Mini guida al Giro Next Gen 2026

No, non temete, anche se da titolo e durata della lettura secondo il plugin di wordpress lo avrete già intuito: non andrò troppo per le lunghe, anzi, per facilitare a me (e a voi) il tutto, lascio qui alcune considerazioni sulla corsa dello scorso anno che può fungere da lancio verso ciò di cui parleremo quest’anno: https://alvento.cc/appunti-dal-giro-next-gen-2025/

Ecco il percorso: Giro Next Gen 2026 interamente disegnato nel centro sud Italia e questa sì che è una notizia. Si parte dalla Calabria (da Reggio) per arrivare in Abruzzo (a L’Aquila), attraversando Basilicata, Puglia, Campania, Lazio. Otto tappe: 2 possibili volate – ma occhio alle fughe – 2 arrivi in salita, 3 tappe vallonate e dalle difficoltà differenti di volta in volta, infine una bella cronometro di 22 km.

Primo giorno si parte da Reggio Calabria per arrivare a Vibo Valentia: prima parte pianeggiante lungo lo Ionio per poi passare nell’entroterra con due salite negli ultimi 50 km, non durissime per carità, ma nel finale una rampetta potrebbe sgranare il gruppo e premiare corridori esplosivi e magari tenere già davanti qualche uomo che punta alla classifica generale.

Seconda tappa, da Tropea a Crotone, dalla costa tirrenica a quella ionica, tagliando in due la regione. Frazione mossa nella parte centrale che potrebbe favorire una fuga, altrimenti è volata a ranghi più o meno compatti (e potrebbe essere anche l’unica).

La terza tappa, da Sibari (ancora mar Ionico) a Villa d’Agri di Marsicovetere segna il passaggio dalla Calabria alla Basilicata, dalla provincia di Cosenza a quella di Potenza. Giornata da non sottovalutare: 169 km di continuo su e giù, con salite più o meno lunghe e che porterà gli uomini di classifica al primo scontro diretto. A Viggiano probabile resa dei conti giornaliera.

Quarta tappa, da Matera a Corato. Anche in questa giornata il percorso è mosso e le salitelle non sono da sottovalutare: frazione per fuga o per uomini veloci ma resistenti, dipenderà sempre dall’atteggiamento dei favoriti e delle loro squadre. Come il giorno prima, volendo, c’è il terreno per fare un po’ di selezione e arrivare magari in pochi lì davanti – a maggior ragione in una categoria dove le differenze sono più spiccate rispetto al professionismo.

Tappa numero 5 e dopo la Puglia, si va in Campania. Da Bacoli a… Bacoli con il circuito nei Campi Flegrei e il Monte Procida da affrontare 5 volte. Che sia una prova generale per provare a organizzare un giorno il Mondiale su queste strade? I crismi ci sono tutti e il percorso è proprio da mini classica vallonata con il già citato Monte Procida, il durissimo strappo di Mofete e uno spettacolo suggestivo e anche tecnico per via delle variazioni planimetriche prima del finale, quando una discesa velocissima porterà al traguardo. Tappa da fuga, da gruppo spezzato e sgranato, da chi sa tenere duro e ha lo spunto veloce. Ampio il ventaglio di soluzioni.

La tappa 6, invece, con partenza da Velletri, segna il primo dei due arrivi in salita con l’ascesa del Monte Livata da Subiaco e prima ancora il Passo della Sella e un continuo su e giù nei dintorni di Roma. La salita finale misura 16 km, è molto irregolare all’inizio, dove alterna tratti in doppia cifra a veri e propri momenti in falsopiano, ed è caratterizzata da una seconda parte quasi tutta tra il 5 e il 7 %.

Tappa 7, breve, ma impegnativa e che potrebbe cambiare ancora la classifica, con l’arrivo in salita a Piana delle Mele (Guardiagrele), non prima però di aver affrontato Forcella di Acciano e soprattutto Passo Lanciano, la salita più dura dell’intera corsa. 11,3 km all’8,5% di pendenza media con diversi tratti in doppia cifra. Si scollina ai -40 dall’arrivo, ma, dopo una lunga discesa il finale farà, se ce ne fosse ancora bisogno, tanta ulteriore selezione, quella decisiva.

Ultimo giorno, tappa 8, con l’attesissima cronometro da Villa Sant’Angelo a L’Aquila. 22,2 km, vallonata, in cui si potrà spingere e fare tantissima differenza. All’ottavo giorno di corsa e dopo due tappe di montagna la classifica potrà essere ribaltata completamente.

I PROTAGONISTI

Che non è, secondo la traduzione italiana, soltanto il titolo di un bellissimo film del 1992 di Altman (The Player) e no, non sto parlando nemmeno di un omicidio nel mondo di Hollywood (che poi è tutto un metaforone su come si lavora nell’industria del cinema). Qui si parla per ovvi motivi dei corridori da seguire con maggiore attenzione nella settimana che va da domenica 14 a domenica 21 e che percorreranno perlopiù le strade sopra descritte molto in breve.

⭐⭐⭐⭐

Avrei detto che c’è un solo favorito assoluto a cinque stelle, con margine, ma quel nome, che tutti avrete intuito è ormai il più che noto Lorenzo Mark Finn, di fianco, come si è visto, si ritrova “soltanto” 4 stelle e la vittoria finale se la dovrà sudare come forse non immaginava. Questo per via dell’infortunio che lo ha visto fermarsi dopo due giorni al Tour of the Alps dove dimostrò, seppure per una sola tappa, di valere corridori che poche settimane dopo sarebbero stati protagonisti al Giro. Da valutare, infatti, la condizione in cui si trova e anche i miglioramenti nelle corse a tappe: se fino a oggi si è dimostrato quasi sempre l’uomo da battere nelle gare di un giorno, nella gare divise su più giornate deve ancora dire la sua. Però una cosa c’è da dire: quelli che gli sono finiti davanti in questi anni (Bisiaux, Seixas, Nordhagen, Omrzel, Widar, Tuckwell e Novak) sono passati professionisti e gli avversari, seppure di livello, hanno qualcosa in meno di lui. Sulla carta.

⭐⭐⭐

L’avversario più temibile potrebbe essere Mateo Ramirez (UAE Team Emirates Gen Z), il quale però, dopo un 2025 rivelatorio sulle sue grandissime qualità, non si è mai visto: ha corso solo un giorno in 6 mesi. Lo scalatore ecuadoriano parte in seconda fila con Matteo Scalco (XDS Astana Devo team), che in stagione ha lasciato buone sensazioni in salita anche tra i professionisti, l’australiano della Lidl Trek Future Racing Jack Ward, tra le rivelazioni di questa stagione, il francese Rémi Daumas della Groupama FDJ United CT, anche lui andato già forte in alcune gare con i professionisti, scalatore dall’alto potenziale e di recente vincitore di una tappa alla Ronde de l’Isard in cui si sono scalate diverse vette affrontate negli anni al Tour de France e il belga Matisse Van Kerckhove che avrà dalla sua un jolly da giocare mica male: la crono di 22 km che chiuderà il Giro e dove, eventualmente, potrà scavare margine, recuperare posizioni e perché no, dovesse trovarsi in zona, pure attaccare podio o maglia rosa. Sul belga della Visma  |LAB Devo il punto di domanda è capire quanto potrà tenere sulle salite più lunghe, ma in realtà i suoi margini sono ancora da scoprire. Dovesse essere più avanti di quello che si pensa, diventerebbe lui, più del compagno di squadra Patryk Goszczurny (⭐⭐) l’uomo di classifica della squadra nerlandese, ma non solo, sarebbe cliente sgraditissimo (agli altri) per il podio.

⭐⭐

Troviamo poi (a due stelle), ma le differenze alla fine tra un corridore e l’altro sono minime e , come vedremo, ci saranno le solite sorprese inaspettate, Matteo Vanhuffel (Devo Tem Picnic PostNL), insieme a Finn e Scalco uno dei tre superstiti della top ten del Next Gen 2025, con lui anche il compagno di squadra il neerlandese Jurgen Zomermaand, prospetto molto interessante per la salita, Max Bock, tedesco della Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies, ottavo all’ultimo Tour de l’Avenir che, almeno sulla carta, sarà d’aiuto a Finn, ma, molto regolare in salita e tra quei corridori che migliorano più le gare sono dure, potrà ambire a un piazzamento in alta classifica. Jan Michal Jackowiak è l’uomo di classifica della Bahrain Victorious Devo team, squadra multinazionale che punta molto alle tappe, ma che ha nel polacco uno dei migliori primo anno di questa stagione e già capace di mettersi in evidenza in mezzo ai professionisti. Grande motore, vincitore quest’anno a San Vendemiano, da misurare sulle salite lunghe, ma dubbi in realtà ne lascia pochi: ha talento per dire la sua anche a questo Giro Next Gen. Viktor Soenens, scalatore belga, è uno dei diversi nomi che la Soudal QS Devo Team potrebbe lanciare in classifica, forse, per l’attitudine alle salite è il più adatto al percorso del Giro 2026, seppur non viene da un grande inizio di stagione e quindi in casa Soudal occhio anche a Henrique Bravo, brasiliano, corridore completo e dall’altissimo potenziale un po’ su tutti i terreni, veloce, resistente, e a Jasper Schoofs, un altro che dalla sua ha l’ultima crono in cui poter fare la differenza. Un altro blocco di squadre belga da seguire: parliamo di quelli della Lotto Groupe Wanty, Milan Donie e Kamiel Eeman potranno, visto il passaggio di Widar tra i professionisti, per la prima volta in tanti anni, fare la loro corsa e puntano alla top ten, anche se da dietro spinge Nils Driesen autore quest’anno di un enorme salto di qualità, infine Jan Huber, Tudor Pro Cycling Team U23, arrivato a ridosso della top ten la scorsa estate al Tour de l’Avenir, e secondo al mondiale in Rwanda quando fu l’ultimo a mollare le ruote di Lorenzo Finn, è corridore da temer eper l’alta classifica, essendo uno di quelli che si esalta nelle giornate più complicate altimetricamente parlando.

⭐

Altri, nomi che potranno ambire a un piazzamento in classifica: Joshua Golliker (EF Education Aevolo), che dopo le tre tappe vinte in due anni al Valle d’Aosta non si è più ritrovato, Kevin Biehl, danese della General Store Essegibi F.lli Curia, lo scorso anno 23° al Giro e 12° al Valle d’Aosta, il norvegese della Tudor Pro Cycling team U23 Jesper Stiansen, che se non lo vedremo in classifica proverà a vincere una tappa, Javier Cubillas, Movistar team, tra i prospetti spagnoli più interessanti in assoluto e il suo compagno di squadra Ibai Vilate; Balint Feldhoffer (Bahrain Victorious Devo team), Remi Arsac (Decathlon CMA CGM Devo team), Adam Rafferty (Hagens Berman Jayco), vincitore di una tappa lo scorso anno che proverà anche a vincere la crono, Liam O’Brien, Lidl Trek Future Racing, irlandese come Rafferty, 4° al Valle d’Aosta 2025, al Giro dello scorso anno lavorò a fondo per Withen Philipsen, qui forse avrà più spazio, Daan Dijkman (UAE Team Emirates Gen Z) vincitore della Liegi di categoria pochi mesi fa, e i francesi Ugo Fabries (sempre UAE) e Pierre-Henry Basset (XDS AStana Devo Team), quest’ultimo, però, con Simone Zanini, sarà una pedina fondamentale per la classifica di Scalco su cui la squadra kazaka punta forte.

Infine discorso a parte per la INEOS Grenadiers Racing Academy, squadra con corridori da scoprire, ma in che senso? Fino a che punto potranno arrivare in una gara a tappe di questa difficoltà? Cameron Rogers (che ha la crono dalla sua) è un corridore dall’altissimo potenziale, come Matthew Dodd e Nicolas Milesi che andranno perlopiù a caccia di tappe, mentre Max Hinds, Dylan Sage (anche lui forte a cronometro) e l’ex triatleta Fletcher Medway, si misureranno probabilmente anche nella generale.

PER LE TAPPE

Davide Stella (UAE) è il punto di riferimento per le volate, varie (2?) ed eventuali (lo scorso anno non ne sono arrivate, difficile tenere chiusa la corsa), attesissima la sfida con Davide Donati, sprinter (in realtà qualcosa in più per il futuro, in Italia si fa ogni tipo di scongiuro perché lui, Magagnotti e Finn non diventino gli ennesimi talenti dispersi nel marasma del professionismo) della Red Bull che ha già vinto due volte nella massima categoria e scusate se è poco. Sono veloci anche Thomas Capra e Seth Dunwoody, ma l’irlandese lo scorso anno vinse una tappa in fuga, tenendo bene anche in salit. In generale la Bahrain con Borremans e Hofer in aggiunta va a caccia di tappe su ogni terreno. Aubin Sparfel è il punto di riferimento della Decathlon CMA CGM Devo team. Lo scorso anno a suon di fughe e piazzamenti vinse la maglia a punti, non fece classifica (chi scrive continua a pensare che in questa categoria una top 10/15 è nelle sue corde) e non riuscì a vincere nessuna tappa, quest’anno quel paio di frazioni mosse sembrano disegnate apposta per lui che già tra i professionisti ha vinto e ha iniziato a piazzarsi bene nelle folli gare francesi per puncheur. Tomos Pattinson (britannico della EF Education-Agevolo) come il connazionale Jed Smithson (Hagens Berman Jayco) e il francese Eliott Boulet possono piazzarsi nelle volate di gruppo o imporsi in quelle più sgranate o in fuga, come pure Alessio Delle Vedove, Ludovico Mellano e Mattia Negrente sui quali la XDS Astana Devo team fa affidamento per riuscire a portare a casa una tappa.

L’italiano Juan David Sierra (Tudor Pro Cycling team U23) e il polacco Dawid Lewandowski (NSN Devo Team) sono altri due corridori veloci, ma resistenti adatti pure a finali mossi o selezionati. Il corridore italiano, che lo scorso anno fu escluso all’ultimo dalla Corsa Rosa per Under 23, non sta vivendo un periodo molto facile nella categoria. Pur dotato di enorme talento, da mettere a disposizione dei suoi come ultimo uomo, ma anche per potersi giocare in prima persona volate di gruppo, fughe, anche su percorsi vallonati, è evidente come stia facendo enorme fatica anche a capire cosa potrebbe diventare: se il Giro non è la sua ultima chance, in un ciclismo che non ha pazienza, poco ci manca.

I norvegesi del Team Drali Halvor Utengen e Hakon Oksnes sono da temere in una eventuale fuga o sprint a ranghi ristretti. il danese Patrick Frydkjaer (Lidl Trek Future Racing) con il compagno di squadra Andrea Bessega (che cerca la sua strada dopo una stagione difficile per problemi personali), il norvegese Halvor Dolven e il neerlandese Wouter Toussaint (Lotto Groupe Wanty) l’esplosivo britannico Elliot Rowe (Visma), vincitore lo scorso anno in fuga di una tappa all’Avenir, i francesi della Groupama Victor Lolergue, Johann Blanc e Soan Ruesche, il ceco della Development Team Picnic PostNL Pavel Sumpik, l’esplosivo colombiano Jonathan Guatibonza (Movistar Team Academy), l’italiano Federico Savino (SOudal QS Devo team), corridore completo, sono tutti atleti di livello che proveranno a vincere magari andando in fuga, alcuni di loro sfruttando lo spunto veloce, altri le capacità di resistere sulle salite, altri con un colpo di mano.

Ben Wiggins (Hagens Berman Jayco) come Aldo Taillieu (Visma LAB Devo), Duarte Marivoet (Lotto Groupe Wanty), Will Holmes (Hagens Berman Jayco), Reef Roberts (Groupama) sono, oltre a quelli già nominati negli altri capitoli, fra i corridori che potrebbero puntare alla crono finale.

E IL RESTO D’ITALIA?

Un Giro d’Italia Next gen sempre più internazionale e meno italiano: sono solo otto le squadre di casa  a cui va aggiunta la nazionale di Amadori. Senza Bardiani ed MBH (che lo scorso anno piazzarono in alta classifica Turconi, quinto, e Novak, terzo), c’è buona qualità anche se appare incanalata per lo più verso le tappe: sia nel tentativo di vincerle, che anche semplicemente di riuscire a esserne protagonista prendendo una fuga. Lo scorso anno il divario fu ampio, a parte le eccezioni (vedi Filippo Agostinacchio che conquistò la sesta tappa attaccando dalla fuga nella fuga, anticipando Borgo e Mattio, oggi tra i giovani più promettenti del ciclismo italiano e già in evidenza con i professionisti), molte squadre facevano fatica persoino a tenere le ruote del gruppo in alcune fasi ; in questa edizione 2026 potrebbero non cambiare le cose, ovvero una forbice ampia tra i corridori delle Devo del World Tour e alcuni corridori delle Continental italiane, ma nel mezzo, qualche buona speranza c’è. La Biesse Carrera resta una delle squadre riferimento e con Leonardo Vesco proverà a vicnere una tappa, magari in fuga sui percorsi più impegnativi e perrché no, tenere duro in classifica, mentre Nicolò Arrighetti, proprio ex Biesse e oggi alla General Store (altra squadra di riferimento da anni per l’Italia nella categoria) è un talento che aspettiamo da un po’ all’esplosione. Che arrivi qualche lampo proprio al Giro? Veloce e resistente, Arrighetti, all’ultimo anno nella categoria, un paio di stagioni fa sembrava sul punto di scalare il vertice rapidamente, poi una brusca frenata e ora cerca il rilancio. In squadra, in stagione, hanno però fatto vedere molto di più Cristian Remelli e Diego Nembrini anche loro corridori che hanno nella caccia alle tappe vallonate la propria vocazione. La Mg.K Vis Costruzioni e Ambiente ha in Vittorio Friggi e Luca Attolini gli uomini da seguire con maggiore interesse, ma per loro già un piazzamento di tappa tra i primi dieci sarebbe da accogliere stappando il vino migliore in cantina, la Solme-Olmo-Arvedi ha in Etienne Grimod un grande talento da rilanciare, ma soprattutto in Matteo Fiorin il velocista di punta che potrebbe provare a piazzarsi (o perché no a vincere sorprendendo gli altri) in una delle possibili volate attese, mentre la S.C. Padovani Polo Cherry Bank ha diverse frecce al proprio arco: Samuele Alari per la cronometro, Mirko Bozzola per le volate sia di gruppo che a ranghi ristretti, Antonio Bonaldo, ma soprattutto Riccardo Lorello, per le fughe nelle tappe vallonate. Quest’ultimo, vincitore quest’anno del Piva e della Coppa Della Pace e sul podio anche al Liberazione di Roma, proprio alle spalle del compagno di squadra Bozzola, il Giro Next Gen è il palcoscenico ideale per mettersi in mostra e strappare un contratto (che meriterebbe) da professionista. Se il Team Nippo non ha moltissimo da dire e dare, almeno sulla carta, viceversa il Team Technipes è molto atteso ed è forse la squadra italiana con più corridori che stanno facendo bene sia a livello italiano che internazionale. Alessandro Cattani ci riprova a fare classifica dopo uno scialbo Giro 2025, anche se ha caratteristiche per mettersi in mostra in qualche fuga nelle tappe più impegnative; Tommaso Anastasia è una delle rivelazioni stagionali: ha fatto un salto di qualità enorme, è andato forte anche in corse in Belgio contro una concorrenza qualificata e anche lui cerca un posto tra i professionisti (e visto il Mondiale in Canada pure in nazionale). Se Alessio Menghini, all’ultimo anno come Under 23 sarà la punta per le volate – ma è corridore che sa tenere bene anche su percorsi mossi -, Marco Martini e Tommaso Bambagioni sono altre due carte di qualità da spendere in fuga nei percorsi vallonati. Senza troppi giri di parole, anche con una concorrenza delle Devo straniere molto alta, dalla squadra di Coppolillo e Chicchi ci aspettiamo molto, pure un successo di tappa. La UC Trevigiani prova a rilanciare Lorenzo Mottes che dopo un brillante secondo anno tra gli juniors nel 2024, coronato dal successo di tappa al Lunigiana, con tanto di podio finale dietro Bisiaux e Finn e davanti a corridori come Nordhagen, Omrzel, Decomble, Bessega, Borgo, Widar, Torres (una delle edizioni con il livello di talento più alto di sempre), non è riuscito a sfruttare l’occasione di correre con uno dei team di sviluppo tra i più importanti in circolazione il CTF poi Bahrain. La squadra non lo ha aspettato e lui, al terzo anno nella categoria, sta iniziando a dare qualche segnale, ma è misurandosi con gli avversari che troverà al Giro il modo migliore per vedere a che punto è la sua parabola. Infine, a proposito di rilanci e chance (a oggi) non sfruttate, la nazionale guidata da Amadori punta forte su Stefano Viezzi. Grandissimo talento del ciclocross, il corridore friulano della Alpecin Devo (squadra assente qui al Giro), vuoi soprattutto per via di qualche infortunio di troppo, non sta mantenendo ciò che gli anni da allievo e soprattutto juniores dicevano di lui: ovvero si parlava una futura stella del ciclocross con buona, se non ottima, attitudine anche su strada. Viezzi, comunque giovanissimo, classe 2006 e quindi al secondo anno da Under 23, ha tutto il tempo per trovarsi o ritrovarsi scegliete voi. Il Giro è una buona occasione anche per, eventualmente, firmare un contratto per il 2027 (a fine stagione scade quello attuale e la sua squadra non glielo ha ancora rinnovato). In nazionale con lui da seguire anche i due Beltrami TSA, Davide Basso e Leonardo Rossi oltre al corridore della Campana Imballaggi Leonardo Volpato. Li potremmo vedere in fuga, quest’ultimo magari anche nelle tappe più impegnative, con l’obiettivo di tenere il più possibile la ruota dei migliori per ottenere un piazzamento di tappa nei dieci.


Dire quanto sono forti non basta: una riflessione sul Giro Women

Per tutte le volte che abbiamo detto, scritto o pensato quanto fosse forte un atleta- e adottiamo il maschile per convenzione ma ci riferiamo a donne e uomini, qui soprattutto a donne- e, accanto a questa riflessione, non abbiamo mai pensato quanto fosse vulnerabile quell’atleta proprio nel momento in cui cercava di essere così forte. Ma è anche normale perché vedere fare certe cose in bicicletta- di ciclismo parliamo- evoca molto più l’idea della forza che della fragilità, della vulnerabilità, almeno apparentemente. Ci sono i watt, le sgasate, le aperture, le trenate, gli attacchi, gli allunghi, le fughe impossibili, le imboscate, le imprese, soprattutto c’è la fatica di donne e uomini comuni che fanno cose eccezionali. Allora ben venga l’epica perché il ciclismo si nutre anche di questo per continuare a fare innamorare e crescere generazioni. Guardare Elisa Longo Borghini infuriare come ha infuriato ieri, durante l’ultima tappa del Giro d’Italia Women, in preda ad una lucida follia pur di fare ritorno nella sua terra promessa, che non è una terra ma un modo di sentirsi più che di essere, fa venire voglia di evocare quella forza, quella potenza, quella grinta, quell’energia. Ed è giusto farlo: Elisa Longo Borghini ha vinto l’ultima tappa del Giro Women con tutto questo, ché le biciclette non vanno avanti senza gambe che spingono forte, più forte delle altre, e senza muscoli allenati e preparati ogni giorno dell’anno a sopportare quello sforzo. Ché non si affronta una tappa come quella di ieri ed una fuga come quella di ieri se non ha quella capacità di sgasare, se non si hanno watt, se non si ha potenza e testa da vendere. Ché senza tutto questo non si diventa atleti. Forse filosofi, forse scrittori. E tutti i discorsi non servono a nulla.

Proprio giornate come quella di ieri, verso Saluzzo, però, hanno l’obbligo di far riflettere su quella vulnerabilità prima che su quella forza. Anzi, hanno l’obbligo di far riflettere su quanto chiunque faccia fatica, in qualunque sport, proprio mentre esaspera lo sforzo, in corsa o in allenamento, è colui o colei che è massimamente esposto alla vulnerabilità, alla fragilità, al cedimento, non solo fisico. Lungi dall’essere di ferro, lungi dall’essere intoccabile e in grado di fare ogni cosa con leggerezza, è colui che cammina a piedi scalzi in mezzo alle spine. La fatica portata all’estremo, con la pressione, ma ci sta, sono professioniste e professionisti, del risultato, non equipara a qualche vecchio supereroe, nemmeno più di moda oggi, ma a donne e uomini di cui non parla la televisione e di cui non parlano i giornali. Sono chiare le parole di Longo Borghini, soprattutto quando parla di ritorno. Sono le parole di chi, pur non avendo mai smesso di mettere in campo la stessa fatica e forse anche di più, non riusciva a tornare a casa, non si sentiva più al suo posto in quello che era stato il suo posto: il ciclismo. Essere in grado di scalare montagne in tempo record, di attaccare a settanta chilometri dal traguardo e di arrivare, non cambia la sostanza delle cose. Si è vulnerabili comunque. Anzi, si è maggiormente vulnerabili proprio perché si era in grado di farlo e si vuole tornare a farlo. Per riuscirci, dopo una malattia, dopo un infortunio, anche dopo una semplice influenza, bisogna fare la stessa fatica, se non di più. Non da miti, ma da donne e uomini. E, l’abbiamo detto, chi fatica può pungersi con tutto. A piedi scalzi. Senza ombrello sotto la pioggia.

Anna van der Breggen ha stracciato tutte verso Nevegal. Ha frantumato i cronometri. Quanto è forte, l’hanno pensato tutti, l’abbiamo pensato tutti. Ieri Anna van der Breggen ha rischiato di perdere il Giro da Antonia Niedermaier, ha rincorso con Demi Vollering, l’ha perso da Demi Vollering ed ha perso anche il secondo gradino del podio. All’arrivo ha detto che ha vinto la più forte, ma che va accettato proprio perché ha vinto la più forte. Tempo fa, Anna van der Breggen ci aveva detto che, in fondo, solo un giro in bicicletta, in gravel con amici, avrebbe potuto salvarci da tante cose. Vorremmo ricordarglielo oggi. Avremmo voluto ricordarglielo ieri, subito dopo il traguardo, quando le si chiedeva di quanto fosse doloroso tutto questo. Anna van der Breggen è un’altra come Longo Borghini: così forte da trovarsi faccia a faccia con una vulnerabilità pressoché totale. Un’altra come Elisa Balsamo che dopo un anno in cui non vinceva, ha conquistato una volata e ne ha vinte quattro. Sembrava diversa, più leggera. Quasi avesse ricominciato a sprintare per la prima volta e non le servisse più essere quella forte, le bastasse essere una ciclista in volata. Demi Vollering l’ha capito e, dopo aver conquistato il Giro e la tripla corona, Giro, Tour, Vuelta, ha detto che, certo, il prossimo obiettivo sarà il Tour ma non vuole pensarci perché sa quanto sia facile perdere una grande corsa a tappe più che vincerla, allora vuole essere felice. La storia di quelle forti è questa: è, in realtà, la storia di quanto si sia faccia a faccia con la vulnerabilità per cercare di tornare dove si è visto che il fisico, il talento, la capacità, l’intelligenza possono portarti. Poi finisce una corsa, tutto si azzera e si riparte da capo. No, dire quanto sono forti non basta. Non può bastare.


Il monumentale del Giro 2026

Il Giro d’Italia 2026 partirà da un luogo che, per interesse ciclistico, rischia di essere persino meno coinvolgente di quello scelto lo scorso anno – impresa non semplice da perpetrare, ma tant’è. Bisogna trovare il modo di mandare avanti il carrozzone, ed evidentemente Albania ieri e Bulgaria oggi sono state occasioni da cogliere.

Prima però di parlare del percorso, e prima ancora di accennare al fatto che il primo giorno di riposo coinciderà con un trasferimento enorme dalla Bulgaria alla Calabria – un dispendio di soldi ed energie che squadre, staff e un po’ tutti avrebbero volentieri evitato – conviene snocciolare la startlist. Raccontiamo chi c’è, accennando anche a chi manca, perché una vittoria si misura sempre anche sul livello degli avversari. E quest’anno mancheranno tanti corridori che, chi prima chi dopo, dal Giro sono passati: alcuni sì, altri magari li vedremo in futuro. Ma di certo quelle di Pogačar, Evenepoel, van der Poel, Pidcock, van Aert, Pedersen, Del Toro, Seixas, Almeida – unico tra questi che sarebbe dovuto esserci e invece non c’è – ovvero nove dei primi dieci corridori del ranking mondiale, sono assenze pesanti, che impoveriscono la lista di partenza della Corsa Rosa 2026. Che dite?! Ci siamo abituati!. Anche questo è vero.

Da un certo punto di vista non sarebbe nemmeno un problema, se non fosse che l’unico presente tra i primi dieci rischia di chiudere partita e campionato fin da subito. E qui si entra nell’aspetto tecnico, diciamo così. Se lo scorso anno l’assenza dei grandissimi delle classifiche generali aveva reso la corsa aperta fino all’ultimo, tenendo viva la fiamma dell’interesse per la Maglia Rosa, regalandoci per altro una bellissima ultima tappa di montagna, quest’anno – salvo interventi esterni, cadute, malanni o ritiri – c’è un forte odore di Giro che viaggia sulla falsariga del 2024.

La possibilità che la corsa venga chiusa alla prima rampa della prima salita è concreta: Vingegaard non ha rivali. Non è pensabile, per quanto mostrato in questa prima parte di stagione e per quanto ottenuto in carriera, che qualcuno possa creargli anche solo un piccolo grattacapo, un pensiero, che si possa aprire una crepa nel suo potenziale dominio. Oltretutto, come si è visto in Primavera (quando è ciclistica è sempre con la maiuscola), la Visma appare in grande condizione con i suoi capitani: tatticamente preparata, legata al Giro anche dalla tradizione più recente come dimostrato dalle vittorie al penultimo giorno di Roglič nel 2023 e di Simon Yates nel 2025. Una squadra che difficilmente mostrerà il fianco. Una squadra molto forte, come vedremo.

IL FAVORITO ASSOLUTO

Jonas Vingegaard senza alcun dubbio, senza se né ma. Può persino pensare di non dare tutto, usando il Giro sia per infoltire il suo palmarès che per diventare il primo, dai tempi di Froome a vincere tutti e tre i grandi giri, anticipando così – per una volta – il suo rivale sloveno. Vingegaard che proverà, anche nei limiti del possibile, a prepararsi vincendo il Giro senza strafare fisicamente pronto poi a sfidarlo un mese dopo in Francia.

Squadrone, nel contesto di questa Corsa Rosa, con Davide Piganzoli che, provando a stargli vicino per più tempo possibile potrebbe anche puntare a un piazzamento nei dieci. D’altra parte ai calabroni neerlandesi non è mai dispiaciuto piazzare in classifica dei GT più corridori possibili. Il corridore italiano è tra i massimi prospetti del nostro ciclismo per quanto riguarda le corse a tappe di tre settimane. Atleta solido, ma che cerca qualche guizzo in più: essere un vice Vingegaard al Giro è una grande occasione da sfruttare. Se per Piganzoli il meglio deve ancora venire, Sepp Kuss e Wilco Kelderman lo hanno alle spalle, ma sono qui ugualmente con un ruolo importante – dare una mano al capitano – e magari a cercare una giornata libera a testa per vincere in montagna e tenere una posizione dignitosa in classifica fino alla fine. Con una condotta simile Kuss lo scorso anno ha chiuso settimo La Vuelta, sfiorando un successo di tappa, mentre Kelderman potrebbe anche cercare di sbloccarsi: l’ultimo successo in carriera è del lontano 2015. Fatto sta che entrambi, tra i più forti interpreti delle gare di tre settimane di questi ultimi due lustri, portano tantissima esperienza. Sommando le loro partecipazioni nei grandi giri siamo a quota 36 compreso questo Giro. Chi invece farà da controcampo con il suo esordio assoluto è Tim Rex, fratello d’arte, neo professionista, speranza del gregariato mondiale, porterà borracce e darà una mano indistintamente in montagna e pianura. Bart Lemmen sarà uno dei primi vagoncini del treno in salita, ma si farà vedere anche in qualche ordine d’arrivo con finale impegnativo, mentre Victor Campenaerts porterà tutto l’agonismo possibile e immaginabile e sarà a lungo uomo ombra del favorito di questo Giro d’Italia.

TANTE ALTERNATIVE PER IL PODIO E L’ALTA CLASSIFICA

Iniziamo da quelle che sono le maggiori speranze del ciclismo italiano (che non sale su un podio di un grande giro dal 2021) a questo Giro e non solo: Giulio Pellizzari, che guida, insieme a Jai Hindley, la Red Bull-BORA-hansgrohe, è un altro che a ogni gara sembra mettere un mattoncino che lo porti verso la costruzione del suo castello e l’obiettivo è quello di far sventolare su una delle torri una maglia rosa. Forse, oggi, inteso come Giro 2026, è dura, vista la presenza di Vingegaard, ma sarà interessante studiarne la crescita: sembra che il ragazzo marchigiano abbia ancora del potenziale da esprimere. Non solo nell’affinare motore ed esplosività, non solo assemblare quei dati che solo l’esperienza ti sa dare, ma anche, più semplicemente, migliorare in una corsa lunga quasi un mese in tappe difficili e ravvicinate. Lo scorso anno alla Vuelta, ma eravamo a fine stagione e lui aveva corso con grande profitto anche il Giro, dopo aver vinto la tappa di Alto del Morredero, nelle ultimissime giornate ha leggermente perso il passo, finendo per scivolare dalla quinta alla sesta posizione. Quisquilie, ma per l’appunto, interessanti da notare. Di fianco a lui l’esperienza di Hindley, corridore di cui si parla sempre sin troppo poco ma pur sempre un vincitore di Giro, con un podio e tanti altri piazzamenti nelle grandi corse a tappe. Hindley sembra qualcosa in più di un semplice luogotenente, anche se sicuramente agli occhi della dirigenza tedesca al momento fa più effetto la gioventù di Pellizzari, ma un’ alternativa come l’australiano non si trova molto spesso in giro, al Giro, ma nemmeno al Tour. Ed è un solido nome per un posto sul podio. Solido lo era anche Alexandr Vlasov, ma sta vivendo stagioni difficili e pare abbia perso lo smalto per fare classifica e allora ci si affiderà lui e a Ben Zwiehoff per tirare in salita, il russo anche nelle fasi finali, il tedesco in quelle iniziali, così come Giovanni Aleotti resta uno dei corridori in assoluto più affidabili per un uomo che punta all’alta classifica di un GT. Forte in salita, veloce, utilissimo e devoto alla causa, il corridore emiliano è il perfetto prototipo dell’uomo squadra. Nico Denz, Gianni Moscon e Mick van Dijke andranno a rinforzare il team in pianura, con Moscon che porterà tante borracce, van Dijke cercherà anche un po’ di gloria personale in qualche sprint ristretto, Denz tirerà per tre o quattro corridori assieme e magari proverà pure a gettarsi in qualche fuga.

Thymen Arensman ed Egan Bernal guidano l’assalto al podio della Ineos, anzi, abituiamoci al nuovo nome, Netcompany INEOS, podio che in un grande giro manca proprio dalla Corsa Rosa del 2024 con Geraint Thomas. Arensman sul podio finale di una gara di tre settimane non c’è mai salito, ma quello visto al Tour 2025 è un serio candidato; Bernal, invece, non ci sale dal 2021, poi i problemi alla schiena, un grave incidente, una sorta di declino: entrambi, però, hanno il livello per provarci, in un contesto, quello del team britannico, che quest’anno è ritornato a fare molto sul serio da inizio stagione. Ad aiutarli nel loro intento una squadra forte, ricca anche di cacciatori di tappe (ne parliamo successivamente, di loro), con Jack Haig e Embret Svestad-Bardseng solidi coequipier per la salita, entrambi potrebbero anche provare a vincere una tappa di montagna o piazzarsi intorno alla quindicesima posizione finale. Connor Swift aiuterà tutti un po’ ovunque, idem Ben Turner, che si getterà anche in qualche volata di gruppo più o meno compatto.

Con Almeida fuori causa, Pogačar con la testa alla conquista del Tour de France e Del Toro vicino a lui a imparare come si fa, la UAE si ritrova all’improvviso un po’ spuntata al Giro e chi lo avrebbe mai detto? Adam Yates difficilmente potrà ripetere l’impresa del fratello di dodici mesi fa, se non altro per l’inscalfibilità in salita del favorito numero uno, ma anche per lui, come tutti quelli elencati in questo lungo capitolo sugli outsider, la possibilità di agguantare il podio, tre anni dopo quello conquistato al Tour, esiste. Così come è concreta la possibilità di vincere una tappa dopo averne conquistata una alla Vuelta e una alla Boucle e probabilmente è nel mirino come obiettivo – minimo o massimo vedremo strada facendo. Per la classifica c’è anche Jay Vine: l’australiano, se non cade, resta uno degli scalatori più forti del gruppo e con la possibilità pure di guadagnare su tanti avversari nell’unica cronometro a disposizione, ma su di lui pende sempre la spada del possibile incidente con ritiro dalla corsa e della capacità di resistere in un paio di tappe dell’ultima settimana con tante salite ravvicinate. Per il resto il corridore australiano potrebbe, finendo fuori classifica, fare anche il mattatore in fuga.

Jayco AlUla con Ben O’Connor capitano, corridore sempre indecifrabile, capace, al suo meglio, di essere tra i migliori in salita anche in corse come il Tour, e di lottare per il podio nei grandi giri, ma allo stesso tempo così enigmatico che avremmo qualche remora a puntare su di lui per un risultato anche mediamente importante. E quindi la domanda da farsi è: quale versione del simpatico corridore australiano troveremo? Lo scopriremo solo strada (quando sale) facendo. Gruppo GreenEdge, poi, con un solo dei quattro italiani in rosa al via: da ritenersi bocciati per il rendimento De Pretto, Conca e Covi? Diremmo proprio di sì, salvo smentita. Segno dei tempi. Con O’Connor, da seguire in salita, Alan Hatherley e Koen Bouwman. Il primo, in quel poco che corre su strada, mostra progressi e proverà a fare classifica al suo primo grande giro a 30 anni, ma dopo soli due anni da professionista, lui che è un grande specialista della mountain bike. Il secondo è proprio nella corsa rosa che ha fatto vedere le cose migliori, 2 tappe con maglia dei GPM nel 2022, risultato francamente irripetibile, 12° posto l’anno prima. Tornato al Giro ogni stagione sarà una pedina di buona qualità per O’Connor in salita, mentre Christopher Juul-Jensen sarà l’aiutante principale in pianura.

Felix Gall guida la Decathlon CMA CGM Team per la classifica, occhio al corridore austriaco perché ha preparato a puntino il Giro ed è uno che lo scorso anno ha fatto 5° al Tour e 8° alla Vuelta: risultati di peso. Gall, con questi nomi alla partenza, non ne ha troppi superiori in salita – ma deve limitare i danni nella cronometro – e in quel caso il 1° giugno potrebbe anche trovarsi sul podio. Johannes Staune-Mittet è una speranza un po’ sbiadita del ciclismo scandinavo, quasi vecchio stampo, di quelli che andavano fortissimo da giovani salvo poi un po’ perdersi tra i professionisti. Ha comunque solo 24 anni e le qualità non si smarriscono da un giorno all’altro. Sarà il suo secondo grande giro e può essere un’interessante seconda punta Decathlon per la salita. Gregor Muhlberger, invece, porta tantissima esperienza per le tappe di montagna e Callum Scotson è un corridore capace di andare forte ovunque e sarà un punto di riferimento per i suoi compagni di squadra sia in pianura che in salita, soprattutto nelle prime fasi di corsa.

Santiago Buitrago e Damiano Caruso guidano la Bahrain-Victorious a caccia di un doppio piazzamenti in classifica generale, consapevoli che forse le due carte migliori le hanno mandate al Tour, ma non è detto. Il colombiano se in forma è uno dei migliori scalatori del gruppo, e dalla sua ha anche la capacità di andare forte nelle salite brevi, e questo giro ha tante frazioni ricche di misteri da risolvere adatti pure a scalatori con il profilo da ardennisti come lo è Buitrago. L’italiano ha un curriculum che parla da solo: 21 partecipazioni a corse a tappe di tre settimane con un podio al Giro (2° nel 2021), altre svariate top ten in tutti e tre i GT con vittorie di tappa alla Vuelta e nella Corsa Rosa dove, nelle ultime stagioni ha chiuso 4° nel 2023 e 5° nel 2025. A fine stagione lascerà il ciclismo pedalato, perderemo uno dei più forti corridori italiani degli ultimi anni, ed è per questo che immaginiamo possa fare di tutto per lasciare ancora il segno. Fran Miholjevič in pianura, Mathijs Paasschens e Robert Stannard sulle prime rampe in salita) saranno uomini su cui appoggiarsi, oltre ai vari Alec Segaert, Edoardo Zambanini e Afonso Eulalio i quali, però avranno anche la possibilità spesso e volentieri di andare a caccia di una vittoria di tappa. Il belga esce da una buonissima primavera e ha più carte da giocare su diversi terreni, l’italiano insegue il primo successo tra i professionisti dopo una sfilza di piazzamenti nei dieci conquistati dal 2022 a oggi: 26. Con un secondo posto in una tappa del Giro e un terzo in una tappa della Vuelta come migliori risultati. Il portoghese, infine, è corridore veloce e resistente e oltre a poter dare una mano ai suoi capitani è un brutto cliente per tutti nei finali di gara mossi, ma non impossibili.

Enric Mas guida la Movistar Team e si gioca nella testa di alcuni tifosi quello spazio lasciato vacante da Mikel Landa: il suo è un esordio assoluto al Giro dopo sette partecipazioni al Tour e le medesime alla Vuelta. Arriva un po’ tardi e nel momento peggiore di una carriera condizionata da alti e bassi in cui ha avuto attimi salienti di altissimo livello come ad esempio il finale di stagione del 2022 quando si prese il lusso di battere Pogačar al Giro dell’Emilia e di sfiorare il successo al Lombardia. Chissà che l’aria italiana non gli faccia ricordare quanto forte è andato ogni tanto in carriera: da capire, però, che versione di Mas disporremo. Se in un buon momento, cosa che ultimamente è accaduta di rado, può persino lottare per un posto sul podio, ha già detto che è il suo obiettivo, altrimenti potrebbe pure fatica a stare in piedi e concludere la corsa. Di fianco a lui in salita Einer Rubio, tra i colombiani meno appariscenti del gruppo, negli ultimi tre Giro d’Italia ha occupato undicesima, settima e ottava casella finale, pure con una vittoria di tappa ottenuta in fuga nel 2023, in quella celebre tappa con arrivo a Crans Montana, accorciata per il maltempo e in cui approfittò del plateale litigio verso l’arrivo tra Pinot e Cepeda, infilandoli. Quell’anno vinse anche in salita all’UAE Tour davanti a Evenepoel e Adam Yates e sono gli unici due successi in carriera. Non ci stupiremmo se lo vedessimo attaccato con i denti per tutto il Giro per poi chiudere nei primi dieci al termine delle tre settimane. In terza battuta la squadra spagnola porta Juan Pedro Lopez che proprio in Italia (maglia rosa al Giro 2022 per diversi giorni e 10° posto finale, vittoria di una tappa e classifica finale al TotA del 2024 e, tra gli Under 23 vincitore di una tappa al Valle d’Aosta), ha vissuto le cose migliori che ora non gli vengono da un bel po’. In cerca di riscatto e probabilmente di qualche fuga buona, oltre a dover fungere da appoggio ai capitani sopra menzionati.

Derek Gee-West torna al Giro dopo il 4° posto del 2025 e la spettacolare corsa offerta nel 2023, e lo fa per provare a salire sul podio, così si dice, ma i fatti, a meno che non salga di colpi all’improvviso, potrebbero non confermare questa idea. Tutta (o quasi), salvo eccezioni, la Lidl-Trek appare un po’ in difficoltà e il canadese al TotA ha dimostrato di non essere da meno. Ciò che conta, però, è qui e ora, sulle strade del Giro d’Italia. La squadra oltre a lui potrà contare su Giulio Ciccone, il quale, però, se vincerà la tentazione di provare a fare ancora una volta classifica, diventa uno dei cacciatori di tappe più importanti da seguire, non che le due cose si escludano, sia chiaro, oltre a poter magari puntare anche sulla maglia dei gran premi della montagna, ma quello potrebbe venire da sé eventualmente strada facendo. Assieme a loro la squadra americana di matrice tedesca in salita potrà contare su Amanuel Ghebreigzabhier e Matteo Sobrero, i due saranno utili, su ogni terreno, anche in pianura, e in diverse fasi di gara. Sarà, tuttavia, come vedremo nei prossimi capitoli, una Lidl-Trek principalmente da volata.

La Pinarello Q36.5, orfana di Pidcock, punta a una buona classifica con uomini di esperienza come David de la Cruz e Chris Harper, i due in alta montagna sanno essere molto regolari anche in corse di buon livello, seppur lo spagnolo sembra avere ormai decisamente alle spalle il meglio. E a proposito di spalle, Nicolas Zukowsky sarà il gregario per la pianura, Mark Donovan un supporto in salita.

Michael Storer è l’uomo, invece, su cui punta forte la Tudor e lo fa a ragione: nelle ultime due edizioni della Corsa Rosa ha ottenuto due decimi posti che dicono meno di quello che è il potenziale del corridore australiano capace, nel 2021, di conquistare due tappe in montagna alla Vuelta, anno in cui vinse pure la maglia finale dei GPM. Non ci stupiremmo se, a fino Giro, dovesse migliorare il suo storico, magari non di tappe vinte in un GT, ma di piazzamento finale.

ALLA SCOPERTA DI QUALCHE “NOME NUOVO”

Oltre a Storer,  la squadra svizzera, che ci dà così l’occasione per dare il via al nuovo paragrafo, schiera Mathys Rondel uno dei volti nuovi da seguire con maggiore interesse per la classifica generale. Al suo esordio in un grande giro, al suo secondo anno tra i professionisti ha già dimostrato regolarità ad alto livello: 8° alla Parigi-Nizza e 5° al TotA in questi mesi sono un biglietto da visita importante. Regolarista in salita, Rondel è un nome che si farà conoscere al grande pubblico in queste settimane, ne siamo certi. Oltre al già citato Storer, ci sarà Florian Stork quando la strada sale, ma il tedesco proverà anche a vincere una tappa, magari in fuga, e sarà importante la presenza degli americani Will Barta e Larry Warbasse, tra le più costanti locomotive del gruppo.

Alessandro Pinarello è il “volto nuovo”, del ciclismo italiano per le classifiche generali, al momento, delle brevi corse a tappe, per i grandi giri vedremo: quest’anno ha fatto un notevole, quanto forse inaspettato, salto di qualità, finendo anche per conquistare poche settimane fa la sua prima vittoria tra i professionisti all’ O Gran Camino, in una volata in salita contro Adam Yates e Jorgen Nordhagen e chiudendo 3° nella classifica generale dopo aver ottenuto il 10° posto alla Tirreno Adriatico, con ben tre top ten di tappa e un 12° alla Volta ao Algarve. Niente male. Classe 2003 come Pellizzari, con il quale condivide anche il passato in maglia Bardiani, a questo Giro non vuole stupire, ma vuole confermare ciò che ha fatto di buono in questo scorcio di stagione cercando di tenere più duro possibile in classifica generale. Dovesse andare male si potrà riciclare in cacciatore di tappe; dovesse andare male dietro di lui la squadra di matrice svizzera potrebbe puntare sull’esperienza di Jan Hirt, scalatore già capace di vincere una tappa (e che tappa) al Giro 2022, sull’Aprica, davanti ad Arensman e Hindley, e di chiudere al 6°, all’8° e al 12° posto tre edizioni della Corsa Rosa. Con loro in salita ci sarà pure Nick Schultz, il quale avrà il compito non tanto di vedere di se stesso, quanto dei compagni di squadra, un po’ su tutti i terreni.

Johannes Kulset, altro nome relativamente nuovo da seguire, è, fra quelli che proveranno a fare classifica a questo Giro, pure il più giovane – per gli amanti di questo genere di notizie, il più giovane al via sarà Filippo Turconi, qualche mese meno vecchio di Markel Beloki e di Simone Gualdi. Classe 2004, due anni fa ha iniziato a farsi le ossa nei GT esordendo al Tour, mentre lo scorso anno ha mancato la selezione per la corsa francese, e quest’anno si testerà al Giro non tanto per puntare proprio così in alto, ma per continuare a ingrossarsi, a mettere via esperienza, a vedere fino a che punto potrà arrivare. Per qualcuno molto in alto, lui che non è così pubblicizzato come diversi suoi colleghi e coetanei, ma che ha stoffa da vendere quando la strada sale. L’obiettivo potrebbe proprio essere quello di vedere se riesce ad avvicinare un piazzamento nei dieci o provare a vincere una tappa. Concretizzare: non solo apparire; essere, non solo divenire, potrebbe essere il suo motto a questo Giro 2026.  Oltre ad Andreas Leknessund, attaccante nato, che al Giro ha vissuto uno dei suoi momenti migliori da professionista, con la maglia rosa indossata per qualche giorno nel 2023 e l’ottavo posto finale sempre in quell’edizione, presenti Sakarias Loland, Martin Tjotta, e Adne Holter, altri scalatori che daranno una mano al loro giovanissimo compagno di squadra.

Infine, Brieuc Rolland a rappresentare per la classifica una Groupama-FDJ pesantemente criticata per le scelte fatte di portare una squadra con atleti di secondo piano, ma il classe 2003 francese ha il potenziale per ben figurare in salita. Dategli un occhio. Quando la strada sale ci saranno anche Remy Rochas e Cyril Barthe che sanno tenere duro e hanno un buono spunto veloce e Josh Kench, neozelandese di 25 anni appena compiuti e al primo anno tra i professionisti, anche lui con un’idea per il futuro di diventare corridore da corse a tappe.

DI VELOCISTI O ROBE SIMILI

Jonathan Milan si candida per essere il velocista di riferimento a questo Giro d’Italia, ma non sarà semplicissimo. Le occasioni per rimpinguare il proprio palmarès (31 vittorie in carriera con 4 successi al Giro e 2 al Tour) non mancano, a partire dal primo giorno – obiettivo tappa e maglia rosa in quel di Burgas – e poi, percorso alla mano, almeno altre cinque volte (tappe 3, 6, 12, 15, 21 e forse tenendo duro anche nella tappa 4), insomma tra le cinque e le sette possibilità di sprint non sono poche, anche se la concorrenza, seppure non impossibile, come vedremo, non manca. Per dare una mano al velocista friulano, la Lidl-Trek si è attrezzata, ma è più debole che in passato (anche rispetto al Giro 2024 quando Milan vinse tre tappe e a guidarlo tre uomini di assoluta eccellenza come Hoole, Stuyven e Theuns, i primi due hanno cambiato squadra, il terzo non è stato selezionato). E quindi un aiuto glielo darà l’esperto Max Walscheid, che all’occorrenza potrà anche essere il suo ultimo uomo, il giovane Tim Torn Teutenberg, vedremo se avrà anche qualche occasione per mettersi in mostra a livello individuale o se si svilupperà come uomo da treno per grandi velocisti, e il fido Simone Consonni a cui Milan dovrà chiedere, però, un salto di qualità rispetto al recente passato dove spesso lo abbiamo visto un po’ in difficoltà in mezzo al caos delle volate.

La concorrenza non manca, si diceva: Dylan Groenewegen guida la Unibet Rose Rockets che fa il suo esordio assoluto in un Grande Giro e si porta dietro un pieno di entusiasmo che di rado si vede nel mondo delle corse. Il velocista neerlandese quest’anno pare aver ritrovato lo smalto smarrito un tempo. Pericoloso, spesso in diversi sensi, Groenewegen punta anche lui al colpo grosso subito in Bulgaria, mentre si può dire come abbia sicuramente più difficoltà nel superare certe asperità anche minime rispetto ad altri velocisti presenti e quindi lo vedremo bello carico da subito, perché poi per lui le chance diminuiranno. Avrà una squadra quasi tutta per lui: Elmar Reinders su tutti, anche perché nelle ultime ore la squadra ha perso Karsten Larsen Feldmann pedina fondamentale in 3 delle 4 vittorie stagionali di “Groene”, sostituito da Matyas Kopecky, più giovane (e più forte) dei fratelli cechi. Ex Novo Nordisk, classicomane, fa della continuità di risultati tra il decimo e il ventesimo posto in ogni corsa di un giorno di qualsiasi tipo a cui partecipa la sua arma migliore. Oltre a dare una mano per le volate cercherà gloria personale, magari in fuga o in qualche frazione vallonata e come lui anche Niklas Larsen, Lukas Kubis, Hartthijs de Vries e il fratello Tomas Kopecky: Larsen e de Vries in fuga, uomini di ottima qualità e volontà, li vedremo spesso all’attacco e magari anche in quelle azioni buone che vanno al traguardo e Kubis si dividerà con i due Kopecky nel cercare piazzamenti di peso nelle volate a gruppo più selezionato. Infine, Wout Poels, tantissima esperienza e grande pedigree, proverà, nonostante le 39 primavere, a vincere una tappa di alta montagna.

Terzo velocista, ma non per questo il meno forte tra quelli nominati, anzi, è pure il più resistente e potrebbe avere ancora più chance da giocarsi rispetto a Milan e Groenewegen, è Tobias Lund Andresen che da quest’anno veste i colori della Decathlon CMA CGM Team. Proprio nel 2026 TLA ha fatto il salto di qualità atteso dopo le tante belle cose mostrate nelle categorie giovanili aggiungendo, però, alla sua ideale cornucopia di caratteristiche, anche la capacità di sprintare nelle volate a gruppo compatto, quelle da velocista puro, lui che è sempre stato abile soprattutto negli sprint di gruppo a ranghi più ridotti. In questo senso è sicuramente il corridore più simile a Jasper Philipsen in circolazione. In stagione, Lund Andresen ha vinto tre volte, la metà dei successi di Milan e uno in meno rispetto a Groenewegen, ma ha battuto Brennan e Welsford in Australia, De Lie, Philipsen, Magnier e Milan alla Tirreno Adriatico, piazzandosi secondo alla Gand, proprio alle spalle di Philipsen e ottenendo altri piazzamenti di peso. Vista la qualità che riesce a esprimere anche su finali più complicati potrebbe anche puntare forte alla maglia ciclamino e avrà una buona parte di squadra per lui: Oliver Naesen porta tanta esperienza, il giovane Rasmus Sojberg Pedersen sarà utile alla sua causa, ma potrà ogni tanto provarci in prima persona, se Lund Andresen dovesse marcare visita. Infine Tord Gudmestad che come pesce pilota ha già dimostrato affiatamento e capacità di condurlo verso il successo e sta crescendo a dismisura in quel ruolo.

Altro nome per la ciclamino è Paul Magnier. Stagione particolare la sua: lo si attendeva al salto di qualità definitivo, ma dopo aver alzato il livello di corse da disputare ha fatto un po’ fatica, anche per contingenze esterne, come problemi meccanici nei momenti clou delle classiche al Nord. Poi ha staccato in preparazione del Giro d’Italia dove fece l’esordio lo scorso anno con un buon piazzamento, terzo nella tappa di Napoli e poi un ritiro preventivato al termine della seconda settimana. Quest’anno, invece, avrà un signor treno a disposizione: aiutato negli sprint da uno dei corridori più esperti del gruppo, Jasper Stuyven, oltre che da Dries Van Gestel e soprattutto da Fabio Van Den Bossche, Magnier insegue il primo grande successo in una corsa a tappe di tre settimane, anche se non sarà facile sconfiggere i tre soprannominati. Nel caso dovesse riuscire a portare a termine la corsa fino a Roma, potrebbe anche diventare un serio contendente per la classifica a punti.

Alla sfida per la maglia ciclamino difficilmente parteciperà Arnaud De Lie, il quale (forse*)farà il suo esordio al Giro, ma, in perfetto stile Lotto (storia già vista in passato per esempio con Greipel e Ewan) tempo una decina di giorni e il Toro andrà a casa a prepararsi per il Tour e già ci manca. Il belga avrà a dargli un contributo il solo Milan Menten il quale, però, appare qualcosa in più di una sua semplice alternativa o aiutante. I due, infatti, spesso sprintano assieme e potrebbe andare così anche al Giro.

*Nelle ultime ore De Lie come altri compagni di squadra è stato male e non si è presentato nemmeno alla presentazione della squadra. Speriamo possa essere al via e in condizioni decenti, di certo se c’è un corridore che non si fa mancare mai nulla è lui.

Kaden Groves torna sul luogo del delitto, qui ha già vinto due tappe, una lo scorso anno e una nel 2023, ma torna al Giro dopo un inizio di stagione complicatissimo per via di un problema al ginocchio: potrebbe trovare la forma strada facendo. A buttarsi in volata allora inizialmente ci potrebbe essere Jensen Plowright, mentre Jonas Geens ed Edward Planckaert sono due pedine importantissime per il treno, con Johan Price-Pejtersen e Tobias Bayer a supporto in pianura o in qualche fuga.

Matteo Malucelli è il velocista che guida la spedizione della XDS Astana (che avrà un corposo paragrafo nel prossimo capitolo), sarà all’esordio al Giro ed è un outsider da temere per le volate, mentre un altro Matteo, Moschetti, Pinarello Q36.5, cerca, alla sua quarta partecipazione alla Corsa Rosa, il primo successo, non solo in un grande giro, ma anche nel World Tour.

Ethan Vernon è un altro degli outsider più temibili in volata e se la NSN Cycling team punta (anche) su di lui per quelle di gruppo più o meno compatto – in realtà Vernon è uno che si trova a proprio agio pure nei finali più complicati dal punti di vista altimetrico – Corbin Strong dovrebbe essere, invece, insieme a Jake Stewart, la punta per alcuni finali con il gruppo più selezionato, un po’ come accaduto lo scorso anno quando chiuse al secondo posto dietro Pedersen la tappa di Valona, in cui molti velocisti furono tagliati fuori dal ritmo imposto nella salita posta vicina al traguardo. Da tradizione, però, di questa squadra, ci aspettiamo, nonostante qualche differenza di caratteristiche, che tutti e tre i citati si buttino in volata assieme a cercare piazzamenti e punti UCI. Dion Smith, corridore esplosivo che il suo meglio lo ha lasciato ormai alle spalle e Ryan Mullen, passistone, saranno perlopiù a supporto dei capitani. Se Timo Kielich è la ruota veloce della Visma LAB – quando ne avrà l’occasione e non dovrà lavorare per Vingegaard e soprattutto in situazioni di gruppo a ranghi ridotti -, Orluis Aular e Ivan Garcia Cortina lo sono per la Movistar Team, anche loro più per un piazzamento e in situazioni di gruppo più selezionato possibile.

Paul Penhoet sarà il capitano in volata di una Groupama abbastanza spuntata, Luca Mozzato, Tudor Pro Cycling Team, cerca qualche piazzamento di peso, magari anche in qualche sprint ristretto oppure in fuga e con lui ci saranno gli svizzeri Robin Froidevaux e Fabian Lienhard, rispettivamente ultimo e penultimo uomo di alto livello che lo aiuteranno a tirarlo fuori dal caos delle volate provando a lanciarlo – anche se sappiamo come il gatto sappia ben districarsi da solo. Occhio a Elden Blikra, velocista della Uno-X Mobility che di tanto in tanto ha qualche exploit ad alto livello e cercherà dei piazzamenti in volata e Madis Mihkels, giovanissimo velocista della EF Education EasyPost che arriva da una prima parte di stagione sotto i suoi standard e al Giro cerca il riscatto, mentre Pascal Ackermann è la punta per le volate di gruppo in casa Jayco AlUla, ma le cose migliori – viste proprio al Giro – appartengono oramai al passato e oltretutto non potrà nemmeno contare su un grande supporto.

Infine da seguire con attenzione Casper van Uden che ha firmato di recente al Giro di Turchia la prima vittoria stagionale di un Team Picnic in grande difficoltà. Lo scorso anno il velocista neerlandese vinse un po’ a sorpresa la tappa di Lecce, che resta sin qui il suo successo più importante e proverà di nuovo a ripetersi aiutato allo sprint da Timo De Jong e Sean Flynn.

CACCIARE LE TAPPE

Tanti i nomi italiani a caccia di tappe perlopiù in fuga. Lo scorso anno senza la bella vittoria di Scaroni, arrivata per altro molto in là, nella sedicesima tappa, avremmo chiuso a zero. Quest’anno, oltre alle volate di Milan, che come abbiamo visto, però, ha buona concorrenza, seppure mancheranno Merlier, Kooij (infortunato) e Philipsen, ovvero i tre più forti al mondo insieme al velocista friulano, qualche speranza in più dal vertice del ciclismo azzurro ce lo abbiamo. Detto dei due portacolori della Lidl Trek (Milan e Ciccone) e di Pellizzari che potrebbe firmare un successo in montagna, partiamo proprio dall’Astana che ha in Christian Scaroni uno tra i corridori più attesi di questo Giro. Oltre al corridore lombardo, che vedremo spessissimo in fuga sia nelle tappe di media che nella tappe di alta montagna, finché quella buona non andrà al traguardo, la squadra kazaka porta un gruppo competitivo per ogni terreno. Thomas Silva, resistente ed esplosivo, cercherà il successo in tappe mosse, in fuga, ma non solo, con lui Arjen Livyns, Diego Ulissi e Alberto Bettiol, tutti con caratteristiche da classicomani, corridori che non ci stupiremmo se li trovassimo spesso all’attacco assieme. Davide Ballerini tirerà le volate a Malucelli, ma se ci sarà l’occasione le farà per conto suo. Il vincitore della OHN del 2022, che resta il fiore all’occhiello della sua carriera, sarà uno di quei corridori che vedremo andare forte soprattutto nella seconda parte di Giro, lui che notoriamente cresce di condizione nei grandi giri con il passare dei giorni. Più volte vicino a vincere una tappa nei GT, riuscirà a sfatare questo tabù? Infine presente anche lo scalatore ecuadoriano Harold Martin Lopez che potrebbe cercare di vincere una tappa di montagna, lottare per la maglia dei GPM e chissà, magari provare anche a tenere duro per un piazzamento a ridosso dei dieci.

Francesco Busatto vuole dare una svolta a una carriera che finora ha mantenuto decisamente meno di quanto promesso e per farlo ha scelto una squadra importante come l’Alpecin. La stagione finora è stata ricca di ombre, e si va al Giro per il riscatto. Non è l’unico italiano al via con la squadra tedesca. Presente, infatti, anche Luca Vergallito, non per onore di firma, ma per provare la fuga buona in alta montagna e inseguire quel successo che, fatta eccezione per corse .2, ancora gli manca. Chi al Giro ha vinto, invece, è Filippo Zana, uno dei leader della Soudal Quick Step e reduce da una Liegi di altissimo livello: è stato tra i migliori dalla Redoute in poi, fatto tutt’altro che di poco conto. Più che immaginarlo tenere duro per un posto in classifica, vanta un anonimo 11° posto ottenuto nel 2024, ci piacerebbe vederlo nel vivo come sa fare lui e lottare per qualche tappa, come al Giro nel 2023, quando, davanti a Pinot, ha conquistato il successo più importante della carriera, in maglia tricolore: la tappa di Val di Zoldo. Poi, eventualmente, nessuno gli potrebbe vietare di fare una dignitosa classifica puntando alle tappe e alle fughe, le due cose spesso nei grandi giri avvengono di conseguenza, dipende da certe dinamiche di corsa. Al via con la squadra belga anche Andrea Raccagni Noviero, corridore ancora alla ricerca di una sua dimensione, ma che potrebbe ben figurare su diversi terreni e Gianmarco Garofoli che lo scorso anno disputò un ottimo Giro d’Italia ma che quest’anno è reduce da un brutto infortunio che lo ha tenuto fuori dalla Strade Bianche di inizio marzo facendogli perdere diverse settimane di preparazione. A chiudere gli 8 della QS Ayco Bastiaens che distribuirà borracce come fuori da un ufficio in pausa pranzo.

Nella Ineos, Filippo Ganna si testerà in qualche arrivo misto, aiuterà i capitani a stare fuori dai guai e poi proverà a infilare la zampata nell’unica cronometro prevista. Una buona versione di Ganna potrebbe dire la sua in diverse tappe, anche di media montagna, se nella fuga e nella giornata giusta. Magnus Sheffield, tra i corridori più completi del gruppo, insegue il suo primo successo di tappa in un grande giro, può provarci praticamente su ogni terreno e darà anche man forte ai capitani in salita, in pianura, nei finali convulsi, ovunque.

Chi invece di tappe (al Giro) ne ha già vinte è Andrea Vendrame, due, una nel 2021 e una nel 2024, come già detto il solo italiano convocato per la Corsa Rosa dalla Jayco in quanto unico ad aver mostrato competitività in stagione. Va al Giro con tante speranze di successo. A inseguire una vittoria di tappa con la squadra australiana anche Felix Engelhardt e Bob Donaldson, entrambi corridori veloci e resistenti, meglio non trovarseli vicini in una eventuale fuga all’arrivo perché poi diventa difficile batterli.

Capitolo UAE che, un po’ a sorpresa, per come eravamo abituati, ha più polpa qui nei cacciatori di tappe che per gli uomini di classifica – che comunque andranno all’assalto del podio. Interessante da seguire lo sviluppo dei biancorossoneri, perché per una volta non vestirà i panni del riferimento per la maglia rosa (o gialla a seconda) finale, ma che probabilmente vedremo all’attacco con i tanti uomini adatti a vincere le tappe: Jhonatan Narvaez, visto poco quest’anno per via di un brutto incidente a inizio stagione, Jan Christen, che potrebbe provare a tenere duro per vedere fino a dove può arrivare in classifica in un GT, Antonio Morgado, altro grandissimo talento che inseguirà un successo parziale un po’ su tutti i terreni, Igor Arrieta e Marc Soler, tutte carte interessanti da spendere tra la media e l’alta montagna, ma anche in quelle tappe con il profilo da classiche (soprattutto Narvaez, Christen e Morgado). Alcuni di loro li vedremo anche spesso in fuga (i due spagnoli in alta montagna) magari pure con Mikkel Bjerg che sarà gli occhi dell’ammiraglia in corsa, l’organizzatore di tante situazioni, oltre che un passista talmente tanto forte che dovesse prendere l’azione giusta potrebbe finire per conquistare quel successo che meriterebbe per quanto si è speso per gli altri in tutti questi anni.

E nominato un Christen (Jan della UAE) ecco suo fratello maggiore Fabio, finora stagione da dimenticare la sua, lontanissimo dagli standard del 2025. Lo svizzero, insieme a Sjoerd Bax, è uno dei cacciatori di tappe della Pinarello Q36.5, mentre Simone Gualdi, Lorenzo Rota, Toon Aerts, Liam Slock (all’ultimo momento sostituito da Joshua Giddings per via di un malanno post Famenne Ardenne Classic: è stato male per aver, probabilmente in maniera accidentale ingerito della merda di mucca in corsa), Lennert Van Eetvelt e Jonas Rutsch lo sono per la Lotto-Intermarché. Gualdi, solido e forte un po’ ovunque, e che di recente ha sfiorato il successo al Gp Francoforte, ci fa porre due domande: riuscirà a sbloccarsi lui che fa della continuità, ma senza picchi, la sua arma migliore? Proverà anche a tenere duro in classifica generale? Rota non viene da un buon momento, ma ha esperienza e qualche colpo in canna, Aerts ha dimostrato il suo valore anche su strada, è un nome che crea molta attesa soprattutto nel pubblico di appassionati di ciclocross e riceverà parecchio tifo riuscisse a farsi vedere in qualche fuga, oltre ad avere resistenza e spunto veloce, pure lui se nella fuga buona può essere cliente sgradito in uno sprint ristretto al termine di corsa dura. E se Rutsch può andare via sul passo ed essere utile alla causa dei suoi compagni di squadra, è Van Eetvelt, insieme a De Lie, il fiore all’occhiello della squadra belga a questo Giro. All’esordio assoluto nella corsa rosa, Van Eetvelt ha tantissimo talento finora espresso soltanto in minima parte per via di problemi extraciclistici e numerosi infortuni. Al Giro potrebbe svoltare vincendo tappe e provando anche a fare classifica. Che possa essaere il suo momento?

Alex Huens, Groupama FDJ, per vincere una tappa di quelle mosse in simil classiche – magari quella di Fermo? Ma su quella giornata hanno messo il cerchio in tantissimi, vedremo – e per far ricredere gli scettici sulla spedizione della squadra francese; Johan Jacobs e Remi Cavagna, oltre per dare una mano a Penhoet negli sprint e a Rolland in classifica, li vedremo spesso in fuga. Javier Romo e Lorenzo Milesi come un po’ (quasi) tutta la Movistar stanno vivendo una stagione con più bassi che alti, ma al Giro hanno diverse occasioni per mettersi in mostra e magari conquistare il successo che ne svolti una carriera, soprattutto il corridore italiano che lo scorso anno dall’estate in poi sembrava aver cambiato marcia, ma che in questo 2026 non sta mantenendo le attese.

La Uno X oltre ai già nominati corridori per la classifica e le volate, porta due interessantissime pedine per le fughe nelle tappe di media montagna, ma non solo: Markus Hoelgaard e Fredrik Dversnes. Sono veloci, scaltri e resistenti, sanno andare in fuga e prendere vento e potrebbero pure lasciare un segno vincente a questo Giro.

Il Team Picnic oltre alle volate punta sulle fughe di media e alta montagna con Warren Barguil, Chris Hamilton, Gijs Leemreize, Tim Naberman, ma soprattutto Frank van den Broek. Tutti loro si difendono bene in salita e potrebbe essere proprio quello il terreno d’elezione per farsi vedere al Giro, cosa per altro già accaduta in passato a Barguil, Hamilton e Leemreize, mentre van den Broek, che quest’anno ha sfiorato in fuga un successo ai Paesi Baschi, aspetta solo di farsi conoscere anche dal pubblico del Giro d’Italia – quello italiano, ma del Tour, lo ricorda bene per la tappa di Rimini dove arrivarono in fondo e vincenti lui e Bardet. Attaccante nato, soprannominato Wattage Bazooka (e non serve spiegare perché), se trova le giornate giuste è un corridore che potrà farci divertire. E non poco.

Infine la EF Education-Easy Post squadra che, come da tradizione, è farcita di attaccanti e correrà a trazione anteriore: in questa maniera, oltre che per le maglie speciali e celebrative che spuntano quasi a ogni Giro o Tour, si è fatta conoscere e amare. Oltretutto spesso e volentieri hanno colpito nel segno con i loro attacchi, quasi mai fatti solo per la gloria o le telecamere, ma di solito puntuali per vincere o arrivarci vicino. A maggior ragione quest’anno in cui l’assenza di Carapaz toglie un uomo da podio, seppure Markel Beloki un giorno vorrà diventare uomo (ora è poco più di un ragazzo, classe 2005, compirà 21 anni a luglio è il secondo più giovane al via) da classifiche generali e avrà spazio in questo suo esordio al Giro per provarci, dopo che lo scorso anno ha corso una Vuelta di buonissimo livello. Darren Rafferty è corridore dai percorsi impegnativi, le giornate dure, da attacchi dalla distanza, Samuele Battistella torna al Giro dopo 3 anni e sarebbe troppo bello ritrovarlo sui livelli a cui pensavamo sarebbe arrivato un giorno, il terreno e lo spazio per vincere una tappa ci sarebbe, ma le gambe? Presente Michael Valgren che vorrebbe scrivere un’altra storia importante: proprio al Giro due anni fa ha ripreso in mano la sua carriera dopo un gravissimo infortunio, sfiorò la vittoria a Lucca, successo poi ottenuto pochi mesi fa alla Tirreno-Adriatico dopo 5 anni dall’ultima volta.  Curioso come su nove vittorie da professionista le ultime tre siano arrivate proprio in Italia. Chissà… Infine, a completare la selezione, Jefferson Cepeda che sostituisce Albanese che avrebbe dovuto sostituire Carapaz, James Shaw e Jardi Christian van der Lee: se il primo in montagna sa andare forte e soprattutto nelle frazioni corte è sempre un osso duro, ma le buone giornate in carriera si contano su una mano e al Giro ha già gettato al vento un paio di successi di tappa in passato, gli altri due cercheranno la fuga nelle tappe un po’ più semplici, sono entrambi con 0 vittorie in carriera, e quella fuga, quindi, la cercheranno vincente, con quest’ultimo che sta vivendo la migliore stagione sin qui in carriera.

LE ITALICHE COMPAGINI

Non tantissima roba, lo diciamo già, ma questi siamo e speriamo pure di essere smentiti con la consapevolezza che vista la piega potrebbe andare (e potrà andare in futuro) peggio. La Bardiani CSF 7 Saber punta sulle fughe di giornata con Manuele Tarozzi, e chissà che poi non arrivi quella buona, prima o poi; sulle volate di Enrico Zanoncello e vuole mettere in mostra altri gioiellini (dopo Ciccone, Zana, Pellizzari e Pinarello) da lanciare eventualmente nel World Tour, come Luca Paletti, che proverà a fare classifica e Filippo Turconi, corridore capace di andare forte un po’ ovunque, di tenere in salita e con un buono spunto veloce. Martin Marcellusi punta tutto su questo Giro: poche settimane fa ha sfiorato in Francia la prima vittoria da professionista, e se arrivasse al Giro la volta buona? Difficile, ma perché non crederci? Lo scorso anno il corridore romano fece vedere buonissime cose nella Corsa Rosa, passando ogni giorno della terza settimana in fuga, chiudendo sesto nella tappa del Sestriere. Poi un problema al ginocchio gli precluse l’intera seconda parte di stagione. Presente anche Filippo Magli, che cerca di mettersi in mostra e magari fare pure lui il salto in un altro team che ne faccia risaltare le caratteristiche da corridore adatto alle gare del nord (corridore che starebbe benissimo in una Unibet o in una Lotto, tanto per dire), infine un po’ a sorpresa ecco l’uzbeko classe 2005 Nikita Tsvetkov e il cileno del 2002 Vicente Rojas, che con la vittoria del campionato nazionale ha regalato l’unico successo sin qui alla squadra dei Reverberi, in quella che è una delle stagioni più difficili della loro lunghissima storia.

Team Polti VisitMalta di Basso, invece, che sta facendo decisamente meglio e anche il livello della squadra che porta al Giro appare, almeno nell’immediato, nettamente superiore, senza, però strapparsi i capelli – chi ce li ha. Alcune sono classiche conoscenze ormai del ciclismo italiano: Giovanni Lonardi cerca l’ennesimo piazzamento al Giro, lui che in 4 partecipazioni è stato 8 volte nei 10 con il momento saliente a Francavilla al Mare nel 2024 quando arrivò quarto dietro Milan, Merlier e Groves, risultato che poi divenne un terzo posto per la retrocessione del mago a fondo gruppo a seguito di una scorrettezza in volata. Mirco Maestri, Alessandro Tonelli, Diego Pablo Sevilla e Mattia Bais cercano, invece, le fughe a lunga gittata sognando che, magari, una di queste possa arrivare al traguardo. Andrea Mifsud è un nome nuovo al grande pubblico, ma chi segue il calendario francese spesso e volentieri si è imbattuto nel corridore provenzale di nascita ma maltese di passaporto, altro specialista delle fughe, che sa tenere bene in salita, mentre Thomas Pesenti ha lo spunto giusto per provare a piazzarsi in qualche top ten nelle tappe vallonate. Infine, Ludovico Crescioli cerca di dare continuità a ciò che la squadra di Basso nelle ultime stagioni è riuscita a fare prima con Fortunato e poi con Piganzoli, ovvero mettere in mostra il corridore di maggior talento per poi lanciarlo nel World Tour. Crescioli, che di recente, conquistando il Giro dell’Appennino, è tornato al successo dopo due stagioni (l’ultima vittoria nel 2024 in una tappa del Tour de l’Avenir), è un corridore che sa tenere duro in salita, ma non abbastanza per fare classifica, ma che, grazie allo spunto veloce, potrebbe pure tentare di vincere una tappa, anche lui provando ad anticipare nei finali di gara o andando in fuga da lontano.

E ORA CHE SIETE ARRIVATI FINO A QUI? ECCO IL PERCORSO

Da Nessebar a Roma: 21 tappe, quasi 3500 chilometri, con 48,700 metri di dislivello, circa. Si parte dalla Bulgaria dove le tappe 1 e 3 vedranno un probabile arrivo allo sprint di gruppo e sarà probabilmente uno dei momenti in cui potrà influire qualcosa in termini di classifica (molto provvisoria) il KM Red Bull (traguardo con abbuoni per la generale) che dà l’impressione di essere utile solo per movimentare la prima parte di Giro, quando ancora nulla è fatto per la classifica. Sempre in Bulgaria, il secondo giorno potremmo vedere già chiamati in causa quei cacciatori di tappe nominati nei paragrafi precedenti, quelli scaltri, e resistenti, ma anche veloci; occhio però pure a quei velocisti capaci di tenere meglio sulle pendenze, ma vedremo che cosa accadrà verso Veliko Tarnovo. Tappa lunghissima, 221 km e con quel finale che tirà all’insù e quel GPM di 3a categoria, 3,9 km al 6,8% di pendenza media con punte in doppia cifra e lo scollinamento a 11 km dall’arrivo, che potrebbe pure ispirare da subito gli uomini di classifica.

Dopo il riposo si riparte dall’altra parte del mondo. Dalla Bulgaria alla Calabria: un mega trasferimento perché di certo al Giro non si bada all’impatto ambientale né si tiene conto dello stress e della fatica per squadre (tutto compreso) e chi lo segue per altri motivi (di lavoro). Catanzaro-Cosenza è un altro arrivo tutt’altro che scontato per alcuni velocisti del gruppo, ma dipenderà anche da come verrà affrontata la lunga salita della Crocetta verso Cozzo Tunno, quasi 15 km con GPM a una quarantina dall’arrivo. Probabile volata. Più difficile il giorno dopo da Praia a Mare a Potenza, 203 km con gli ultimi 50 in un susseguirsi di su e giù (compresa la dura salita di Viggiano) che spezzeranno il gruppo e ispireranno molti corridori a provare ad anticipare. Bella frazione da puncheur che potrebbe anche premiare una fuga.

A Napoli, tappa 6, sarà volata: i velocisti che finora potrebbero aver avuto solo due occasioni (forse tre) non si vorranno perdere la chance di sprintare sul lastricato di Piazza del Plebiscito. Tappa che anticipa una delle giornate più attese: venerdì 15 maggio, infatti, tappa 7, da Formia a Blockhaus, la più lunga con i suoi 244 km e un finale duro con gli ultimi 111 in cui non si fa che o salire o scendere. Ufficialmente due GPM (Roccaraso e Blockhaus), ma tanta salita qua e là: sarà la prima tappa a delineare la classifica che arriva prima di un fine settimana particolare. Tappa marchigiana, la numero 8, da Chieti e Fermo, fra le più attese, con i muri fermani. Anche qui una prima parte pianeggiante e un finale, da Cupra Marittima, in cui non si fa che salire e poi scendere con una serie di strappi che se presi di petto faranno tanta selezione. Grande occasione anche qui per quella categoria di attaccanti che potremmo definire “coraggiosi con gambe”. Domenica, per la tappa numero 9, invece, si salirà soltanto verso l’arrivo. Dal mare agli appennini, da Cervia a Corno alle Scale, salita lunga, ma non impossibile e dove l’ultima volta, era il 2004, vinse Gilberto SImoni davanti a un Damiano Cunego che non si era ancora del tutto manifestato.

Riposo tanto atteso e poi la cronometro da Viareggio a Massa, 42 km: sarà il secondo grande test per gli uomini di classifica, forse è il giorno in cui si farà definitivamente la classifica, in vista della seconda parte di Giro. Crono piatta e possibilità che ci siano tante differenze soprattutto tra quegli uomini di classifica che a cronometro, come si suol dire, viaggiano forte, rispetto ai pesi più leggeri e meno aerodinamici.

Il giorno dopo, tappa 11, altra chance per la fuga, altra tappa mista, da classiche. Da Porcari a Chiavari, dalla Toscana si entra in Liguria con tutto quello che ne consegue. Tanti pericoli e trabocchetti mascherati non solo dalle diverse salite che caratterizzano gli ultimi 100 dei 195 km previsti, ma anche per le strade. Prestare massima attenzione a questa giornata.

Nella tappa 12 si torna a pensare alla volata, dopo otto giorni dall’ultima volta (Napoli, ricordate?), ma verso Novi Ligure, tuttavia, i velocisti se la dovranno conquistare. Un po’ per le fatiche che iniziano ad accumularsi un po’ per le colline in mezzo e quel finale mosso. Ma non dovrebbero essere pericoli insormontabili ai giorni nostri, mentre sarà più complesso nella tappa 13, da Alessandra a Verbania perchè il disegno ti inganna, piatto come una tavola da surf fino a una ventina dall’arrivo e poi uno strappo duro, quello di Ungiasca, 3 km con tratti in doppia cifra che potrebbe mettere le ali a qualche coraggioso visto che si scollinerà ai -14. Certo se c’è qualche velocista o simile in grande giornata e gli uomini di classifica fanno i buoni, magari arriva un gruppo di 50 o 60 corridori – fuga permettendo.

Ma sarà solo un antipasto per il sabato, per la prima tappa di montagna dai tempi del Blockhaus. Siamo in Valle d’Aosta e si va da Aosta a Pila. 133 km, tappa breve, ma con tanta salita, una rarità a questo Giro. 4 GPM prima dell’arrivo verso Gressan, 16,5 km con pendenze che vanno dal 7% all’11%.

Domenica, invece, si ritorna gettarsi in volata a Milano. Escluse le cronometro (Ganna vincitore le ultime due volte), una tappa in linea nel capoluogo lombardo mancava dal 2015 e vinse Iljo Keisse che anticipò la volata del gruppo. L’ultima volta che un italiano vinse in volata qui era il 2007 e toccò a Petacchi. Al Giro c’è Milan per vincere a Milano, manca, invece Molano e quindi chissà…

Terza settimana, quella che ha sempre differenziato il Giro d’Italia dalle altre corse per la ricerca della durezza e della spettacolarità sulle nostre montagne, ma sembra che quest’anno i grandi classici del ciclismo italiano a RCS non interessino molto e così si va a scovare nella tappa numero 16, dopo il giorno di riposo, la Bellinzona-Carì, frazione tutta ticinese, molto mossa nella prima parte e con una lunga, da sembrare infinita, salita finale: ufficialmente sono 11,7 km ma si inizia a salire una quindicina di km prima. Tappa cortissima, ma di difficile lettura. Su questa salita, molto suggestiva, caratterizzata da 22 tornanti, vinse Adam Yates al Tour de Suisse un paio di anni fa precedendo Bernal, Almeida, Riccitello e Mas.

Poi altre due frazioni “a metà” come le abbiamo definite: due tappe da fughe o al massimo da battaglia nel finale: la 17, la Cassano d’Adda-Andalo e la 18, la Fai della Paganella-Pieve di Soligo (con Ca’ del poggio nel finale) che fungono da antipasto all’ultima due giorni di montagna e dove, almeno al venerdì, finalmente si toccano le Dolomiti e qualche cima mitica.

Da Feltre ad Alleghe, la tappa 19 del Giro è, insieme a quella valdostana, la più dura: Duran, Coi, Palafavera, Forcella Staulanza, Giau, Falzarego e poi arrivo molto impegnativo verso Piani di Pezzè: è giornata vera di montagna. Il giorno dopo, invece, si va in Friuli, da Gemona a Piancavallo con la doppia ascesa pordenonese che chi vi scrive vede tutte le mattina guardando fuori dalla finestra. Poi a chiudere altro mega trasferimento fino a Roma per la passerella finale.

In definitiva un Giro interessante per il disegno delle tappe a metà, diciamo così, quelle miste e vallonate, ricche di pericoli nascosti e possibilità di imboscate, esclamiamo “bene!” per la crono da 42 km (anche se, per i nostri gusti, sempre troppi pochi km contro il tempo, troppo poco una sola cronometro) ma, francamente, deludente nelle frazioni di montagna fatta eccezione per la tappa di Alleghe,. Scriviamo per essere smentiti. E quindi: storciamo il naso per la partenza – seppure arriva da un posto, Nessebar, che è una favola; ci risentiamo per i lunghissimi tarsferimenti, ci lamentiamo per le tante assenze, non siamo troppo convinti (…) dal percorso, ma in ogni caso sappiamo già che se non ci divertiremo avremo argomenti di cui parlare. Buon Giro 2026 a tutti!

LE STELLINE DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ Vingegaard
⭐⭐⭐⭐ –
⭐⭐⭐ Pellizzari, Arensman, Yates, Gall, Mas
⭐⭐ Hindley, Bernal, O’Connor, Buitrago, Storer, Gee
⭐ Vine, Rubio, Piganzoli, Caruso, Rondel, Ciccone, Kulset, Pinarello, Rolland, Hirt, Kuss, Leknessund, Vlasov, H.Lopez, J. Christen


⭐⭐⭐⭐⭐ Milan
⭐⭐⭐⭐ Lund Andresen, Magnier
⭐⭐⭐ Vernon, Vingegaard
⭐⭐ Groves, Vendrame, Aular, Pellizzari, Groenewegen
⭐ Scaroni, Strong, Larsen, Mozzato, Ganna, Sheffield, Turner, Ackermann, Malucelli


⭐⭐⭐⭐⭐ Vingegaard, Vine
⭐⭐⭐⭐ Scaroni
⭐⭐⭐ Ciccone, J.Christen
⭐⭐ Pellizzari, Yates, Leknessund, H.Lopez
⭐ Gall, Storer, Gee, Zana, Caruso, Buitrago, Crescioli, Sheffield, Pinarello


⭐⭐⭐⭐⭐ Pellizzari
⭐⭐⭐⭐ –
⭐⭐⭐ Rondel, Piganzoli
⭐⭐ Kulset, Christen J.
⭐ Rolland, Pinarello, Gualdi, Svestad-Bardseng, Arrieta, Beloki, Staune-Mittet, Paletti, Crescioli, Sheffield


10 nomi da seguire alla Liegi 2026

La Liegi comincia in silenzio, con quella luce opaca che sembra uscire dal terreno più che dal cielo. Le Ardenne hanno un modo tutto loro di stringerti: non è una sfida, ma è una sorta di assorbimento costante, lento, ma continuo.

La strada si infila tra gli alberi come un filo teso, e ogni curva sembra custodire un segreto che non hai ancora il fiato per decifrare.

Le côtes arrivano come vecchie conoscenze che non hai mai davvero capito. Ti prendono il ritmo, ti tolgono l’aria, ti costringono a guardare dentro il buio delle gambe. Dramma dimenticato, clamore in soffitta: solo un consumo lento, inevitabile, che non lascia spazio a nessuna distrazione.

E allora eccoli: dieci corridori immersi in questo verde che non concede tregua. Cinque uomini e cinque donne che entrano nella Doyenne sapendo che qui tutto si decide senza alzare la voce. La foresta osserva, la strada trattiene, la corsa sceglie.

Emiel Verstrynge 🇧🇪 (Alpecin-Premier Tech)

L’appetito del belga della Alpecin-Premier Tech vien mangiando. Dopo un buon Giro dei Paesi Baschi, in cui si è infilato pure in fughe arrivate al traguardo e il quinto posto all’Amstel, il classe 2002 dell’Alpecin, che corre con addosso il marchio di qualità del ciclocross e, sin dalle categorie giovanili, tanta abilità quando la strada sale, vuole stupire anche alla Liegi dove, all’improvviso, rischia di trovarsi come capitano in corsa di una delle squadre più forti del World Tour. Arrivato, insieme a Senna Remijn, suo giovanissimo compagno di squadra, entrambi tra le rivelazioni di questa campagna ardennese, dove si pensava potesse arrivare già quest’anno Del Grosso – quest’ultimo protagonista di una primavera un po’ sottotono – Verstrynge vuole ottenere un risultato di prestigio anche alla Liegi, per la quale ha già dimostrato, quattrodicesimo lo scorso anno, di essere particolarmente portato.

Marco Frigo 🇮🇹 (NSN Cycling Team)

Il decimo posto all’Amstel, dopo una lunga fuga, lo stiamo raccontando come un’impresa per il nostro ciclismo e così è, perché da troppo tempo siamo poco abituati a vedere un corridore di casa capace di andare così forte in sforzi di lunga durata, quasi come se mancasse, in questa generazione, la caratteristica della resistenza. Frigo, invece, che ha fatto quest’anno l’esordio assoluto sulle Ardenne, è proprio quel tipo di duraccio che a noi un po’ manca. Alla Freccia, meno adatta al suo motore da lunga distanza e gittata, ha lavorato per i suoi compagni di squadra, qui, invece, può di nuovo tornare a svolgere un ruolo da primo attore. Proverà a centrare la fuga del giorno? Proverà a tenere duro finché può, stando attaccato ai migliori? Qualsiasi scelta che farà sarà dettata da una grande condizione, la migliore finora vista in carriera.

Pello Bilbao 🇪🇸 (Bahrain-Victorious)

Per il basco della Bahrain-Victorious è l’ultima campagna ardennese della carriera, lui che, per scelte di calendario, troppo spesso ha saltato a pie’ pari corse per le quali, invece, è sempre stato tagliato. Arriva alla Doyenne con due diciottesimi posti ottenuti alla Strade Bianche e alla Freccia Vallone e con il quindicesimo all’Amstel dove a lungo è stato in procinto di rientrare sul gruppo che si è giocato le posizioni dalla terza all’undicesima, salvo rimanere impantanato tra una salita e l’altra. Il suo miglior risultato nelle (sole) quattro Liegi disputate è il nono posto del 2024, e viste le doti di fondo, resistenza e una buona brillantezza in caso di sprint, lotterà per chiudere intorno a quelle posizioni.

Alex Molenaar 🇳🇱 (Caja Rural-Seguros RGA)

Arrivato tardi al ciclismo che conta, rispetto alla media attuale di ragazzini che fanno deflagrare ogni salita, ogni tratto in pavé, ogni volata, Alex Molenaar porta in sé due sentenze. La prima riguarda la sua squadra: la Caja Rural sta andando forte, meglio anche di tante World Tour ed è, insieme alla ancora più piccola Ukyo, la rivelazione di questo 2026. La seconda verità è che questo ragazzo da anni meritava il suo spazio e lo sta trovando a suon di risultati: tredicesimo a Limburgo, decimo al Brabante, ventesimo all’Amstel, ventottesimo alla Freccia Vallone. Esordio assoluto per lui sulle Ardenne in queste settimane e oggi alla Liegi può trovare un altro piazzamento di peso consapevole che l’asticella però, sarà notevolmente più alta delle ultime gare. Lui si dice pronto a sognare, noi con lui.

Mauro Schmid 🇨🇭 (Team Jayco AlUla)

Da tanto tempo ci aspettiamo lo svizzero lottare al vertice nelle corse più dure del calendario eppure gli è sempre mancato quel proverbiale centesimo. Forte nelle salite non troppo lunghe, adattissimo a qualsiasi tipo di giornata soprattutto se caratterizzata da condizioni estreme (caldissima o fredda, con la pioggia, con la neve), il campione nazionale elvetico potrebbe aver svoltato in questa stagione, proprio pochi giorni fa, ottenendo il podio alla Freccia Vallone dietro all’astro nascente del ciclismo mondiale Seixas. Cos’è mancato finora al corridore della Jayco? A volte cade, altre, ancora più spesso, va in difficoltà in fasi interlocutorie di corsa, facendosi spesso beccare in coda al gruppo a inizio salita, accaduto lo scorso anno alla lLegi, dove ha provato una grande rimonta, ma ha chiuso senza energie al ventiduesimo posto, e simili difetti li ha mostrati nella Amstel sempre del 2025, quando, nonostante una grande condizione, chiuse “soltanto” quindicesimo. Quest’anno pare aver svoltato perché poco prima della Freccia, arrivava sesto nella grande classica neerlandese, facendosi trovare pronto davanti all’imbocco delle salitelle che caratterizzano la corsa. Alla Liegi, sulla carta, si lotta per il quarto posto. Lui è uno dei nomi più caldi per avvicinare il podio.

Kasia Niewiadoma 🇵🇱 (CANYON/SRAM zondacrypto)

Il problema, quando parliamo di Niewiadoma, è sempre lo stesso. La maggior parte delle atlete firmerebbero per avere il suo palmares ed i suoi piazzamenti, il punto è che la polacca non è un’atleta qualsiasi, non è un’atleta delle tante. Una ciclista che ha vinto un Tour de France Femmes, una Amstel Gold Race, un Trofeo Binda e una Freccia Vallone spicca nel gruppo. E se spicca per le vittorie figuriamoci per i piazzamenti, basti dire che è giunta quattro volte seconda alla Strade Bianche e due volte seconda alla Ronde van Vlaanderen ma l’elenco sarebbe molto più lungo. In questo inizio di stagione, ancora piazzamenti: seconda alla Omloop Het Nieuwsblad, seconda alla Strade Bianche, seconda all’Amstel Gold Race, quarta alla Freccia Vallone. Così, l’altro giorno, Niewiadoma l’ha detto chiaramente: c’è amarezza perché non va alle gare per il quarto posto. La Liegi Bastogne Liegi Femmes può essere l’opportunità che cerca. Forse quella rabbia buona le servirà.

Paula Blasi 🇪🇸 (UAE Team ADQ)

La stagione di Blasi non era iniziata nel migliore dei modi: quell’ultima tappa del Down Under e quel pasticcio tra lei e Mavi Garcìa che ha consegnato la vittoria a Noemi Rüegg non è certo da ricordare. Certo la giovane età, certo tutto il resto, ma resta un peccato, però il ciclismo è fatto anche per voltare pagina e lei l’ha voltata. Dall’otto marzo non esce dalla top ten a qualunque gara si presenti: nona al Trofeo Oro in Euro, nona alla Freccia del Brabante, terza alla Freccia Vallone e, soprattutto prima all’Amstel Gold Race grazie a una prestazione notevole e, probabilmente, alla sottovalutazione delle rivali. Blasi ha ventitrè anni ed è alle prese con la sua prima volta nelle Ardenne. Del talento ci sembra persino inutile parlare, sarà esperienza e chissà che quella giovane età non ne combini una bella.

Magdeleine Vallieres 🇨🇦 (UAE Team ADQ)

Quando, il 27 settembre, in Rwanda, Vallieres ha conquistato a sorpresa il Campionato del Mondo, in molti hanno temuto, forse creduto, che la maglia iridata, quest’anno si sarebbe vista meno nelle prime posizioni del gruppo. La storia era bella, bellissima, come sempre quando vince una atleta che non ci si aspetta, però, forse proprio per questo, non si sapevano le reali possibilità della canadese che avrebbe potuto essere un lampo in un giorno di inizio autunno. Non è stato così e la prima prova è stata solo pochi giorni dopo, alla Tre Valli Varesine conquistata da Elisa Longo Borghini, dove è arrivata decima al termine di una condotta di gara tutt’altro che difensiva. Quest’anno è stata quinta a Siena, alla Strade Bianche, e sesta solo qualche giorno fa alla Freccia Vallone, oltre ad aver navigato nelle prime posizioni sia al Binda che alla Freccia del Brabante. Il percorso della Liegi Bastogne Liegi si addice alle sue caratteristiche e la maglia che indossa potrebbe suggerire qualche idea strana.

Nienke Vinke 🇳🇱 (Team SD Worx-Protime)

Il dubbio? Corre per il Team SD-Worx Protime. Il vantaggio? Corre per il Team SD-Worx Protime. Non è un gioco di parole. Se, da un lato, la ventenne olandese ha in squadra Anna van der Breggen, Lotte Kopecky e Mischa Bredewold, per cui dovrà adattarsi agli ordini di scuderia e mettersi a disposizione delle atlete più esperte e quotate, dall’altro avere una squadra così forte potrebbe confondere le carte delle avversarie e rendere più agevole cercare di sorprendere. Alla SD-Worx è già successo più volte e Bredewold ne è una chiara testimonianza. Nienke Vinke è giovane, giovanissima ma i segnali non vanno mai trascurati e lei ne ha dati diversi, non solo quest’anno. L’anno scorso fu ventunesima alla Liegi, due anni fa ventesima. Quest’anno ha centrato la top ten alla Freccia Vallone, dove nel 2025 fu ottava. Sono numeri che testimoniano costanza e crescita graduale, insomma non una di quelle promesse che poi si sciolgono al sole.

Ashleig Moolman-Pasio 🇿🇦 (AG Insurance-Soudal Team)

Potrebbe essere un giro d’onore per l’atleta originaria del Sud Africa. Ha compiuto quarant’anni lo scorso dicembre lei che è classe 1985 e in carriera di strada ne ha fatta tanta. Basti pensare che quella a cui ha partecipato a metà settimana è stata la sua sedicesima Freccia Vallone. Per undici volte di queste sedici, Moolman Pasio ha concluso in top ten. Probabilmente non è più l’atleta di qualche anno fa, fisiologicamente diremmo, ma quella che si correrà oggi sarà l’ultima sua Liegi Bastogne Liegi. Un ultimo ballo. L’anno scorso si ritirò. Siamo certi che non voglia che sia quello il suo ultimo ricordo di una gara che tutti amano. La aspettiamo per questo. Comunque vada. Il giro d’onore sarà valso la pena.


Dispacci dal WT #24

C’è un momento dell’anno in cui il ciclismo smette di essere un calendario e diventa un esame di coscienza e quel momento dell’anno per me coincide sempre con il Fiandre. Ogni volta che lo guardo ho la sensazione di assistere alla radiografia di un’epoca: quella dei watt, delle soglie, delle gerarchie che non si discutono più ma si misurano. Il Fiandre di quest’anno è stato esattamente questo: la sublimazione di un ciclismo che non ha più bisogno di metafore. Pogačar ha preso la corsa, l’ha aperta come un manuale e ha mostrato a tutti dove si trovano i capitoli che contano. Gli altri, semplicemente, hanno seguito. Non c’era spazio per interpretazioni.

La settimana successiva, la Roubaix ha fatto il contrario: ha preso la stessa epoca e l’ha sporcata di polvere, rumore, casualità. La addomesticata rendendola romantica e accessibile ai cuori che si inteneriscono più facilmente. Pradossalmente lo ha fatto la corsa che, per antonomasia, meno si lascia addomesticare, e forse per questo continua a essere l’unica che riesce a sorprendere anche quando non dovrebbe. Van Aert ha pedalato come uno che ha deciso di presentare il conto a un destino che gli aveva già tolto abbastanza, ma non è di lui che voglio parlare, perché su van Aert si è già detto tutto e si continuerà a dirlo, almeno finché avremo fiato in corpo, dita che battono sulla tastiera fino a che non rimarranno che moncherini. Solo questo: la sua vittoria è stata la prova che la Roubaix, quando vuole, sa ancora restituire qualcosa – nonostante io da sempre sia alla guida del partito degli scettici che non crede ad alcun tipo di giustizia nel mondo, figurarsi nel ciclismo.

Finita la Settimana Santa, io entro sempre in una specie di calo nervoso. È un fenomeno che conosco bene: l’adrenalina si spegne, la tensione si scioglie e resta solo una specie di vuoto che non so definire. A volte mi viene da ridere, un riso breve e quasi isterico, quando penso alla Liegi che ci aspetta. Una corsa che oggi faccio fatica a definire Monumento – un po’ come il Lombardia – soprattutto se paragonato a ciò che ci siamo lasciati dietro. Monumento a cosa? Alla prevedibilità? Alla mancanza di alternative? Alla geografia che non riesce più a generare conflitti? Lasciamo stare.

Le pietre, almeno, non mentono. Le pietre giudicano. Le pietre non hanno bisogno di giuria. Pogačar al Fiandre ha messo tutti in un angolo come si fa con i bambini troppo vivaci, e alla Liegi gli mancano pure gli avversari. Remco è l’unico (forse, andiamo più in giù con la lettura e capiremo) che potrebbe dargli fastidio, ma è un discorso a parte. La differenza tra quei due (tre?) e il resto del mondo è un canyon scavato da anni di talento, ossessione e cattiveria agonistica. E quando arrivo alla Liegi, ogni anno, mi chiedo perché continuiamo a fingere che sia una corsa aperta.

Arrivati al Brabante che si correrà oggi (venerdì 17 per chi legge), invece resto sempre affascinato: è la corsa che divide chi ha ancora qualcosa da dire da chi ha solo qualcosa da ricordare. Che unisce chi ama parlare di pietre e chi resta a bocca aperta davanti alle prime côtes. Non è una Monumento, non è un rito collettivo, non è nemmeno una gara che si tramanda nei racconti. È un passaggio di stato. Una soglia. Una porta che si apre su un territorio dove non basta più essere in forma: bisogna essere presenti. Il Brabante non perdona l’indecisione. Se esiti, sei già fuori. Se ti nascondi, non ti ritrovi più. Vediamo anche con che tempo si correrà.

Poi domenica arriva l’Amstel, corsa con un fascino sempre particolare, nonostante la birra imbevibile. È una delle poche gare dove Pogačar ha perso negli ultimi anni, ma perso veramente, non come in Canada dal suo compagno di squadra McNulty. Ha perso come accade di rado e già questo basterebbe a darle un’aura diversa. Quel giorno Skjelmose tirò fuori un numero che non saprebbe ripetere nemmeno sotto ipnosi. Una di quelle azioni che riescono una volta sola, come se il ciclismo avesse deciso di concedergli un bonus irripetibile. Non l’ha più ritrovato, e non lo ritroverà probabilmente. Ma l’Amstel vive anche di questo: di episodi che non si spiegano, di deviazioni dalla logica che non si ripresentano.

Intanto, mentre le Ardenne si avvicinano, c’è una squadra che sembra aver perso la propria identità: ed è proprio la Lidl di cui Skjelmose fa parte. Una formazione che negli ultimi anni aveva costruito una reputazione di solidità, di affidabilità, di capacità di leggere le corse come pochi altri. Quest’anno, invece, sembra un organismo che ha smarrito il proprio ritmo circadiano. Infortuni, malanni, controprestazioni: un elenco che si allunga con una regolarità quasi inquietante. Pedersen fa quarto al Fiandre e sesto alla Roubaix – e magari fossimo noi a “sottoperformare” così – ma è l’eccezione in un reparto che sembra aver perso la bussola. Le classiche e le corse a tappe procedono come se qualcuno avesse invertito i cartelli della preparazione.

Certo, peseranno nelle prossime settimane le assenze di Nys, la forma così così di Withen Philipsen, le incertezze di Skjelmose e Ciccone, i soliti dubbi sulla continuità di Bagioli. Felice, eventualmente, di essere contradetto e smentito.

E mentre la Lidl si interroga, il calendario non aspetta. Le corse arrivano, giudicano, archiviano. E in mezzo a questo flusso continuo, in mezzo a questa confusione di segnali, emerge un nome che non si può ignorare: Seixas.

Vedendogli vincere in quel modo i Paesi Baschi mi ha dato la sensazione netta che qualcosa si fosse spostato. Vincere quella corsa a diciannove anni non è precoce: è indecente. È un atto di arroganza sportiva che non si vedeva da tempo. Evenepoel aveva fatto cose simili, sì, ma non con questo cast di avversari, non con questo percorso, non con questa naturalezza da predestinato che non ha voglia di aspettare nessuno. Seixas non sembra un giovane che cresce: sembra un adulto che ha deciso di arrivare in anticipo.

Ora, la teoria su cui sto per basare il mio concetto è molto semplice: ho sempre pensato avrebbe incrociato la parabola discendente di Pogačar tra due o tre anni, ma invece si mette in moto ora, da subito. La pratica è stata brutale: la parabola l’ha incrociata adesso. Uno che batte Lipowitz, il terzo dell’ultimo Tour, dandogli due minuti e mezzo non è un prospetto: è un problema per gli altri. E allora la domanda diventa inevitabile: perché aspettare per andare al Tour?

Tre settimane fa avrei detto fosse presto. Oggi mi sembra quasi tardi. Seixas deve andare al Tour e lo deve fare subito. Domani sarà già tardi. Non perché lo vincerà – quello è un altro discorso, Pogačar e Vingegaard alzeranno ancora il loro livello, ci sono pressioni inimmaginabili per tutti sulle spalle del transalpino – ma perché certe finestre non si riaprono e bisogna provarci. Lo sport non è un romanzo: non ti aspetta. Molto banalmente ogni stagione può essere diversa e il corridore della Decathlon ha già dimostrato oggi che ci può provare.  Alla Strade Bianche è quasi rientrato sul campione del mondo, ai Paesi Baschi ha dominato come pochi prima di lui, e ora lo guarderemo nel prossimo fine settimana sulle Ardenne con la sensazione che ogni corsa possa essere un capitolo definitivo. O forse non dirà niente: i fenomeni parlano quando vogliono, non quando gli si chiede. Ma sarà un altro messaggio chiaro che ci dirà fino a dove potrà arrivare, sin da subito.

Arrivati a questo punto della stagione, ogni anno, mi ritrovo a fare lo stesso esercizio: capire dove finisce l’onnipotenza di Pogačar e dove comincia la fisiologia. È un confine sottile, quasi invisibile, che si sposta di stagione in stagione. Pogačar resta il più grande di tutti, forse pure di sempre, scusate nostalgici merckxiani, quello che negli ultimi mesi ha vinto Sanremo, Fiandre e ha perso la Roubaix per un soffio che sembrava scritto. Eppure, anche lui, ogni tanto, lascia intravedere un lembo di coperta che si accorcia.

Non è un difetto. È un dato. Pogačar apre il gas e fa subito distacco: è la sua natura. L’accelerazione iniziale è il suo superpotere. Ma poi deve tenere quella velocità e lì la fisica diventa democratica. In salita è un massacro: il rapporto peso/potenza lo porta in un’altra dimensione. In pianura, invece, contro van Aert, van der Poel o il miglior Pedersen, non basta. La Roubaix lo ha mostrato con una chiarezza quasi crudele: quando non c’è pendenza, il mondo diventa piattume anche per lui. Alla Roubaix il buco non si è aperto. Non perché non avesse le gambe, ma perché la corsa non glielo ha permesso. La Roubaix è una gara che non concede vantaggi strutturali a chi domina in salita. È una corsa che livella, che schiaccia, che riduce tutto a una questione di inerzia, posizione, resistenza al caos. Pogačar lì non può imporre la sua legge: può solo provare a piegarla. E quest’anno non è bastato.

Alla Liegi, invece, non farà prigionieri. La geografia è dalla sua parte. La storia anche.

C’è poi un altro aspetto che osservo sempre con attenzione: il modo in cui ha recuperato alla Roubaix dal secondo incidente meccanico. Lo ha fatto subito, come avesse avuto un acceleratore che gli altri non trovano mai – nessun sottinteso, è una metafora, sia chiaro. È un rientro verticale, immediato, quasi offensivo. Van Aert, invece, è rientrato gradualmente, con quella sofferenza calcolata che sembrava agonia e invece è mestiere. Sono due modi diversi di interpretare la stessa necessità: non perdere contatto.

Alla Sanremo, pendenze poco esigenti, Pogačar non ha staccato Pidcock. E senza il taxi sul Poggio sarebbero stati ripresi.

Quello che mi interessa, però, è un’altra cosa: Pogačar resta il più grande, ma non è solo, ma la sua grandezza spinge gli altri a migliorarsi, almeno chi ne ha le facoltà. Seixas sta arrivando, Remco ci prova, van der Poel e van Aert non spariscono, anzi, hanno torvato la forza per batterlo. La coperta non è corta perché lui peggiora, ma perché gli altri migliorano e la fisica a volte si applica a certi terreni. E questa, per il ciclismo, è la migliore notizia possibile.

Arrivato al capitolo sugli italiani, di recente  mi ritrovo nella stessa posizione: a metà tra la constatazione e la rassegnazione. Donati che vince la Roubaix U23 è una notizia, certo. Non è mai banale vincere quella corsa, nemmeno tra i giovani. L’ultimo italiano a riuscirci era stato Ganna nel 2016, e questo dovrebbe bastare a spiegare quanto sia raro il fenomeno. Ma non mi illudo: il valore prognostico delle categorie giovanili è sempre più basso. Le gare U23 sono un territorio dove tutto è possibile e quasi nulla è trasferibile.

Donati è veloce, resistente, scaltro. Ha un’idea chiara di come si sta davanti. Ha già dimostrato di essere molto forte tra i professionisti, dove ha già vinto. Ma la domanda è: può fare una top ten in una Roubaix vera? Non lo so. Non lo sa nessuno. E forse è meglio così. Perché la domanda, in realtà, non riguarda lui: riguarda noi. Riguarda il sistema che dovrebbe accompagnarlo, sostenerlo, proteggerlo, e che invece continua a perdere pezzi come una macchina che nessuno porta più dal meccanico.

Extra Giro annuncia tre gare e poi le cancella come se nulla fosse. Il Laigueglia perde la diretta tv. Le corse spariscono dal calendario con una leggerezza che non dovrebbe appartenere a uno sport che vive di territorio, di radici, di continuità. E mentre il sistema si sfalda, i corridori fanno quello che possono. Ganna, il migliore in Francia, fa venticinquesimo alla Roubaix, avrebbe lottato per il podio senza caduta; Bettiol il migliore in Belgio, ventitreesimo al Fiandre dove Trentin cade quando non dovrebbe, altrimenti avrebbe lottato per un posto intorno alla decima posizione. Borgo e Mattio tra i giovani ci mettono la faccia e in questo momento sembra già molto più di quanto il contesto meriti. Il primo arriva al traguardo sia di Fiandre che di Roubaix, stakanovista tra i giovani del World Tour, ha disputato praticamente ogni corsa della campagna del Nord. Esperienza che un giorno servirà a essere una delle nostre punte in queste corse. Il secondo ha già la fiducia di un top team come la Visma che se lo porta alla Roubaix e lui ripaga dando una mano concreta. Quando il gruppo si sfalda e restano in una cinquantina poco prima di Arenberg sono presenti tutti e due. Ci aggrappiamo a questo.

Il problema del nostro ciclismo, è chiaro, non sono i corridori. Il problema è tutto ciò che li circonda. Un movimento che non riesce a garantire stabilità non può pretendere risultati e ogni volta che guardo una classica del Nord, un grande giro, un Mondiale in cui ormai siamo poco più che presenze, mi chiedo quanto tempo ci vorrà prima che qualcuno decida di affrontare la questione con la serietà che merita. Un sistema che a livello di infrastrutture, politica, di corse, di squadre, di governo, di idee, non fa stare allegri – per usare un eufemismo.

Ultimissima cosa dalla Roubaix degli Under 19. Vince Thijs Wiersma. Chi non conosce il suo nome se lo segni perché parliamo di un fenomeno nel pattinaggio su ghiaccio pista lunga, d’inverno, e di un corridore che oggi è già tra i più forti juniores anche in bicicletta. Non ha ancora scelto cosa fare da grande, e non vorrebbe nemmeno sceglierlo e al momento si gode lui e ce lo godiamo noi, entrambi gli sport, poi vedremo, ma occhio perché questo va forte forte, davvero forte. Si allena in bici da cinque settimane con due obiettivi: Roubaix e mondiale a cronometro. Dice che il pattinaggio è utilissimo per ottenere l’esplosività che gli serve, soprattutto sul pavé. Sul futuro, lui che molto probabilmente finirà alla Visma, anche se quando glielo chiedono fa finta di cadere dalle nuvole, chiosa così: Voglio praticare entrambi gli sport il più a lungo possibile. Non ho intenzione di scegliere. Se possibile, continuerò a farli entrambi ai massimi livelli.


10 nomi da seguire alla Paris-Roubaix 2026

La Roubaix ti mette davanti un altare di fango e pietra e ti chiede cosa sei disposto a lasciare lì sopra. Non vuole stile, non vuole eleganza, vuole solo vedere chi continua a spingere quando il manubrio vibra come un animale ferito e l’aria sa di ferro.

Qui non c’è spazio per la retorica. La Foresta non perdona chi esita, i settori non accettano scuse. Ogni metro è un patto di sangue con la bici, ogni buca un giudizio sommario. Chi entra pensando di sopravvivere, muore. Chi entra per dominare, forse arriva al velodromo.

E allora eccoli: dieci nomi, dieci destini sospesi tra gloria e macerie. Cinque uomini e cinque donne che stanno per consegnarsi al tribunale del pavé, prima che la Regina del Nord decida chi merita la corona e chi verrà inghiottito dalla polvere.

Lewis Askey 🇬🇧 (NSN Cyling team)

Qualche stagione fa, era il 2022, volle chiudere la sua prima Roubaix ugualmente nonostante un ginocchio picchiato e martoriato, fasciato e ugualmente insanguinato. Ce la fece arrivando quarantaduesimo a quasi dodici minuti dal vincitore. Nulla di eroico, come venne raccontato, ma una totale incoscienza che andrebbe vietata. La sua promessa, però, è stata quella di tornare nel velodromo da protagonista e in effetti ci sta provando, ma ancora manca il guizzo: venticinquesimo nel 2023, trentasettesimo nel 2024, ritirato nella scorsa stagione, ma il ventunesimo posto al recente Fiandre, miglior risultato per lui in una Monumento, ci racconta di come l’inglese della NSN Cycling Team sia in ottime condizioni. Perfetto per queste corse, su strade che a furia di bazzicare conosce benissimo, Askey è il perfetto profilo del corridore che se dovesse anticipare nella fuga giusta, poi te lo ritroveresti in top ten.

Dan Hoole 🇳🇱 (Decathlon CMA CGM Team)

La Decathlon va forte, ma, tolto Seixas nelle gare a tappe e le volate di Lund Andresen, è ancora alla ricerca del guizzo nelle grandi corse di un giorno. La squadra è buona forse persino ottima in chiave Roubaix e allora tra un Bissegger, un dewulf, scegliamo un Dan Hoole che ci pare, arrivato a ventisette anni, nella forma della vita. Sul passo non è che ne abbia tanti più forti e nell’ipotetica lotta alle spalle dei favoriti lui può essere quello che emerge. O magari in giornata di grazia e dove tutto gira perfettamente, può persino ambire a qualcosa di più. Al recente Fiandre ha chiuso con una top 20, nonostante un mese fa si fosse fatto male abbastanza seriamente alla Parigi-Nizza, lo scorso anno alla Roubaix ha chiuso diciassettesimo: c’è tutto per migliorare quel risultato. Contesto, forma, parabola.

Gianni Vermeersch 🇧🇪 (Red Bull-BORA-hansgrohe)

Di quelli citati questa settimana è quello che le Roubaix le ha già corse ad alto livello con i migliori risultati che dicono: quindicesimo nel 2021, undicesimo nel 2023, sesto nel 2024. In questa stagione Gianni V non dovrà nemmeno correre a supporto dell’amico, ex capitano e co-favorito della corsa, Mathieu van der Poel, ma ha la possibilità di fare la sua corsa come uno dei leader di una squadra fortissima per questa gara: la Red Bull, che può schierare, oltre a lui, i gemelli van Dijke, Laurence Pithie e Jordi Meeus, tutti a caccia di una top ten. Magari possono pure provare a fare qualcosa di matto nel tentativo di anticipare i favoriti, anche se di questi tempi e in questo ciclismo ci pare sempre più difficile dare spazio alla tattica e alla fantasia. Vedremo: nel caso vi stupireste di vedere il belga sul podio nel velodromo?

Alexis Renard 🇫🇷 (Cofidis)

È il nome meno conosciuto di questo elenco, anche perché la volpe francese si fa ricordare oltre che per la bellezza del suo nome per la sua attitudine a scomparire dopo un buon risultato. Eppure, le potenzialità per essere uno dei corridori francesi di punta al Nord ci sarebbero tutte e qualche buon risultato alle spalle pure ce l’ha basti pensare al podio nella Paris-Bruxelles ‘25, al quinto posto alla Paris-Tours del ‘24 (quindi se c’è Paris nel nome, chissà) o al settimo nella Gand del ‘23, l’anno in cui van Aert cede il successo a Laporte, una delle edizioni più dure degli ultimi anni, per via della pioggia e del freddo. Lui c’era ed era davanti a testimonianza delle doti. Eppure: zero successi in carriera nonostante sia molto veloce, spesso costretto a dividersi i compiti con altri tre/quattro corridori in squadra e quindi vi starete chiedendo, ma che c’azzecca allora il suo nome? Beh, è in grande forma, alla OHN ha chiuso nei dieci dopo essere stato a lungo in fuga, alla Roubaix ha un ventottesimo posto nel 2023 come miglior risultato, ed è ampiamente migliorabile. Già da oggi.

Marco Haller 🇦🇹 (Tudor Pro Cycling)

Con Matteo Trentin al palo dopo la spaventosa caduta al Fiandre (facciamo i nostri migliori auguri di pronta guarigione e rientro al corridore italiano), la Tudor, squadra di Cancellara, uno che di Roubaix ne ha vinte tre, si appoggia sulle spalle di Marco Haller che ha da poco compiuto 35 anni e che lo scorso anno con un dodicesimo posto finale ha ottenuto il miglior risultato in carriera nell’Inferno del Nord. Sgravato da compiti di aiuto ad altri, il passista veloce austriaco guida alla pari un terzetto completato da Marius Mayrhofer, nei venti nel 2025 e appena rientrato allo Scheldeprijs al quale sarà difficile chiedere di ripetere il risultato della passata stagione e Luca Mozzato, con l’italiano che quando è in giornata è tra i corridori più solidi in ogni corsa tra Francia e Belgio e qui capace di ottenere un ventesimo posto nel 2021 e un ventunesimo nel 2023. Haller, che da ragazzo giocava a Hockey e ha una passione smodata per l’Arsenal, ha tutto, caratteristiche, una buona gamba, una buona forma, per provare a inseguire un piazzamento a ridosso dei primi dieci che, vista la concorrenza, sarebbe un grande risultato.

Elisa Balsamo 🇮🇹 (Lidl Trek)

Solo qualche settimana fa, probabilmente, non avremmo inserito Balsamo fra i nomi papabili della Parigi-Roubaix. Non è stato il miglior inizio di stagione possibile per la campionessa cuneese che, di solito, a questo punto dell’annata aveva già fatto registrare almeno due o tre successi. Quest’anno era apparsa abbastanza anonima. La prestazione di domenica alla Ronde van Vlaanderen, però, è stata notevole: per qualità e per grinta. Alcune volte quando manca il successo, soprattutto le velociste, patiscono e diventano titubanti in ogni azione. Al Fiandre abbiamo rivisto Balsamo che prende di petto le situazioni ed impone le proprie qualità. Mercoledì, a Scheldeprijs, ha fatto terza, dietro a Charlotte Kool e Nienke Veenhoven. Di Roubaix se ne intende: nel 2024, solo Lotte Kopecky riuscì a superarla in una volata al cardiopalma. Una pietra a casa Balsamo c’è già, servirebbe quella più grande, quella della prima classificata.

Letizia Borghesi 🇮🇹 (AG Insurance-Soudal Team)

Letizia Borghesi è già apparsa fra le possibili favorite delle classiche di inizio stagione. I motivi sono vari: la crescita costante di questi anni, un terreno che sembra essere sempre più adatto alle sue caratteristiche ed una squadra di matrice belga che di Nord se ne intende e di classiche pure. Fino ad ora, dov’è partita, ha sempre centrato buoni piazzamenti, ad eccezione di Strade Bianche, non a causa sua ma della sfortuna. Una settimana fa, il primo DNF di stagione con il ritiro alla Ronde van Vlaanderen, potrebbe essere benzina per il Velodromo di Roubaix. Abbiamo ancora negli occhi la sua felicità pura, distillata, un anno fa, proprio in quel velodromo, mentre Alison Jackson rischiava di farla cadere dalla bicicletta abbracciandola. Seconda dietro a Pauline Ferrand-Prévot ma davanti a Lorena Wiebes grazie ad un allungo sul finale che ha sorpreso il gruppetto delle inseguitrici. Era il 2025, chissà nel 2026.

Lara Gillespie 🇮🇪 (UAE Team ADQ)

Se parliamo di crescita, Lara Gillespie può dire decisamente la sua, in particolare in una volata ristretta che potrebbe essere un ideale scenario conclusivo della corsa delle pietre. Scorrendo il suo ruolino di marcia in questa stagione, un dato è notevole: non è mai uscita dalla top ten ad eccezione di una volta, l’ultima tappa di UAE Tour, ma si arrivava in salita, a Jebel Hafeet, è comprensibile, per non dire assolutamente normale. Non solo piazzamenti, perché ha vinto a Beobank Samyn Ladies. In una UAE Adq che arriva alla partenza mutilata dall’assenza di Elisa Longo Borghini, Lara Gillespie potrebbe essere la carta per fare risultato. La Roubaix finisce in un velodromo e, ci sia permesso il volo pindarico, lei di velodromi se ne intende.

Millie Couzens 🇬🇧 (Fenix-Premier Tech)

Non è un nome per la vittoria, probabilmente, perché Couzens non vi è particolarmente avvezza. Però sono settimane ormai che in ogni gara importante, nei frangenti decisivi, in un modo o nell’altro era sempre presente. Couzens è classe 2003, nata il 29 ottobre, ha ventidue anni e vari margini di crescita. Quest’anno ha centrato l’ottavo posto alla Omloop Het Nieuwsblad ed il sesto al Trofeo Binda. In squadra ha Charlotte Kool e Marthe Truyen che, magari in molti non lo ricordano, ma qui a Roubaix un risultato importante l’ha colto. Era la pazza edizione del 2023, quella conquistata rocambolescamente da Alison Jackson. Truyen si piazzò terza. Millie Couzens non vincerà ma siamo convinti che, in un modo o nell’altro, se ne sentirà parlare. Ed a forza di essere nei paraggi del momento giusto, non si sa mai.

Zoe Bäckstedt 🇬🇧 (CANYON/SRAM zondacrypto)

L’ultima immagine di Backstedt risale a una settimana fa, al Fiandre, quando, nel terzo gruppo inseguitore, quello, per intenderci, di Kopecky, Swinkels, Persico e Longo Borghini, ha conquistato il quinto posto alla Ronde, dopo il quarto posto di qualche giorno prima alla Dwars. Indubbiamente in un buon periodo l’atleta di CANYON//SRAM Zondacrypto che alla Roubaix potrebbe cercare il colpaccio. Dopo l’esordio in questa corsa nel 2023, giovanissima, è andata costantemente migliorando, fino al quindicesimo posto dello scorso anno. Ha ventuno anni, è in una squadra molto forte. Lasciamo tre puntini di sospensione.


Dispacci dal World Tour #23

A qualcuno non pareva vero, altri hanno avuto strizza e stizza, c’è pure chi ha gioito, fatto sta che il Giro delle Fiandre 2026 ha diviso e non poco. A me è sembrato, molto banalmente, l’esaltazione di ciò che il ciclismo è diventato in questi anni, pure grazie a chi scrive, racconta e commenta: forza bruta, testa bassa e menare. Solo wattaggio. Un naturale prosieguo del cammino che questo sport ha intrapreso negli anni. Poco spazio nelle corse più importanti (in altri contesti le definirebbero di primo livello, qui forse bisognerebbe dire di primissimo livello) per sorprese di qualsiasi genere.

Quel ciclismo che piace alla maggior parte dei suiveur, soprattutto quelli che per strada aspettano per diventare testimoni dell’evento. Quel ciclismo che fa impazzire un po’ tutti, il ciclismo che domenica a Pasqua è stato dei Pogačar, dei van der Poel, degli Evenepoel. Un ciclismo in cui due come van Aert e Pedersen non vincono ciò che meriterebbero, cosa che sarebbe accaduta in un altro momento storico, e in cui anche Filippo Ganna avrebbe fatto la sua porca figura se non altro perché quello visto alla Dwars pochi giorni prima è oltre al degno di nota. Avrebbe chiuso sesto e avremmo visto i sei corridori più forti al mondo in questo tipo di sforzo messi in fila. E invece abbiamo visto i primi cinque, perfettamente nell’ordine, come una sorta di Power Ranking fiammingo. Eppure dicono che la corsa ha annoiato ed è stata banale, sarà. Così come dovrebbe essere altro il tipo di analisi da fare. Invece, di Ganna parleremo nelle prossime ore, su questi e altri lidi, ne sentirete parlare ovunque se ciò che abbiamo visto in queste settimane si addice alla Roubaix: la sua scelta è stata chiaramente quella di non eccedere in sforzi sovrumani per provare a dare la sua impronta nell’Inferno del Nord.

La cosa che mi ha davvero stranito di questo Fiandre è la divisione del pubblico. Non tanto i detrattori – o meglio, i tantissimi stufi di vedere Pogačar vincere e dominare. Su questo posso solo dire: non preoccupatevi, prima o poi finirà il suo regno. Speriamo prima che i cieli diventino neri e ci cadano in testa. Magari quest’anno vincerà tutte e cinque le Monumento e poi si dedicherà ad altro. Come scriveva qualcuno: quest’anno così, e poi l’anno prossimo i tre Grandi Giri. E poi, semplicemente, gli anni passeranno anche per lui, arriveranno nuovi corridori, le loro parabole si incroceranno, subentrerà logorio e appagamento. Questo ragazzo, che da adorato è passato a stare sulle scatole per il suo dominio e per il rendere monotona ogni corsa, prima o poi si farà da parte. Con buona pace di tantissimi. Con il rispetto di molti altri. E anche qui: sarebbe da capire cosa si intenda per la monotonia in uno sport che vive di lentezza, di binari, di ripetizione. Ma va beh.

Mi stupisce che il pubblico si divida proprio su quella che, secondo me, è una delle migliori operazioni di ciclismo di questo secolo: il Giro delle Fiandre con il doppio passaggio finale sull’Oude Kwaremont e sul Paterberg. Fiandre durissimo, con Koppenberg e Taaienberg tra il secondo e l’ultimo passaggio. Un percorso meraviglioso. Se ci fosse la possibilità, chiederei anch’io l’inserimento del Muur, ma lì entrano in gioco altre questioni, e comunque sarebbe lontano dal traguardo. Sento molti commenti nostalgici. Addirittura profili influenti parlano degli ultimi chilometri come “i più brutti del World Tour”. O qualcosa del genere: ma cosa non si fa per un po’ di interazione? Chiarisco il mio pensiero: sì, quelle strade larghe smorzano gli inseguimenti, lo abbiamo visto. Ma la vittoria la costruisci prima. Se stacchi tutti sul Kwaremont vuol dire che sei il più forte, e se sei il più forte lì vuol dire che ne hai anche in pianura. O volete mettere salita e discesa del Poggio anche nelle altre corse per avere il brividino finale? Dai, su. O altra salita ancora a ribadire ciò che si è visto prima? E poi: chi conosce le Fiandre sa che è un continuo alternarsi di stradine nei boschi e strade larghissime tra un muro e l’altro. Non è che ci siano grandi alternative. Oudenaarde, peraltro, è una bellissima città ed è un arrivo degno di una corsa così. Funzionale, scenografico, perfetto per gli spettatori. E poi questa operazione Fiandre con circuito premia proprio loro, sul percorso.

Sento dire che è stato un “bruttissimo Fiandre”. Io vado controcorrente: mi sono divertito un casino. Molto più che alla Sanremo di quest’anno, che secondo me è stata orripilante. Noiosa, scontata, nonostante la vittoria di musetto di Pogačar, ma se qualcuno l’ha messa in dubbio anche nello sprint tra lui e Pidcock, venga qui a dirmelo – si scherza ovviamente, state dove siete, vi credo.
Le ultime Sanremo mi avevano fatto ricredere sulla corsa, sul suo finale adrenalinico. Questa no. Scontatissima. Una corsa in cui Pogačar è diventato persino più forte in discesa di uno dei più forti discesisti degli ultimi anni.

Il Fiandre 2026, invece, l’ho trovato di una luce inesauribile, di un’intensità rara. Probabilmente per la presenza di Remco Evenepoel, che solo i più disattenti non mettevano sul podio alla vigilia. Pensare che un corridore così, con un motore del genere, che conosce a memoria queste strade, in una gara lineare – perché è stata linearissima – non possa finire sul podio è assurdo. Piuttosto dobbiamo tutti chiederci perché fino a oggi non si è mai fatto vedere, pur correndo nella squadra che ha fatto la storia di questa corsa, finendo per mandare in buca persino il più fiammingo dei valloni, quel Philippe Gilbert, idolo di Evenepoel, che per anni pareva avesse una sorta di idiosincrasia per Fiandre e Roubaix. Il tutto, (parliamo di Remco, non di Gilbert) in nome delle stramaledette classifiche nei GT, che, per quanto riguarda questa nuova fase della sua carriera, non sono praticabili a livello di vittoria e probabilmente nemmeno a livello di podio.

E su Remco è perfetto ciò che ha detto Pogačar e che in molti abbiamo pensato in diretta: nel momento in cui rischiava di rientrare, poteva anche vincere. Lui lo dice anche per imbonirsi gli avversari, certo, loro tre sono amici, quasi alleati fuori dalla corsa, ma, dimostrandosi intelligente nella lettura della gara.

Resta il fatto che non è ammissibile immaginare un Fiandre normale, senza cadute, in cui Evenepoel non sia la terza forza. Sul podio sono arrivati i tre corridori più dotati degli ultimi dieci anni, con profili diversissimi, che spiegano quanto sia grande questa corsa e quanto premi davvero il corridore completo. Davanti c’è il più forte del mondo – e non si capisce come faccia a essere l’unico a andare così forte ovunque, non è mai esistito uno così, questo è un altro discorso – poi il fiammingo per eccellenza, van der Poel, e poi il motore più grosso in circolazione per questo tipo di sforzi, Evenepoel. Ovviamente facendo sempre la tara su chi ha vinto, che è il motore più forte ed è il fiammingo per antonomasia, in questo momento.

E comunque vederlo arrivare a cinque secondi, con quei due davanti che menano per non farlo rientrare, ha dato lustro ed entusiasmo alla gara. Così come la vittoria del campione del mondo è apparsa scontata da subito, dal primo momento in cui lui e Florian Vermeersch hanno portato via il gruppetto dei 16. E se la vittoria è scontata quando c’è lui, non può essere “colpa” del Fiandre. Così come non è colpa della Sanremo, né lo sarà della Roubaix, né lo è stata della Liegi. Se hai il più forte corridore degli ultimi cinquant’anni, quello che probabilmente diventerà il più grande di sempre per qualità delle vittorie, quello che batterà quasi tutti i record di Merckx, c’è poco da fare.
L’ha detto anche van der Poel: “650 watt, e quello lì mi staccava”.
Una forza bruta della natura, altro che smettere di dargli cambi. Come si fa a chiedere di non collaborare davanti a un o così che probabilmente nemmeno concepisce questo tipo di furbizia? Il neerlandese lo rispetta e ci va a nozze, anche lui, protagonista di questo pezzetto di storia di ciclismo.


10 nomi da seguire al Giro delle Fiandre 2026

Il Fiandre non chiede, ma pretende.
Vuole gambe che non tremano sui muri, teste che non si spezzano quando il vento prova a tagliarti in due. Cerca cuori abbastanza sporchi da non farsi intimidire dal rumore dei sassi.
Al Fiandre – alla Ronde, chiamatela come volete – non c’è poesia, né prosa. C’è soltanto selezione naturale. Ogni curva è un tribunale, ogni tratto di pavé un interrogatorio. Chi mente, salta.

Ed ecco qui dieci nomi, dieci storie sul filo tra gloria e disfatta, prima che la corsa decida chi resta in piedi e chi viene sputato fuori dal Nord.

Alec Segaert 🇧🇪 (Bahrain Victorious)

Anno buono, a tratti buonissimo, finora, per il giovane belga della Bahrain che si è sempre distinto per la forza sul passo e per il tormentone sui mondiali a cronometro nelle categorie giovanili (dove ci è arrivato sempre da grande favorito, e alla fine ne è uscito con, “soltanto”, un bronzo tra gli U19, un argento e un quarto posto tra gli Under 23). Anno a tratti grandioso quello che sta vivendo Alec Segaert, vincitore del GP Denain e, per poco, giustiziere di van der Poel e van Aert alla Gand – poi c’ha pensato il gruppo ad annacquare il suo vino. Ha una forma eccezionale e sta salvando al Nord la spedizione sottotono della Bahrain – che ha, comunque altri giovani interessanti per queste corse e che potranno crescere, come Erzen o Borgo. Segaert ha una sola Ronde sulle spalle chiusa in trentaduesima posizione, ma così forte non lo abbiamo visto mai. Può andare bene sia nel caso di corsa resa durissima da Pogačar e i suoi, sia nel caso di corsa tattica e qualora dovesse esserci un rimescolamento alle spalle del grande favorito di oggi, lui saprebbe trovare lo spunto per provare persino ad avvicinare un piazzamento sul podio. O in caso di congiunzioni astrali giuste, anche salirci.

Per Strand Hagenes 🇳🇴 (Visma | LAB)

Il giovane norvegese che, per ciò che sta dimostrando in questa primavera da Per Strand è diventato Per “Strong”, è stato beffato, quasi umiliato verrebbe da dire, se non fosse un termine esageratamente forte e fuori fuoco, proprio da Segaert, nel finale del GP Denain;è stato ripreso a Le Samyn a poco dal traguardo dopo un bell’attacco dalla media distanza; è stato uno dei migliori in campo alla DDV, chiudendo su decine di attacchi per difendere la posizione di van Aert in fuga; si è fatto notare anche all’OHN e ha chiuso sul podio ad Harelbeke, dietro van der Poel, ma con la colpa, condivisa con gli altri presenti nel gruppetto, di non aver voluto dare lo scatto decisivo per riprendere l’ex campione del mondo, lì davanti a pochi metri. Il giovane norvegese, però, in tutto questo, ha dimostrato la sua crescita, attesa da anni, dimostrandosi capace di scalare le gerarchie e prendendo idealmente il posto lasciato vacante da Tiesj Benoot e Dylan van Baarle. Mica male. Lo immaginiamo, a questo Giro delle Fiandre, di nuovo all’attacco, magari per cercare di essere utile a scardinare la possibile difesa (prima dell’attacco) UAE del suo imbattibile capitano e fungere così da uomo tatticamente utile per van Aert. Poi, certo, se dovesse ritrovarsi lì davanti, lo abbiamo detto, forte è forte. Da giovane pure un bel vincente.

Axel Huens 🇫🇷 (Groupama FDJ United)

Ve ne siete accorti, vero, che in queste settimane, nelle gare del Nord, è presente ben salda una maglia della Groupama diversa rispetto a quella dei soliti noti Grégoire e Madouas? Ecco, quella è la maglia che indossa Axel Huens che sta vivendo la sua miglior Primavera della carriera, ad alti livelli, dopo essere stato rilanciato dalla squadra di Tietema nelle ultime due stagioni. Eravamo indecisi se metterlo in vista della Roubaix, lui che, nato a Compiègne, da dove parte l’Inferno del Nord, e ci punta forte, dopo essersi pure messo in luce con un ventisettesimo posto proprio lo scorso anno nel velodromo francese. Abbiamo voluto bruciare le tappe: ce lo aspettiamo in lotta già a questo Fiandre, dopo averlo visto davanti al GP Denain, settimo,  alla Nokere Koerse, quindiceismo, alla Kuurne, ventiduesimo, alla De Panne, ventiquattresimo,  alla Bredene Koksijde, ventieseiesimo, all’E3, trentunesimo e infine protagonista in due azioni che potevano arrivare al traguardo dopo aver scollinato davanti sui muri, sia alla Gand che alla Dwars. In entrambe le corse c’ha provato e poi ha sprintato per un piazzamento (dodicesimo e sedicesimo), perché oltre all’attitudine per questo tipo di corse, ha pure lo spunto veloce. Anche se in squadra il capitano sarà Grégoire,  e in seconda battuta Madouas, ci aspettiamo di vederlo nelle azioni buone e poi a sfruttare lo spunto per un piazzamento nei quindici, venti.

Aimé De Gendt 🇧🇪 (PInarello Q36.5 Pro Cycling Team)

A quasi 32 anni, il belga, da quest’anno in Pinarello, sta vivendo la sua miglior primavera in carriera, in una squadra che puntava tutto su Wright per il Nord, ma si è ritrovata con l’inglese ancora non pervenuto. De Gendt, invece, che ogni tanto la zampata per un piazzamento l’ha messa anche in passato nelle semi classiche di casa, quest’anno ha alzato il livello, mettendosi volentieri in mezzo ai big sui muri delle corse più importanti, oppure, ancora meglio, in quei tratti spesso decisivi tra una salita e l’altra e dove spesso va via l’attacco decisivo o più consistente. Magari non è il primo nome che vi verrà in mente per la Monumento fiamminga, ma occhio, perché ha esperienza, un buon tempismo negli attacchi ed è dotato di spunto veloce e, nel caso di un rimescolamento alle spalle del condannato a vincere Pogačar, lui potrebbe pure dire la sua per un risultato nei dieci. D’altra parte in stagione è stato quinto alla OHN e ottavo  alla Gand, risultati che parlano da soli sulle sue intenzioni.

Remco Evenepoel 🇧🇪 (Red Bull – BORA – Hansgrohe)

In questa lista, inizialmente, era prevista la presenza di Jenno Berckmoes di cui, in realtà, avevamo già prodotto uno specchietto che ne raccontava potenziale (enorme) e risultati. Poi la caduta rovinosa alla Dwars door Vlaanderen ha fatto saltare i nostri piani e probabilmente anche i suoi, ma proprio mentre lui cadeva – e si ritirava – veniva confermata la presenza di Remco Evenepoel alla Ronde, suo esordio assoluto nella corsa di casa. Ciò che il belga potrebbe fare lo immaginiamo tutti: in caso di corsa fantozziana come il suo amico e connazionale van Aert, non ci si potrebbe fare nulla, cadute, forature, incidenti di ogni genere sono incontrollabili e oltretutto vanno spesso a rovinare la corsa sempre agli stessi, ma se, al contrario, per lui dovesse arrivare una gara lineare – per quanto possa essere lineare una gara al Nord – lo diciamo subito e senza troppi problemi: la possibilità di ottenere un piazzamento nei primi dieci, se non addirittura di salire sul podio, è alta. Vero che anche la concorrenza lo è e lui su queste strade, che comunque conosce a memoria, non c’ha mai corso in questo periodo, in corse ufficiali, però è Remco, provate a mettergli un limite.

Lorena Wiebes 🇳🇱 (Team SD Worx-Protime)

In teoria, le difficoltà del percorso di una corsa come il Fiandre, tra muri e pavè, dovrebbero imporre una selezione tale da staccare atlete con le caratteristiche di una velocista e questo sarebbe tecnicamente Lorena Wiebes: la donna più veloce del gruppo, qualcuno dice del mondo. Sulla carta, sulla strada, invece, le cose cambiano, almeno in parte. Sarebbe facile annotare la recente vittoria di Wiebes alla Gent-Wevelgem, ora in Flanders Fields, dove la differenza è stata fatta proprio da lei e proprio su un terreno ostico quale il Kemmelberg, ma la constatazione non può fermarsi qui. Wiebes ha una gamba in stato di grazia e negli anni è migliorata su pendenze solitamente proibitive, evolvendo in un’atleta che vuole sfruttare ogni potenzialità. Spesso ha utilizzato queste capacità per lavorare per Lotte Kopecky e dovrebbe farlo anche questa volta. Alcuni la aspettano staccata sul Kwaremont… noi staremo a vedere.

Franziska Koch 🇩🇪 (FDJ United-SUEZ)

Koch corre in FDJ-Suez, la squadra di Demi Vollering che certamente parte fra le tre o quattro favorite di rango nelle Fiandre. La riflessione, importante, però, va fatta sulla condizione della tedesca classe 2000, campionessa nazionale, che, partendo con i medesimi gradi di gregaria, è andata a conquistare un quinto posto alla Omloop Het Nieuwsblad e il terzo preziosissimo gradino del podio alla Strade Bianche, lavorando prima per Vollering e poi per Elise Chabbey che Strade l’ha vinta, e pure alla In Flanders Fields l’abbiamo vista muoversi molto bene in gruppo. Sicuramente la sua giornata inizierà lavorando per la capitana, ma i tranelli della strada sono molti, sempre ed in particolare nell’Inferno del Nord. FDJ-Suez ha molte frecce nel proprio arco: Koch e Chabbey su tutte, senza scordare la giovanissima e talentuosa Gery e Amber Kraak che dove ci sono fughe o azioni pericolose, magari improbabili, spesso ci si intrufola.

Pfeiffer Georgi 🇬🇧 (Team Picnic PostNL)

Partirà con il dorsale 111, Georgi, e chissà che il triplice uno nel dorsale non sia un segno. A parte gli scherzi o le superstizioni, Pfeiffer Georgi è una delle atlete sempre presenti nelle startlist delle corse di livello e, soprattutto, negli ordini d’arrivo. Un’atleta che non fa rumore ma di cui si percepisce l’assenza. Se si fosse in una band, sarebbe il basso, invece è una ciclista ed è Pfeiffer Georgi. Inutile nascondersi: il risultato che l’ha portata all’attenzione di tutti e che la pone d’obbligo fra le atlete che possono sorprendere al Fiandre è il terzo posto alla Parigi-Roubaix del 2024, dietro a Lotte Kopecky ed Elisa Balsamo. Non solo questo però: un quinto posto al Trofeo Binda, un quarto posto all’Amstel Gold Race e un settimo alla Omloop Het Nieuwsblad oltre a varie top ten. Quest’anno ha sfiorato il piazzamento nelle dieci tanto al Binda, quanto alla Sanremo, quanto alla In Flanders Fields. Le manca quel guizzo che, se non la porta alla vittoria, la porta comunque lì vicino. Aspettiamocelo.

Imogen Wolff 🇬🇧 (Team Visma | LAB)

Classe 2006, vent’anni. Imogen Wolff è in una formazione, il Team Visma I Lease a Bike, che schiera alla partenza Marianne Vos e Pauline Ferrand-Prévot: come si direbbe, “non c’è trippa per gatti”, per il successo. Ma non è in quest’ottica che facciamo il suo nome. Wolff, quando era ancora junior, nel 2024, ha centrato il quarto posto alla Ronde van Vlaanderen ed il medesimo risultato alla Gent-Wevelgem, oltre alla vittoria al Piccolo Trofeo Binda e già questo basterebbe per citarla. L’anno scorso, però, al primo anno tra le élite, ha corso una campagna del Nord di rilievo, costantemente intorno alla ventesima posizione, per la precisione ventiduesima alla Ronde e ventiquattresima alla Roubaix. Ci sarà tempo per migliorare e siamo convinti che fra qualche anno la britannica se la giocherà questa gara. In questo giorno della Settimana Santa ciclistica, invece, la vedremo davanti a “fare il posizionamento” per le compagne. Potrebbe essere proprio una bella giornata per lei.

Shirin van Anrooij 🇳🇱 (Lidl-Trek)

Di Shirin alle classiche del Nord ci ha parlato forse per la prima volta Elisa Longo Borghini qualche anno fa, mostrandoci il lato grintoso di questa atleta che macina velocissimamente le gambe pur con un problema al cambio per fare la velocità richiesta. Da quel giorno sono cambiate molte cose e Van Anrooij, oltre ad essere un’ottima donna squadra, si è ritagliata il proprio posto in Lidl-Trek a suon di piazzamenti in corse che se non erano classiche ne avevano tutta l’aria, per percorso e storia: seconda alla Dwars door Vlaanderen, terza all’Amstel Gold Race, terza proprio alla Ronde van Vlaanderen nel 2024, quarta alla Omloop Het Nieuwsblad, quinta alla Strade Bianche e quinta alla Freccia del Brabante. Forse il suo successo più importante resta il Trofeo Binda, vinto con lucidità e con un attacco piazzato al momento giusto nel 2023, quando tutti attendevano Elisa Balsamo. Quest’anno ha già fatto nona alla Strade Bianche e decima al Trofeo Binda. Le Fiandre sono dietro l’angolo.


Dispacci dal WT #22

Storie di ciclismo, ispirate da ciò che arriva da Sanremo. Un corridore la storia di questo sport la sta scrivendo, non serve dire chi: basta guardare come. La vittoria di sabato è, forse, tra le sue, la più iconica, al pari della prima al Tour de France; forse la più interessante da raccontare, quasi da scriverci un libro. E mentre quello riscrive il ciclismo, altri stanno scrivendo la propria storia. Che, tuttavia, male non è.

Tom Pidcock, Wout van Aert e Mads Pedersen, per esempio. Le loro storie si riempiono di risultati – perlopiù piazzamenti nelle grandi corse – spesso più per meriti altrui che per propri demeriti.
Pidcock sale di nuovo sul podio di una grande classica, battuto sempre da nomi giganti: due volte alla Strade Bianche (una vittoria e un secondo posto dietro Pogačar, più un quarto e un quinto), una volta alla Liegi (dietro Evenepoel), due alla Amstel (una vittoria e un secondo posto dietro van Aert). A questi si aggiungono i due secondi posti all’Emilia (dietro Pogačar nel ’24 e Del Toro nel ’25) e il podio alla Vuelta (dietro l’unico che riesce a dare un minimo fastidio al campione del mondo nelle corse a tappe, cioè Vingegaard, e a uno dei più solidi regolaristi nei GT del post-Covid, cioè Almeida).

E poi i titoli extra-strada – mountain bike e ciclocross – o le vittorie al Tour sull’Alpe d’Huez, quella al Brabante, e la già citata Strade Bianche. Pochi successi, quasi tutti molto buoni.

Insomma: quando parliamo di Tom Pidcock, che sabato ha tenuto botta a Pogačar fino a farsi battere per mezza ruota, parliamo di un talento enorme, inversamente proporzionale alla sua statura – non è body shaming, sono un nanetto anch’io, se non di più, ma è per enfatizzare e romanzare. Uno capace di andare forte ovunque e per tutta la stagione come pochissimi altri. Semplicemente, il destino per lui ha scelto il peggior momento possibile per nascere e crescere: l’era dei giganti, di Tadej Pogačar e, se allarghiamo al ciclocross, anche quella di Mathieu van der Poel.

Un discorso simile riguarda Wout van Aert e Mads Pedersen, che però nelle gare su strada si sono scontrati più spesso con van der Poel che con Pogačar. Anche se poi, a un certo punto, nelle corse per puncheur, velocisti e classicomani del Nord è spuntato pure il cannibalino sloveno.

Entrambi sono arrivati a Pavia a fari spenti: il danese reduce da un infortunio e da un recupero lampo fatto di sessioni infinite sui rulli , il belga da una Tirreno-Adriatico quasi sottotraccia per ritrovare la condizione. E entrambi man mano che il traguardo si avvicinava si sentivano sempre meglio e infine hanno sorpreso: terzo e quarto posto finale.

Van Aert cade e rientra, non senza polemiche per via della scia data dalle auto in corsa, attacca nel finale: un Pogačar in piccolo, a metà, ma tanto basta – talmente è forte quello lì – per salire sul podio. E allora anche il suo palmarès aggiunge un tassello a una carriera molto più interessante di quanto si racconti. Perché di lui restano impresse le sfortune: Roubaix e Fiandre non vinti (e chissà se mai succederà) e i tanti “non trofei”.
Ma ci sono anche cinquantuno vittorie da professionista: dieci tappe al Tour, una Sanremo, una Amstel, una Strade Bianche, una Gand, una OHN, tre tappe alla Vuelta, una al Giro, una al Delfinato.
E poi i piazzamenti: un secondo (Fiandre perso al fotofinish) e due quarti al Fiandre, più un sesto e un nono; un secondo, un terzo e un quarto alla Roubaix, più un settimo; alla Sanremo, oltre alla vittoria del 2020, due terzi posti, un sesto e un ottavo; un terzo posto alla Liegi.
Pogačar ha alzato l’asticella e ha vinto ovunque, ma corridori in attività con podi a Roubaix, Sanremo e Liegi – tre mondi diversi – sono solo i due van (Aert e der Poel) e lo sloveno. E senza contare Mondiali (due argenti in linea e due a cronometro) e Olimpiadi Bronzo a cronometro, argento in linea), o le vittorie in proprio a Strade Bianche e Amstel o quelle a cui ha contribuito dando una mano ai suoi compagni di squadra. Insomma, per favore, non chiamatelo perdente.

Pedersen, invece, per una volta silenzioso, vince la volata del gruppo. E chissà il rammarico: se invece di Bagioli e Ciccone sull’Aurelia avesse avuto un paio di Vacek (pesante in questo senso il ritiro di Kragh Andersen, coinvolto nella caduta che ha lanciato Pogačar) o se le moto in cima al Poggio non avessero fatto quel servizietto tipo bus-navetta ai due davanti… magari il gruppo sarebbe rientrato. E magari Pedersen avrebbe vinto. Se, se, se.
Pedersen che in carriera ha un Mondiale, tre Gand, cinque tappe al Giro, quattro alla Vuelta, due al Tour. Ma insegue, come Pidcock, la Monumento della consacrazione, che potrebbe non arrivare mai, nonostante i tre podi al Fiandre (due secondi e un terzo), i due terzi e un quarto alla Roubaix, i due quarti, due sesti e un settimo alla Sanremo – corsa che inizialmente, parole sue, non gli piaceva né gli sembrava troppo cucita addosso.
Eppure parliamo di corridori che stanno scrivendo pagine importanti. Stanno scrivendo la loro storia. E che storia.

Così come Andrea Vendrame, che con il sesto posto in Via Roma – terzo nella volata del gruppo – ottiene il risultato più prestigioso della carriera, tolti un paio di successi preziosissimi (al Giro, al Tro Bro Léon, alla Tirreno). E a questo piazzamento vorrebbe far seguire qualcosa di importante fra qualche settimana anche alla Amstel. Corsa su misura, ma ahi lui anche per altri, tra cui alcuni citati qui dentro.

Foto: Poci’s Pix


10 nomi da seguire alla Milano-Sanremo 2026

La Milano–Sanremo non la corri: la attraversi, come un romanzo che sembra leggero finché non ti accorgi che ti sta pesando sulle gambe. Centinaia di chilometri di niente, poi all’improvviso tutto: il mare, i capi, la tensione che sale come una febbre buona.
Qui non si improvvisa, qui si rivela chi ha davvero il coraggio di aspettare.

Dieci nomi, dieci storie in bilico tra la quiete e la scintilla, prima che la Classicissima decida chi merita il finale

Isaac Del Toro 🇲🇽 (UAE Team Emirates-XRG)

Perché proviamo pure a immaginare uno scenario, anzi più di uno, differente, in cui il messicano sta spianando la Cipressa per il suo capitano, si gira e non vede più nessuno e se ne va; oppure, chissà, resta con i migliori sul Poggio e succede qualcosa di simile, va troppo forte per gli altri; o magari, ancora, terza possibilità: sulla Cipressa (o sul Poggio) va via un gruppetto, ci sono diversi UAE e lui, sfruttando un momento, anticipa e…

Ne seguì una postilla:

Alla veloce Del Toro appartengono tutti quei corridori che di recente hanno mostrato di avere tanta gamba in salita e che potrebbero restare con i migliori in caso di una sparata forte, ma non tale da devastare il gruppo:  Matteo Jorgenson, Giulio Pellizzari, Primož Roglič e Giulio Ciccone, sono i primi che ci vengono in mente.

Tobias Lund Andresen 🇩🇰 (Decathlon CMA CGM Team)

Tre vittorie in stagione battendo tipi di una certa rilevanza, Brennan due volte in Australia, De Lie e Philipsen alla Tirreno-Adriatico in una volata in cui tra gli sconfitti figurava anche Jonathan Milan. Se non è il più forte velocista in circolazione, al momento, poco ci manca, anzi osiamo di più: il danese della squadra francese ha tutto per ripetere l’impresa fatta da Philipsen un paio di anni fa  ed è anche il corridore che più gli assomiglia per caratteristiche tecniche plasmate su un percorso come quello della Sanremo, lui come Brennan (assente dell’ultimo minuto per un malanno) e Magnier, i quali però si portano un paio di dubbi sulla condizione, il primo non corre da qualche settimana, il secondo viene da una brutta caduta.  Il danese, come i sopracitati, appartiene a quella categoria di velocisti velocissimi, ma anche resistenti, cosa che a Sanremo spesso paga con la tattica più semplice: resistere ai migliori sul Poggio e poi beffarli in Via Roma.

Jonas Abrahamsen 🇳🇴 (Uno X-Mobility)

Abrahamsen appartiene, invece, a quella categoria di corridori che nel caso in cui dopo il Poggio ci si ritrovasse, assieme in più di uno, lui compreso, logicamente, altrimenti questo paragrafo non avrebbe senso di esistere, avrebbe la sparata per provarci. In questo inizio di stagione si è un po’ nascosto, ha fatto intravedere qualcosa, ma lo aspettiamo questa primavera verso importanti risultati e a un ulteriore salto di qualità, magari incominciando proprio da La Classicissima. Adatta a tantissimi corridori, anche a quei pesi massimi come lui che sanno sopportare bene determinati sforzi su pendenze brevi e non impossibili. I watt ci sono, la testa pure.

Andrea Vendrame 🇮🇹 (Team Jayco AlUla)

Si è giocato fino all’ultimo questo spazio con Matteo Trentin, alla fine abbiamo optato per lui, se non altro perchè non saranno molte altre le gare in primavera in cui avremo la possibilità di inserirlo. A 31 anni e mezzo e dopo aver cambiato squadra, pensavamo che il giro di boa della sua carriera fosse stato raggiunto e superato e invece questo inizio di stagione del corridore veneto è, per consistenza e continuità, il migliore in carriera, seppure gli manchi ancora la vittoria, che presto arriverà, non abbiamo dubbi. Occhio al Joker veneto, perché se c’è una grande classica su misura per lui è questa, seppure il miglior risultato è l’11° del 2020 e poi poco altro, ma una top ten è assolutamente alla sua portata, quest’anno, con questa gamba. E poi, fatto da non sottovalutare, la sua squadra qui ha un certo feeling – vittorie negli anni con Goss e Gerrans, podi e piazzamenti con Matthews. Insomma, dai, c’è tutto per poter pensare a qualcosa di buono, anzi, magari anche di buonissimo, da leccarsi i baffi.

Romain Grégoire 🇫🇷 (Groupama FDJ United)

Ricordate chi fu quel corridore che in un primo momento tenne la ruota di Pogačar, Ganna e van der Poel sul Poggio, poi mollò di schianto, ma pareva ce la potesse fare, sembrava poter persino rientrare in discesa, ma alla fine per lui fu un nulla di fatto? Si, esatto, proprio, lui, Romain Grégoire, il giovane francese che a soli 23 anni è già una realtà solidissima delle gare di un giorno dove aspetta solo quel salto di qualità definitivo nelle grandi corse che si chiama vittoria. Perché lui in quelle di medio alto e livello la firma la sta già mettendo. 13 successi tra i professionisti, alla sua età, non sono un fatto banale da riportare. La forma è quella giusta, forse la migliore finora vista tra i professionisti e lo diciamo dopo aver visto i successi sfiorati in una tappa della Ruta del Sol e al Laigueglia. Dopo avergli visto vincere la Faun Drome Classic e sfiorare il podio alla Strade Bianche, vera cartina tornasole della sua condizione. Occhio a lui, è veloce e va molto forte in discesa. Se in giornata di grazia – e prima o poi arriverà quella volta anche in una corsa di questa importanza – va battuto o meglio ancora, staccato prima del traguardo.

Noemi Rüegg 🇨🇭 (EF Education-Oatly)

Può sembrare assurdo o bizzarro inserire fra i cinque nomi imprevedibili, per questa edizione 2026 della Sanremo Women, colei che l’anno scorso è salita sul terzo gradino del podio dietro a Lorena Wiebes e Marianne Vos, eppure di certo è questa la cifra della svizzera, classe 2001 in casacca EF Education-Oatly. Rüegg, che quest’anno ha già vinto il Tour Down Under all’esordio di stagione, si è messa in mostra tanto alla Strade Bianche, con un undicesimo posto, quanto al trofeo Binda, dove ha concluso ottava. Insomma, è sempre lì, dove i giochi si fanno importanti. Non vince molto ma sembra in attesa “della prossima grande cosa” e la primavera le dice particolarmente bene: nel 2025 non finì mai fuori dalla top ten nella settimana che Siena porta al mare. Ha spunto veloce ed il fiuto per cogliere l’azione giusta e improvvisare. La sua squadra non è nuova a cose del genere, le pietre del Nord potrebbero raccontarlo.

Cat Ferguson 🇬🇧 (Movistar Team)

Sia chiaro, non è un nome imprevedibile per il talento e le potenzialità. Ferguson ha, in quantità abbondanti, tanto le une quanto le altre. Semmai lo è in quanto solo diciannovenne, ma prodigio ciclistico che l’anno scorso sfiorò il Trofeo Binda e alla Sanremo dimostrò di poter competere con le big. Per non parlare del doppio titolo mondiale conquistato nel 2024 in Svizzera, strada e cronometro. A differenza di altre, può giocarsi le proprie carte anche in uno sprint di gruppo, pur se in quest’ultimo caso il nome più titolato è sempre e solo uno: Lorena Wiebes. La sua apertura di stagione è stata buona con due successi nelle gare in Spagna e un quarto posto alla Omloop Het Nieuwsblaad. Nel gruppo inseguitore di Kasia Niewiadoma e Demi Vollering solo Wiebes riuscì a precederla in volata. Un vecchio professore del liceo avvertiva chi scrive che “nulla si ripete mai due volte allo stesso modo”. Chissà che non avesse ragione.

Kim Le Court Pienaar 🇲🇺 (AG Insurance – Soudal Team)

Sì, lo sappiamo. Giusto un paio di settimane fa l’avevamo già menzionata fra le atlete da Strade Bianche ed il nostro sembra un vizio. Vi assicuriamo che così non è. Le Court Pienaar, che ormai scherza e si soprannomina “Semaforo”, su suggerimento di Elisa Longo Borghini, per via dei colori della propria maglia, è davvero un bonus valido per quasi tutte le classiche o semi classiche. A Siena qualcuno ci ha detto: “Sempre meglio non fidarsi che le “fagianate” fanno male”. A Strade è stata vittima della sfortuna. Potrebbe essere un motivo per essere deluse o, forse, chissà, un motivo per reagire di rabbia e di istinto. Certo non potrà pensare di passare inosservata: per i colori della maglia e perché in gruppo, pur da lontano, pur senza troppo rumore, la notano tutti.

Letizia Borghesi 🇮🇹 (AG Insurance – Soudal Team)

Sostiene Borghesi che la stagione sia partita bene, che il cambio di team, da EF Education-Oatly ad AG Insurance Soudal Team, le abbia fatto bene anche a livello motivazionale. Se si osserva la carriera di Borghesi si nota come sia tutto proceduto per step e con gradualità: dalla vittoria totalmente inaspettata al Giro d’Italia Women, a Carate Brianza, al passaggio in realtà sempre più strutturate, alla multidisciplinarietà con il cross e le trasferte in camper. Anche lei vittima della sfortuna sugli sterri senesi, proprio mentre era con le migliori, si è rifatta al Trofeo Binda dove ha conquistato un quinto posto che può annoverare fra i suoi migliori risultati. Poco meno di un anno fa, alla Parigi Roubaix Femmes colse un secondo posto a cui stentava a credere. La sua canzone più bella, e le biciclette di sintonie se ne intendono, potrebbe metterla assieme a Sanremo.

Margot Vanpachtenbeke 🇧🇪 (Lidl – Trek)

Non siamo disattenti e nemmeno ingenui. Per come stanno oggi le cose e in generale in qualunque punto dell’universo la si osservi, la donna di casa Trek per la Sanremo è Elisa Balsamo. Per lei sarebbe l’apoteosi. Altrettanto vero è che Balsamo si scontra con due fattori: da un lato Lorena Wiebes che, al momento, è innegabilmente più veloce di lei in volata. Anzi, è più veloce di chiunque, senza girarci attorno. Dall’altro, Elisa Balsamo non vince in volata da qualche tempo, troppo per una campionessa con le sue caratteristiche, il 14 giugno dello scorso anno. La fame farà tanto, ma pure l’astinenza crea dubbi e timori e se la volata non dovesse essere il logico epilogo della corsa che inaugura la primavera, Margot Vanpachtenbeke potrebbe essere la sorpresa che nessuno (o forse solo qualcuna fra le più attente) si attende. Margot lavorerà molto e poi…


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