Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 7
MERLIER 10 Bello da vedere, quasi da impazzire per come si muove, per quella tranquillità che si manifesta tutta nella leggerezza con cui scarta gli avversari e poi in quell’esultanza in cui c’è tutta la sua essenza. Fa strano vedere che ha vinto, con ieri, solo quattro volte al Tour, la prima volta nel lontano 2021,ma lo sappiamo, lui è uscito fuori tardi, e per qualche edizione la squadra ha avuto altri obiettivi (con Evenepoel). Tuttavia, da quando è in gruppo si contende, con massimo tre corridori, la palma del miglior velocista dell’ultimo lustro.
UNO-X 9 MOBILITY Squadra spettacolare. Anche ieri ha provato in ogni modo a scardinare le difese delle squadre dei velocisti, ma gli attacchi di Skaarseth e Abrahamsen si sono rivelati un po’ a salve. Il podio di tappa di Warenskjold, battuto solo da Merlier, di cui è agli antipodi per stile – uno fa dell’eleganza il suo timbro, l’altro la potenza – è un grande risultato, per un Tour di alto livello finora di tutta la squadra norvegese.
VEISTROFFER 8 In ogni tappa in cui andrà in fuga lo leggerete qui, in questa rubrica, con un voto alto. A ogni tappa in cui va in fuga fa segnare nuovi record di km in avanscoperta. In partenza ha detto: “Ho come l’impressione che ad alcune squadre dia fastidio il fatto che io vada sempre all’attacco”. Amiamo quei corridori che rompono le scatole e che provano a infastidire, a ribaltare l’ordine. Non fermarti mai.
KANTER 7 Si suol dire: nella forma della vita. Ieri parte da lontanissimo, intruppato nel caos della volata e raccoglie un quarto posto che fa il paio con il secondo dell’altro giorno e grazie anche ai punti raccolti negli sprint intermedi è più di una semplice alternativa alla maglia verde di Pedersen. Senza dubbio la sorpresa (in positivo) di queste prima due volate.
GIRMAY 6 Lui c’è sempre, il suo è un terzo posto solido, ma forse, per far valere il suo sprint ha bisogno di una giornata un po’ più selettiva. Certo, alla fine gli vanno davanti solo due grandi velocisti.
PEDERSEN 6 Zitto zitto raccoglie punti di qua e di là e conslida la maglia verde. La tappa l’ha già vinta e altre, con la sua capacità di andare in fuga anche in giornate non del tutto adatte, potrebbero arrivare. Non ha (più?) lo spunto dei giorni migliori nelle volate di gruppo, ma non importa.
PHILIPSEN 4 Lui, invece, è la sorpresa negativa di queste prime volate, così come in generale la sua squadra è la più delusa finora. Ieri, viene pilotato bene, ma ha le polveri bagnate e come se non bastasse per poco non chiude Gaviria sulle transenne, rischiando grosso a quella velocità. Ci sono, ora, due giornate adatte alla sua squadra (oggi un’altra volata, domenica per le fughe con van der Poel, Vestrynge o Debruyne) per salvare una dieci giorni estramente negativa per le aspettative che si hanno su di loro.
NETCOMPANY INEOS 3 Comandano nel finale per la volata di un corridore forte, ma che velocista proprio non è e alla fine l’ottavo posto finale non è nemmeno un piazzamento da buttare, considerando che queste non sono assolutamente le sue tappe. La domanda che mi faccio è: hai in squadra due come Tarling e Ganna, ha proprio senso spenderli per tenere Godon davanti negli sprint di gruppo? Non si potrebbe provare a raccogliere qualcosa di meglio inventandosi magari una sparata nel finale, magari in tandem o sfruttando il coraggio che altri corridori hanno dimostrato pure ieri (Abrahamsen, Asgreen, per esempio)?
KOOIJ 2 Dalle stelle alle stalle, il Ghepardo, dopo il successo dell’altro giorno non si vede quasi mai davanti, si rialza e chiude lontano, fuori dai 20.
FRETIN 1 La personale delusione di chi scrive è rappresentata da Milan Fretin. Il velocista della Cofidis chiude ottavo e tredicesimo le prime due volate. Ieri la sua squadra lavora benissimo, ma, nel momento del dunque, il belga scompare e poi si rialza in vista dell’arrivo.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 6
POGACAR 10 Che gli vuoi dire? Vero è che l’egemonia si fa affascinando e non annoiando, ma se lui va così troppo più forte degli altri che dovrebbe fare? Frenare? Chiude a doppia mandata il Tour dopo 6 giorni, (cito il saggio: Il tour più breve della storia), alla prima vera salita stacca tutti, conservando il vantaggio in discesa e ampliandolo sul lungo falsopiano finale. Poco più di due settimane al quinto Tour, come i mostri sacri dell’albo d’oro. Tra 12 successi di tappa raggiungerebbe Cavendish, il recordman assoluto di successi di giornata. Forse (!) non ci riuscirà quest’anno, mancano 14 tappe, la matematica non lo condanna, ma ha ancora tre o quattro edizioni per provarci.
SEIXAS 9 Che gli vuoi dire? Parte seconda. Ha 19 anni e in sostanza ieri vanno più forte di lui soltanto Pogačar e Vingegaard. Non i primi due che passano, anzi, quelli che stanno facendo la storia del Tour di questi anni e che prima o poi batterà, ne siamo certi. Sembra soffrire parecchio, soprattutto inizialmente, la sua prima grande salita al Tour, ma in realtà si gestisce e si salva alla stragrande. Un giorno tutto questo sarà suo.
LOTTA PER IL PODIO 8 Da Del Toro terzo (voto 9, tappa di altissimo livello la sua), a Skjelmose nono, c’è un minuto e mezzo e dentro tutta una serie di bei corridori tra loro differenti, a tratti all’opposto, per talento, facce, background, caratteristiche. Oltre ai già citati Del Toro, Seixas e Ayuso, ecco presenti Evenepoel, Lipowitz (lo vorrei vedere alle prese con i tapponi anni ‘90, con sette otto, ore in bici, un dislivello assurdo, 5 o 6 colli da scalare, per me andrebbe ancora più forte), Martinez e Skjelmose. Ci sarà qualcosa da guardare nelle prossime salite.
EVENEPOEL 7 Molti lo davano per spacciato, forse non sarà quello che pensavamo potesse diventare, ma il Pogagaard è di un altro livello per tutti. La sua lotta al podio è sicuramente uno dei motivi di maggiore interesse da qui a Parigi, sempre che non salti sulla prossima salita, insieme alle sue dichiarazioni post tappa così lontane dall’appiattimento generale e dalla retorica del volemose bene e che continuano a regalare storie, titoli, gioie per gli amanti del caos e dell’imprevisto.
LENNY MARTINEZ VS VALENTIN PARET PEINTRE 7 Al termine della giornata di ieri Tadej Pogačar veste la maglia a pois, che indosserà oggi in corsa Vingegaard, ma la sfida tra i due pesi piuma di Francia potrebbe scaldare le prossime tappe di montagna per andare a caccia del simbolo dle primato dei GPM. Lenny, però, sarà controllato, perché ieri è andato forte forte in salita e al momento si gioca il podio. Valentin, invece, è fuori classifica e avrà molta più libertà. Vedremo, ma intanto ci appassioniamo, come ai tempi di Barguil, Bardet e Pinot.
BERNAL 6 Encomiabile quasi commovente, Eganito è in piena lotta per il decimo posto, con quella che ormai è diventata la sua dote migliore: la regolarità. Nettamente il migliore dei suoi in una giornata che vede saltare completamente per aria Arensman (che come nel 2025 proverà a vincere in fuga), il campione nazionale colombiano resta affidabile come ai vecchi tempi in cui si giocava le corse a tappe, ma con tanta gente (almeno 9 per il momento) che va più forte di lui in salita.
SKJELMOSE 6 Sottovalutatissimo, quasi nell’ombra, eppure il magrissimo danese anche quest’anno è lì a tenere botta e giocarsi un piazzamento nei dieci in una grande corsa a tappe. Sa vincere, sa attaccare, sa tenere duro: cosa deve fare di più per farsi apprezzare?
O’CONNOR 6 Voto al coraggio per quell’attacco del tutto inutile prima dell’Aspin. Prove generali per una fuga più importante da settimana prossima in avanti.
AYUSO 5 Ok, è arrivato assieme a Evenepoel, Seixas, Del Toro eccetera, gente premiata quasi col massimo dei voti e allora perché questa disaprità? Perché per quello mostrato in passato, per quello che dice e vorrebbe, ce lo immaginavamo a un livello più alto. Rimandato alla prossima salita dove lo aspettiamo staccare qualcuno di quelli con cui è arrivato.
JOHANNESSEN 4 Tobias Halland è la delusione di giornata (insieme a Carapaz, voto 3, finito poco più indietro), il norvegese prende una bella batosta e probabilmente dice addio ai sogni di top 5. Il Tour è lungo e lui, per caratteristiche, ci proverà anche da lontano. Sempre che lo lascino andare. Tutto questo mentre il fratello Anders contribuiva alla caduta della maglia gialla Traeen arrivato al traguardo stordito e malconcio e oggi non ripartirà.
VINGEGAARD 3 i numeri diranno che non è mai andato così forte, ma in rapporto agli avversari la tappa di ieri è una delle peggiori prestazioni del danese al Tour. Corsa alla maglia gialla già finita e ora gli tocca pure guardare con apprensione dietro. Troppo brutto per essere reale sia lui, che in generale la sua squadra, che manda all’attacco Campenaerts non si è ben capito con quale intento, ma che si salva comunque con Kuss (7) che chiude poco dietro al suo capitano e Piganzoli (6) che si stacca presto ma non naufraga. Jorgenson (1), invece, disarmante in caduta libera.
CHI HA MANDATO AL TOUR TIBERI 2 Resta per me una questione, di cui si discuteva già quest’inverno: se un corridore deve cercare di rilanciarsi, per quale motivo lo mandi al macello nella corsa più dura al mondo?
REGOLA SULLA POSIZIONE IN BICI 1 Davvero Huub Artz ha ricevuto un avvertimento mentre era in fuga per una posizione ritenuta irregolare da parte della giuria? Per favore…
TEAM RADIO 0 Oppure 10. Meravigliose quanto inutili, però almeno riempiono il momento. Illuminante quello della Decathlon: non dovete mai perdere di vista Pogi e Vingo, se state con loro due, non sbagliate e tutto andrà bene. Divertente quello della Bahrain che per provare la radio e i riflessi di Lenny Martinez si inventa un attacco al km 0 di Pogačar. Attaccherà poco dopo.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 5
VEISTROFFER 10 Aspettavamo tutti questo giorno e no, non parlo di volata, ma di Veistroffer in fuga, all’attacco dal km 0. Cosa dice la testa a un uomo per andarsene da solo in avanscoperta con il caldo e il gruppo dietro, sapendo che la sorte è segnata? Cosa gli sarà passato per il cervello a lui che fa il corridore solo da 4 anni, laureato in ingegneria del clima, che ha lavorato come ingegnere navale per la marina francese e si è ritrovato in testa in una tappa del Tour? (La risposta completa la trovate in questa bellissima intervista di oggi su L’Equipe). Lui che quest’anno ha messo vicino, con la fuga di ieri, 2.096 chilometri in avanscoperta e che a fine giornata si ritrova anche l’annuncio del rinnovo fino al 2028 con la sua squadra. «In realtà non c’ho mai sperato davvero, ma c’è sempre quella vocina nella testa che dice: e se tutte le stelle si allineassero? Ma bisogna essere pazzi per crederci ». Forza Baptiste, noi siamo pazzi e ci crediamo e tifiamo perché tu possa vincere una tappa al Tour.
KOOIJ 9 Alla sua prima volata al Tour vince. Tappe conquistate al Giro e al Tour, 53 successi in totale in carriera a soli 25 anni. A un certo punto, prima per problemi fisici, a causa dei quali ha saltato tutta la primavera, e poi per incertezze di squadra su chi portare o no al Tour, ha rischiato di vedere la corsa francese da casa come gli è accaduto nelle ultime due stagioni con la sua ex squadra – motivo per il quale se n’è andato. Invece eccolo, bello da impazzire, il Ghepardo, che in un colpo solo assume le sembianze di Merlier per colpo di pedale, senso tattico, eleganza stilistica e forza.
XDS ASTANA 8 Tutto perfetto tranne che la punta, Kanter, che non vale certo Kooij, ma ottengono, correndo uniti nel finale, il miglior risultato possibile. Si erano visti pochissimo nei giorni scorsi, martoriati dalle cadute, alla prima volata un podio di tappa che per il velocista tedesco è uno dei migliori risultati in carriera, persino al di là di ogni più rosea previsione.
UNO-X 7 Prima giornata della loro storia a difendere la maglia gialla e se ne stanno a controllare la corsa tutto il giorno. Hanno anche la forza nel finale per provare a comandare ancora lanciando il loro velocista, Wærenskjold, ma lasciandolo un po’ troppo presto scoperto. Resta, tuttavia, una giornata storica per loro che nove anni fa lottavano nel fango del circuito continental e mai avrebbero nemmeno immaginato una giornata di questo genere.
ARTZ 7 Il corridore nederlandese entra in una nuova dimensione cogliendo un po’ a sorpresa un quarto posto che vale molto per lui, all-rounder di qualità, ma di certo non una ruota velocissima da volate al Tour e per la squadra che, oltre alla fuga di Veistroffer, registra il buco di De Lie ritiratosi due giorni fa. Occasione colta al volo e altre ce ne saranno.
MERLIER 5 Uno dei grandi sconfitti di giornata. Rimane isolato troppo presto nel caos della volata finale a causa di una caduta che contribuisce a far deragliare il suo treno e lui, in più, non riesce a uscire in tempo in volata, troppo indietro e sorpreso anche lui dal guizzo di Kooij che in tutto e per tutto sembra avergli rubato mestiere e sembianze. Forse cotto da quattro giorni intensi, avrà un paio di tappe, dopo le montagne di oggi, per rifarsi, prima del meritato riposo.
FRETIN 4 Come hanno dimostrato Kanter e Artz oggi lo spazio per fare la sorpresa c’era, ma il velocista della Cofidis non riesce a fare meglio di un deludente ottavo posto pur arrivando praticamente in linea con i corridori che si sono giocati le posizioni dala terza in poi.
PHILIPSEN 3 Con Merlier (e GIRMAY, 4) è l’altro grande deluso di oggi. La squadra lavora sodo, ma lui, uno dei velocisti più forti di questi anni (e anche tra i corridori più vincenti al Tour dell’ultimo lustro con 10 successi) non riesce a fare meglio di un quinto posto. Partito troppo lontano e un po’ chiuso, dopo aver battezzato la ruota di Merlier si rende conto quando sia troppo tardi e che la scelta giusta stava dall’altra parte della carreggiata: era quella di Kooij. Inizio molto difficile e sotto tono per entrambi i capitani Alpecin.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 4
UNO-X MOBILITY 10 Quello del sodalizio di matrice norvegese è uno dei percorsi più virtuosi dell’ultima decade di ciclismo professionistico. Squadra nata come continental, salita di categoria, agguanta il World Tour dopo essere cresciuta esponenzialmente anno dopo anno, dopo aver vinto tappe al Tour, classiche in Belgio e tanto altro. Ieri ha raggiunto uno dei punti più alti con la maglia gialla di Træen e non è finita, perché a questo Tour ci sono obiettivi importanti come la classifica di Johannessen (sesto lo scorso anno) e almeno una vittoria di tappa.
TRÆEN 9 In pochi mesi diventa un autentico specialista della fuga bidoncino. Lo scorso anno alla Vuelta, con una giornata all’attacco, conquistò la maglia di leader che vestì per diversi giorni finendo nono in classifica generale. Il vantaggio al Tour sui big, al momento, è enorme e chissà se potrà ripetere un piazzamento nei dieci. Difficile, perché il livello qui è altissimo, ma lui in salita va forte e ci metterà un bel po’ prima di scomparire dai radar.
PEDERSEN 8 A lui e alla Lidl-Trek; a Vacek (10, lavoro eccezionale il suo e maglia bianca che potrà tenere fino a giovedì) e a Simmons fondamentale nel lavoro di cucitura e poi secondo di tappa. In un rovente pomeriggio di luglio al Tour salvano, almeno in parte, un 2026 con più bassi che alti, conquistando tappa (terza in carriera al Tour per Pedersen) raccogliendo punti pesanti per la maglia verde (che domani vestirà proprio il danese) e volando in testa alla classifica a squadre con un vantaggio cospicuo sulla seconda.
FRIGO 7 Il veneto della NSN Cycling Team è ormai una garanzia. Se è iscritto alla gara e la corsa è impegnativa, sai già che te lo ritroverai davanti. Ieri era obiettivamente difficile fare meglio di un quarto posto, che va ad affiancarsi ai due secondi e un terzo di tappa alla Vuelta e a un terzo di tappa al Giro. Ora gli mancano la vittoria e un quinto posto. Scegliamo la busta A.
QUINN 7 Accarezza il sogno di una carriera, quello di poter vestire la maglia gialla del Tour. Lui che non ha mai vinto da professionista e che è una vita che si spende per gli altri. La forma è buona come quella di tutta la EF Easy Post che al solito dà lezioni di come si va in fuga e da qui a fine Tour potrà togliersi diverse soddisfazioni. Al termine della tappa è così deluso e abbattuto che se fossi stato lì lo avrei abbracciato forte.
VAUQUELIN 6 Il corridore della Netcompany INEOS è fuori classifica e va avanti più di voglia e orgoglio che di reale condizione. Dall’ammiraglia gli mettono una pressione mica male: tutta la Francia ti guarda e fa il tifo per te, gli dicono, ma ieri, come per tutti gli altri compagni di fuga c’era poco da fare. Si è staccato in salita, ma è rientrato, c’ha persino provato con un azione alla Del Toro nell’ultima curva. Ci riproverà ancora, magari in giornate altimetricamente più dure, con una forma migliore e possibilmente con qualche compagno di squadra vicino che non guasta mai.
MOVISTAR 6 Come al Giro ci provano sempre, come al Giro non raccolgono molto, ma Garcia Pierna e Castrillo confermano ciò che si è visto in queste ultime settimane: stanno benissimo e soprattutto il secondo in alta montagna potrà dire la sua, magari spostando il focus pure sulla maglia a Pois.
DEBRUYNE 6 Io sponsorizzo sempre Vertsynge ma al momento quello che va forte è lui, il faraone, tra i più attivi in fuga, dopo essere andato vicinissimo al successo di tappa al Delfinato la sfiora anche qui.
ZIMMERMANN E HERMANS 5 Tra quelli che si sono sganciati sull’ultima salita mancavano praticamente solo loro che per qualità, forma e caratteristiche era lecito aspettarseli davanti.
GREGOIRE 4 Delusione di giornata. A proposito di Francia che ti guarda, Grégoire punta a una tappa con la maglia di campione francese; a proposito di corridori che ci saremmo aspettati davanti negli ultimi chilometri- o magari capaci di rientrare in discesa dopo l’ultima salita – Grégoire era uno a cui pensavano tutti come rivale numero uno del danese, figuriamoci dopo averlo visto in fuga dare pochissimi cambi, giocando al risparmio. Certo, battere Pedersen sarebbe stato complicato per chiunque, ma almeno tenere un po’ di più…
VAN DER POEL 2 E infine lui, uno dei più attesi ieri. Dopo la crono iniziale si è visto poco e niente. Resta a guardare gli altri in attesa di giornate migliori. Come già ci ha abituati probabilmente troverà la condizione man mano che il Tour andrà avanti, ma quella verso Foix è una occasione persa.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 3
POGACAR 10 Ogni gara, ogni vittoria, ogni anno che passa, i suoi avversari sperano di vederlo calare e questo non solo non molla di un centimetro, anzi, sembra andare sempre più forte. In primavera è fiammingo, d’estate è un camoscio che pare uscito da una storia di Tank Girl. Con i razzi nella gambe. Certo, un arrivo come quello di ieri è disegnato su di lui, strappo per gente esplosiva dopo una giornata tirata e dopo una trenata del fido Del Toro: cosa poteva chiedere di più? La ventiduesima in carriera al Tour arriva in una giornata caldissima (che lui un tempo soffriva) e per distacco in volata, contro il meglio in circolazione. Gli altri (avversari, tifosi, commentatori) lo sanno, lo conoscono, ma sono comunque spaventati perché il Tour rischia di essere già finito con lui in giallo al terzo giorno.
DEL TORO 9 Un voto in meno rispetto al giorno prima perché non vince, ma si sacrifica lanciando lo sprint del suo capitano, facendo saltare per aria ciò che restava del gruppo sullo strappo finale, mietendo vittime sulla sua strada, chiudendo in scia a tutti i pretendenti al podio. A cui si candida senza indugi.
TIFOSI 9 Sull’ultimo GPM non dovevano essere presenti su invito (non ordine) di organizzazione e prefetto eppure non solo c’erano, ma un gruppo di loro, numeroso, misto di francesi, baschi, catalani, norvegesi, danesi hanno riportato sulle strade del Tour la Viking Row, ovvero la celebrazione dei tifosi della Norvegia che poche ore prima mandavano a casa il Brasile nel Mondiale di calcio (sì quello della farsa Trump-Infantino e della squalifica cancellata all’attaccante degli States. Poi stanotte è andata come doveva andare).
SEIXAS 8 Eccolo il giovane Paolino francese che mette il muso fuori e pure davanti. Chiude quarto, dietro Pogi, Vingo e Carapaz dopo due giornate difficili, su un arrivo per lui, ma anche per tanti altri che gli finiscono dietro. Le rose come lui fioriscono anche in una giornata in cui il caldo brucia come non mai.
FUGGITIVI 7 Senza nominarli tutti, scegliamo di citare Van Mechelen, Prodhomme, Vercher, Garcia Pierna e Baudin, quelli della fuga nella fuga che resistono più di tutti. In particolare Baudin, ultimo a mollare, che va a vestire la maglia a pois (tra gli obiettivi minimi della sua squadra la Ef EasyPost). Baudin, affetto dalla sindrome ciclistica della botte piena e della moglie ubriaca. Ovvero quei corridori che vanno in fuga nonostante siano molto vicini in classifica e vorrebbero magari conquistare la maglia gialla, lottare per la vittoria di tappa, ma alla fine come risultato ottengono che la fuga non va da nessuna parte perché, comunque, sono vicini in classifica e non si sa mai.
CARAPAZ 7 Resta il rammarico per i tanti secondi persi nella cronosquadre, dove per altro la sua squadra arrivava con buone credenziali, ma in due giorni si butta in volata e si piazza, ieri addirittura terzo. Risale sette posizioni in classifica, e ora lo attendiamo alle vere salite che ci diranno fino a dove si potrà spingere questo corridore che rinasce tutte le volte che sembra sul punto di mollare.
AYUSO E LIPOWITZ 6 Lo spagnolo della Lidl-Trek continua a flirtare con le posizioni di avanguardia (12° e 10°), dice che senza il problema meccanico di Skjelmose nella cronosquadre avrebbe lottato per la vittoria, ma a me sembra che abbia smarrito l’esplosività di un tempo o forse, mi correggo, sono gli altri che vanno fortissimo. Lipowitz cresce come da copione rispetto ai due giorni precedenti e per la prima volta chiude davanti a Evenepoel in una sfida che terrà banco da qui a Parigi e che potrebbe pure valere un posto sul podio.
VISMA 5 Ancora brutte notizie per la squadra che nella crono d’apertura ci aveva lasciati a bocca aperta e che invece dal giorno seguente perde pezzi. Ieri pure una caduta che ha coinvolto Armirail e Affini, mentre Jorgenson è una pallida copia di ciò che ammiriamo durante la stagione, Kuss e Piganzoli soffrono e Vingegaard nulla può contro le volate di Pogačar. Mezzo voto in più per aver perso la maglia gialla lasciando agli altri le incombenze di rito.
EVENEPOEL 4 Sarà il caldo? Non lo so, cerco sempre una giustificazione quando parlo di lui. L’altro ieri pareva pronto per vincere, ieri, invece, si è staccato sul forcing di Del Toro ancora prima della volata finale di Pogačar. Con lui non sai mai da che parte guardare e se fa fatica qui, oggi, non oso immaginare quando inizieranno le vere salite, domani.
UIJTDEBROEKS 3 Vale un po’ il discorso fatto per Tiberi, anzi sono sempre di più i parallelismi. Entrambi considerati dei predestinati dopo aver fatto grandi cose nelle categorie giovanili. Entrambi accostati a illustri corridori come Evenepoel, il belga, a Nibali, l’italiano. Entrambi cresciuti con calma e con il Giro del 2024 come spartiacque. Uijtdbroeks ci arrivava dall’ottavo posto della Vuelta l’anno prima, al Giro e si deve ritirare quando era in piena lotta per un posto nei primi 5 e per la maglia bianca. Tiberi, invece lo chiudeva 5°. Per entrambi la Vuelta 2023 (il belga), e il Giro 2024 (l’italiano) restano i migliori risultati in una carriera che ora va avanti tra alti (pochi) e diversi sfondoni a cominciare da questo Tour che avrebbe dovuto rilanciarli e invece li vede ammalati, fiacchi, in difficoltà.
PIDCOCK 2 Vale in parte il discorso fatto per Evenepoel con l’aggravante che ancora più del belga è adatto a finali del genere. Se non riesce a giocarsela in un arrivo così (non dico battere Pogačar, ma un podio di tappa), mi chiedo: fino a dove potrà arrivare quando inizieranno le salite più lunghe? Magari in un mondo che va alla rovescia lo treoveremo più forti lì.
IL CALVARIO 0 Il calvario non è solo una delle salite affrontate nella tappa di ieri ma è quello che sta vivendo il povero De Lie, ammalato dalla vigilia, si stacca subito anche ieri, resiste quanto può ancora con l’aiuto di Veistroffer (voto 10), ma sta troppo male, fa fatica a respirare. Meglio che si sia fermato. Ma ora basta, va aiutato, c’è da capire cos’ha, non buttatelo di nuovo nella mischia in qualche gara fra pochi giorni.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 2
DEL TORO 10 Chi guarda il dito penserà alla concessione del suo capitano – che, invece di superarlo, lo spinge fin sul traguardo urlandogli “vai! vai! – ma sulla luna viene proiettata l’immagine di quell’ultima curva con la quale Del Toro supera Skjelmose, scava un piccolo solco sugli altri e va a vincere. Se molti chilometri più a nord arriva una vittoria di un predestinato che ci manda in brodo di giuggiole, più a sud in Spagna, godiamo per il successo di un corridore che è soltanto all’inizio del suo viaggio. E fanno due successi di tappa tra Giro e Tour distanziando gli avversari in una curva in discesa.
TARRAGONA 9 Ho visto, soprattutto al Tour, posti decisamente brutti da cui hanno preso il via alcune tappe. Tarragona non fa parte di quella categoria, anzi, si sposta nell’insieme delle partenze più belle mai viste.
UAE TEAM EMIRATES 8 Sono un problema, grosso, per tutte le altre. Non che ci fossero molti dubbi, ma il modo con cui controllano e selezionano il gruppo con McNulty e Yates, la doppietta sul traguardo, la confidenza tra Pogačar e Del Toro sanciscono la loro superiorità.
FUGGITIVI 7 Li citiamo, sono i primi del Tour 2026: Frank van den Broek, il primo a mollare in preda ai crampi dopo aver concluso il Giro in terzultima posizione con una spalla malridotta; Felix Engelhardt, che di recente ha vinto il campionato nazionale tedesco, che da quando si è fatto i baffi ha iniziato ad andare forte come da under 23; Alex Molenaar, nederlandese di Barcelona, gioca in casa e porta la Caja Rural, al primo Tour della sua storia, sul podio, vestendo la maglia a pois. Menzione anche per Baptiste Vistroffer, il più atteso tra i fugaioli. Primo a scattare, viene ripreso. Poi quando vanno via i tre ci riprova, ma non rientra e si rialza. Lo rivedremo, magari già oggi.
JOHANNESSEN 7 In una tappa in cui i big si marcano, rendendo la giornata più soporifera del previsto, vittime del caldo asfissiante e del ritmo dell’UAE, il più forte dei due gemelli della Uno-X Mobility è l’unico a provare qualcosa, conquista qualche punto al GPM e chiude sesto all’arrivo.
VINGEGAARD 6 Non ha la scaltrezza del duo UAE, né l’esplosività che da un po’ di stagioni pervade i muscoli di Evenepoel, nemmeno, a tratti, una bellissima faccia, ma nonostante tutto, in una giornata non troppo felice per i suoi (eufemismo: voto 3 alla Visma che vede Joregnson e Kuss saltare completamente e Piganzoli perdere un minuto), chiude quarto, difende la gialla, lascia per strada solo i secondi di abbuono e resta lì, in attesa delle giornate di alta montagna, a lui più congeniali.
EVENEPOEL E SEIXAS 5 Remco chiude terzo di tappa, forse sembrerò ingeneroso, ma ieri era una tappa per lui, invece resta a guardare, prende un buco, lo ricuce. Forse poteva provarci un po’ prima, avrebbe forse raccolto di più. Addirittura vincere. Paul, invece, continua a litigare con il Tour. Problemi meccanici, inseguimenti, mancanza di comunicazione: rimane intruppato dietro mentre Benoot, suo compagno di squadra, si mette a fare il ritmo nel finale. Il suo Tour passa anche da queste piccole incertezze.
TIBERI 4 Uno dei più grandi enigmi del nuovo millennio. Che fine ha fatto quel corridore che puntava ai podi nei grandi giri, che a inizio stagione vinceva in salita una tappa all’UAE contro avversari che ora al Tour sembrano appartenere a un’altra categoria? E perché andare in Francia invece di provare una corsa più semplice sotto diversi aspetti come il Giro d’Italia?
LIPOWITZ 3 Vero che non sono questi i suoi arrivi. Vero che lui è un diesel che ha bisogno delle montagne, di sforzi duraturi, ma intanto in due giorni il distacco dalla maglia gialla è di 45”, dal suo compagno di squadra Evenepoel, 30”.
PUNCHEUR 2 Ritmo alto, ma costante, davanti restano quasi solo uomini di classifica, ma qualcosa in più da corridori come van der Poel o Grégoire era lecito aspettarsi.
JEGAT E VAUQUELIN 1 Lo scorso anno in top ten, ma quest’anno la condizione è lontana per vari motivi. In classifica sono già distanti, ma il loro Tour si può ricostruire, alla grande, con le fughe.
REGIA 0 Perché il modo con cui dimostrano che il capitalismo liberale ha trionfato su tutto è puro accanimento. Serviva davvero, mentre molti da casa soffrivano il caldo e una tappa soporifera, inquadrare in continuazione le meravigliose spiagge catalane?
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 1
SFIGA 10 Voto altissimo alla sorella cattiva della Dea bendata perché lei sì che ci vede benissimo e alla fine colpisce sempre chi deve. Nel caso di De Lie, ammalato anche alla vigilia del Tour, è quasi accanimento. Aiuto: aiutatelo!
VISMA 9 Affini, Hagenes, Armirail e Campenaerts sono perfetti panzeroni per la prima parte di corsa, anticipando il frenetico finale, quando salgono in cattedra Vingegaard, Piganzoli e Jorgenson. Soprattutto l’amerregano che apre il gas e crea quel margine necessario per tenere a bada la rimonta del rivale verso il suo capitano. Piganzoli è uscito benissimo dal Giro ed è un piacere vederlo lì attaccato a Vingegaard nel finale. Intanto la prima sfida tra i due favoriti la vince il danese, ma andiamoci piano che non è nemmeno il primo round.
NETCOMPANY INEOS 8 Specifichiamo come il voto sia tutto, o quasi, per Filippo Ganna che conferma gli ulteriori progressi contro il tempo già visti di recente al Giro e si candida, se la condizione lo sosterrà nelle prossime settimane, a conquistare anche l’unica prova contro il tempo individuale che arriverà più avanti.
POGAČAR 7 Perché è lui anima e gambe della squadra durante la crono, perché è il più veloce nella salita finale (e infatti aprirà le danze nella seconda tappa, in prima fila, con la maglia a pois). Ha perso il primo round a Barcelona, ma proprio a Barcelona, oggi, lo aspettiamo a cercar rivincite.
CRONOSQUADRE 6 Non ho ancora capito se questo nuovo format mi piace. Perché è una cronometro a squadre, ma i tempi valgono singolarmente e forse c’è del genio in tutto ciò. Forse è persino più meritocratica in ottica risultato in classifica, ma penalizza oltremodo se si incappa in qualche tipo di problema (vedi, per esempio, Vauquelin e Skjelmose). Fatto sta che, per via della posta in palio e dei protagonisti, è stata estremamente divertente.
ALPECIN, LIDL, GROUPAMA E TIBERI 6 Brave tutte e tre. La prima lancia van der Poel in testa, per qualche minuto, prima dell’arrivo della Netcompany INEOS sono loro i leader della corsa, ma quando Ganna taglia il traguardo a Philipsen cadono mascella e casco. La Groupama è un’altra rispetto alla robaccia vista al Giro e viene trascinata da un Grégoire in grande spolvero che spiana lo strappo finale. Occhio a lui, oggi, con questa gamba, dovesse tenere… Bene anche la Lidl, che guadagna un Ayuso in forma, un Vacek trascinatore, ma che perde Skjelmose azzoppatto da una foratura – ma che, tuttavia, si salva, perdendo anche poco rispetto a come poteva andare. Bene anche Tiberi (come tutta la Bahrain) che, a dispetto delle mie critiche, chiude con un ritardo abbastanza contenuto e al momento, dopo un giorno, fa classifica. Durerà?
RED BULL 5 Erano i miei favoriti, perché non può essere diversamente quando hai Evenepoel e c’è una cronometro. La forza della squadra, sommata, ha dato un risultato inferiore ad altri team, ma soprattutto costringe il belga già a masticare e poi ingoiare qualche boccone amaro di troppo addolcito però dall’aver staccato Lipowitz alla prima occasione. Gerarchie per qualche ora messe in ordine.
DECATHLON 5 Seixas bene, ma non benissimo, la squadra fa quel che può, ma è inferiore alle solite note anche soltanto per esperienza nel lottare a certi livelli. Lasciamolo crescere con calma, va là. C’è tempo, anche in questo Tour.
MOVISTAR 3 La scena dei tre Movistar che si aprono a ventaglio per aspettare il proprio capitano designato, Uijtdebroeks, che si stacca, con i crampi, ma poi riuscirà a rientrare, è già la prima scena da Movistar di questo Tour de France. Altre ne arriveranno, ne sono sicuro.
TEAM PICNIC POSTNL 1 Partono a tutta per provare a prendere la maglia verde (che invece vestirà Bernal) facendo il miglior tempo nel primo intermedio, soddisfazione di plastica, ma non riescono nemmeno in quello. Si disuniscono quasi subito, arrivano lontani e penultimi. Squadra peggiore del World Tour, ieri si mettono dietro solo l’Astana che ha perso mezza squadra quasi subito per una caduta. Un Tour tutto in salita per loro, anche quando ci sarà pianura e discesa.
FORTUNA 0 Si apre con un voto alto alla sfiga e si chiuda con un voto bassissimo alla fortuna che si è girata dall’altra parte nei confronti di due attesi protagonisti, Skjelmose e soprattutto Vauquelin, vittime di foratura e staccati. Il francese puntava alla prima maglia gialla e chissà se lasciare così presto la compagnia dei suoi sodali non abbia contribuito al ritardo finale (8 secondi) di Ganna nei confronti di Vingegaard.
Il monumentale del Tour de France 2026
Per certi versi la storia che stiamo per raccontare o meglio, quella di cui stiamo per essere testimoni, rischia di essere la più incredibile degli ultimi anni. Il Tour de France 2026, in partenza da Barcelona il 4 luglio, infatti, vede al via il meglio del meglio senza alcun dubbio. Un livello così elevato da toccare il cielo e sfondarlo. Non manca nessuno per la classifica generale (sì, ok qualcuno sì… ma chi, tra gli assenti, sarebbe stato realmente capace di scombussolare i piani dei migliori? Gall? Pellizzari? Eulalio? Siamo seri…), qualche cacciatore di tappe (van Aert, lo sappiamo, avrebbe dovuto esserci, ma è fuori causa per un infortunio), Milan e Magnier, tra i velocisti, che hanno dato battaglia al Giro. Per il resto si prospettano tre settimane da ricordare forse anche per via del caldo che rischia di fare più danni… della grandine in un vigneto. Con il punto di domanda su qualche tappa (occhio non solo al caldo, si cercheranno soluzioni e se non sarà possibile andare avanti avremo tappe tagliate o chissà, persino cancellate, ma anche alla tappa con il Col de Sarenne, uno smottamento potrebbe modificare il finale di una delle giornate più attese, la penultima).
IL FAVORITO

Ovviamente lui, l’unico, l’incredibile, lo stupefacente Tadej Pogačar, che se fosse un supereroe sarebbe uno di quelli ancora da creare o inventare; non c’è kriptonite a batterlo, nemmeno se stesso. Difficile pensare possa perdere se non a causa di una caduta o malanno, nonostante, come abbiamo detto, la grande concorrenza. Il marziano che arriva dalla Slovenia, caduto sulla terra chissà quanto tempo fa, punta alla quinta vittoria al Tour, per eguagliare Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain e per superare definitivamente Froome (che resterà fermo a quattro). Ha tutto per vincere, la forma, la parabola, i numeri ottenuti di recente, pure la squadra la quale, nonostante l’assenza di Almeida, si presenta forte e compatta come non mai. E difatti, per portare a compimento un programma di questo genere, Pogačar non ha bisogno di una squadra grande ma di una grande squadra che si presenta con tutti i tasselli al loro posto: quella che doveva essere, a differenza di ciò che è accaduto a tutti i suoi possibili rivali, è. C’è Isaac Del Toro, che potrebbe pure salire sul podio e di sicuro sarà l’ultimo ad affiancare lo sloveno in salita, mentre Brandon McNulty, Adam Yates e Felix Grossschartner si alterneranno nel lanciare la volata allo sloveno con il loro ritmo, in salita. Tim Wellens gli starà di fianco quanto potrà, ma avrà anche un ruolo importante da tuttofare compreso quello di provare a vincere una tappa in fuga come accadde lo scorso anno. Florian Vermeersch e Nils Politt avranno, invece, l’arduo compito di prendersi sulle spalle la squadra in pianura, di portare borracce, di essere sempre pronti se c’è un buco, se c’è uno sguardo in più da dare anche in fasi all’apparenza tranquille. La squadra più forte possibile per Pogi è servita.
L’AVVERSARIO

Jonas Vingegaard è il suo primo e forse unico avversario. Vingegaard, del quale, gli esperti di numeri ne parlano benissimo, pare stia ottenendo cifre al di sopra di ogni suo miglior momento. Reduce dalla vittoria al Giro che gli ha permesso di entrare nel club dei vincitori dei tre grandi giri (cfr. prossimo numero di alvento), arriva alla Grande Boucle quasi a cuor leggero, sapendo di essere l’unico che può avvicinare lo sloveno (batterlo? Uhm, questo è un altro paio di maniche, difficile anche solo rimanergli attaccato), ma con una squadra un po’ ammaccata che nelle ultime settimane ha perso prima Laporte, poi van Aert e ha rischiato di perdere anche Edoardo Affini. L’italiano, caduto nella crono dei campionati nazionali qualche giorno fa, ci sarà e darà il suo contributo in piano, nelle prime fasi, porterà borracce, mentre Victor Campenaerts sarà l’ombra del danese come accaduto al Giro e lo scorso anno al Tour, magari avrà anche licenza di provare a vincere una tappa in fuga. Saranno fondamentali in pianura anche il giovane norvegese Per Strand Hagenes, all’esordio in un grande giro, meritatissimo, rappresenta il nuovo che avanza in casa neerlandese, e che nuovo! Uno dei migliori corridori in stagione nelle gare di un giorno, qui al Tour avrà il compito di tenere i suoi fuori dai guai nelle fasi convulse, di tirare in pianura, di stare davanti nelle giornate difficili ma non durissime, compito che invece spetta a Bruno Armiarail, che avrà un ruolo di peso anche nella cronosquadre iniziale, a Sepp Kuss e Davide Piganzoli, soprattutto in salita, entrambi reduci da un Giro in cui il primo ha vinto una tappa in salita con la pipa in bocca, il secondo ha realizzato la prima top ten in carriera in una corsa di tre settimane e sarà il corridore più giovane a disputare due grandi giri di fila negli anni 2000, dopo aver fatto una top ten (https://x.com/m_mundbjerg/status/2069466642682126748).
Infine Matteo Jorgenson sarà l’ultimo uomo di Vingegaard, ma bisognerà capire molte cose di lui. Lo scorso anno deluse enormemente in classifica generale e da possibile ago della bilancia della contesa si è ritrovato a uscire presto dai piani alti e inseguito in prima persona da Pogačar (o dai suoi stretti collaboratori) colpevole di essere finito nell’ormai leggendaria lista nera dei nemici giurati dal campione del mondo (leggendaria nel senso figurato e contemporaneo del termine: un misto di realtà e finzione, nessuno sa se esiste davvero, ma si racconta ci sia un foglio appeso nel pullman dell’UAE con i nomi appartenenti a questa lista) . Se troverà le tre settimane giuste potrà anche fare alta classifica e provare a chiudere in top ten, ma in casa Visma sono più interessati che l’americano dedichi anima e corpo al capitano danese.
IL GIOVANE TERZO INCOMODO

Il cammino del giovane Paul Seixas verso il Tour de France è minacciato da ogni parte dalle iniquità del giornalismo francese ed è stato costellato sin qui di incidenti di percorso di ogni genere, compresa una sua brutta caduta al Delfinato e malanni vari che hanno colpito alcune pedine importanti – vedi Riccitello. Si è parlato persino di problemi interni alla squadra e di difficoltà nella scelta degli uomini da affiancargli al Tour. Insomma, per il classe 2006 (ripetiamo per chi si fosse messo in ascolto solo ora: Seixas è un 2006, è nato a settembre, compirà vent’anni durante la Vuelta) una vigilia più complicata del previsto, ma che gli darà tanta esperienza per il futuro. Superare queste difficoltà fa parte del processo. La Decathlon CMA CGM è di livello, ma pensiamo possa diventare ancora più forte nei prossimi anni: Nicolas Prodhomme sarà la sua ombra in salita, con Aurélien Paret-Peintre che potrebbe sacrificare le ambizioni personali (vincere una tappa) per dare una mano il più possibile al suo compagno di squadra. E per la classifica c’è un backup di livello: Matthew Riccitello, quinto alla Vuelta 2025, corridore che ha tutto per provare a chiudere nei primi dieci. Tutto tranne forse una grande condizione.
Dopo aver presentato la sua squadra ancora qualche parola (di troppo) sul giovane francese: l’ho inserito come “terzo incomodo” più per un allineamento allo spirito di appartenenza della categoria analisti del Tour de France 2026 (leggasi: lo stanno mettendo tutti lì, chi sono io per pensarla diversamente?), ma in realtà Seixas, seppure da metà 2025 in avanti ha dimostrato di averne davvero pochi più forti di lui, avrà solo da perdere da questo Tour de France, vi rendete conto dell’enorme rischio a cui va incontro? Mi spiego: il rischio, nonostante sia un ragazzo leggerissimo e con la testa altrove, nel senso positivo del termine; nonostante sia uno che si fa scivolare addosso le pressioni, al Tour rischia di vivere le giornate più complicate della sua vita ciclistica. In Francia è già indicato come il salvatore della patria. Il ciclismo lo sta già provando a inghiottire osservandolo con due occhi grandi così che paiono esclamare: il più forte corridore del mondo dai tempi di … Pogačar. Insomma, dai, 20 anni ancora da compiere, tutto da dimostrare in un grande giro. Poi, attenzione, le qualità ci sono, e sono, probabilmente davvero da terzo incomodo. Ma un Tour si gioca anche su altri campi. Saper reggere, saper restare sul pezzo. Bisogna mettere in conto anche come una sfida di questo genere possa spossarti fisicamente e mentalmente e c’è ancora una stagione dopo il Tour, ancora una carriera. Sfida molto affascinante, ma che avrei visto volentieri alla Vuelta 2026 e poi eventualmente dal prossimo Tour. Certo è anche da dire una cosa a favore della scelta di portarlo: se sta bene – e stava bene fino alla caduta del Delfinato – e per stare bene si intende essere poco sotto i due favoriti, in salita, di avere un ritmo indiavolato a cronometro, una squadra forte tutta (o quasi) per lui, insomma se sta bene meglio sfruttare il momento perchè poi non è detto che il prossimo anno la forma sia la stessa, troppe le variabili in uno sport come il ciclismo. Troppo importante per questa società avere tutto e subito.
CHI PARTE BATTUTO MA NON SCONFITTO (posizioni dal 3° al 6° posto)

E Seixas fa da tratto d’unione con quei corridori che si giocheranno con lui, probabilmente, il podio, o comunque un piazzamento in alta classifica a cominciare dal duo Red Bull-BORA-hansgrohe Florian Lipowitz e Remco Evenepoel. Evenepoel, che, almeno sulla carta, non parte così battuto dal francese della Decathlon. Anzi, se non altro per esperienza già maturata nei grandi giri, poi succederà quel che deve succedere. L’arrivo di Evenepoel in casa Red Bull ha alzato l’asticella non solo a livello di qualità, ma anche di responsabilità e competizione interna, così la squadra tedesca proverà ad agguantare nuovamente il podio, consapevole che anche un terzo posto con uno dei due corridori – che, guarda caso, sono gli ultimi due corridori a essere saliti di fianco al Pogagaard al Tour, Evenepoel nel ‘24 e Lipowitz nel ‘25 – sarebbe un risultato eccellente probabilmente il massimo possibile. Evenepoel ha dichiarato di non essere mai andato così forte, poi c’è la strada anzi le salite, il ritmo dettato dagli avversari. Da evenepoeliano della prima ora, mai fatto mistero, mi auguro che per una volta le dichiarazioni di questo tipo non si rivelino un boomerang. Squadra di alto livello la Red Bull con Jai Hindley reduce dal podio al Giro e Mattia Cattaneo, che serviranno in salita, ma l’italiano anche nella cronosquadre; con Jan Tratnik utilissimo dal primo giorno compreso, soprattutto in pianura, così come gli affidabili Nico Denz e Tim van Dijke. Se il primo ha alle spalle anche il Giro, il secondo ha svolto tutta la preparazione con il gruppo di lavoro per il Tour, con l’obiettivo di dare qasi solo esclusivamente una mano ai capitani.
Alla voce corridori che possono salire sul podio non può mancare Isaac Del Toro che poche settimane fa ha stabilito un primato: primo corridore nella storia a vincere Tirreno-Adriatico e Delfinato nella stessa stagione. Roba grossa, così come sembra ulteriormente migliorato sulle salite lunghe. Occhio al messicano che stando il più vicino possibile a Pogačar potrebbe creare diversi grattacapi a chi punterà a un posto sul podio oltre a, eventualmente ce ne fosse bisogno, creare un importante diversivo per provare a rispedire al mittente i tentativi di far vacillare il trono del despota sloveno.
GLI ALTRI (posizioni dal 6° al 10° posto)

Un lungo elenco, una cornucopia di talenti di ogni genere, da giovani in cerca di affermazione o riscatto, a vecchie volpi che grandi giri ne hanno già vinti. Corridori che puntano a un piazzamento tra la quinta e la decima posizione e che, a seconda di come si metteranno le cose, potrebbero andare oltre ogni aspettativa oppure anche deludere. Il passo è breve. Juan Ayuso è quello che, forse, ha più potenziale tra questi. Ha lasciato la via vecchia (UAE) per quella nuova (Lidl-Trek) sperando che con più spazio a disposizione migliorino anche i risultati. Finora la sua stagione è stata agrodolce con il momento saliente della vittoria all’Algarve davanti a Seixas e Almeida che ha fatto presagire grandi cose, poi due ritiri alla Parigi Nizza e ai Paesi Baschi ne hanno rallentato la progressione. A quasi 24 anni, e dopo essere stato a lungo considerato un wonderkid del ciclismo mondiale, è il tempo di far vedere che le gambe procedono pari passo con l’ambizione. Sarà uno dei capitani di classifica di una Lidl-Trek che gli mette di fianco Mattias Skjelmose Jensen (da 8°-15° posto) e Derek Gee (come il danese). Capire come si gestiranno tre galli che hanno già dimostrato di non amare particolarmente correre per gli altri, anzi, sarà uno dei temi più interessanti della gara. Una squadra che, tuttavia, potrà fare un gran risultato nella cronometro di Barcelona. A dare una mano in salita c’è Carlos Verona che magari proverà anche a vincere una tappa in fuga.
E se la sorpresa di questo Tour de France (relativa, leggendone il nome, grossa sorpresa considerando il livello della corsa) fosse Tom Pidcock? L’inglese, leader della Pinarello Q36.5 non ha certo bisogno di presentazioni. In salita appare ulteriormente migliorato e nella giornata secca è uno che ha pochi rivali. Sulla lunga distanza può tremare o cedere, anche se va ricordato come lo scorso anno ha chiuso sul podio la Vuelta. personalmente lo preferirei vedere mollare la classifica e dare spettacolo in fuga, ma a oggi, le sue ambizioni sono quelle di provare a entrare tra i cinque, sei della classifica finale. Squadra più o meno tutta per lui, anche se con licenza di attaccare. Xabier Azparren è utile in pianura, come Brent Van Moer; Xandro Meurisse, Chris Harper e Damien Howson in salita, Quinten Hermans nei finali mossi potrà dire la sua, così come Fred Wright si getterà nelle volate a ranghi ristretti o in qualche fuga in tappe non durissime.
Tobias Halland Johannessen, Uno-X Mobility, pensa in grandissimo: punta forte alla top 5, avvicinata lo scorso anno, mancata di una posizione e poco più di 3’ e la squadra norvegese al solito sarà arrembante, completa, competitiva, con Torstein Traeen, corridore che potrebbe ambire a un piazzamento intorno alla decima posizione, ma verosimilmente si spenderà per il suo capitano, con Anders Halland Johannessen che sarà l’ombra del gemello finché potrà, mentre Magnus Cort e Anders Skaarseth porteranno al Tour esperienza, oltre che le recenti maglie di campioni nazionali (Danimarca e Norvegia, rispettivamente), dando una mano ovunque, con il baffuto danese, al suo ultimo Tour, si ritirerà a fine stagione, che proverà magari anche a vincere una tappa in fuga sfruttando il suo spunto veloce.
Harold Tejada sarà il capitano di classifica per la XDS Astana che all’ultimo incassa il forfait di Fortunato, che aveva rinunciato al Giro per esordire al Tour, ma sarà assente per un malanno. Il colombiano, che in salita potrà contare sul supporto di Nicolas Vinokourov e Sergio Higuita, può essere una delle sorprese della corsa per una buona classifica.
Cian Uijtdebroeks, dopo stagioni difficili, ha la chance di mostrare tutto il suo grande valore con una squadra (quasi) interamente devota alla sua causa, ma occhio che in generale la Movistar sa dividersi bene i compiti, che poi vengano portati a termine questo è un altro paio di maniche. E allora dopo aver infiammato, raccogliendo molto poco, il Giro, la squadra spagnola ci riproverà in Francia, non solo per la classifica, ma anche per le tappe. Al Tour non conquista una vittoria dal 2019, quando Quintana trionfò a Valloire. Il belga ha tutte le carte in regola, qualità in salita e a cronometro, per essere colui che alla fine la spunterà tra i vari nomi elencati per ottenere un risultato in zona quinto posto che sarebbe il miglior risultato in carriera, lui che finora, accolto con titoli a nove colonne (PREDESTINATOOOO!) per le vittorie ottenute in tutte le categorie giovanili, a conti fatti ha l’ottavo posto della Vuelta 2023 come miglior risultato, a cui hanno fatto seguito due DNF (uno alla Vuelta, uno al Giro). Al suo esordio al Tour, è uno dei nomi che destano più curiosità.
Di Thymen Arensman, invece, sappiamo tutto o quasi. Il neerlandese della Netcompany INEOS dopo il quarto posto al giro, proverà a fare classifica, ma se non ci riuscirà allora si riciclerà come nel 2025 quando vinse due tappe in fuga. Senza Onley e Rodriguez, la squadra britannica si affiderà in salita (e di conseguenza anche in classifica) a Egan Bernal, ma soprattutto a Kevin Vauquelin. Il francese esce un po’ malconcio dal Delfinato, ma ha recuperato (pare stia bene, altrimenti la squadra avrebbe escluso anche lui) e punta a replicare un risultato di peso come lo scorso anno quando chiuse settimo nella generale. Anche per lui vale la regola aurea di queste corse: se non dovesse avere il livello per un piazzamento nei dieci lo troveremo staccato, ma felice, nel senso felice di farsi trovare pronto in fuga inseguendo un successo di tappa che tutto sommato delizierebbe pubblico di casa e sottoscritto, suo grande estimatore.
GLI ALTRI, MA MENO QUOTATI (posizioni dall’8° al 15° posto)
Ben O’Connor cerca il riscatto dopo un Giro d’Italia che definire sottotono sarebbe come esaltare le gesta eroiche di uno dei più grandi di sempre. Il mio pensiero è arcinoto: piuttosto che vederlo arrancare come poche settimane fa sulle strade italiane, sarebbe più interessante e gratificante trovarselo in fuga in alta montagna, come per altro già accaduto lo scorso anno quando vinse una bella tappa, sul Col de la Loze, flirtando persino con la top ten (chiuse undicesimo in classifica). Ecco, è questo che si chiede a un certo tipo di corridori come lui: più che vivacchiare per un piazzamento che non dà nulla in carriera, vederlo davanti a cercare le vittorie di tappa in fuga. Poi certo, contano anche i premi, le disposizioni di squadra, i punti UCI… Piuttosto che O’Connor, magari la Jayco potrebbe fare un pensierino a Luke Plapp, anche se l’australiano in classifica nei grandi giri è sempre rimbalzato e lo vediamo meglio puntare alle tappe, oltre a dare un contributo fondamentale perché la squadra australiana possa concludere in maniera dignitosa la cronosquadre iniziale.
Se di Jorgenson, Yates, McNulty, Hindley, Traeen e Skjelmose ne abbiamo già accennato – sono corridori che potrebbero ambire a una posizione in classifica, alta o meno alta tra la quinta e la quindicesima a seconda, ma saranno perlopiù di supporto ai compagni di squadra che invece punteranno al podio o giù di lì, ecco ancora un gruppetto di corridori che hanno ambizioni di classifica. Magari non altissima, ma qualcosa proveranno a dirla.
Jordan Jegat prova a ripetere le belle cose fatte nel 2025 quando, a suon di piazzamenti, fughe, strenue resistenza, chiuse a sorpresa in top ten e si rivelò al mondo. Sarà il capitano di un TotalEnergies che in stagione si è vista poco e che punta principalmente alle fughe del Tour. Jegat, che per far capire come sono messi bene i francesi, potrebbe essere soltanto il quarto francese alla fine del Tour in classifica (Seixas, Vauquelin e magari Martinez di cui parlo a breve), è un regolarista che si difende in salita, a cronometro e ha pure spunto veloce. Classico corridore che se dovesse uscire di classifica ci potremmo trovare spessissimo in fuga a cercare un successo di tappa. Per questioni contrattuali legate alla prossima stagione – dovrebbe lasciare la squadra attuale, che oltretutto non è viva e vegeta per il 2027 – ha rischiato anche di restare a casa.
Michael Storer ci riprova: farà classifica come al recente Giro o come nel 2025 dopo la Corsa Rosa sarà protagonista delle fughe della Grande Boucle? Ilan Van Wilder, in contumacia di Mikel Landa, che non ha recuperato in tempo per essere competitivo al Tour, sarà l’uomo di classifica di una Soudal Quick Step, ma visto i nomi appena citati, farà fatica a entrare in top ten e punterà perlopiù alle tappe. Guillaume Martin mette il mirino sull’ennesimo piazzamento (in carriera ha concluso 12 grandi giri su 14 finendo sempre tra l’8° posto del Tour 2021 e il 23° del Tour 2017, all’esordio in un GT) e lo farà andando in fuga o tenendo duro il più a lungo possibile. Corridore su cui c’è da scommettere per un posto tra la quindicesima e la ventesima. Di fianco a lui, in salita, due Clément, Barthet e Braz Afonso, che vedremo anche spesso all’attacco. Da segnalare l’esclusione di un David Gaudu sempre più in crisi e in sfiducia (cambierà aria o smetterà del tutto?), entrato in un vortice da cui non riesce più a uscire.
Richard Carapaz, Ben Healy e Georg Steinhauser guidano la EF Education EasyPost. Inutile girarci attorno, l’ecuadoriano ha le migliori cose alle spalle (sette volte tra i primi quattro in un GT), l’irlandese e il tedesco (lui per problemi fisici) non arrivano dalla migliore stagione, quindi è improbabile pensarli davvero a lottare per una posizione di vertice, ma specifico meglio. Uno sa tirare fuori il numero quando non te lo aspetti, e magari si nasconde e non lo stacchi e te la devi vedere con lui per un posto intorno alla quinta posizione; l’altro è un diesel che si esalta nelle situazioni difficili e il Tour 2026, per caldo, percorso, tipo di competizione, promette di essere per gente tosta come Healy. L’altro ancora è sempre sul punto di fare grandi cose in montagna, magari con le fughe, anche se non ha, per il momento, ottenuto alcun piazzamento nei due grandi giri a cui ha partecipato, ma ha le potenzialità per farlo. Nel caso comunque non c’è problema per nessuno dei tre: hanno già pronto il piano B fatto di tappe in fuga o inseguimento di maglie parziali o magari di quella a pois, finale. Insomma, dalle loro parti difficilmente ci si annoia.
Infine chiudiamo con Lenny Martinez che sarà una delle punte della Bahrain-Victorious e verrà affiancato in salita da Damiano Caruso (chiamato agli straordinari dopo il Giro), Antonio Tiberi e con Robert Stannard, anche lui reduce dal Giro, che sarà un tuttofare e magari ogni tanto fungerà da punto d’appoggio nelle fughe. Martinez ha già detto che il suo obiettivo sarà, principalmente, provare a vincere una tappa e magari la maglia a pois e che difficilmente lo vedremo coinvolto in classifica. Lo dico da anni: per il francese, viste le sue caratteristiche, al momento fare classifica in una corsa esigente sotto tanti aspetti come il Tour de France è complicato – decisamente meglio per lui un Giro o una Vuelta, a proposito, speriamo di vederlo esordire l’anno prossimo sulle strade italiane, perché con il livello che si propone di volta in volta potrebbe fare man bassa di tappe di montagna. Lui lo sa, i tecnici pure e quindi probabilmente lo vedremo sfilare in coda nelle tappe di pianura o comunque non adatte a lui. Però è un nome da seguire con attenzione ugualmente perché la sua esplosività in salita ce l’hanno in pochi, manca di continuità, è vero, ma dovessero allinearsi un po’ di cose non sarei così stupito da vederlo alla fine in zona top ten, con una tappa vinta e la maglia a pois: sarebbe il massimo bottino possibile, quasi clamoroso.
I MATTI DELLE VOLATE
Festival delle volate (cit.) a cui partecipano i migliori al mondo, tranne, ahinoi, Jonathan Milan che lo scorso anno con due tappe e la maglia verde finale salvò il bilancio della spedizione azzurra e anche quest’anno avrebbe potuto fare qualcosa di simile seppure la concorrenza è cresciuta e lui pare abbia perso qualcosina in termini di fiducia e treno.
E allora a colpi di volate (dovrebbero essere sei, forse sette, non pochissime, nemmeno troppe, è il numero giusto in una competizione con 21 tappe di cui due a cronometro?) e treni, si sfideranno:
Jasper Philipsen (Alpecin Premier Tech) che potrà contare oltre che su van der Poel, su Silvan Dillier e Tim Marsman nelle fasi di cucitura a inizio tappa e su Jonas Rickaert ed Edward Planckaert nei finali. Niente male. Il velocista belga lo scorso anno iniziò col botto: tappa al primo giorno, maglia gialla, caduta due giorni dopo con ritiro. Quest’anno vorrebbe spostare i suoi obiettivi più in là, anche se a Parigi pure quest’anno si penserà più a corridori come il suo illustre compagno di squadra van der Poel.
Tim Merlier: forse pound for pound il più forte velocista al mondo. Sicuramente il meno giovane tra questi, ma il più elegante e implacabile. Al Tour ha vinto solo tre tappe (a differenza delle dieci di Philipsen) e l’idea sarebbe di metterne vicine almeno un paio. La presenza di Jasper Stuyven che si aggiunge all’affidabilità e affinità che il mago delle volate ha con Bart Van Lerberghe, e alle tirate di Dylan van Baarle, fanno del treno Soudal forse il più forte al via del Tour.
Ma non ditelo a Olav Kooij, Decathlon CMA CGM che di recente ha firmato le sue prime vittorie con la squadra francese dopo un lungo stop per infortunio: tre nel giro di un mese che gli hanno permesso di arrivare a cinquanta tonde tonde. Ora, al suo esordio al Tour, e dopo averne conquistate tre al Giro d’Italia tra 2024 e 2025, vuole mettere la sua firma, sfidando il meglio che c’è (o quasi, abbiamo detto) e con l’aiuto di due formidabili vagoncini, Dan Hoole, a tirare a tutta nel finale per portarlo fuori e Cees Bol a lanciarlo definitivamente e magari lasciarlo con strada libera davanti dove poter sfruttare tutta la sua potenza, con il bonus Tiesj Benoot che aiuterà sia Kooij a tenere alta l’andatura, sia Seixas in salita fin dove potrà, ma soprattutto dipenderà dalla condizione in cui si trova (se lo hanno chiamato sta bene) visto che è stato fermo quasi tutta la stagione e ha corso solo di recente cinque giorni al Tour de Suisse.
Non ditelo nemmeno a Biniam Girmay che ci sono treni più forti di quello della sua NSN Cycling Team. L’eritreo sulla carta parte come quarta forza, ma fino a un certo punto. Già due anni fa al Tour si prese il lusso di battere a ripetizione Philipsen, Pedersen, De Lie, Van Aert, vincendo tre tappe e conquistando pure la maglia verde finale. Sta benissimo e non va sottovalutato né lui, né un treno composto da Krists Neilands (che troveremo spesso in fuga), Matis Louvel, Lewis Askey, Jake Stewart e Tom Van Asbroeck. Se trovano le linee giuste possono provocare cocenti delusioni a tutti gli altri velocisti.
Poi si scende di una fascia: Mads Pedersen, Lidl-Trek, non ha né le punte di velocità assoluta per vincere volate pure, né un supporto decente: gli restano di fianco solo Mathias Vacek e Toms Skujins, e se il primo si sta ritrovando e può essere un corridore spesso in fuga e magari anche fughe vincenti, il secondo viene da forse la sua peggiore annata in carriera. Pedersen potrebbe puntare alla maglia verde e sprintare nei tanti parziali lungo le varie tappe potrebbe togliergli brillantezza in volata. Di certo, però uno come lui sa dare spettacolo e ce lo aspettiamo anche in fuga. Max Kanter, XDS-Astana, potrà contare su un trenino mica male con Davide Ballerini e Mike Teunissen, i quali misureranno anche le proprie ambizioni personali di tanto in tanto. Ballerini sogna pure la doppietta dopo aver vinto una tappa al Giro poche settimane fa, Teunissen vorrebbe tornare al successo al Tour dopo quella sorprendentissima vittoria nel 2019 che gli valse anche la maglia gialla per un paio di giorni. Kanter, da par suo, proverà più che altro a piazzarsi tra la quinta e la decima posizione un po’ come il suo connazionale Phil Bauhaus, Bahrain-Victorious, uno che in passato ha ottenuto successi di peso come alla Tirreno-Adriatico, due volte, ma nei grandi giri solo piazzamenti (al Tour ha due secondi posti). Qui, aiutato da Kamil Gradek e Vlad van Mechelen, (e in parte anche da Matej Mohorič) non dovrebbe andare al di là di qualche top ten, che con un po’ di fortuna potrebbe trasformarsi in qualche top five. Arnaud De Lie, dopo il dimenticabile esordio al Giro, ci riprova al Tour. In passato in questa corsa ha ottenuto buoni piazzamenti, francamente mi viene difficile pensare uno scenario in cui riesca a battere tutti i corridori sopra menzionati in un colpo solo, a meno di situazioni particolari. Piuttosto sarebbe più interessante vederlo in qualche situazione in cui vada a giocarsi tappe più selettive, ma vedremo. Supporto più o meno inesistente, anche se i suoi compagni di squadra gli daranno una mano nei limiti del possibile, ma, come vedremo nel prossimo capitolo di questa lunga guida, la Lotto Intermarché sarà impegnata più che altro ad andare in fuga e provare a sorprendere vincendo così.
Pascal Ackermann, Team Jayco AlUla, appartiene ormai al passato se pensiamo al top degli sprinter attuali, a una fascia bassa, e dopo un Giro deludente, ma ormai sui suoi standard, difficilmente lo immaginiamo al vertice degli sprint in un Tour de France del 2026. Pavel Bittner, invece, Team Picnic PostNL potrebbe essere una delle sorprese delle volate di questo Tour, lui che nel 2024, ancora giovanissimo, conquistò a Sevilla, alla Vuelta, la volata più importante sinora della carriera. Lo scorso anno al Tour ottenne un quarto e un quinto posto, quest’anno vorrebbe migliorare e per farlo ha un buon supporto, seppure non il migliore in circolazione. John Degenkolb, Frits Biesterbos (occhio a lui perché lo vedremo spessissimo in fuga e potrebbe giocarsi con Veistroffer il premio della combattività), Niklas Märkl e Julius van der Berg saranno i vagoncini del suo treno. E se Soren Waerenskjold, Uno-X Mobility, ormai lo conosciamo, corridore capace a volte di tirare fuori la prestazione mostruosa e vincente anche contro i massimi calibri del circuito, seppure qui non avrà molti uomini a disposizione, essendo la squadra norvegese più improntata a dare una mano a Johannessen in montagna, Arvid De Kleijn dovrà invece rivelarsi ad un così alto livello. Il nederlandese è il velocista di punta della Tudor e lui sì che ha un bel trenino a disposizione. Marco Haller, Matteo Trentin, Rick Pluimers sono un terzetto capace di mescolare potenza, colpo d’occhio, esperienza, velocità ed esplosività, starà al velocista dei Paesi Bassi riuscire a finalizzare. De Kleijn avrebbe anche le punte di velocità necessarie per provare a impensierire i più forti in volata non fosse che arriva da un lungo periodo di infortuni e problemi vari. I tre suoi compagni citati sopra, avranno, tuttavia, chance di imbastire anche azioni personali, in fuga, in sprint ristretti, magari in volate a gruppo sgranato. Se Anthony Turgis è l’uomo deputato a gettarsi in volata per la TotalEnergies, pur non essendo un velocista puro, anche se di tanto in tanto fa capolino in volate di gruppo, Fernando Gaviria lo sarà per la Caja Rural squadra che ha ricevuto una sorprendente wild card e farà il suo esordio al Tour dopo 27 stagioni di vita. Infine, Milan Fretin, aiutato da Piet Allegaert, Hugo Page e Jenthe Biermans, sarà il velocista di punta della Cofidis. Occhio al belga che da diverse stagioni è atteso all’exploit in corse importanti contro i migliori al mondo. Chissà che la lunga attesa non sfoci in una volata vincente al Tour.
TAPPOMANI
Al Tour, a differenza di quello che abbiamo visto nel recente Giro d’Italia, i nomi sono tantissimi, di ogni tipo. Del meglio mondiale manca praticamente solo van Aert, per un infortunio. Il più atteso è, ovviamente, Mathieu van der Poel, che in qualche versione extralusso potrebbe dire la sua già il secondo giorno di gara, ma deve sperare che gli uomini di classifica non esagerino, soprattutto Pogačar e Vingegaard. In ogni caso di occasioni ce ne saranno parecchie. Così come le possibilità ce le hanno i suoi compagni di squadra, i giovani Emiel verstrynge e Ramses Debruyne che proveranno a imporsi in fuga, possibilmente in montagna, e magari uno dei due terrà anche duro per fare una buona classifica. Matej Mohorič, che al Tour ha vinto tre volte, viene da un paio di stagioni sottotono, a parte qualche risultato, e non vince una corsa dal campionato nazionale del 2024: riuscirà a sbloccarsi?
La Ef darà spettacolo e oltre ai sopracitati Healy, Carapaz, Steinhauser, porta altra gente con il fuoco nel sangue: i danesi Kasper Asgreen e Michael Valgren sono tra i cacciatori di tappe di maggiore qualità. Entrambi hanno chiuso un cerchio con all’interno un sacco di pensieri negativi vincendo di recente tappe in fuga in un GT. Asgreen al Tour nel 2023 e poi anche al Giro nel 2025, l’altro al Giro poche settimane fa. Ci riproveranno, così come ci proverà Alex Baudin, da poco vincitore di tappa al Delfinato, e tra gli attaccanti e corridori da finale impegnativo più attesi e in forma. Visto che nelle tappe dure, ma non durissime, bisognerà vedersela con gente tipo Pogačar, Vingegaard, Seixas o Evenepoel, allora meglio per lui battezzare qualche fuga e provarci da lì se vuole vincere – è uno dei francesi più attesi per portare a casa un successo di tappa. Infine Sean Quinn lavorerà molto, per tutti, mentre Max Walker lo troveremo spessissimo in fuga anche nelle giornate interlocutorie. Bonus: occhio a questa squadra per un bel piazzamento nella crono iniziale di Barcelona.
Squadra votata all’attacco, quasi interamente, la Groupama-FDJ che cerca dei risultati anche al di fuori di Romain Grégoire che resta la stella polare che guida una compagine che in questa stagione ha raccolto proprio poco al di là del fortissimo classe 2003 che punta a una tappa al Tour da vincere in maglia di campione nazionale. Se la condizione lungo l’arco delle tre settimane lo sosterrà, lo vedremo spessissimo davanti a dare battaglia. Dopo un orrendo Giro, i francesi corrono in casa e ci proveranno, almeno ad animare le tappe, prima di finalizzare con Grégoire. Quentin Pacher, Ewen Costiou, Clément Russo e Lorenzo Germani sono attaccanti nati e li vedremo spesso in fuga.
Netcompany INEOS che oltre a curare la classifica punta forte alla cronosquadre iniziale, da qui le chiamate di Filippo Ganna e Joshua Tarling, che proveranno, se arriveranno ancora con qualche energie residua, a vincere pure la crono individuale, e Tobias Foss il quale potrà sfruttare le sue qualità anche in fuga o stando vicino ai capitani in montagna. Michał Kwiatkowski non ha bisogno di presentazioni, la sua convocazione, l’ennesima al Tour, dà solidità ed esperienza alla squadra, mentre Dorian Godon è uno dei francesi con più aspettative per provare a vincere una tappa, magari in uno sprint ristretto, sia in fuga o nel gruppo maglia dei migliori.
Quinn Simmons è un altro dei corridori più attesi per le fughe, lui che quando c’è da accendere una miccia non si tira mai indietro, corridore dinamitardo, anarchico, a tratti estremamente spettacolare. Lo scorso anno per un paio di settimane è sembrato irresistibile, un’iradiddio, salvo, alla fine, raccogliere poco (un secondo e un nono posto di tappa). Lotto-Intermarché è squadra che ha velleità soprattutto pensando a offendere più che a coprirsi; Lennert Van Eetvelt difficilmente potrà fare classifica (prima di ritirarsi non c’è riuscito manco al Giro…), ma nemmeno di giocarsela ad armi pari, nei suoi arrivi (mossi, salite brevi, magari dure, insomma percorsi da ardennisti, più che da scalatori veri) con i calibri più grossi della corsa e allora si dovrà inventare qualche fuga buona così come faranno Georg Zimmermann, Liam Slock, Huub Artz e Jenno Berckmoes tutta gente in grande forma e che potrebbe trovare un successo di tappa attaccando da lontano. Chi non ha bisogno in tal senso di spinta è Baptiste Veistroffer, il fugaiolo per antonomasia di queste ultime due stagioni, capace di macinare migliaia di chilometri faccia al vento, fa il suo esordio al Tour per farsi conoscere e amare anche da un pubblico più ampio.
Oltre alla classifiche di Uijtdbroeks la Movistar punta a vincere (almeno) una tappa e tra Raul Garcia Pierna, Pablo Castrillo, Einer Rubio, Javier Romo e Jefferson Alveiro Cepeda avrebbe tutto il potenziale per farlo con una fuga in alta o media montagna. Nelson Oliveira e Michel Hessman, invece, saranno perlopiù di supporto. Nella NSN Cycling Team, Marco Frigo inseguirà fughe a ripetizione e George Bennett proverà, finché riesce, a far classifica, altrimenti pure lui si dedicherà alle azioni da lontano, soprattutto nelle tappe più dure, mentre in casa Red Bull-BORA-Hansgrohe è molto atteso Maxim Van Gils, che sarà il battitore libero di una squadra che, come abbiamo visto, avrà mire di altissima classifica, ma non disdegnerà la possibilità di raccogliere qualcosa con il talentuosissimo classe ‘99 belga. In montagna Valentin Paret-Peintre sarà tra i più attesi, vincitore al Giro nel ‘24 a Bocca della Selva, ma soprattutto al Tour sul Mont Ventoux nel ‘25, come lui magari anche Louis Vervaeke, più libero del solito da compiti di gregariato in casa Soudal, potrà provarci in fuga nelle tappe con tanto dislivello. Il team Jayco AlUla andrà a caccia di successi parziali, con una varietà di corridori di alto livello, ma magari in tappe meno impegnative. Mauro Schmid ha tanta qualità da mettere in campo quando va all’attacco, punta forte su un successo, ma ne ha anche per aiutare i suoi e tra quelli a cui dare una mano c’è Michael Matthews che viene da stagioni difficilissime per via di infortuni vari, non è più un ragazzino, ma ha sempre la classe per imporsi su quasi ogni terreno. Felix Engelhardt, di recente laureatosi campione di Germania, può essere un po’ la sintesi di entrambi: tiene bene in salite non troppo lunghe e ha un discreto spunto veloce. Se al Giro non si è mai visto, ritiratosi nelle prime tappe, al Tour cerca riscatto. Chiudono la selezione Jayco due australiani di grande esperienza come Luke Durbridge e Kelland O’Brien, perlopiù passisti che aiuteranno la squadra, magari anche andando in fuga. Team Picnic PostNl che farà quel che può, essendo una delle squadre meno competitive del World Tour (e faticherebbe anche a esserlo tra le professional), abbiamo parlato del velocista e del suo treno, restano in ballo Warren Barguil, corridore in netta parabola discendente da diverse stagioni e che riesce ugualmente, dopo un Giro in cui era più la volontà che le gambe, a strappare una convocazione per il Tour. Sicuramente ci proverà, ma c’è troppa gente che viaggia più forte di lui, come, magari, sperano nella squadra di matrice neerlandese, possano fare Robbe Dhondt e Frank van den Broek, due che in salita tengono bene, il primo lo impareremo a conoscere magari proprio a questo Tour, il secondo lo conosciamo bene. In Francia una tappa l’ha sfiorata nel 2024, arrivò in passerella e lasciò il successo al suo capitano Bardet, e nel 2025, battuto in fuga dal solo Kaden Groves, in stato di grazia quel giorno. Inutile dubitare di lui: ci proverà e riproverà anche quest’anno, dopo aver concluso un Giro d’Italia con pochi guizzi, il terzultimo posto, una spalla dislocata nei primi giorni e un paio di fughe nella terza settimana.
Jonas Abrahamsen, Uno-X Mobility, dalla forza inesorabile quando va all’attacco, un po’ su tutti i terreni (tranne le salite lunghe) è tra i più attesi cacciatori di tappe. Al Tour ha sempre dato spettacolo e lo scorso anno ha pure vinto una tappa, a Tolosa, andando in fuga praticamente dal km 0, battendo corridori come Schmid, van der Poel, van Aert, Ballerini. La squadra norvegese punta alle tappe anche con Anton Charmig, corridore esplosivo e resistente sulle salite di media lunghezza, che di recente ha conquistato la vittoria più importante in carriera imponendosi, dopo una lunghissima fuga, in una tappa del Delfinato.
Se Aaron Gate, XDS-AStana, a quasi 36 anni farà il suo esordio al Tour (pensate, tra i 48 debuttanti della corsa gialla, lui è il più vecchio, mentre il più giovane è Seixas e tra i due passano quasi 16 anni) e cercherà, magari con un colpo di mano, a vincere una tappa o a piazzarsi bene portando punti alla sua squadra, Alex Aranburu, Ben Thomas e Ion Izagirre inseguono con grande ambizione successi di tappa per la Cofidis su terreni differenti. Aranburu un po’ ovunque, in fuga anche in giornate più impegnative, se in stato di grazia è difficile staccarlo ed è anche veloce, oltre che uno dei migliori discesisti del gruppo, Izagirre in montagna (e pure lui va forte in discesa), Thomas nelle giornate medio facili. La Cofidis ogni tanto si ricorda di essere una buona squadra, una di quelle con maggiore tradizione e quindi a volte il colpetto riesce a batterlo: sarà così anche quest’anno?
Julian Alaphilippe, per la Tudor Pro Cycling Team, non ha di certo bisogno di presentazioni. Al Tour ha vinto 6 tappe, ha vestito ogni maglia, il suo arco narrativo è stato pressoché completo e completato. Non sappiamo ancora quanti anni avrà davanti come corridore professionista, ma prima del declino inesorabile – che preconizzo ogni anno, ma alla fine lui smentisce sempre – mi aspetto una degna conclusione. Un colpo buono magari ce l’ha ancora in canna e tappe su cui mettere le sue fiches anche. Lo aspetto. Restando in Francia, la TotalEnergies punta tanto su Joris Delbove, dato in grande forma, terzo al recente campionato nazionale dietro Grégoire e Lapeira. Tiene bene su percorsi impegnativi, da classiche e non è nemmeno fermo in caso di sprint ristretto, caratteristiche che condivide con Matteo Vercher e Alexandre Delettre, due che fanno della fuga la loro vocazione e potremmo vedere spesso all’attacco anche in questo Tour, così come Mathis Le Berre e Thibault Guernalec.
Esordio al Tour per la Caja Rural che, come avete visto, punta su Gaviria per le volate e per il resto la troveremo all’attacco in montagna – con Abel Balderstone, Sebastian Berwick e Felix Parra, sono in grande forma e nella fuga giusta possono anche vincere, ma chissà che magari uno di loro possa pure provare a tenere duro in classifica – nelle giornate meno dure con Jakub Otruba o provare a piazzarsi nelle tappe vallonate con Alex Molenaar, Joel Nicolau e Stefano Oldani, corridori che hanno anche un buono spunto veloce, sono esplosivi, se in giornata possono tenere sugli strappi brevi.
SPEDIZIONE ITALIANA UN PO’ GRAMA, MA QUESTO OFFRE LA CASA

12 corridori italiani al via non è nemmeno un numero così basso confrontato alle ultime stagioni, la qualità, invece, è quella che è, ma rispecchia il livello del nostro ciclismo che fa grande fatica a farsi spazio quando il livello diventa il massimo possibile: se fosse un videogioco, il Tour de France sarebbe l’hard-mode del ciclismo mondiale. Questi 12 li ho già nominati, ma qui entro un po’ di più nello specifico. Filippo Ganna è il nome più altisonante, ma cosa aspettarsi da lui? La Netcompany INEOS lo porta perlopiù per il contributo che riesce a dare alla causa, cronosquadre e lavoro per i suoi capitani nei finali di gare, vedremo come arriverà a livello di energie per l’unica crono presente, dove, tuttavia, sarà uno dei due, tre favoriti. C’è Davide Ballerini, XDS Astana, che ha vinto poche settimane fa al Giro, poi è caduto, ma si è ripreso e lo scorso anno arrivò secondo nell’ultima tappa a Parigi. Pochi corridori in circolazione come lui, fra quelli che hanno caratteristiche da velocista resistente, riescono a crescere man mano che un grande giro va avanti; lui comunque ci prova sempre e chissà che peschi un nuovo jolly come successo a Napoli al Giro. Lorenzo Germani è un gregario importante per la Groupama, ma è uno che sa anche ritagliarsi il suo spazio: non ci stupiremmo nel vederlo provare a vincere una tappa con una fuga da lontano. Stessa cosa Marco Frigo, forse dopo Ganna e più ancora di Ballerini, il più atteso tra i corridori italiani. Lui sì che si sta ritagliando una carriera da fugaiolo grazie alla quale in stagione ha pure chiuso in top ten la Amstel. Qualche centesimo su di lui lo si potrebbe giocare per una vittoria di tappa e probabilmente qualcosa si vincerebbe da qui a fine Tour: le giornate per lui, che tiene bene in salita, non disdegna il caldo, ama stare chilometri e chilometri faccia al vento, sono, sulla carta, tante. Se Davide Piganzoli, in salita, e il ristabilito, dopo la brutta caduta nella crono del campionato nazione, Edoardo Affini, in pianura e nella cronosquadre, saranno gregari di Vingegaard, Stefano Oldani e Matteo Trentin avranno le loro chance. O gettandosi in qualche sprint ristretto oppure in fuga, sfruttando magari il colpo d’occhio e lo spunto veloce. Mattia Cattaneo, Red Bull-BORA-hansgrohe, condivide, con Piganzoli e Affini, il ruolo di gregario di corridori papabili al podio. Correrà in supporto di Evenepoel e Lipowitz, e appare proprio una sintesi dei due italiani della Visma, andando forte a cronometro e tenendo bene in salita, mentre, infine, Damiano Caruso e Antonio Tiberi daranno il loro contributo alla squadra, Bahrain-Victorious, magari aiutando Lenny Martinez in salita o provando in prima persona fughe da lontano nelle tappe di montagna. Per Caruso vincere al Tour sarebbe un premio alla carriera e una chiusura del cerchio – dopo aver vinto nel 2021 una tappa Giro e una alla Vuelta. Per Tiberi sarebbe una svolta quasi imprevedibile a una carriera che pare del tutto plafonata nella mediocrità.
PERCORSO TOUR 2026

Si parte da Barcelona, e sarà subito una grande festa. Si è scelto, però, di farlo in maniera particolare: cronosquadre (che non si vedeva al Tour da un po’ di anni e che ricordo ha subito una decisa modifica: il tempo individuale di ogni corridore varrà per la sua classifica generale) e serale. Potrebbe essere già una sfida per la maglia gialla tra Vingegaard, Pogačar, Seixas e il duo Red Bull Evenepoel-Lipowitz, ma occhio alla Ineos che porta Ganna anche ( o soprattutto) per questo sforzo. Il giorno dopo, ancora a Barcelona, si fa sul serio: tappa per corridori esplosivi, sfida tra cacciatori di classiche e uomini di classifica. La terza tappa, la Granollers – Les Angles, secondo il sito ufficiale è tappa di montagna. Vero che ci sono due salite sopra i 1500 metri, ma l’impressione è che gli uomini di classifica se ne stiano buoni e che quindi possa arrivare la fuga. Da Carcassonne a Foix di nuovo si strizza l’occhio a fugaioli o puncheur, poi dipende sempre tutto da quello che vogliono fare gli uomini di classifica, mentre la tappa numero 5, la cambiale da pagare a Pau (stavolta sede d’arrivo), è la prima chance di una volata vera e propria di gruppo. Tappa 6: si arriva a Gavarnie Gèdre, ma si scalano Aspin e Tourmalet, non serve aggiungere altro a un Tour duro sin dalle prime tappe. Il giorno dopo a Bordeaux e quello successivo verso Bergerac, avremo probabilmente la seconda e la terza chance per gli uomini veloci di sfidarsi in una volata a gruppo compatto. Domenica 12 luglio, prima del giorno di riposo, la tappa 9 da Malemort a Ussel vede scritto a caratteri cubitali: fuga!
Tappa 10, 14 luglio, sarà grande festa in Francia sul Massiccio Centrale con la Aurillac-Le Lorian. Tappa dura, sette GPM, tra cui Puy Mary-Pas de Peyrol e Col de Pertus. Arrivo a le Lorian dove Vingegaard sconfisse Pogačar nel 2024. Tappe 11 e 12 ancora volata, tappa 13 l’arrivo a Belfort con il solo Ballon D’Alsace da scalare nel finale potrebbe richiamare all’appello qualche uomo di classifica o magari sgranare il plotone e vedere una volata di un gruppo molto ristretto. Il giorno dopo ancora Vosgi, ancora Ballon d’Alsace ma stavolta in compagnia di altre salite con arrivo a Le Markestein Fellering dopo aver superato l’impegnativo Col du Haag. Fuga tra gente forte e lotta per la classifica così come il giorno dopo con uno degli arrivi più duri del Tour 2026, a Brison sul Plateau de Solaison, 11,3km al 9% di media, già affrontata qualche settimana fa al Tour de Suisse. Riposo prima dell’ultima settimana che si apre con la crono di 26.1km da Evian les Bains a Thonon les Bains, troppo corta per essere vera, ma tant’è. Volata (o fuga se non ci sono gambe per tenere chiusa la tappa) a Voiron e classica tappa da fuga nell’ultima settimana con l’ondulata Voiron-Orcières Merlette prima della due giorni più attesa (e stramba) del Tour: due arrivi nella stessa località, ovvero Alpe d’Huez. Il primo giorno è giornata per distruggere ogni record di scalata, il secondo, penultima tappa del Tour, con la Bourg D’Oisans-Alpe d’Huez abbiamo anche la giornata più difficile altimetricamente parlando. Croix de Fer, Télégraphe, Galibiere, e infine Sarenne per arrivare su all’Alpe d’Huez. Infine arrivo a Parigi che lo scorso anno ci regalò una giornata memorabile con la vittoria di van Aert. Confermato Montmartre a fare selezione, magari, se sarà ancora in corsa, potrebbe essere la giornata per l’altro van, ovvero der Poel.
Per seguire nel dettaglio le tappe, con le loro altimetrie, gli orari di partenza e arrivo ecco il sito ufficiale del Tour: https://www.letour.fr/en/overall-route
LE STELLINE DI ALVENTO
MAGLIA GIALLA
⭐⭐⭐⭐⭐ Pogačar
⭐⭐⭐⭐ Vingegaard
⭐⭐⭐ –
⭐⭐ Del Toro, Seixas, Lipowitz, Evenepoel
⭐ Ayuso, Riccitello, Pidcock, TH Johannessen, Tejada, Uijtdebroeks, Arensman, Vauquelin, Hindley, Jorgenson, Yates, McNulty, Skjelmose, Carapaz, Healy, Martinez
MAGLIA VERDE
⭐⭐⭐⭐⭐ Philipsen
⭐⭐⭐⭐ Pedersen
⭐⭐⭐ Merlier, Kooij, Girmay
⭐⭐ De Lie, van der Poel, Waerenskjold
⭐ Turgis, Fretin, Pogačar, Gregoire, Godon, Bittner, Vingegaard
MAGLIA A POIS
⭐⭐⭐⭐⭐ Martinez
⭐⭐⭐⭐ Pogačar, Carapaz
⭐⭐⭐ Vingegaard, Seixas
⭐⭐ Pidcock, Jegat, Tejada, Storer, Vauquelin
⭐ Lipowitz, Arensman, Evenepoel, Healy, Steinhauser, O’Connor, Verstrynge
MAGLIA BIANCA
⭐⭐⭐⭐⭐ Seixas, Del Toro
⭐⭐⭐⭐-
⭐⭐⭐ Ayuso
⭐⭐ Vauquelin, Uijtdebroeks
⭐ Martinez, Riccitello
Dispacci dal World Tour #25
Chi ci segue, o meglio, chi segue nello specifico questa rubrica, sa che esce quando vuole e puote, ma soprattutto, a dispetto del nome (poco) generico cerca di trattare diverse forme di ciclismo, non solo, nello specifico, quello del World Tour.
Cominciamo dicendo che il calendario così intasato è uno schifo. Nemmeno il tempo di riprendersi dalla fine di un Giro d’Italia (bruttino?) che ci siamo ritrovati con giornate piene di corse su corse da non sapere nemmeno dove e cosa guardare. Prodotti perfetti per la bulimia del fruitore di questi tempi, il quale, magari, guarda senza nemmeno assimilare, capire, analizzare. Lo fa tanto per e sono dell’idea si perda totalmente il gusto di ciò che vediamo. Un modo per ammazzare la passione, più che alimentarla. Figurarsi se poi ci sono 35 gradi a giugno quanto sia forte la voglia di stare davanti agli schermi a seguire dieci corse in un giorno. D’altra parte ci sono molti appassionati che, consapevolemente, sono felici di vedere corse già finite a 100km dall’arrivo, quindi…
Magari aver letto il risultato, un ritiro, un ritardo fa dell’appassionato un vero e proprio esperto pronto a sparare sentenze caustiche, ma non lo si può mica biasimare, eh? Direbbe interrogandosi retoricamente uno come Roglič che esce con la sua solita aurea mediocritas dal Giro di Svizzera, a livello di atteggiamento, ma ne viene fuori palesemente in fase calante; poi magari alla Vuelta avrà un colpo di coda, ma dubito soprattutto perchè il suo colpo di coda significherebbe vincerla e se in Spagna ci va il connazionale…
Bisogna avere fegato per mettersi a seguire tutta sta roba, bisogna avere una grande memoria per ricordarsi tutto ciò che è successo e pure un enorme equilibrio (altro che aurea mediocritas) per non iniziare a mescolare fatti, attacchi, salite, cadute. Insomma, improponibili questi ultimi due fine settimana con una decina di corse al giorno, non giova a nessuno, nemmeno a malati come chi vi scrive, che ha fatto delle scelte.
Una di queste è stata mettere in primo piano il Next Gen, il Giro Under 23 vinto da Finn, ma non è tanto sull’angloligure che mi vorrei soffermare pur sottolineandone la grande qualità dei suoi successi, la dimostrazione come ormai, a tutti gli effetti, la categoria gli vada stretta e ora i prossimi obiettivi saranno Avenir e Mondiale. In Francia, come abbiamo scritto più volte, si cerca (disperatamente) la doppietta con il Giro. Le statistiche non gli sono minimamente d’aiuto, perché ogni volta che uno ci prova rimbalza. L’ultimo (ma vi sveliamo, anche l’unico) ad aver vinto Avenir e Giro Baby (diamo l’appelativo che è stato di moda un tempo, per una corsa che negli anni ha cambiato modalità e denominazioni) è stato Baronchelli nel 1973 e per fare esempi recenti di corridori che arrivavano con l’idea di raddoppiare mi vengono in mente: Sivakov nel 2017 dopo aver vinto il Giro arriva da favorito al Tour, esce di classifica, vinta da Bernal, ma riesce lo stesso, con una grande impresa, a conquistare una tappa in fuga da lontano l’ultimo giorno. Nel 2021 Ayuso domina il Giro davanti a Johannessen (Tobias) ma all’Avenir cade e si ritira e in Francia vince proprio il norvegese. Nel 2022 Leo Hayter vince il Giro, davanti a corridori come Van Eetvelt e Lenny Martinez, ma in Francia non sarà mai protagonista fino a ritirarsi l’ultimo giorno. 2023 Staune Mittet dopo aver stravinto un Giro di basso livello si ammala nella prima tappa dell’Avenir e si ritira. Nel 2024 Widar salta malamente di classifica il penultimo giorno quando era perfettamente in linea per giocarsela e Omrzel, invece, non riesce a stare con i migliori lo scorso anno nella corsa vinta da Seixas. Insomma non di grande auspicio per Finn.
Però Finn mi sa che è abituato a segnare record e sfatare tabù: è il primo italiano capace di vincere la corsa rosa per under 23 dai tempi di Cattaneo 2011, mica poco, e anche se dietro di lui in classifica c’è il nulla più assoluto (Scalco, che ambiva al podio, chiude 11°, poi arriva Cattani, buon 16° e un ritrovato Bessega 21°), portiamo pazienza, perché tanto ormai ci stiamo abituando a un ciclismo italiano che fatica con la classe di mezzo. La sua superiorità è stata tale da sembrare vederlo vincere con un filo di gas sia in salita che a cronometro. Per lo stile lo paragonano al campione del mondo sloveno, per me è più bellino da vedere Finn, così alto e slanciato in bicicletta, quell’altro, invece, con quelle misure tutte sue particolari sembra sempre appeso al manubrio e sul punto di cadere dal sellino. Per la facilità con cui si è sbarazzato della concorrenza (Ramirez e Bravo!) è parso avere quelle stesse categorie (un paio) di differenza che ha dimostrato Vingegaard con suoi avversari al Giro.
Dicevo che di questo Next Gen volevo parlare anche, o soprattutto, o comunque porre in particolar modo l’accento sulle prove degli italiani delle squadre continental (italiane) perché a differenza di ciò che accadde lo scorso anno, quando Agostinacchio vinse una tappa, sì, ma per il resto furono poca cosa, quest’anno c’è stato modo per mettersi in evidenza. Matteo Fiorin ha vinto una tappa in volata, à la Gaviria”, Pizzi, Fabbro e Arrighetti ne hanno sfiorata una a testa. Il primo anticipando e venendo battuto proprio da Fiorin sul traguardo, il secondo nella tappa d’avvio vince la volata di gruppo battendo nientemeno che Donati e Delle Vedove e mangiandosi le mani perché davanti, della fuga, era rimasto solo Haugland. Il terzo è tornato a mostrare la qualità e la solidità degli anni scorsi sfiorando la vittoria a Bacoli, battuto, dopo essere stato in fuga tutto il giorno, dal solo Matisse Van Kerckhove, ovvero una dele stelline di questa corsa. Poi ci sono stati i piazzamenti nei 10 non da buttare, di certo, dei vari Menghini, Fantini, Lorello, Anastasia (che ha dimostrato di andare forte su diversi terreni), Gialli (che si è messo in mostra anche in fuga), e ancora di Fiorin, Fabbro e Arrighetti capaci di ottenere altre top ten di tappa.
Un accenno anche ai primo anno: gli spagnoli Cubillas e Villate della Movistar, classe 2007, il primo di febbraio, il secondo di fine novembre, sono stati i migliori, rispettivamente 10° e 12° in classifica. Molto interessanti considerando poi che Cubillas è in assoluto uno dei migliori primo anno della stagione.
Poi ci sarebbe da parlare in ordine sparso, casuale, perché come detto troppe corse e alla fine mi ricordo ben poco, della vittoria di Piganzoli in Francia, la prima in maglia Visma, che diventano due perchè fa sue tappa e classifica finale della Route d’Occitanie che gli valgono il posto al Tour al posto di van Aert; di Lipowitz in Slovenia, che per vincere deve battere i suoi compagni di squadra e con la sua regolarità ambisce di nuovo al podio del Tour (per me sarà molto difficile). Pidcock vince in salita l’Andorra classic davanti a Verona, padrone di casa; Pidcock che chissà fino a dove vorrà spingersi al Tour 2026. Ha già provato a fare classifica in Francia, in Spagna c’è riuscito alla grande (podio alla Vuelta), ma la concorrenza alla Boucle sarà enorme: certo che in salita va molto forte e lo sta confermando. Punterà a una top ten che, visti i nomi al via del Tour, vale quasi come il podio ottenuto in Spagna lo scorso anno? Oppure lo vedremo solo giocarsi le tappe? Personalmente preferisco la versione meno sparagnina, ma chissà… la sua squadra raccoglierebbe punti molto pesanti in caso di piazzamento in alta classifica al Tour.
Ci sarebbe da parlare della sfida in Belgio tra gli sprinter più forti al mondo: Philipsen, Merlier, Kooij e a loro aggiungiamo pure Girmay. I quattro si ritroveranno (Decathlon permettendo che non ha ancora sciolto le riserve sulla partecipazione di Kooij) al Tour dove daranno il via a uno dei momenti di più alto livello per le volate degli ultimi anni. Noi, come ciclismo italiano avremmo un corridore che se la giocerebbe alla grande, Milan, ma il friulano non ci sarà e al Tour i nostri colori rischiano di essere meno che comparse.
Chiudiamo con la Svizzera dove lanciano segnali i giovani Widar e Martinez, finalmente, entrambi reduci da infortuni, stanno bene e valgono già il meglio in salita (Martinez lo sapevamo, Widar lo attendevamo) e si rivedono Vacek e Bagioli i quali, se non altro, fanno ben sperare che la Lidl possa essere di nuovo competitiva per le vittorie dopo un periodo difficile. Periodo difficle che continua per Tiberi che ha scelto il Tour al posto del Giro quest’anno perché, parole sue, gli si addice più di ogni altra corsa, lo stesso Tiberi che sosteneva come a lui piacciono le gare tirate dall’inizio. Nella prima tappa dello Svizzera si è staccato da mezzo gruppo a 80 km dall’arrivo sulla prima salita di giornata.
Cosa abbiamo visto al Giro d'Italia Women 2026
Si è conclusa domenica 7 giugno, a Saluzzo, l’edizione 2026 del Giro d’Italia Women partita il 30 maggio da Cesenatico. La classifica generale è stata conquistata da Demi Vollering con 30″ di vantaggio su Antonia Niedermaier e 1’37” su Anna van der Breggen. La prima atleta italiana in classifica, Elisa Longo Borghini, vincitrice nel 2024 e nel 2025, si è fermata ai piedi del podio, in quarta posizione. Dopo nove tappe, 1150,1 chilometri, quattro vittorie per Elisa Balsamo, due per Demi Vollering, una per Anna van der Breggen, una per Célia Gery ed una per Elisa Longo Borghini, decisiva è stata proprio l’ultima frazione che ha letteralmente ribaltato il podio, scalzando dalla vetta Anna van der Breggen, dopo cinque giorni in maglia rosa. Oltre a van der Breggen, l’unica atleta a vestire la rosa in questo Giro è stata Elisa Balsamo conquistandola, a Ravenna, al termine della prima frazione, dopo la squalifica di Lorena Wiebes, vincitrice al traguardo. Questo successo consegna a Demi Vollering, ventinove anni, la cosiddetta “tripla corona”, ovvero la conquista di tutte e tre le grandi corse a tappe: la Vuelta España Femenina (2024-2025), il Tour de France Femmes (2023) e, per l’appunto, il Giro d’Italia Women quest’anno.

LA RITROVATA FIDUCIA DI ELISA BALSAMO
Parliamo di un Giro d’Italia Women straordinario per l’atleta di Cuneo: quattro successi in nove frazioni, tre giorni in maglia rosa, e la conquista finale della maglia rossa di leader della classifica a punti. Una precisazione però è necessaria e riguarda la squalifica di Lorena Wiebes al termine della prima frazione, conclusa a Ravenna, in volata, e vinta dall’atleta olandese. La bicicletta di Wiebes non sarebbe stata conforme al regolamento e l’atleta del Team SD-Worx Protime sarebbe stata squalificata a seguito di irregolarità riguardante l’articolo 2.12.007-2.2 per utilizzo di mezzo non conforme. In termini più chiari e semplici, quando la bicicletta è stata pesata, il suo peso risultava di venti grammi sotto il limite minimo consentito, quantificato in 6.80 chilogrammi. La squadra e Wiebes hanno contestato la decisione e probabilmente agiranno nelle sedi opportune, come è loro diritto fare. Noi non intendiamo discutere più di tanto di questo punto, da parte nostra crediamo che se il regolamento contiene una norma, giusta o sbagliata che sia, sia corretto, fintanto che quella norma non viene modificata o cancellata, dar seguito a ciò che il regolamento esprime. Se si ritiene quella norma esagerata, idea che condividiamo per altro, sarà doveroso richiedere una modifica dello stesso. Sicuramente, però, la vittoria di Wiebes nella prima frazione non è stata in alcun modo agevolata da quella variazione di peso: l’olandese è stata nettamente la più forte in quello sprint e solo così ha superato ampiamente Elisa Balsamo e Lara Gillespie, come già più volte aveva fatto con le rivali, risultando inequivocabilmente la donna più veloce del gruppo. La sua squalifica, per questo ne parliamo, non toglie nulla alle vittorie di Balsamo ma è un fatto da citare, in sede di analisi delle volate. Elisa Balsamo si è letteralmente sbloccata: non alzava le braccia al cielo da circa un anno, il 14 giugno 2025 al Tour de Suisse. Ha vinto la seconda e la terza frazione e si è ripetuta nella sesta. Successi conseguiti in differenti tipologie di sprint e di tappa: riuscendo a tenere duro in salita, staccarsi, rientrare e sprintare, cavandosela da sola o sfruttando un treno. Le rivali, in particolare Chiara Consonni e Lara Gillespie, non sono mai parse davvero in grado di impensierirla. Il duello con Wiebes era sempre stato dalla parte dell’olandese sino ad oggi, quando riprenderà sarà interessante valutare se le cose saranno cambiate. Elisa Balsamo ha dimostrato di aver ritrovato una fiducia e una facilità di azione che ultimamente, causa anche l’assenza della vittoria, sembrava mancarle. Un fattore da non sottovalutare.

PER SEMPRE VAN DER BREGGEN
Domenica 7 giugno, verso Saluzzo, nella tappa che ha riscritto la storia del Giro d’Italia Women consegnando la maglia rosa a Demi Vollering, in molti abbiamo pensato ad Anna van der Breggen ed ai suoi pensieri. La sua storia la sappiamo ormai: scesa di sella a fine 2021 è salita in ammiraglia, per poi annunciare a fine 2024 l’intenzione di tornare in gruppo. L’anno scorso, al rientro, aveva già ben figurato: seconda alla Strade Bianche, terza alla Vuelta, dopo aver vinto una tappa, in top ten al Giro d’Italia Women, appena fuori dalla top ten al Tour de France Femmes dopo ottimi piazzamenti di tappa. Quest’anno, alla Vuelta, appena un mese fa, ha conquistato la maglia rossa alla penultima tappa, con una vittoria spettacolare a Las Praeres. Era ad un passo dalla vittoria della corsa spagnola, l’ha persa il giorno seguente sull’Angliru, a vantaggio di Paula Blasi, per soli 24″. Seconda. Al Giro ha incantato tutti con la prova messa su strada nella cronoscalata da Belluno a Nevegal: i tempi previsti dalle donne di classifica si aggiravano tra i 32 minuti ed i 32 minuti e 30 secondi. Lei ha fermato i cronometri a 31’38”. Rifilando un minuto a Marlen Reusser ed un minuto e dieci secondi a Demi Vollering. A Santo Stefano di Cadore è stata seconda, nella tappa regina, quella che avrebbe dovuto concludersi al Sestriere dopo la scalata del Colle delle Finestre, ha gestito la corsa, senza subirla. Si è messa in testa a fare il ritmo cercando di bloccare gli attacchi di Demi Vollering. Certo, la tappa è stata snaturata dalla conclusione ad un chilometro dal GPM del Finestre a causa di una slavina di ghiaccio ma, come per la squalifica di Wiebes, le atlete fanno i conti con ciò che la strada consegna e van der Breggen vi ha fatto i conti egregiamente, nonostante la caduta che l’aveva coinvolta il giorno prima. A Saluzzo, nell’ultima frazione, ha fatto il possibile, da sola, però, non ha potuto contrastare dapprima il ritmo di Lauren Dickson e Célia Gery e successivamente l’attacco “spaccagambe” di Vollering in salita. Dapprima le è sfuggita Antonia Niedermaier, successivamente Vollering. Ha perso la rosa ed il secondo posto, dovendo accontentarsi del gradino più basso del podio. Non è poco: van der Breggen ha trentasei anni, di Giri d’Italia ne ha già vinti quattro ed in carriera ha vinto tutto. Al traguardo era delusa, ma di una delusione trattenuta, elegante, come chi si arrende e riconosce la legge dello sport a cui sta consacrando la propria esistenza: la più forte sulla strada, punto e basta. Per la seconda volta in così poco tempo fa ancora più male. Sì, Anna van der Breggen. Per sempre.

ELISA LONGO BORGHINI: COMUNQUE VADA
Iniziamo dal dato finale: quarto posto in classifica generale, a 2’44” dalla maglia rosa. Elisa Longo Borghini non attaccava un dorsale dal 5 aprile scorso: ottava alla Ronde van Vlaanderen. Era ammalata, Longo Borghini. Aveva contratto un virus prima della Sanremo Women, si era fermata ma non era riuscita a recuperare. Al Giro si è presentata con un ritardo di preparazione di circa un mese. Bisogna partire da qui per spiegare la prestazione della cronoscalata, dove ha accusato dalle altre pretendenti alla maglia rosa, e la mancanza di brillantezza in salita. Per questo motivo ha deciso di non rispondere agli attacchi, di non fare strappi di ritmo, ma di salire del proprio passo. A Santo Stefano di Cadore, ha stretto i denti tutto il giorno e, grazie a questa strategia, è praticamente arrivata con Vollering e van der Breggen. Sul Finestre ha cercato di fare lo stesso e, se la tappa fosse arrivata al Sestriere, probabilmente, l’epilogo sarebbe stato simile. Però Elisa Longo Borghini è atleta del nonostante, del comunque vada, se preferite. I più avrebbero considerato senza senso l’azione messa in campo nel giorno della vittoria di Célia Gery a Salice Terme. C’era già una fuga in corso, ma è bastata una discesa per solleticare l’inventiva: via Silvia Persico e via Elisa Longo Borghini. Sono rientrate sulla fuga e, di fatto, l’hanno portata al traguardo. Ci sono stati momenti in cui, grazie a quell’azione, Longo Borghini avrebbe guadagnato circa quaranta secondi in classifica generale. Invece il gruppo ha chiuso e ne ha rosicchiati solo cinque. Uno spreco di energie? Sicuramente, ma dice di essersi divertita. Il giorno dell’ultima tappa, a Saluzzo, ha corso con la rabbia in corpo. Forse non con le migliori gambe, ma con tutto il resto che contraddistingue una atleta elevato all’ennesima potenza: volontà, sacrificio, lucidità, razionalità, irrazionalità, istinto, dolore, voglia, sacrificio, intelligenza e avanti con ingredienti simili. Se n’è andata a settanta chilometri dall’arrivo con Fisher-Black e Niedermaier e, di capovolgimento di gara in capovolgimento di gara, è stata la prima a tagliare la linea del traguardo di Saluzzo. Ha dichiarato che non stava tanto cercando la vittoria in quanto tale, ma una prestazione che rispecchiasse il suo reale valore. Distinguo non da poco, annotazione non da poco. Era settima in generale alla partenza, è arrivata ad un passo dal podio e l’ha fatto con un’operazione tanto rischiosa quanto affascinante. Ha urlato sul traguardo. Un grido non molto diverso da quello di questo autunno alla Tre Valli Varesine. Un grido liberatorio. Elisa Longo Borghini si libera così dai mostri di uno sport duro e dai pesi sul petto quando le cose non vanno. Nonostante tutto, scatta con il diavolo in corpo. Comunque vada.

VOLLERING SA QUANTO SIA FACILE PERDERE
La sensazione è che Demi Vollering sia cresciuta di condizione nel corso di questo Giro d’Italia Women. Vero è che sin dall’inizio è stata spesso lei a muovere le carte, a svegliare il gruppo quando “dormiva” tranquillo, per esempio sulla salita di Montenars, nella terza frazione. Aveva voglia e, dopo la cronoscalata di Nevegal, bisogno di attaccare, Vollering, per recuperare il passivo pagato da van der Breggen, ma, almeno sino alla frazione conclusiva a Saluzzo, i suoi scatti non hanno, poi, segnato molte differenze in corsa. Certo, questo può derivare anche dal valore delle avversarie e da un alto livello, in particolare a questo Giro, dello scontro per la classifica generale. Tuttavia, soprattutto nelle prime tappe, in particolare dopo la cronoscalata, Demi Vollering è apparsa abbastanza affaticata, più del solito, per quanto la conosciamo. Nulla di strano: non ha mai nascosto di puntare al Tour de France, traguardo che insegue dal 2023 quando riuscì a conquistarlo davanti a Lotte Kopecky e Kasia Niewiadoma. La condizione fisica ha i suoi tempi e non è infinita, per averla ad agosto, quando si correrà il Tour, è necessario fare delle scelte. Magari quella di mettersi in gioco anche quando non si è ancora al 100%. In ogni caso, se Vollering non al massimo è questa, crediamo possa metterci la firma. Due vittorie di tappa e una frazione, quella di Saluzzo, in cui, anche se non ha vinto, ha messo su strada un vero e proprio show e, di forza, si è presa, la maglia rosa. Di forza e anche di tattica. Una tattica studiata a cena, la sera prima. Ha fatto tirare le sue compagne, ha consumato anche mentalmente van der Breggen e poi è partita. Ha ripreso la fuga, ha controllato, si è presa gli abbuoni e, come da antico accordo tacito nel ciclismo, non ha partecipato alla volata per la vittoria di tappa. L’acume tattico l’aveva già mostrato in altre occasioni e, in questo Giro, in particolare a Salice Terme quando ha inserito Gery in fuga, ha risparmiato la propria squadra dal lavoro per riportarsi su Longo Borghini e, alla fine, ha anche vinto la tappa proprio con la francese. Chissà se l’ottava frazione fosse effettivamente finita al Sestriere quale sarebbe stato l’esito. Le hanno chiesto quale sarà il prossimo traguardo a cui punta ed ha parlato del Tour de France. Soprattutto, però, ha detto che ora vuole solo godersi il successo al Giro perché, proprio in Francia, ha imparato quanto sia facile perdere o, almeno, non vincere. Questa non è un’impresa, non consegna trofei, non titoli di giornale, ma, per come la vediamo noi, vale più o meno allo stesso modo.

GIRO D’ONORE
Appunti sparsi su altre protagoniste del Giro Women
-Le fughe, anche quelle senza alcuna speranza, sono da ricordare. Per questo citiamo alcuni nomi di fuggiasche e fuggitive: Valeria Curnis, Sharon Spimi, Sofia Arici, Eleonora La Bella, Elisa De Vallier, Sara Luccon, Cristina Tonetti, Alison Jackson, Barbara Guarischi, Nienke Veenhoven, Eleonora Deotto, Marta Pavesi, Giorgia Serena, Fariba Hashimi, Petra Zsankò, Maya Kingma, Mireia Benito, Camilla Bezzone, Gaia Segato, Irene Cagnazzo, Chantal Pegolo e Marjiolein van’t Gelof.
-Non saranno campionesse, ma vederle arrivare ed esultare, felici, è stato uno dei capitoli più belli di questo Giro: parliamo del terzo posto di Chantal Pegolo e del sesto di Gaia Segato a Salice Terme. Loro e le loro squadre, in festa come se il Giro lo avessero vinto. Ed in parte lo hanno vinto. Perché la vittoria non è mai unica e sola.
-La maglia azzurra di Eleonora La Bella ha un significato profondo: un modo di ritrovarsi e di ricordarsi chi si è e perché si corre in bicicletta, dopo l’infortunio dello scorso anno. Ne parliamo ampiamente nella controcopertina della nostra newsletter.
-Non è stato il Giro di Marlen Reusser. A parte la cronoscalata di Nevegal, la svizzera, l’anno scorso seconda, non è mai stata davvero protagonista e tra cadute e altre vicissitudini si è sempre ritrovata ad inseguire. A Saluzzo ha perso anche la top ten, concludendo in tredicesima posizione.
-Antonia Niedermaier ha ventitrè anni. A Saluzzo, per alcune ore, è stata la virtuale vincitrice del Giro. Ha concluso seconda, dopo il sesto posto del 2024 ed il quinto dello scorso anno. L’avevamo conosciuta meglio nel 2023 per la vittoria di tappa a Ceres ed il ritiro a seguito di una brutta caduta il giorno seguente. Strada facendo, vedrai.
-Menzione d’onore per Lauren Dickson e Célia Gery. Prezioso il loro lavoro per Vollering. Gery, inoltre, si è anche presa una tappa. Talento eccezionale e giovane.
-Da ricordare l’attacco di Monica Trinca Colonel verso Santo Stefano di Cadore. Di certo non ha portato i risultati sperati, ma di sicuro ha evidenziato l’abilità e la voglia di fare di una ciclista che sta crescendo costantemente.
-Per Elena Cecchini è stato il dodicesimo e ultimo Giro. Atleta che non ha bisogno di presentazione, donna squadra, al fianco delle proprie capitane in ogni circostanza. Di rara intelligenza e perspicacia nella lettura delle situazioni. Sarà strano quando non la troveremo più in gruppo. Mancherà.
-Le altre maglie: maglia rossa della classifica a punti ad Elisa Balsamo, maglia azzurra dei Gpm a Demi Vollering, miglior giovane Isabella Holmgren, classifica a squadre a Lidl-Trek.










































