) - photo Tommaso Pelagalli/SprintCyclingAgency©2023

Lo stesso risultato di Giaimi, ma senza primati mondiali, è arrivato anche per Federica Venturelli nella categoria juniores femminile. La talentuosa atleta multidisciplinare – già campionessa mondiale su pista, quarta agli ultimi Mondiali di ciclocross e neocampionessa italiana su strada – ha prima trascinato il quartetto azzurro (assieme a Toniolli, Siri e Milesi) al titolo europeo e ha poi bissato il successo nell’inseguimento individuale, battendo in finale la belga Hesters, neocampionessa europea di omnium ed eliminazione.

La spedizione azzurra torna a casa con la pancia piena, ma l’appuntamento più importante sarà tra due settimane a Glasgow, l’ultimo Campionato mondiale prima delle Olimpiadi di Parigi, decisivo per racimolare gli ultimi punti in chiave qualificazione e per confrontarsi con quelli che saranno gli avversari ai Giochi nel 2024. Dopodiché sarà fatto spazio alle nuove promettenti leve.

Articolo a cura di Tommaso Fontana
Foto in evidenza: Luca Giaimi - Sprint Cycling Agency


Cosa ha raccontato il Giro Donne?

Giro Donne, Tour de France, "La Vuelta", Campionato del Mondo di Wollongong, ancora "La Vuelta" e ancora Giro Donne: è l'incredibile percorso segnato da Annemiek van Vleuten dal luglio dell'anno scorso a domenica 9 luglio 2023 quando, per la quarta volta in carriera (2018, 2019, 2022, 2023) ha concluso il Giro d'Italia Femminile con l'ennesimo trionfo. In maglia rosa dalla prima (anzi dalla seconda, ma solo per l'annullamento della cronometro inaugurale) all'ultima tappa, tre vittorie di tappa, altrettante classifiche conquistate, oltre alla maglia rosa, anche la maglia ciclamino della classifica a punti e la maglia verde dei Gran Premi della Montagna, ed una netta superiorità sulle rivali che non sono mai riuscite a mettere veramente in discussione il suo dominio. Ve lo avevamo già preannunciato la scorsa settimana, nell'analisi di quello che era stato fino a quel momento, a due frazioni dalla fine, il Giro Donne (articolo a cui vi rimandiamo per alcune considerazioni che non riprenderemo qui) ma, come si dice sulle strade delle corse ciclistiche, "fino all'ultimo può veramente succedere di tutto", così solo oggi abbiamo davvero completo il quadro di quanto è accaduto: a Olbia, infatti, sul gradino più alto del podio è salita van Vleuten, sul secondo gradino Juliette Labous, a 3'56", terza Gaia Realini a 4'23".

TAPPE DI SARDEGNA: KATA BLANKA VAS E CHIARA CONSONNI

Kata Blanka Vas - Foto: Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2022

La prima considerazione è, in realtà, una domanda, prima di passare alle informazioni emerse dalla gara, sulla scelta di disputare le ultime due frazioni in Sardegna, visti i dubbi che, comunque, sono emersi. Il trasferimento è stato effettuato in un giorno di riposo, venerdì 7 luglio, ma, a fine gara, soprattutto alla luce dei percorsi delle ultime frazioni, mossi, non scontati, ma certamente non decisivi in ottica classifica generale e assolutamente rintracciabili con caratteristiche simili in altre zone più vicine alla rotta di corsa, è stata davvero una decisione azzeccata? Ci si rifletterà e ognuno farà le proprie valutazioni.

Gli spunti, tuttavia, non sono mancati nemmeno in queste ultime due tappe. Vero è che non potevano essere decisive in ottica classifica generale, ma altrettanto vero che abbiamo visto movimenti di donne di classifica. Attacchi che non sono stati finalizzati, probabilmente era quasi impossibile farlo, alla luce del percorso e di come si era messa la gara, ma ci sono stati. Fra le altre, citiamo i tentativi di fuga di Mavi Garcìa, di Niamh Fisher-Black e di Veronica Ewers: azioni che hanno costretto le squadre delle dirette rivali in classifica generale ad andare a chiudere, aggiungendo pepe alle ultime giornate di corsa. Citiamo come attacco d'orgoglio anche l'allungo di Marta Cavalli, proprio in Sardegna. Situazioni di corsa a cui crediamo non sia estranea la superiorità di van Vleuten: il fatto che nelle tappe a lei più congeniali si sia praticamente sicure di uscirne sconfitte, fa sì che si provi a inventarsi qualcosa anche in situazioni inaspettate.

Finali di gara per atlete veloci con interesse e contesa accresciuti dal fatto che Lorena Wiebes, apparsa la migliore in questi frangenti, aveva lasciato la corsa in vista del Tour de France. Insomma, una volta tanto, pareva che SD-Worx potesse cedere lo scettro delle volate a qualche rivale. Mera illusione. Già, perché in un organico come quello del team olandese, il talento è localizzato in ogni dove, senza limiti di età o di caratteristiche tecniche, così, a Sassari, in volata, dal cappello fuoriesce Kata Blanka Vas, prima ungherese vincitrice di tappa al Giro, anche lei in maglia SD-Worx. Una volata impeccabile, per la ventunenne di Budapest che inizialmente non ci crede, poi realizza ed il giorno dopo, verso Olbia, consapevole di ciò che è in grado di fare, prova a forzare il ritmo già lontano dal traguardo. La sua è un'altra storia in cui la multidisciplinarietà si è rivelata di importanza assoluta: strada, ciclocross e mountain bike. Due atlete di riferimento: Pauline Ferrand-Prévot e Marianne Vos, sempre per parlare di capacità di primeggiare nelle varie discipline. Chi la conosce bene, assicura che è uno di quei talenti in grado di segnare una generazione. Da quanto si vede, impossibile non credergli.

Chiara Consonni - Foto Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2023

A Olbia, arriva la seconda vittoria italiana di questo Giro Donne: dopo Elisa Longo Borghini a Borgo Val di Taro, è Chiara Consonni a timbrare il successo, in volata, nell'ultima tappa. Consonni deve avere un feeling speciale con l'ultima tappa: anche l'anno scorso la vinse, in quel di Padova. Non da poco, considerando le fatiche di un Giro, essere in grado di mostrare quella freschezza e quell'esplosività in volata. Al mattino, Marta Bastianelli, all'ultima gara in gruppo, aveva detto, in lacrime: "Ho dato tanto a questo sport, spero che le mie compagne possano fare lo stesso". Un bel modo per omaggiare il finale di carriera, con una vittoria del proprio team e della propria compagna di camera in questo Giro Donne.

E MARIANNE VOS?

Giro d'Italia Donne 2023 - 34th Edition - 5th stage Salassa - Ceres 105,6km - 04/07/2023 - Marianne Vos (NED - Team Jumbo - Visma) - photo Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2023

Fa strano nel commentare un Giro d'Italia non citare fra le vincitrici di tappa Marianne Vos, ma, nel 2023, proprio l'olandese è rimasta a secco. Vos, che ha vinto tre Giri d'Italia in carriera, negli ultimi anni aveva messo nel mirino le tappe e, fino al 2023, non aveva praticamente mai mancato il bersaglio. Quest'anno, due secondi posti e un quinto posto sono i suoi migliori risultati. In particolare, con uno zoom sulle ultime frazioni: a Sassari un problema meccanico ed una volata lanciata forse troppo lunga, alla fine, le hanno consegnato solo un decimo posto, a Olbia, non ha sbagliato nulla, solo ha trovato qualcuno più veloce di lei e lo sguardo con cui fissa Chiara Consonni, che esulta dopo il traguardo, racconta perfettamente questa realtà. Certamente, per la stranezza dell'evento, è venuto ai più naturale guardare la carta di identità dell'olandese e constatare i suoi 36 anni. Sono un dato di fatto, ci mancherebbe, e prima o poi anche i fenomeni devono fare i conti con l'età: noi restiamo convinti che ancora non sia questo il momento e che si tratti di un caso. Il Tour de France si avvicina: chissà che già lì Vos non ristabilisca le gerarchie.

L'AZIONE DI ALESSIA VIGILIA

Alessia Vigilia - Foto Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2023

Fra i tanti scatti dell'ultima tappa, quello che ha tenuto più a lungo impegnato il plotone, è stato senza dubbi quello firmato da Alessia Vigilia, che, come l'anno scorso, anche a Padova ci provò, ha tentato di mettere nel sacco il gruppo, con un'azione solitaria. Un vantaggio massimo di trenta secondi, eppure Vigilia continua a insistere, come fosse una lunga prova contro il tempo, di cui, tra l'altro, ben si intende. Un anno che, fino ad ora, è stato molto significativo per la ventitreenne di Bolzano con diverse top ten e azioni che denotano coraggio e intraprendenza. Anche in questo caso, l'età parla chiaro: basta continuare a lavorare in questo modo e risultati importanti arriveranno.

UN BEL PODIO: LABOUS E REALINI

Juliette Labous, Annemiek Van Vleuten, Gaia Realini (ITA - Trek - Segafredo) - Foto Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2023

Se di Annemiek van Vleuten abbiamo già parlato, è il momento di parlare delle due atlete che la affiancano su quel podio: Juliette Labous e Gaia Realini.
Partiamo proprio dalla francese, ventiquattrenne delle Team dsm-firmenich, già l'anno scorso nona al Giro, vincitrice della tappa del Maniva, e quarta al Tour de France. Il suo percorso parte da lontano: già nel 2019, infatti, a soli vent'anni, la ricordiamo undicesima nella classifica finale del Giro, vincitrice della classifica dedicata alle giovani, con ottime prestazioni in tappe difficili come quella di Malga di Montasio o nella prova contro il tempo da Chiuro a Teglio. Un percorso, appunto, segnato dalla continuità e da un miglioramento costante. Il quarto posto al Tour de France ha cambiato la sua immagine agli occhi dei francesi di cui è divenuta una sorta di idolo. Lei, però, non si è montata la testa, ha continuato a lavorare sodo, con lungimiranza. Alle corse a tappe, principale obiettivo, ha affiancato le corse di un giorno: per "mantenere la gamba" ma anche per mettersi alla prova ed abituarsi a gestire una leadership che spesso, per lei, era stata condivisa. Ha detto che al Tour vorrebbe il podio: le premesse ci sono tutte.
Due podi, invece, li ha già centrati Gaia Realini che, con la maglia bianca di miglior giovani, quella azzurra di miglior italiana e il terzo gradino del podio, concretizza al meglio tutti i segnali emersi in questo inizio di stagione e già culminati nel terzo posto a "La Vuelta", in Spagna. Non c'è un'asticella fissata, anche perché, per come l'abbiamo vista fino a qui, Realini potrebbe superare tranquillamente qualsiasi asticella si ponesse: ha talento e una rara capacità di imparare assimilando rapidamente quel che le atlete più esperte le indicano per il raggiungimento dei traguardi. C'è di che essere contenti.

Foto in evidenza: Sprint Cycling Agency


Considerazioni sul Giro Donne

Di questo Giro Donne si parla molto da settimane. A dire il vero, inizialmente per motivi che esulavano dalla gara stessa, per motivi che riguardavano soprattutto quel che ancora non si sapeva di questa corsa a pochi giorni dalla partenza e le cose che non si sapevano erano molte. Anzi, fino all'ultimo, a dire il vero, la realizzazione di questo Giro è stata incerta e questo richiederebbe una riflessione approfondita, da parte degli organi competenti, in particolare, ma in generale di chiunque segua questo sport. Una riflessione che dovrebbe partire da tutto ciò che è mancato, una riflessione che potrebbe partire dalle parole di Elisa Longo Borghini, dopo la vittoria al Campionato Italiano, a pochi giorni dal Giro d'Italia, con ancora molti punti di domanda: «Non sono contenta e non posso esserlo. Ci sono ancora troppe domande a cui non si è avuta risposta, anche sul Giro. Purtroppo temo si tratti di una realtà decisamente italiana, all'estero le cose sono diverse. Il nostro movimento continua a crescere, per questo posso restare ottimista. Contenta no, contenta è un'altra cosa». In queste poche parole c'è praticamente tutto, quel che manca e quel che servirebbe. Ma, sollecitando questa riflessione, proviamo a fare un passo avanti e guardare alla corsa.

Shirin Van Anrooij ed Elisa Longo Borghini (ITA - Trek - Segafredo) - Foto: Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2023

Dicevamo che di questo Giro Donne si parla da molto tempo. Per esempio del suo percorso: un tracciato senza grosse salite, senza le salite mitiche del ciclismo, per questo più aperto, si vociferava all'inizio. A far il paio con questa considerazione, c'era il fatto, che già abbiamo analizzato e su cui non vogliamo tornare se non come appunto, che la principale pretendente al successo, Annemiek van Vleuten, pur avendo già vinto una corsa come "La Vuelta", non aveva mai vinto tappe e "sembrava", le virgolette sono d'obbligo, in calo, dove "in calo" è riferito esclusivamente alle sue prestazioni degli anni scorsi, perché averne di atlete in calo come van Vleuten, sia chiaro. Beh, a tutte queste considerazioni, la risposta purtroppo è banale: la corsa la fanno i corridori e van Vleuten l'ha fatta sin dal primo giorno. Anzi, sin da quello che avrebbe dovuto essere il primo giorno: la cronometro di Chianciano Terme, poi annullata causa maltempo. Quel giorno, probabilmente, la maglia rosa sarebbe stata vestita da Letizia Paternoster, autrice di un'ottima prova, che sarebbe potuta servire a determinare un'inversione di rotta dopo anni complicati, in cui la vittoria non voleva saperne di arrivare. Sarebbe potuta servire e servirà. In questi giorni, abbiamo osservato Paternoster, si nota una ritrovata serenità: anche il giorno dopo la caduta in volata di Modena, scherzava sull'accaduto. Questa ironia dopo una caduta è da un'atleta che sta bene, le prove in crescendo lo testimoniano. La maglia rosa sarebbe stata vestita da Paternoster, ma van Vleuten aveva comunque totalizzato il miglior tempo, rispetto a molte rivali. Mancava ancora la partenza di Elisa Longo Borghini, certo, ma il dato era questo. Tappa annullata? Va bene, passiamo oltre.

Gaia Realini (ITA - Trek - Segafredo) - Foto: Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2023

Seconda tappa: attacca sul Passo della Colla, arriva da sola, tappa e maglia rosa. O meglio, tappa e tutte le maglie (a parte quella bianca, per ragioni di età e quella blu per ragioni di nazionalità). Quarta tappa, viene battuta allo sprint da Elisa Longo Borghini, l'unica a tenerle la ruota, ma ancora una volta attacca, chiude sulla fuga di Ewers e si lascia dietro tutte le altre. Quinta tappa: attacca sul Pian del Lupo, prima salita di giornata, questa volta a tenerle la ruota è Gaia Realini, un'azione clamorosa. Cade in discesa, per poco non raggiunge e supera Antonia Niedermaier, arriva seconda con rammarico. Sesta tappa: sull'ultima salita, a Canelli, fa il vuoto ed ipoteca il Giro Donne: con distacchi sulle dirette rivali che non paiono più colmabili. Infine, giovedì, settima tappa, tra Alassio ed Albenga: ai dieci chilometri, forza l’andatura e resta sola con Labous e Realini, ai 1600 metri, pur non avendo più nulla da chiedere a questo Giro, va via da sola e arriva in solitudine al Santuario della Madonna della Guardia. Ennesimo show.Altro da dire? No, niente.

C'è un bisogno che, sulle strade, si avverte tra i tifosi, forse per una delle prime volte in maniera così decisa: la necessità di una alternativa. Per questo l'entusiasmo quando Longo Borghini e Realini riescono a metterla in mezzo, per questo il senso di vuoto e quella frase, al ritiro di Longo Borghini, dopo la caduta nella tappa di Ceres: «Niente, quindi il Giro lo vince ancora van Vleuten». Sì, Longo Borghini è apparsa ancora una volta una delle poche atlete in grado di insidiare l'olandese e anche di batterla, a Borgo Val di Taro, ad esempio. Longo Borghini che esalta quando sfida van Vleuten e commuove quando arriva con Van Anrooij, dopo la caduta. Le mette una mano sulla spalla, sorride, con il segno della caduta sul volto, vorrebbe ringraziare, la compagna ed il pubblico, per come l'hanno attesa. In realtà, è il pubblico a ringraziare lei, a cercarla quando precauzionalmente, nonostante l'assenza di fratture, decide di ritirarsi, guardando al Tour de France. Il pallino passa quindi a Gaia Realini, che, sin dall'inizio, era la donna destinata a fare classifica, in quanto Longo Borghini puntava ad una tappa, che, però, ora dovrà gestire la situazione senza un appoggio prezioso quale quello dell'atleta di Ornavasso. Una menzione va anche fatta per la sintonia che si è creata fra le due, per la loro capacità di giocare di squadra ed esultare assieme per il successo dell'una o dell'altra. Gaia Realini, al momento, veste sia la maglia bianca di miglior giovane che la maglia azzurra di miglior italiana in classifica, grazie al grazie al terzo posto attuale in classifica generale. Proprio nella tappa di giovedì, il terzo posto di tappa, abbinato alla crisi di Veronica Ewers, fino a quel momento seconda, le ha consegnato il podio che, a questo punto, potrebbe essere suo a fine Giro. Risultato molto importante per l’abruzzese.

Antonia Niedermaier - Foto Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2023

Da sottolineare, in questo Giro, anche le prove di Veronica Ewers e Antonia Niedermaier. Storie diverse, ma simili, in cui il ciclismo arriva dopo il calcio (per Ewers) e dopo lo scialpinismo (per Niedermaier), in cui, allo stesso modo, emerge un talento notevole. L'azione di Ewers a Borgo Val di Taro è un elogio della resistenza e della tenacia, un gesto atletico raro. La vittoria di Niedermaier nella tappa di Ceres, allo stesso modo, è una di quelle vittorie che si ricordano. Abbiamo parlato della "ragazza che superò van Vleuten", questo potrebbe essere il ricordo, abbinato alla genuinità della tedesca, alla dedica alla nonna, al suo sentirsi «così giovane», assieme al suo entusiasmo alla partenza della tappa di Canelli e, purtroppo, anche assieme a quella brutta caduta che le è costata il ritiro. Nulla di grave, per fortuna. Di certo, qualcosa di difficile da accettare, come un forte dolore dopo una delle gioie più grandi in carriera, mentre a vent'anni ci si gioca il podio del Giro, dal secondo gradino. Il ciclismo è così. Il tempo, però, è dalla parte di Niedermaier.

Ci hanno entusiasmato le discese di Silvia Persico, il coraggio con cui si getta in ogni curva e rilancia l'andatura, quello che uno spettatore ha definito "da brividi". Sì, le sue discese sono da brividi. In salita le è mancato qualcosa per restare con le migliori, ma l'estro è sempre lo stesso. In ottica classifica generale, in UAE Team ADQ, meglio Erica Magnaldi, fino a qui autrice di un ottimo Giro Donne. Ci siamo riconosciuti nella sofferenza di Marta Cavalli in salita, in quelle smorfie, in quello sguardo a cercare un appiglio. Ci siamo riconosciuti in quella frase a Marie Le Net: "Grazie per avermi portata all'arrivo". Non è stato fino a qui il Giro che Cavalli avrebbe sperato. Un Giro, probabilmente, non adatto alle sue caratteristiche, arrivato in un momento in cui Cavalli sta cercando di recuperare vecchie sensazioni. Chissà che questa fatica non possa essere preziosa nella sua ricerca. Rispetto alle azzurre, è bene anche sottolineare la buona prova di Francesca Barale, vent'anni, sesta nella classifica giovani, seconda azzurra di questa classifica. Sempre fra le giovani, è di rilievo il Giro di Fem van Empel ed Anna Shackley, nelle prime quindici della generale, a venti e ventidue anni.

Annemiek Van Vleuten - Foto Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2023

Piuttosto scarno il capitolo volate, solo per il fatto che, fino a qui, le ruote veloci si sono contese unicamente la tappa di Modena. Le previsioni parlavano di Lorena Wiebes davanti a tutte e Wiebes non si è fatta attendere. Non ha solo vinto l'unica volata di questo Giro, l'ha letteralmente dominata, apparendo inscalfibile in ogni momento. A provare ad insidiarla Vos e Dygert, entrambe già protagoniste con ottimi tempi della cronometro iniziale poi annullata, Dygert nonostante una caduta. Marianne Vos è molto attesa in questi giorni: a Canelli diversi tifosi la incitavano, su un arrivo che le si addiceva. Parlavano di una sua "zampata" e la sua zampata la attendiamo tutti. Ora, dopo il ritiro di Wiebes, prima della tappa di Alassio, in vista del Tour de France, si candida come la favorita principale su arrivi in cui la velocità rivesta un ruolo fondamentale.

Oggi giorno di riposo e di trasferimento in Sardegna per le ultime due frazioni: Nuoro-Sassari e Sassari-Olbia, entrambe non banali. Prima che anche questo Giro vada in archivio.

Foto in evidenza: Sprint Cycling Agency


Il Monumentale del Tour de France

Il bello di tutto questo è che nemmeno te ne accorgi e parte il Tour de France. La stagione vola: sensazioni che affascinano, o forse è semplicemente un abbaglio, un modo per dare una spiegazione o per romanzare ciò che il tempo fa quando corre come un matto. L'altra mattina stavo sfogliando alvento27; stavo leggendo i pezzi sul Giro d’Italia, quando all’improvviso si sono riaccese lampadine che sembravano già spente e pronte per andare nei rifiuti. All’improvviso mi sono accorto che funzionava di nuovo tutto nel mio cervello, tutto pronto a rimettersi in moto e così mi sono detto: «Caspita! Fra pochi giorni parte il Tour de France, c’è un monumentale da fare!».

Ecco, un po’ in estrema sintesi, la vera storia su come sono arrivato anche quest’anno a tutto questo.

FAVORITI

Pogacar e Vingegaard - Foto: ASO/Pauline Ballet

Manteniamo la tradizione e partiamo dagli attori protagonisti dell’evento, con la consapevolezza che un Tour (de Netflix) come quello dello scorso anno resta unico, ma allo stesso tempo si parte con i pronostici ribaltati rispetto al 2022, e poi una strana idea: e se a vincere fosse un terzo incomodo?

Due su tutti, intanto: Jonas Vingegaard e Tadej Pogačar. Non pensavate mica che potessimo inventarci qualcosa (o qualcuno) di completamente diverso?

IL DANESE E LO SLOVENO

La Super Planche des Belles Filles - Foto: ASO/Charly Lopez

Il danese arriva a questa corsa correndo poco e vincendo tanto; il danese ha un solo obiettivo prima di tagliare il traguardo e trovare conforto al telefono con sua moglie, punto fondamentale della sua maturità agonistica e umana, un solo obiettivo: vincere il Tour de France. Il danese scalda poco la platea perché poco lo vedi, come alcuni suoi predecessori che facevano della corsa gialla una ragione di vita sportiva, e pare snobbare tutto il resto; il danese sembra non voglia lasciare nulla al caso, il danese va forte in salita e a crono (poche crono a questo Tour, ridatecele!), anzi in salita, all’ultimo Tour, è stato il più forte, però, naturalmente c’è un però: ci sono tutta una serie di incertezze a cui ti mette di fronte uno sport che si pratica in bici, e quando quello sport lo pratichi nelle tre settimane della corsa francese, sei sempre in discussione. La pressione ti divora almeno diciotto ore su ventiquattro - sempre che quando corrono il Tour non se lo sognino pure, dovremmo chiederglielo un giorno: «Ma voi, durante il Tour de France, sognate di correre le tappe? Sognate sfide per la maglia gialla, difficoltà in salita, braccia alzate al traguardo?». La maggior parte ci risponderebbe che non si ricorda cosa sogna, se sogna.

Insomma, il più grosso dei però ha la forma di quello sloveno di nome Tadej Pogačar che ha un ciuffo ribelle che fa impazzire il tifo nemmeno appartenesse a una banda di impomatati. Lo sloveno per certi versi è agli antipodi del danese e forse questa è una parte della storia che ispira e cattura; lo sloveno corre tanto, forse pure troppo, ma gli chiediamo sempre di più, e ha un talento che facciamo ancora fatica a misurare. Lo sloveno è spugna e non lo vedi (quasi) mai ripetere gli stessi errori. Lo sloveno quest’anno, nell’unica sfida diretta, ha staccato il rivale danese, lo ha battuto nettamente. Lo sloveno ha caratura e blasone superiori (ma non sono quelli che ti aiutano a vincere, sia chiaro).

Lo sloveno ha dalla sua le tappe miste dove poter provare a guadagnare qualcosa, con la coscienza, però di rischiare di bruciare energie come già accaduto nel 2022. Lo sloveno forse, così pare, analizzando le sue prestazioni, soffre un certo tipo di salite rispetto al danese, almeno era così fino allo scorso anno, oppure non riesce a fare fino in fondo la differenza che vorrebbe; lo sloveno, però, non ha mai paura di superare i propri limiti e si diverte da matti, a volte rischia di strafare e forse questa è un’altra parte della sua storia che di lui piace così tanto. Lo sloveno quest’anno ha una squadra decisamente forte - ha accorciato le distanze con quella del danese. Lo sloveno che arriva da un brutto infortunio, e vedendo il percorso, impegnativo sin dalla prima tappa, c’è bisogno di partire forte. Ai recenti campionati sloveni ha dimostrato di stare subito bene, ma il Tour è un’altra cosa e lo sloveno lo sa, e lo sa pure il danese che ha visto la sua stagione procedere senza intoppi.

LE SQUADRE DI RIFERIMENTO

Jumbo Visma - Foto: ASO/Charly Lopez

È una sfida anche tra le due squadre: la Jumbo Visma per la salita si affiderà a Sepp Kuss e Wilco Kelderman, principalmente, potendo contare su Wout van Aert chiamato agli straordinari se la condizione dovesse essere quella dei giorni migliori e non abbiamo dubbi che lo sarà.

Stessa cosa per quanto riguarda due pezzi da novanta delle corse di un giorno come Tiesj Benoot e Dylan van Baarle, capaci di dare un supporto notevole anche quando la strada sale, oltre che in pianura o nei percorsi più misti. Poi c’è Christophe Laporte, che si dividerà tra gloria personale, possibilità di lanciarsi in volata, dare una mano a tutti, persino, e qui andiamo un po’ più avanti, affinare la condizione in vista del Mondiale. Infine Nathan van Hooydonk, che, dopo una grande primavera, sarà il portaborracce.

La squadra di Pogačar, tuttavia, a ogni sessione di mercato tira fuori il budget che c’è in lei e migliora tassello dopo tassello, per provare a dare una mano allo sloveno a vincere più Tour possibili. Rafał Majka, Marc Soler e Adam Yates sono un trio di prima qualità in salita - Yates farà anche classifica, parola di Gianetti, il Team Manager, e potrebbe essere anche alta classifica.

Matteo Trentin è uno dei corridori più intelligenti del gruppo come capacità di lettura della corsa, di posizionamento. Già fondamentale per Pogačar al Fiandre, saprà dare i giusti consigli al ragazzo sloveno durante tutta la corsa. Mikkel Bjerg è l’inesauribile locomotiva, Felix Grossschartner il primo ad azionarsi quando la strada sale e infine Vegard Stake Laengen, perché in tutte le squadre serve uno che faccia su e giù dall’ammiraglia.

OUTSIDER - ALLA RICERCA DEGLI ANTI POGAGAARD

Enric Mas (ESP - Movistar Team) - Foto: Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2022

Poi ci sono tutti gli altri.

Se fosse una gara di motorsport, un lunedì di pasquetta, oppure fosse l’orrendo esperimento di qualche anno fa, Tour 2018, quando, nella tappa che portava il gruppo da Bagneres de Luchon a Saint Lary Soulan per il totale di ben 65 chilometri, si partì “ a griglia” seguendo l’ordine di classifica, insomma se fosse qualcosa del genere e usassimo per spiegare gli avversari di quei due una griglia di partenza, quella griglia di partenza vedrebbe, dalla seconda fila in poi, una lotta sui millesimi tra corridori distanziati dai due sopra di diversi secondi a giro.

Un problema per tutti concorrere con sloveno e danese: sarebbe come mettere di fronte cilindrate differenti, insomma tira una brutta aria per chi non si chiama Pogačar o Vingeaard e allora provochiamo: e se tra i due litiganti vincesse comunque un terzo corridore, perché poi nel ciclismo si sa, tutto può succedere? “Non è comunque un'ipotesi da scartare anche se, trattandosi di un'ipotesi, eè solo una eventualità come dire ipotetica appunto e quindi in fondo comunque ancora possibile anche se poco probabile” - per citare il maestro Fabio Noaro, uno dei tormentoni che ha maggiormente stimolato la mia adolescenza.

Tornando seri, forse, chi parte con ambizioni da classifica?

Partiamo da due spagnoli: Mikel Landa Meana ed Enric Mas Nicolau. Il primo, capitano della Bahrain Victorious, sta vivendo un'ottima stagione anche se spesso contraddistinta dai suoi classici alti e bassi, ma, correndo con regolarità e visto il percorso impegnativo e la quasi totale assenza di chilometri a cronometro (22km!), ambisce a salire sul terzo gradino del podio.

Sbilanciamoci: in una corsa regolare Landa ha tutto per finire nelle prime cinque posizioni, guardando anche il livello dei suoi avversari, il problema è che se c’è una corsa difficilmente regolare quella è il Tour de France. In ogni caso chance della vita per salire sul podio, lui che negli ultimi quattro Tour disputati non è mai uscito dai primi sette, ma appunto, solo sfiorando la possibilità di farsi fare la foto a Parigi con l'Arc de Triomphe sullo sfondo.

Pello Bilbao - Foto: Ilario Biondi/BettiniPhoto©2021

Anche lui ha una squadra competitiva, con Pello Bilbao, occhio a lui nelle primissime tappe, e Jack Haig in versione stakanovista (dopo il Giro, ha corso il Delfinato e ora il Tour) a dargli supporto (con loro Wout Poels) e perché no, a tenere duro in classifica generale; squadra che punterà anche alle tappe con Matej Mohorič, che ha diverse chance per provare a vincere di nuovo al Tour, Fred Wright, fresco conquistatore del titolo nazionale britannico - primo successo in carriera tra i professionisti - e con Phil Bauhaus, velocista, e Nikias Arndt a tirargli le volate.

Le differenze, però, nel paniere dei corridori da classifica, sono davvero minime e potrebbero essere influenzate da fattori realmente infinitesimali, piccoli margini: momento storico della carriera, adattabilità al percorso, stato di forma, fortuna, e squadra. Enric Mas, Team Movistar, in questo potrebbe essere avvantaggiato. Sfruttando l’ottimo momento della sua squadra e la capacità anche sua di essere regolare in salita, può ad ambire a un posto sul podio, senza dimenticare come, il Mas visto lo scorso anno da un certo punto in avanti, è stato davvero l’anti-Pogačar su diversi terreni. Allo stesso tempo, però, quest’anno non ha ancora rubato l’occhio come si credeva. Si pensa, tuttavia, che la sua stagione sia tutta finalizzata sulla corsa che parte sabato da Bilbao (e sulla successiva Vuelta).

Di fianco avrà una squadra davvero molto competitiva per spingerlo verso il suo obiettivo: Matteo Jorgenson, una delle rivelazioni stagionali, Ruben Guerreiro (entrambi avranno anche l’idea di vincere una tappa e provare a fare classifica), Gorka Izagirre, Antonio Pedrero, Gregor Muehlberger, e Nelson Oliveira sono corridori votati alla causa, solidi, dove li metti stanno. Con loro Alex Aranburu per le tappe miste, gli arrivi a ranghi ristretti.

Jai Hindley - Foto: Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2022

Dopo due spagnoli è il turno di due australiani: uno è Jai Hindley, al via con una squadra divisa tra volate (Jordi Meeus, e il treno composto da Marco Haller e Danny van Poppel) e salita (Patrick Konrad, Bob Jungels ed Emanuel Buchmann, c'è anche Nils Politt che andrà anche a caccia di tappe). Hindley che ha già vinto un Grande Giro e al via della corsa non è che siano in molti a vantare questo privilegio - Simon Yates, Vuelta 2018, Bernal Tour 2019 e Giro 2021, Pogačar, Tour 2020 e 2021, Hindley Giro 2022 e Vingegaard Tour 2022. Anche lui fa della regolarità in salita la sua arma migliore, ma, come dimostrato al Giro 2020 e al Giro 2022, è corridore che più si va avanti e più riesce a tirare fuori il meglio di sé.

L’altro è Ben O’Connor che a sprazzi è corridore davvero forte in salita, e di salite ce ne sono a sufficienza. Al Delfinato, pur prendendo una discreta paga da Vingegaard in classifica, è stato comunque il secondo degli umani, vincendo una tappa e salendo sul podio, candidandosi così anche lui come uno dei più forti tra gli outsider. L’Ag2R è per lui, con qualche asterisco (Benoit Cosnefroy che ambisce a vincere almeno una tappa, ma è corridore discontinuo), e con altri che si inseriranno nelle fughe e daranno battaglia nelle tappe più impegnative (Nans Peters, Aurélien Paret-Peintre, Felix Gall, in grandissima forma, Clément Berthet).

Variabili impazzite: Richard Carapaz e David Gaudu. Il primo arriva da una stagione un po’ particolare. Non ha corso molto e ha avuto pochi alti (una vittoria al Mercan Tour Classic Alpes-Maritimes) quando la concorrenza non era di grandissimo livello, e diversi bassi soprattutto nelle classifiche generali delle brevi corse a tappe a cui ha partecipato, dimostrandosi più affidabile negli arrivi tortuosi che nelle tappe con montagne in successione. Certo, stesse bene, fosse il miglior Carapaz, partirebbe poco sotto i primi due, ma al momento ci sembra lontano dallo standard a cui ci aveva abituati. Si sarà nascosto?

EF Education Easy Post, però che non aspetta solo il campione olimpico, ma porta Rigoberto Uran per puntare alla top ten con la sua proverbiale regolarità, Neilson Powless, reduce da una campagna del Nord sorprendente, anche lui tra ambizioni di classifica e nel caso saprà essere punto di riferimento per le fughe in montagna, ed Esteban Chaves per provare a vincere una tappa con tanto dislivello. Con loro, a dare una mano, ma anche a caccia di tappe, Alberto Bettiol e Magnus Cort Nielsen, tutt’altro che stanchi dal Giro, l’inossidabile Andrey Amador e James Shaw, diviso tra compiti da assolvere per la squadra e ambizioni personali.

12/03/2023 - Paris-Nice - Etape 8 - Nice / Nice (118,4km) - GAUDU David (GROUPAMA - FDJ), POGACAR Tadej (UAE TEAM EMIRATES), VINGEGAARD Jonas (JUMBO-VISMA)

David Gaudu, alla Parigi-Nizza, aveva dato evidenti segnali di una crescita quasi inarrestabile dopo le grandi cose fatte al Tour 2022. Nella breve corsa a tappe francese di inizio stagione, per alcuni momenti, è sembrato assumere il ruolo di anti-Pogačar, andando pure più forte di Vingegaard, poi all’improvviso si è incrinato qualcosa. Prima il “solito” malanno fisico, poi una diatriba interna alla squadra che pare abbia persino portato all’esclusione di Démare dal Tour de France. E proprio l’esclusione del velocista francese ha fatto sì che la squadra fosse tutta per l'occhialuto scalatore bretone, ma stando all'ultimo Delfinato la sua condizione pare incerta. La squadra, tuttavia, è di qualità: Thibaut Pinot - al suo ultimo Tour de France - Valentin Madouas, fresco di tricolore, che sogna di vestire il giallo i primi giorni per poi aiutare l’amico di sempre. Stefan Kueng, Kevin Geniets, Olivier Le Gac, Lars van den Berg e Quentin Pacher, sono un gruppo di corridori di tutto rispetto e buono su diversi terreni.

Due giovani da tenere d’occhio: Mattias Skjelmose Jensen e Carlos Rodriguez Cano i quali arrivano, però, da percorsi, in questo 2023, completamente differenti. Il danese della Lidl Trek è al suo momento migliore della carriera, anche più di quando da ragazzo rivaleggiava con Evenepoel. Vince e convince, si difende in salita, corre bene e ha una squadra attrezzata per i compiti di supporto. Potrebbe essere la grande sorpresa di questa corsa, non fosse altro che parte già con alte credenziali. Al suo fianco: Mads Pedersen per le volate (e la maglia verde), Jasper Stuyven e Tony Gallopin che proveranno a vincere una tappa. Come? Lo vedremo. Quinn Simmons da scatenare nelle fughe, Alex Kirsch, il gregario per eccellenza della squadra americana, Juanpe Lopez, l’uomo da tenere al fianco di Skjelmose, e Giulio Ciccone, sul quale, ne parleremo, versano quasi tutte le speranze del nostro ciclismo al Tour.

Carlos Rodriguez, invece, lo scorso anno è stata una delle rivelazioni, e quest’anno, complice anche una brutta caduta alla Strade Bianche, ha fatto più fatica. Le ultime uscite, però, sono confortanti. Al Delfinato è andato forte, ha chiuso in top ten e soprattutto è apparso in crescita. Sarà una delle armi di una INEOS Grenadiers che porta tanti capitani ma nessuno che convince pienamente. Thomas Pidcock, vincitore sull’Alpe d’Huez lo scorso anno, proverà a tenere duro in classifica, su di lui non è mai stato nascosto un progetto per farlo diventare corridore da classifica al Tour. Opinione personale: una top ten sarebbe un risultato enorme, ma è uno dei corridori dotati di maggior classe in gruppo, quindi non ci sarebbe nulla di cui stupirsi. Sarà da tenere d'occhio anche, o soprattutto, nelle prime due tappe.

Egan Bernal (COL - Ineos Grenadiers) - Foto: Ilario Biondi/BettiniPhoto©2021

Egan Bernal è uno dei corridori da osservare, in assoluto, con più attenzione, entusiasmo e curiosità. Conosciamo tutti la sua storia e abbiamo seguito tutti il lento recupero dal gravissimo infortunio dello scorso anno. Già vederlo al Tour con una condizione in crescita è qualcosa che mette la pelle d’oca. Quarto uomo, a metà tra fare classifica e uscirne fuori in maniera inesorabile, è Daniel Felipe Martinez: quando non viene chiamato a fare risultato in prima persona è capace di grandi cose, troppo imprevedibile per fare un pronostico sincero e lucido sul suo Tour de France.

Tutti gli altri in ordine di possibilità, blasone, ambizione: Romain Bardet, Team DSM, punta a una top five, ma è cosciente di quanto gli altri viaggino spediti. Interessante seguire l’evoluzione del suo compagno di squadra Matthew Dinham, neo professionista classe 2000 australiano, scalatore dotato anche di un buono spunto veloce.

Tobias Halland Johannessen sarà l’uomo di classifica per la UNO X, scommessa dopo i problemi fisici, ma pare in crescita. Su Simon Yates, poco da aggiungere, senza giornate negative o malanni, si potrebbe giocare il podio, ma senza alti e bassi sarebbe un altro corridore. Infine, in casa Israel PremierTech, da seguire Dylan Teuns, Michael Woods o Nick Schultz, per un’eventuale classifica.

A caccia di tappe o di alta classifica anche Guillaume Martin, Louis Meintjes, Alexej Lutsenko, tutti corridori con ambizioni da top ten, o, qualora si aprissero spazi, anche qualcosa di più.

VELOCISTI, TAPPISTI, OGNI GENERE DI CORRIDORI AL VIA

Pedersen e Cort Nielsen - Foto: ASO/Charly Lopez

Si parte intanto da quella che può essere la sfida per eccellenza in un Grande Giro per i migliori cacciatori di tappe degli ultimi anni che vede di fronte: Mathieu van der Poel, Wout van Aert, Biniam Girmay e Julian Alaphilippe, questi ultimi due, come dimostrato recentemente, decisamente ritrovati dopo un periodo di appannamento che pareva non passasse più. Hanno tante tappe per divertirsi e divertire, pure, volendo, per provare a vestire la maglia gialla anche solo per un giorno. Già a partire dalle frazioni nei Paesi Baschi.

A caccia di tappe, in fuga, strappando nel finale, con doti di esplosività, oppure con fantasia e capacità di leggere l’azione giusta, sfruttando la condizione di forma, oppure in salita, troviamo tanti nomi, alcun già accennati sopra, e che ci capita di leggere nelle top ten di tutte le corse più importanti della stagione. Christophe Laporte, Benoit Cosnefroy, Matej Mohorič, Thibaut Pinot, Valentin Madouas, Stefan Kueng, Ben Turner, Rasmus Tiller, Anton Charmig, Dylan Teuns, Magnus Cort, Remi Cavagna, Simon Clarke, Michael Woods, Corbin Strong, Maxim Van Gils, George Zimmerman, Alberto Rui Costa, Ruben Guerreiro, Alex Aranburu, Nils Politt, Fred Wright, Quinten Hermans, Felix Gall, Axel Zingle, Victor Lafay, Ion Izagirre, Pierre Latour, Mathieu Burgaudeau, Valentin Ferron, Clement Champoussin, Matis Louvel, Warren Barguil. Ce n’è per tutti i gusti.

Per le volate lo scettro se lo contenderanno: Jasper Philipsen, Fabio Jakobsen, Caleb Ewan, Dylan Groenewegen, Mads Pedersen, Phil Bauhaus, Sam Welsford, Alexander Kristoff (o Søren Wærenskjold), Jordi Meeus, Mike Teunissen - quando non si getterà negli sprint Girmay - Mark Cavendish, Bryan Coquard, Peter Sagan, Luca Mozzato. A questo vanno aggiunti i già citati Wout van Aert e Christophe Laporte.

LES ITALIENS

Giulio Ciccone (ITA - Trek - Segafredo) - Foto: Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2023

Il capitolo italiani è nettamente più breve di quello che si poteva solo immaginare qualche anno fa. Il Tour 2023 arriva in un momento storico difficile per tutto il nostro movimento maschile e che non si conta solo nei pochi risultati di peso, ma anche nella definitiva scomparsa degli sponsor: alla vigilia del Tour, infatti, anche l’ultimo marchio italiano all’interno del World Tour si è fatto da parte, Segafredo, sostituito da Lidl che va ad affiancare Trek. Chissà se qualcuno da qualche parte si è accorto di quello che sta succedendo al nostro ciclismo o basterà soltanto continuare a pesare il movimento sui risultati che nascondono la polvere sotto il tappeto; quei risultati che riescono a ottenere con continuità quel paio di ragazzi super talentuosi e che magari arrivano dalla pista, oppure su quelle vittorie, piazzamenti o segnali che arrivano di tanto in tanto da Giro d'Italia o per lo più da gare minori.

Oltretutto parlare solo di numeri, sette corridori al via, numero più basso di partecipanti al Tour da quarant'anni, non è solo l'unica statistica da evidenziare, ma lo è anche l'età media dei corridori, 31 anni. Lo è anche il ruolo che avranno a questo Tour, maggiormente di supporto, qualcuno con speranze di piazzamenti, forse uno solo davvero in corsa per qualcosa.

Ecco i sette corridori: Giulio Ciccone è la nostra principale speranza di vedere qualcosa di buono per le tappe, punterà presumibilmente anche alla maglia a pois. Luca Mozzato si getterà negli sprint per trovare, con la sua proverbiale continuità, più piazzamenti nei dieci possibili. Se sta bene, il velocista veneto è capace anche di entrare nella fuga giusta. Alberto Bettiol lo conosciamo: quando è in giornata può provare a vincere ovunque. Lo aspettiamo senza fare pronostici in merito. Daniel Oss sarà uomo squadra alla TotalEnergies, Gianni Moscon un punto interrogativo: al Giro è stato uomo ombra in salita per Mark Cavendish, al Tour proverà a vincere qualche tappa o ormai ha preso a cuore il ruolo di fedelissimo del velocista inglese? Jacopo Guarnieri menerà in volata per Caleb Ewan, mentre Matteo Trentin, infine, sarà scudiero di Pogačar.

IL PERCORSO

Da: https://twitter.com/ammattipyoraily

È un disegno insolito: si parte dal sud con i Pirenei quasi subito per un disegno che vede troppi pochi chilometri (usiamo un eufemismo) a cronometro: 22! e tappe davvero troppo brevi, anche quelle di montagne. Per qualcuno l’esaltazione di uno sport sempre più esplosivo, per altri la negazione di una disciplina che fa del fondo e della resistenza la sua arma migliore. Ma questi sono i tempi.

Si parte dall’estero, per loro, dai Paesi Baschi, da Bilbao, e sarà subito una tappa elettrizzante dove ci si aspetta spettacolo tra quei corridori che negli anni hanno saputo esaltarci anche nelle prove di un giorno. Terreno mosso, impegnativo, per la Bilbao-Bilbao, 182 km, difficile possa arrivare la volata, anzi impossibile, anzi, molto probabilmente vedremo già una sfida tra gli uomini di classifica e i più forti classicomani al via di questo Tour. Occhio alle cadute.

Il secondo giorno è meno duro di quello precedente con l’arrivo a San Sebastian, ma ancora possibile sfida tra i vari van der Poel, Alaphilippe, eccetera, con lo Jaizkibel a fare da punto di rottura. Mi aspetto gli uomini di classifica controllare e controllarsi, ma occhio alle fughe.

Terza e quarta tappa sono due volate, il quinto giorno da Pau a Laruns si ricomincia a salire, ma sarà solo un antipasto della tappa numero sei, con arrivo a Cauterets Cambasque (salita pedalabile), preceduta però dal Tourmalet, frazione impegnativa, sì, ma breve: 144,9 km. Su entrambe le tappe c’è scritto fuga.

La settima tappa, arrivo a Bordeaux, è roba per velocisti, l’ottava è qualcosa di simile e fanno, nella prima settimana, salvo fughe: quattro arrivi da gruppo compatto. Il nono giorno si fa sul serio con l’arrivo più impegnativo e forse simbolo di questa edizione di Tour de France. Nel Massiccio Centrale si corre la Saint-Léonard-de-Noblat - Puy de Dome, tappa tutta mossa fino a Clermont-Ferrand e poi quei 13,3 km finali con una rampa finale di 4 chilometri che porta su in cima al più giovane vulcano della Chaine des Puys. Salita, con finale chiuso al pubblico e normalmente chiuso al traffico, persino a quello pedonale, che torna al Tour dopo 35 anni (a vincere fu un danese..., in passato Coppi, e Anquetil). Quattro chilometri finali, che portano all’arrivo, costantemente in doppia cifra.

Ci si riposa e si riprende l’11 luglio con una frazione fatta apposta per le fughe, da Vulcania a Issoire, che precede un’altra probabile volata, tappa 11, con arrivo a Moulins prima di una frazione mossa, molto interessante, con arrivo a Belleville-en-Beaujolais che, però, verosimilmente, pare perfetta per una fuga.

Il 14 luglio per i francesi conta, si sa, e allora si è scelto di arrivare su una salita storica come la Grand Colombier, (monti del Giura) 17,4 km al 7,1%. Peccato che il disegno della tappa svilisca il tutto. Un solo GPM, 137,8 km la lunghezza. Lasciamo a voi ogni commento.

La tappa nel Giura percede le Alpi: prima si arriva a Morzine, dopo aver scalato tra gli altri Col de la Ramaz e Joux Plane, una delle salite più dure di questa edizione di Tour de France, e infine, domenica 16 luglio arrivo a Saint Gervais Mont Blanc, 179 km e un continuo su e giù fino alla scalata finale.

Dopo il secondo e ultimo giorno di riposo si riparte con la crono di 22 km da Passy a Combloux che precede la tappa regina di questo Tour. Da Saint Gervais Mont Blanc a Courchevel, 165 km, oltre 5.000 metri di dislivello e da scalare Col des Saisses, Cormet de Roselend, Côte de Longefoy e Col de la Loze, cima più alta di questo Tour. Tappa 18 e 19 sarà per velocisti superstiti o fughe, mentre sabato 22 luglio, ultima possibilità per provare a ribaltare la classifica con l’arrivo a Le Markstein dopo aver attraversato i Vosgi e alcune salite simbolo della zona come Ballon d’Alsace e Petit Ballon.

Infine, classica passerella parigina.

In poche parole: Cosa va? Belle le tappe miste, promossa l'idea, sia dal punto di vista tecnico che del paesaggio, di percorrere tutte e cinque le catene montuose francesi. Interessantissimo soprattutto partire subito con frazioni vallonate come quelle nei Paesi Baschi dove ci aspettiamo anche tantissima gente sulle strade. Cosa non va? Diverse tappe di montagna (e sin qui, ok), ma con chilometraggi troppo brevi (nessuna tappa sopra i 200 km!), e quelle pirenaiche molto poco stuzzicanti, e poi una sola cronometro di 22 km. Come al solito, però, e chiudiamo con la banalità delle banalità: la corsa la renderanno entusiasmante i corridori, in particolare, molto probabilmente, i due maggiori pretendenti alla classifica finale e le loro due squadre, arrivate a questo Tour, praticamente a ranghi completi e in grande forma.

LE STELLINE DI ALVENTO

MAGLIA GIALLA

⭐⭐⭐⭐⭐ Jonas Vingegaard, Tadej Pogačar
⭐⭐⭐⭐
⭐⭐⭐ Jai Hindley, Mikel Landa, Enric Mas, Ben O’Connor
⭐⭐ Richard Carapaz, David Gaudu, Mattias Skjelmose Jensen, Adam Yates
⭐ Carlos Rodriguez, Romain Bardet, Pello Bilbao, Simon Yates, TH Johannessen

MAGLIA VERDE

⭐⭐⭐⭐⭐ Jasper Philipsen, Wout van Aert
⭐⭐⭐⭐Mads Pedersen
⭐⭐⭐ Mathieu van der Poel, Fabio Jakobsen
⭐⭐ Caleb Ewan, Dylan Groenewegen
⭐Biniam Girmay, Jordi Meeus, Julian Alaphilippe

MAGLIA A POIS

⭐⭐⭐⭐⭐ Giulio Ciccone, Thibaut Pinot
⭐⭐⭐⭐ Warren Barguil
⭐⭐⭐ Tadej Pogačar, Jonas Vingegaard
⭐⭐ Richard Carapaz, David Gaudu
⭐ Enric Mas, Romain Bardet, Thomas Pidcock

MAGLIA BIANCA

⭐⭐⭐⭐⭐Tadej Pogačar
⭐⭐⭐⭐ Mattias Skjelmose
⭐⭐⭐ Carlos Rodriguez
⭐⭐ Thomas Pidcock, Tobias Halland Johannessen
⭐Matthew Dhinam, Maxim Van Gils

Foto in evidenza: ASO/Pauline Ballet


Dai campionati nazionali al Giro Donne: appunti di gara

Nel ciclismo, ci sono settimane che potrebbero essere traghetti, da una costa all'altra, avendo ben presente quel che si è lasciato alle spalle, ma essendo altrettanto focalizzati su quel che sta per arrivare. La settimana che va dalla sera del 25 giugno alla mattina del 30 giugno è, per il ciclismo femminile, questo traghetto. Dai Campionati Nazionali al Giro Donne 2023 che, dopo molti dubbi, dopo molte discussioni, ha alzato il sipario e si farà: "questa corsa s'ha da fare". Sintetizziamo così, con un'eco manzoniana, mentre da Comano Terme, in Trentino Alto Adige, sede del Campionato Nazionale Italiano 2023, ci spostiamo a Chianciano Terme, in Toscana, sede della prima tappa, una cronometro di 4,4 chilometri, del Giro Donne. In questo pezzo ci muoveremo sempre così, con lo sguardo tra passato e futuro, da una costa all'altra di quell'immaginario traghetto: dai Campionati Nazionali al Giro Donne, provando a mettere insieme segnali ed indizi.

L'UNDICESIMA

Elisa Longo Borghini - Foto: Francesco Rachello / Tornanti.cc

Inutile girarci molto attorno, il primo nome di cui parlare è senza dubbio quello di Elisa Longo Borghini. Uno-due: venerdì titolo nazionale a cronometro, domenica titolo nazionale in linea. In totale undici Campionati Nazionali conquistati, tra strada e cronometro. A noi è restato lo squarcio nel silenzio dell'attesa nel momento in cui Longo Borghini taglia la linea del traguardo della prova contro il tempo ed il monitor, che solo qualche minuto prima aveva evidenziato la prima posizione provvisoria di Marta Cavalli, stravolge la classifica con un nuovo primo tempo: 37'44''. Ben 47'' su Cavalli, 1'10'' su Alessia Vigilia: una superiorità netta, ad oltre 40km/h di media. E ancora quel: "Ho vinto o no?", dopo il testa a testa con Silvia Persico, per poi risolvere il dubbio in un "sì" prolungato, tra la gioia e la grinta. Il dato sulla buona condizione è sin troppo evidente. Bene, invece, è sottolineare quel che c'è in più. La costruzione della volata, ad esempio, terreno in cui Longo Borghini ha sempre patito: volata anticipata, infinita, per sorprendere Silvia Persico che, in quel frangente, nella prova in linea era la favorita, senza ombra di dubbio. Vince di un filo, ma vince. In una volata classica, forse, Persico avrebbe prevalso, ma il ciclismo è questo. La freschezza con cui lancia un simile sprint, dopo 148 chilometri su un tracciato nervoso, come quello di Comano, è indicativa. L'esperienza con cui, assieme a Slongo, studia modi sempre nuovi per affrontare qualunque frangente di gara ne fa la campionessa che è. Uscita bene dal Tour de Suisse, un terzo posto incoraggiante al rientro in gara, le due maglie tricolori sono ciliegine sulla torta. Ha detto che al Giro Donne punterà a una tappa, poi, si sa, l'appetito vien mangiando.

QUEI PODI

La volata al Tricolore femminile Foto: Eloise Mavian / Tornanti.cc

Sì, parliamo dei podi delle due gare agli italiani, perché su quei gradini vanno fatte diverse considerazioni.

La prima è più generale: Marta Cavalli sembra davvero tornata a buoni livelli. Seconda nella cronometro e terza nella prova in linea. Alla partenza, domenica, aveva detto: "Io non attacco...", con un sorriso che faceva presagire scintille. In corsa ci sono state, per come ha risposto, per come è rientrata, per la personalità che ha messo in ogni azione. Brucia perché quella maglia le sarebbe servita molto: a livello morale soprattutto. Ma le prestazioni parlano per lei. Ci aveva detto che un buon Giro Donne, preparato e corso bene, sarebbe servito come slancio verso il Tour de France con cui, dall'anno scorso, ha un conto in sospeso. Ora è il momento di dimostrarlo, affiancata da Cecile Uttrup Ludwig che, sulle montagne, potrebbe essere la spalla ideale.

Silvia Persico, dopo la prova in linea, ha ripetuto più volte una frase significativa: "Devo essere felice". Quasi un'imposizione. Intendiamoci: Persico ha corso un Campionato Italiano di primo livello e sono molti gli occhi puntati su di lei in vista del Giro e più in generale della stagione. Ottime premesse per essere felice, anche raccordate ad una prima parte di stagione da protagonista delle classiche. Però seconda così, fa male davvero. Allora cosa si fa? Si prende il buono e a Chianciano Terme ci si presenta con tutti gli occhi delle rivali puntati addosso. Domenica è successo lo stesso e lei ha scherzato: "Beato chi pensa che sia la favorita". Sappiamo com'è finita.

Alessia Vigilia (Top Girls - Fassa Bortolo) - Foto: Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency@2023

Parlando di Alessia Vigilia, invece, il discorso si sposta alla prova a cronometro. Una prova che, se servisse, conferma quello che sempre abbiamo sostenuto. Il talento c'è tutto, basta trovare la strada giusta. Una strada che Vigilia ha trovato e smarrito negli anni, crescendo e diventando la ciclista che è oggi. Ricordate il mondiale di Bergen? Una medaglia d'argento, dietro Elena Pirrone, nella cronometro Juniores, dopo una stagione complessa. Poi gli anni che passano, un periodo difficile ai tempi della Cronos-Casa Dorada e quindi la volontà di tornare a costruirsi. In questo percorso, anzi, in questa pedalata, il Giro Donne sarà un tassello importante.

L'ULTIMO GIRO DONNE DI MARTA BASTIANELLI

Marta Bastianelli - Foto: Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency@2023

Sarà un lungo addio al ciclismo pedalato, certamente non al ciclismo vissuto. Ha detto Bastianelli che il Campionato Italiano 2023 sarà il suo ultimo Campionato Italiano, ma si è affrettata ad aggiungere che "in realtà, non sarà mai, davvero, un'ultima volta". Forse, lo stesso vale per il Giro. Anzi, certamente vale per il Giro Donne e con qualcosa in più. Perché questa volta non sarà una delle ultime volte, sarà proprio l'ultima volta e con una carriera alle spalle come quella di Bastianelli questo ha un peso importante. Sul palco dei Campionati Italiani, Elena Cecchini ha pianto mentre parlava di queste ultime volte. Anche Chiara Consonni ha pianto ed il buonumore di Consonni è proverbiale. Hanno detto: "Ha lasciato un segno che non toglieremo mai". Dal 30 giugno, la possibilità di aggiungere un ulteriore segno. Lei e Consonni si inventeranno qualcosa nelle tappe in pianura. Bertizzolo, Magnaldi e Persico faranno lo stesso in salita.

LE ALI APERTE DI GAIA REALINI

ELisa Longo Borghini e Gaia Realini - Foto: Francesco Rachello / Tornanti.cc

Le scalatrici devono essere leggere, si sa. In questo senso il loro è più che mai un volo, perché per volare serve leggerezza. Il fisico dell'abruzzese è da scalatrice pura e le sue ali sono aperte. A Comano Terme, una condotta di gara aggressiva, trenta chilometri di trenate, di attacchi, di voglia di vincere, di certezza nell'essere donna di squadra e per la squadra. Una crescita decisa, continua. Campionessa Italiana Under 23, importante, ma non ci si può fermare qui. Già l'anno scorso, Realini, al Giro aveva fatto bene: tredicesima nella classifica generale finale, settima nella tappa del Maniva, quinta a San Lorenzo Dorsino. A lottare con le big sulle salite. Quest'anno, con Trek, vivrà un Giro diverso, forse ancora più difficile, perché le aspettative del pubblico saranno maggiori. Lei, però, le aspettative le lascia da parte, si concentra sul piacere di fare quel che fa. Qualcosa ci dice che sia la scelta giusta.

IN ORDINE SPARSO

Barbara Malcotti (ITA - Human Powered Health) - Foto: Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency@2023

Sì, perché ci sono altre cose da dire sui Campionati Nazionali Italiani 2023, in vista del Giro d'Italia ed in generale della prosecuzione della stagione. Per esempio, è da notare la fuga di Elena Pirrone nella prova in linea, insieme a Cecchini e Masetti. Anche Elena Pirrone ha vissuto momenti diversi in questi anni di carriera: crediamo che azioni simili possano farle bene, restituirle fiducia e consegnarle anche il divertimento che, assieme alla fatica, si prova quando si inventa una fuga. Decima alla fine, dodicesima, invece, Masetti dopo la stessa fuga. Sempre dalla prova in linea, è obbligatorio menzionare Barbara Malcotti: è restata con Longo Borghini, Cavalli, Persico e Realini per lungo tempo, collaborando attivamente ed essendo della partita. Ha concluso quinta. Dall'ordine d'arrivo, rileviamo anche il settimo posto di Letizia Paternoster, che affronterà il suo primo Giro Donne con una squadra, la Jayco-AlUla, che, ci ha raccontato tempo fa, aver contribuito a restituirle serenità. Soraya Paladin, invece, anche lei in top ten, affronterà la corsa rosa con un team di "all rounders", come si dice in gergo, in Canyon Sram, team in cui non sarà, però, presente Kasia Niewiadoma. Della cronometro di venerdì 23 giugno, vogliamo invece evidenziare la prova di Letizia Borghesi, a lungo miglior tempo provvisorio, ed in ogni caso una prestazione che sottolinea un buon periodo di forma.

ALTRE MAGLIE

Demi Vollering - Foto: Davy Rietbergen/CV/SprintCyclingAgency@2023

Se questo fosse un tema, qualcuno potrebbe dire che stiamo "andando fuori tema", ovvero stiamo per uscire dal centro del focus che è, fino ad ora, stato legato alle indicazioni che i Campionati Italiani hanno fornito in vista del Giro Donne. Forse, in parte è vero, ma ci sembra giusto approfittare dell'occasione per un utile riepilogo delle varie maglie di campionessa nazionale.
Fra le atlete che non saranno presenti al Giro Donne, Demi Vollering e Riejanne Markus si sono spartite la maglia di campionessa olandese, la prima su strada, la seconda a cronometro, stessa cosa vale per Victoire Berteau e Cedrine Kerbaol in Francia e per Mireia Benito in Spagna. Christine Majerus è campionessa nazionale lussemburghese su strada, mentre Emma Norsgaard si conferma campionessa nazionale a cronometro in Danimarca. Lotte Kopecky ha fatto il bis in Belgio: titolo sia in linea che contro il tempo.

Tra coloro che, invece, prenderanno il via da Chianciano Terme, al Giro, poniamo l'accento sul doppio titolo conquistato da Chloè Dygert negli Stati Uniti e da Kata Blanka Vas, autrice di due prove notevoli, in Ungheria, ma altrettanto importante, in quest'ottica, è il titolo di Liane Lippert, in Germania, nella prova in linea e di Mavi Garcia in Spagna. In Slovenia, Urška Žigart si è riconfermata nella prova a cronometro. Un bell'insieme di colori, di maglie e bandiere che non mancano, da cercare e riconoscere in gruppo, con cui familiarizzare nella stagione e nei dieci giorni del Giro Donne.

UN POCO DI TUTTO

Non si tratta di Campionati Nazionali, è vero, ma, in questa sorta di lente di ingrandimento sulle cicliste prossimamente al Giro Donne, ci sono altre atlete che dobbiamo per forza di cosa portare all'attenzione nostra e dei nostri lettori. Come a completare un quadro che, in ogni caso, come in tutte le corse ciclistiche, avrà comunque un margine di imprevedibilità e di nomi che, magari non menzionati, sapranno sorprenderci: in questo caso, saremo i primi ad esserne felici. Le sorprese ci piacciono.
Annemiek van Vleuten (Movistar) è, senza ombra di dubbio, uno dei fari di questa corsa. Se dovesse riuscirle il colpaccio, potrebbe continuare un filotto di successi nelle grandi corse a tappe, che, iniziato con la vittoria al Giro dell'anno scorso, ha inanellato: Giro, Tour, Vuelta, ancora Vuelta e chissà se ancora Giro. Conta già tre successi nella Corsa Rosa, potrebbe gettare il poker. Abbiamo parlato più volte di quanto sia cambiata, o meglio, di quanto sia cambiato il suo modo di vincere. Discorsi su discorsi, intanto lei ha già detto di essere contenta delle sue gambe, in vista del Giro. Le sue avversarie non lo saranno altrettanto.

Le prestazioni di Mavi Garcìa (Liv Racing-TeqFind) al Giro Donne dello scorso anno le ricordiamo tutti: in salita aveva pane per i denti di tutte le scalatrici: il suo terzo posto sul podio finale e le cinque top ten su dieci tappe raccontano questa storia. Accanto a lei Katia Ragusa, da cui ci attendiamo qualche numero, e Rachele Barbieri che potrebbe giocare qualche scherzo alle ruote veloci. A proposito di volate, le ruote veloci non mancano, citiamo: Lorena Wiebes (SD-Worx) che potrà contare sul prezioso lavoro di Elena Cecchini, Marianne Vos (Jumbo Visma), abbiamo ancora negli occhi i suoi sprint a "La Vuelta" ed in ogni caso l'estro della campionessa olandese, anche Maria Giulia Confalonieri (Team UnoX) sarà certamente della partita. Non sarà invece presente Elisa Balsamo (Lidl Trek), in recupero dopo l'infortunio alla Ride London Classique. Trek che, comunque, si presenterà come uno squadrone: Longo Borghini, Realini, Deignan, Hanson, Klein, Van Anrooij e Backstedt a completare l'organico. Curiosità per la presenza di Fem Van Empel (Jumbo Visma), domatrice della stagione del fango. In casa Israel, invece, il nome di Anna Kiesenhofer continua a essere gettonato: per la storia di questa atleta, campionessa olimpica a Tokyo. Per la Dsm un ruolo importante lo avrà Juliette Labous: già settima in Spagna, a "La Vuelta" quest'anno, nona al Giro 2022. In squadra con lei due atlete interessanti: Francesca Barale e Eleonora Ciabocco. Tra fughe, salite, sprint, azioni a sorpresa, aspettiamo invece Matilde Vitillo, Valentina Basilico, Silvia Zanardi (BePink) e Sara Casasola (Born To Win G20 Ambedo).