Un racconto di fango e pietre oppure una stagione senza Roubaix

Che strazio: un anno senza Parigi-Roubaix. Che paura guardare Arenberg vuota, ferma e silenziosa come una vecchia fotografia invernale. Non ci può essere più scherzo bislacco di una Roubaix bagnata, con freddo e vento e che non si può disputare.

Immaginatevi: una nebbiolina avvolge la foresta e una mandria di corridori imbizzarriti ci si lancia dentro, dove a sfidarsi in prima fila ci sono i Diòscuri del ciclismo, van Aert e van der Poel. E invece è l'horror vacui. Come quando il re dei sogni scende all'Inferno e lo trova svuotato da tutte le anime dannate.
Immaginatevi. Chiudete gli occhi e fate volare il pensiero verso Arenberg, l'infame. Quel pavimento lastricato che compone il suo settore: veleno per le gambe dei corridori. Immaginatevi le pietre che lo ricoprono, ricche di insidie e di aneddoti. Pietre che hanno visto cavalieri ritornare a casa dopo lunghe battaglie e soldati feriti marciare; carri trasportare carbone o mezzi agricoli dissestarne la pavimentazione. Sassi tagliati in modo ingiusto e che ridono malignamente quando le ruote fanno loro il solletico e si sentono colpevoli quando durante la Parigi-Roubaix qualcuno finisce a terra e si fa male. E oggi? Oggi i corridori vivranno stati d'animo schizofrenici: ci sarebbe potuti essere e avrebbero rischiato, si sarebbero fatti male, avrebbero sofferto. Invece non ci sono ma sognano di esserci.

Immaginatevi quel tratto: un sentiero oscuro chiamato anche Drève des Boules d'Hérin, dove boules sta per bocce, oppure qualcosa di simile a bouleaux, betulle, come quelle che circondano i duemila e quattrocento metri di strada fino all'uscita.
Durante l'anno, da quelle parti, tutto sembra immobile e appartenente a un'altra epoca - un po' come accadrà oggi. L'area è protetta, in letargo. C'è una sbarra: il transito è vietato alle automobili. Sopravvissuta alla legge dell'asfalto, dal 1992 è monumento nazionale. Sul sito dell'associazione "Les Amis de Paris-Roubaix", uno slogan recita: "Senza pavé non c'è la corsa", loro, come guardiani di questo tempo perduto, hanno il compito di scovare nuovi tratti in pavé, restaurarli e salvaguardarli, in barba a contadini, agricoltori e amministrazioni; tra febbraio e marzo si piegano sulle gambe per sistemare le pietre sconnesse. Angeli a guardia dell'inferno. Quest'anno resta il pavé, ma non la corsa.

Allora quella possiamo solo continuare a immaginarla, a studiarla, a ricamarla. Possiamo sentirla: come l'aria di quelle parti tutta intrisa di carbone, o raccontarla. Come Emile Zola che scrisse di Étienne Lantier, il quale, dopo aver preso a schiaffi il suo datore di lavoro, fu licenziato e si trasferì a lavorare nelle miniere della vicina Anzin. Frustrato dalle condizioni di lavoro organizzò diversi scioperi e rimase bloccato in una delle gallerie a seguito di un'esplosione organizzata dall'anarchico Souvarine.

Le miniere tutte intorno producevano carbon fossile collante adatto alla produzione di metalli, e il terreno grigiastro e polveroso che sfila lungo il pavé a schiena d'asino ne è la prova. Jean Stablewski, diventato poi Stablinski, ne è testimone; cresciuto a Wallers, da dove passa la corsa e da dove nasce e muore Trouée d'Arenberg, fu lui a rivelare agli organizzatori dell'epoca l'esistenza di questo tratto; su questo ciottolato ci passava in bicicletta nelle ore libere dal lavoro, prima di fuggire da quelle miniere e rifugiarsi nel ciclismo. «Sono l'unico uomo al mondo che è passato sotto le gallerie che tagliano la Foresta e che poi c'ha pedalato sopra». Ora una stele all'entrata lo ricorda.

Qui è difficile costruire un successo, mancano troppi chilometri alla conclusione, se cadi o fori hai tempo per recuperare, ma al termine del suo segmento l'acido lattico ti arriva fino alle orecchie. Qui Johan Museeuw rischiò di porre fine alla sua carriera. Cadde, si frantumò il ginocchio che si infettò a causa di merda di cavallo e rischiò l'amputazione. Redento, ritornò e la vinse altre due volte. Lo scorso anno van Aert cadde e provò una rimonta malriuscita: quest'anno sarebbe andata diversamente, ci potremmo giurare.

Questo posto ha tanti nomi, come uno spauracchio, come un demone. Pierre Chany fu il primo a chiamarlo Tranchée d'Arenberg, perché la sua cupezza ricordava i condotti tagliati dalle trincee durante la prima guerra mondiale. È Trouee d'Arenberg, è la Foresta di Arenberg, o semplicemente Arenberg, l'infame. Per i corridori è solo l'inizio dell'incubo e la fine dei sogni che da qui in poi si tramutano in brusco risveglio, per la Parigi-Roubaix è un segno identificativo.
Le azioni decisive qui sono state fatte di rado, perché ha più senso, in una corsa che non ne ha, attaccare sul settore di Mons-en-Pévèle quando mancano una cinquantina di chilometri all'arrivo e la strada è tutta polvere e buche. Ci provò Štybar senza successo un paio di anni fa, zigzagando tra le canalette e respirando sabbia a pieni polmoni; Boonen, per la sua quarta vittoria alla Roubaix, staccò Terpstra, suo compagno di squadra, a Auchy-lez-Orchies, quando mancavano più di cinquanta chilometri a Roubaix. Sul settore di Templeuve attaccò Ballerini nel 1995 e al traguardo ne mancavano poco più di trenta. Sagan si differenzia sempre e per vincere nel 2018 sceglie un anonimo tratto d'asfalto per salutare la compagnia. Qualcuno opta per il Carrefour de l'Arbre (Cancellara per la sua prima Roubaix dopo aver selezionato il gruppo già dalla Foresta) o dintorni: per la sua prima volta Boonen nel 2005 sceglie Gruson.

Inserito nel finale e dove la gara si può ancora decidere o rimescolare, il Carrefour de l'Arbre è un tratto con curve malefiche, tifosi che rischiano di invadere la strada, terreno dissestato tra sassi e lastre d'asfalto che creano vere e proprie buche; qui Vanmarcke nel 2016 provò l'azione risolutiva, ma fu ripreso e poi Hayman beffò Boonen nel velodromo di Roubaix. Dove prima o poi, per fortuna o purtroppo, si arriva e tutto finisce.

Immaginatevi, infine, cosa sarebbe potuto essere nel 2020, a ottobre, con van der Poel e van Aert, con la pioggia, il vento e il freddo con Arenberg gotica e il suo abito spettrale e con tutti gli altri settori dai denti aguzzi pronti a lacerare la carne; non lo sarà, ma forse lo rivedremo tra pochi mesi. Arenberg l'infame, la Roubaix e ancora altre storie da raccontare.

Foto: ASO / Pauline Ballet


Il tempo di riflettere

Riflessioni sugli ultimi avvenimenti al Giro d’Italia.

Diciamolo chiaramente ed evitiamo pericolosi fraintendimenti: ogni persona che svolga il proprio lavoro ha il sacrosanto diritto di pretendere che siano assicurate misure di sicurezza adeguate. Se queste misure non sono garantite ha la possibilità ed il diritto di segnalare le mancanze ed, eventualmente, di agire, anche giudizialmente, affinché queste carenze siano rimosse. La salute è un bene troppo importante e non ci si può nascondere: la pandemia da Covid-19 la mette a repentaglio. Il punto non è questo ma un altro. Il punto è assicurarsi che quando si agisce con recriminazioni varie, in tutti gli ambiti della società ed anche nello sport e quindi nel ciclismo, lo si faccia veramente a tutela del bene salute e non prendendo a pretesto questa tutela per difendere altri interessi personali. Chi protesta per difendere il bene salute ha tutta la nostra approvazione, chi lo fa in maniera pretestuosa per altri interessi, invece, crediamo debba riflettere. Quanto meno sul fatto che, in questo modo, non ha rispetto proprio per quel bene di cui finge di farsi paladino.

Cosa vogliamo dire? Abbiamo parlato con diversi direttori sportivi e ci è stato assicurato che le misure di sicurezza adottate dall'organizzazione del Giro d'Italia, per quanto concerne gli atleti, sono assolutamente adeguate. L'organizzazione questo deve fare: garantire il massimo della sicurezza possibile. La sua è un'obbligazione di mezzi, non di risultato. Risulta evidente a tutti come i numeri dei contagi siano aumentati e il ciclismo, per quante bolle possano isolarlo, vive in questa realtà. Per questo motivo qualche contagio poteva esserci e purtroppo c'è stato. Ci spiace e auguriamo agli atleti coinvolti una pronta guarigione ma il rischio che loro hanno corso e corrono è il rischio che corrono tutte le persone che, nonostante questa situazione, continuano a svolgere il proprio lavoro. Un rischio che si auspica sempre più vicino al minimo ma che non potrà mai toccare quota zero. Al Giro, fino ad ora, sono state trovate positive al Covid-19 otto persone: due atleti e sei membri dello staff fra i 571 test effettuati tra l'11 ed il 12 ottobre. Ci pare che, al momento, non siano numeri che possano mettere a repentaglio lo svolgimento di una manifestazione sportiva del livello del Giro d'Italia. In questi giorni si stanno effettuando altri test e una nuova tornata di test a tappeto è prevista per il secondo giorno di riposo: aspettiamo i risultati e proviamo a mantenere razionalità ed occhio critico. Vale per tutti ed anche per gli addetti ai lavori della stampa che anche in questi giorni, in taluni casi, per la fretta di diffondere una notizia, sono stati parte di un'informazione approssimativa che altro non fa se non seminare panico e allarmismo. Soprattutto a causa dei titoli, studiati per attirare click e visualizzazioni.

Si veda la vicenda dei 17 poliziotti della scorta del Giro-E positivi al tampone per cui, per fare chiarezza, è dovuto persino intervenire il ministero degli interni.
A qualcuno non sta bene la situazione in corsa? Ci risulta che nessuno impedisca alle squadre di esporre lamentele, cosa peraltro fatta, oppure di meditare il ritiro dalla corsa. Vista la situazione, ci permettiamo di non condividere una simile scelta e di dubitare che le reali motivazioni che la accompagnano siano da ricercare nella tutela della salute. Dubbio nostro, sia chiaro. Ogni squadra però deve scegliere secondo ciò che ritiene opportuno: non volete più restare in corsa? Ritiratevi, nulla da obiettare, state perseguendo un vostro legittimo interesse. Quello che invece è intollerabile è pretendere che quel vostro interesse, che visti i dati non rappresenta una tutela della salute, debba inficiare l'intera manifestazione impedendole di giungere alla normale conclusione a Milano. In ogni decisione sarebbe auspicabile una attenta ponderazione e scissione, a mente fredda, tra quello che è l'interesse generale e quello che è invece un interesse personale. Non sempre le due fattispecie sono nettamente separabili, in particolare quando la tensione e la pressione aumentano. Servirebbe solo qualche pausa di riflessione in più prima di formulare richieste e suscitare polemiche. Proviamo a prendercela. Tutti.

Foto: Gabriele Facciotti/Pentaphoto


Elogio di Peter Sagan

Se Peter Sagan non ci fosse, bisognerebbe inventarlo perché di gente così il ciclismo ha bisogno. Forse, però, avremmo dei problemi, perché la persona più adatta per inventare qualcuno di simile a Sagan sarebbe proprio Peter Sagan. La fantasia non è per tutti e per inventare cose belle ne serve tanta. Sagan non ha problemi con l'inventiva ed oggi lo ha dimostrato, ammesso che ce ne fosse bisogno. Ha dimostrato che gli uomini hanno un unico modo per essere, e quel modo è il "nonostante". Tanto avrebbe potuto lamentare o recriminare, e sappiamo tutti quanto sia facile quando le cose non vanno, tanto avrebbe potuto dire, invece no. Peter Sagan ha scelto di usare la fantasia e l'inventiva: la salvezza che troppo spesso dimentichiamo di avere a portata di mano. Non quella che porta altrove, non quella che rifugge la realtà o i problemi, in cui comunque siamo calati, ma quella che si infila tra i problemi e prova a leggerli diversamente, a declinarli diversamente, a interpretarli mettendoci qualcosa che altri non vedono, che altri non capiscono. Gli altri certe cose non possono nemmeno immaginarle, forse non vogliono immaginarle perché immaginare un finale differente costa fatica.

Forse Sagan intendeva questo quando ha detto: «Finalmente ho vinto come piace a me. In che modo? Dando spettacolo, no?». Sagan che ha vinto a Tortoreto Lido dopo 471 giorni di digiuno e ci dicono avesse gli occhi lucidi dopo il traguardo. Non ha vinto come tante altre volte perché non ha fatto come tante altre volte, con intelligenza e lungimiranza. Arnaud Dèmare in volata è più veloce, non solo di lui, di tutti in questo momento. Non ci si può far nulla. O meglio: si può fare di tutto ma niente cambierà questa realtà. La realtà la cambi con ciò che realtà non è o almeno con qualcosa che realtà non è ancora. Non è realtà quando la pensi, quando la immagini, quando sei tu l'unico a crederci. La cosa peggiore è che realtà potrebbe non diventare mai: se la squadra di Dèmare insistesse ancora qualche chilometro, se tu non avessi più le forze o la fiducia per insistere ancora, se quei secondi ti sembrassero troppo pochi, se gettarti in discesa in quel modo ti incutesse qualche paura, se pensassi di accontentarti dei punti per la maglia ciclamino, se ti tornassero in mente quelle voci che hai sentito e non ti sono piaciute, di più, ti hanno ferito. Anche se non lo dai a vedere, anche se hai sempre il sorriso sulle labbra e la battuta pronta.

Le realtà immaginate si sbriciolano proprio in quel momento: quando ti fossilizzi sulla realtà che c'è invece che su quella che ci sarà o che potrebbe esserci. Come a dirti: «Se non ci credi più tu, cosa facciamo?». Tu devi crederci a qualunque costo. Peter Sagan non ha mai avuto dubbi su quel sogno sognato, non oggi almeno. Lui sa che si vive e si vince sempre "nonostante". Il che non significa arrendersi, non significa adeguarsi, non significa rinunciare. Significa vedere chiaramente ciò che c'è e cercare tanto e ovunque ciò che vorresti ci fosse. Con l'ostinazione dei sogni e con la concretezza della realtà.

Foto: Gabriele Facciotti/Pentaphoto


Parlate di psicologia, senza paure

Chi comunica, giornalista o meno, deve fare una scelta: raccontare ciò che la gente vuole sentire oppure raccontare ciò che sente e crede giusto, aldilà dei momentanei riscontri del pubblico. Chi fa la prima scelta arriva in anticipo, chi fa la seconda impiega più tempo e spesso non viene compreso. Il punto è: cosa ti interessa? Se ti interessano facili applausi e altrettanto facili riscontri non devi avere dubbi, scegli la strada del consenso ad ogni costo, dì quello che tutti vogliono sentire e ometti ciò che la gente teme o non capisce. Se invece, come auspicabile, prima del consenso e del riscontro delle persone che ti ascoltano o che ti leggono, poni un’idea del circostante, un tuo personale credo o semplicemente una certa onestà intellettuale, in questo caso la via giusta da prendere è la seconda. Quella che si preoccupa di trasmettere qualcosa di proprio e di vero, giusto o sbagliato si vedrà. Qualcosa che, almeno in quel momento, ritieni giusto comunicare perché ci credi, perché credi nella giustezza e nella forza di quel messaggio. Detto questo ognuno compie la scelta che ritiene giusta e se ne assume le responsabilità.

Già, perché ci sono grosse responsabilità. Sia quando dici qualcosa, sia quando lo ometti o vorresti farlo. Per esempio bisognerebbe riflettere quando si dice «non parliamo di psicologia perché alla gente fa paura», come accaduto ieri durante una trasmissione televisiva. Sarebbe grave anche non volerne parlare per un proprio gusto personale (perché bandire certi argomenti?) ma ancor più grave è rifiutarsi di parlarne per i gusti o le idee della gente. L'assunto non è errato. C'è della verità: purtroppo, ancora oggi, le persone hanno paura di parlare di psicologia o psichiatria. Sapete perché? Per quel vizio, deprecabile, di inscatolamento dei fatti e delle persone che purtroppo fatichiamo a perdere. Così le persone devono essere perfette, di successo, vincenti e, possibilmente, sempre felici. Gli uomini devono essere virili, forti, fisicati, senza dubbi o paure. Guai a piangere o ad ammettere qualunque debolezza. Le donne devono avere un fisico perfetto, misure da modelle, mai un capello fuori posto, devono sposarsi entro una certa età, possibilmente con uomo di un certo tipo, e avere figli. E via discorrendo in una lunga serie di assunti che nulla significano se non la chiusura mentale di colui che afferma. Assunti che sono alla base di grosse sofferenze psicologiche da parte di chi non vi si riconosce e spesso, per questo, viene scartato da un certo tipo di società come una caramella cattiva. Ecco, la psicologia prova a risolvere questo problema. Prova ad allungare una mano verso chi sta male "dentro", come la chirurgia fa con il dolore fisico. Il problema è che, per questo incasellamento sociale, andare dallo psicologo significa essere deboli, avere problemi, non avere certezze, non essere realizzati, avere paturnie o fisse. Tutti termini assegnati come condanna a chi soffre. Tanto a giudicare siamo tutti bravi.

Noi vogliamo dirlo forte e chiaro: si parli di psicologia. Se ne parli sempre di più, in ambito sportivo e non. Se ne parli come si parlerebbe di qualunque altro argomento. Chi si rivolge a uno psicologo non è un debole, non è un fallito, non è una persona "problematica". Chi si rivolge a uno psicologo sta soffrendo e ha tutto il diritto di farlo. Chi soffre e lo ammette ha coraggio, coraggio da vendere. Non bisogna avere paura delle proprie debolezze, sono queste a farci belli, a farci uomini e donne. Sono queste da coccolare e da ascoltare. Se chi comunica deve scegliere di omettere qualcosa, per tempo o volontà, scelga di omettere gli stereotipi, le frasi fatte, i modelli sbagliati e un certo modo di rivolgersi al mondo e agli altri, quello della faciloneria e della presunzione, che, per quanto possa riscuotere consensi e applausi, fa paura. Quello fa paura e deve far paura, non la psicologia. Punto e basta.

Foto: Bettini


Siamo tutti Alaphilippe

La storia di Julian Alaphilippe è una di quelle storie in cui tutti ci siamo immedesimati sin dal primo momento. E ci siamo immedesimati perché è storia sua ma, in realtà, è storia nostra. Accade con quelle vicende che racchiudono ciò che tutti viviamo o abbiamo vissuto. Magari non integralmente, magari solo per brevi tratti, magari di riflesso ma sappiamo bene cosa c'è lì dentro, sappiamo bene cosa si prova a stare in quei panni. Quando gioisce qualcuno con quella storia, in fondo, gioiamo tutti. Come se esorcizzassimo qualche groppo in gola, come se guardassimo a tutto quello che ci ha fatto del male e gli dicessimo in faccia: «Vedi? Ci rialziamo lo stesso». Certe storie ci fanno forti. Questo è il bello. Ed è per questo che, appena Alaphilippe ha alzato le braccia al cielo, domenica, siamo tornati indietro e, col pensiero, abbiamo rivisto tante cose. Per lui ma in realtà per noi.

Abbiamo ripensato ai giudizi. Sì perché a tutti è accaduto, almeno una volta ma in realtà molte di più, che un giudizio ci ributtasse là, in fondo al buco nero dove ci siamo sentiti invisibili ed inascoltati. Magari dopo che tanto avevamo fatto per uscirne. Dopo che tanto ci avevamo creduto. Quando eravamo così giovani e di credere avevamo tanto bisogno. E non c'è nulla di peggio soprattutto nell'età della crescita. Un preside me lo disse, qualche anno fa. «Tutte le parole hanno un peso ma le parole pronunciate nei confronti di persone di una certa età, giovani o adolescenti, pesano molto di più. Quelle parole possono rovinare una vita. Certi non ci pensano». Julian è passato da quelle parole: «Suo figlio non ha le capacità per frequentare un liceo. Non ha nemmeno il fisico per frequentare una scuola di ciclismo. Anzi sarebbe il caso che iniziasse a lavorare invece di perdere tempo con gli amici». Qualcosa di questo tipo, qualcosa di questa forza. Le critiche possono servire per crescere, i giudizi perentori no. Quelli distruggono senza dare una seconda opportunità. Senza nemmeno considerare che in errore potrebbe benissimo essere colui che quel giudizio lo ha emesso. Non conta nulla l'età, l'esperienza e tutto il resto. Sbagliano tutti, persino le eccellenze. Essere eccellenza, in realtà, dovrebbe essere un concetto a larga scala, fondato sulla meritocrazia delle capacità e delle competenze ma affiancato dalla sensibilità e dalla cura. Chi sfoggiando la propria capacità, vera e presunta, irrida o distrugga le speranze di altri dovrebbe sottoporsi a un serio esame di coscienza. Catherine, mamma di Julian, ha creduto a quei giudizi, e forse non poteva fare altrimenti date le circostanze. Papà no. Papà ha creduto in un futuro che pareva impossibile. Ha creduto che, forse, quell'irrequietudine del figlio fosse solo sinonimo di un qualcosa da cercare, da trovare. Che quelle biciclette, che tanto gli piacevano, potevano essere un mezzo per farsi strada tra tante cose.

Abbiamo pensato a tante altre cose ed in particolare alla mancanza. Tutti abbiamo qualcuno che ci manca. Perché non c'è più o perché c'è ma è altrove. A tutti mancano delle braccia per essere stretti e delle mani a carezzare il volto. Possiamo cercarle ovunque e non le troveremo più. Altri ci abbracceranno, altri ci accarezzeranno le gote ma non sarà la stessa cosa. Bisogna dirlo. Certe braccia e certe mani le perdi una volta e non ci sono più speranze di riafferrarle. Julian rivorrebbe quelle di papà. Dice che la sua mancanza gli ha tolto il fiato, gli ha tolto tutto. Dice che il mondiale è per lui e piange, guardando il cielo. Sappiamo come si sta. Sappiamo la paura che fa la parola "sempre" in queste circostanze. Fa talmente paura che ci si rifiuta di accostarla alla persona che "abbiamo perso per sempre".

La storia di Julian è la storia di tutti noi perché sa di umanità. Perché racconta umanità e rifugge ogni stereotipo di forza, di perfezione, di eroe che non teme niente e nessuno. Gli uomini non sono così e nemmeno i ciclisti lo sono. Nemmeno se vincono il Tour de France o il Mondiale. Nemmeno se la narrazione sportiva così li dipinge. Forse si raccontano gli sportivi in un certo modo pensando di incuriosire la gente. Di mostrare quel lato "invincibile" che tutti vorremmo, specie quando la vita presenta il conto. Per questo ci sono i supereroi o i miti dell'infanzia. Ed è un bene. Degli uomini e delle donne, invece, ci interessa tutto il resto. Ci interessa la loro gioia, la loro sofferenza ed il loro essere ancora qui. Ci interessa il modo di tenerli stretti per farli restare qui, anche quando dubitano o hanno paura. Nonostante tutto. Come Julian.


Di passi incontro

Alla fine, quasi tutto il tuo valore personale, quello che resta di te oltre tutto ciò che la vita ti mette addosso, si riduce a ben poche cose. Una di queste crediamo, fondamentalmente, abbia qualcosa a che vedere con i passi che muoviamo per andare incontro a ciò che sta sotto il nostro stesso cielo. I passi degli umani sono così simili e così diversi. Muovere un passo lascia sempre un segno, devi solo decidere molto bene che senso vuoi abbiano i tuoi passi, il tuo potere. Prendere una direzione è un potere enorme. Puoi scegliere di andare incontro solo strettamente al tuo bene e quindi risparmiare ogni passo in più che non sia a quello finalizzato. Ti stancherai molto meno e arriverai prima dove vuoi arrivare, questo è certo.
Diversamente scegli di usare alcuni dei tuoi passi, che sono solo tuoi, che ti appartengono, per qualcuno o qualcosa che non avrà un riflesso diretto sulla tua vita. Lo avrà sulla vita di qualcun altro e in questo caso devi solo augurarti che sia un buon riflesso. Che non sia qualcosa di troppo pesante o di invasivo. Devi essere capace di avere tatto, di mantenere la giusta distanza anche quando non vorresti, anche quando quel tuo passo è talmente dedicato ad altri che vorresti sentirli vicini, ancora più vicini. In questo caso soffrirai, verrai deluso e rifiutato. Se avrai una meta dovrai sapere che il tempo per raggiungerla sarà molto più lungo. Ma, se deciderai di muovere i tuoi passi verso gli altri, non dovrai avere timori. Dovrai continuare a farlo. Solo allora la tua scelta avrà veramente senso. Solo allora l'avrai davvero sentita.
Se scegli questa via ti troverai a camminare quando non ne avrai voglia, quando sarebbe sconsigliato farlo, quando tu potresti stare al tuo posto e sostanzialmente non cambierebbe nulla, almeno apparentemente. In realtà qualcosa cambia sempre, certe volte talmente dentro da non vedersi neppure. Magari rotto in mille pezzi. Se sei una ciclista professionista, una campionessa del mondo in carica, in maglia rosa, sul podio del Giro Rosa dopo una tappa immersa in una canicola estiva d'altri tempi, fare un passo verso gli altri vuol dire scendere dal podio e andare verso il pubblico. Vuol dire fare attenzione a tutte le norme anticovid ma non rinunciare ad andare dove si sono posati gli occhi. Fare un passo incontro a qualcuno vuol dire averlo visto, avere interiorizzato qualcosa di suo, condividere parte del suo destino pur non conoscendolo. Così ha fatto Annemiek Van Vleuten, ieri, quando ha visto una signora fissare il suo mazzo di fiori, sul podio. L’ha guardata, ha guardato tutte le persone riunite in piazza e poi è scesa dal palco. La cercava l’addetto stampa della squadra, gli ha fatto cenno di aspettare. Si è avvicinata alle transenne, restando a un metro e mezzo di distanza e ha allungato la mano porgendo i fiori. Vedi una signora prendere i fiori e ringraziare con un filo di voce. Vedi la stessa signora sorridere continuando a ringraziare e vedi Annemiek Van Vleuten fare cenno “basta” con la mano. E ancora “basta”. Come a dire che quel ringraziamento non serve, che non vuole essere ringraziata, che quei passi in più fatti li ha scelti senza dubbio alcuno. E non li cambierebbe con nessun altro passo al mondo, nemmeno col più vantaggioso. Cosa cambiano quei passi per Annemiek Van Vleuten? Poco o niente. La domanda è: cosa cambiano quei passi per quella signora. La ragione di quei passi è lì. La grandezza di quei passi è nello sguardo che li ha suscitati e nella volontà che li ha compiuti, sapendo che con così poco sarebbe cambiato così tanto. Succede così, quando si sceglie di andare incontro agli altri, diventa una missione. Senza se e senza ma. E noi ci immaginiamo quella signora con quel mazzo di fiori nel salotto di casa e sentiamo fresco anche se oggi, a Terracina, fa ancora più caldo di ieri.

Foto: comunicato stampa Mitchelton Scott


Enigmi e tartufi, Tour e dintorni

La partenza del Tour sembra essere l'unica certezza, perché a oggi non c'è più grande enigma del suo arrivo. Come si giungerà tra una ventina di giorni a Parigi? Il protocollo Covid è una pezza difficile da tenere cucita, due positivi in una squadra - ogni team sarà composto da massimo 30 persone, staff compreso - e si va a casa. Per evitare succeda come in Bora-Hansgrohe e in Astana - casi positivi, “diventati” negativi nel giro di poche ore - si potranno effettuare ulteriori test che stabiliscano la reale positività ed eventuale contagiosità, insomma un bel caos da gestire.

Tanta confusione sotto il cielo che maledice una corsa che, con queste avvisaglie, potrebbe saltare in aria, e chissà, non concludersi nemmeno nella peggiore delle ipotesi. Un paio di giorni fa quattro membri dello staff di un team (Lotto Soudal) sono risultati positivi al tampone, rimandati a casa e poi sostituiti, vedremo al Tour come gestire una corsa a eliminazione degna di un reality futuristico.

Ma in una stagione così proviamo a parlare di corsa e dintorni, almeno un po', e magari a non prenderci troppo sul serio: si parte da Nizza, quella mondana e francese, seppur al confine e dunque molto italiana, ma comunque non quella di Eco e Pavese così zeppa di tartufo. Semmai, per chi se lo potesse permettere: ostriche e champagne, anche se oggi quelle le puoi trovare pure se vivi a Pizzo Calabro – se siete da quelle parti in quel caso vi consiglieremmo il tartufo gelato. Provare per credere. Tuttavia, ci sarà ben poco modo di gustarsi il contorno: sarà una corsa blindata come un fumetto di fantascienza.

Sarà, come si legge un po' ovunque: “Tutti contro Bernal”? Oppure un tutti contro Roglič? Chi lo sa, la vigilia non è mai stata così tormentata anche per loro, agonisticamente parlando. Bernal ha mal di schiena, ma quando si sale ha un motore mica male e oltretutto deve difendere il titolo, cosa che di solito al Tour riesce pure abbastanza bene se hai del talento. Roglič cadeva quindici giorni fa e racconta di essere pronto ma di non sentirsi tanto bene (pretattica), e allora occhio agli altri che schiereranno Ineos-Grenadiers (sic!) - per i quali speriamo di non leggere metafore di guerra, non se ne sente il bisogno - e Jumbo-Visma: fossi un direttore sportivo, un corridore, un suiveur, uno scommettitore, un appassionato, un lettore di Alvento, un blogger, un giornalista, mi preoccuperei pure di Bennett e Sivakov, Carapaz, Kuss e Dumoulin. Vanno forte, e sanno più o meno come si vince o come si potrebbe. Lo spilungone olandese oltretutto è dato in crescita, forse potrebbe essere l'uomo della terza settimana. Lui, più verticale di una parete alpina.

Poi certo, in tutto questo ben di dio si potrebbero scegliere Quintana o Pogačar che mi fanno venire in mente il vecchio e il bambino, ma giusto perché Quintana con quella faccia vecchio lo è sempre stato, bambino chissà. Il Quintana di inizio stagione lo avrei dato favorito almeno per il podio, questo lo vedo "comme ci comme ça" come dicono loro, i francesi, loro mai così poco convincenti da quando hanno trovato una generazione nuovamente vincente.
Pinot e la sua idiosincrasia con la vittoria che fa quasi tenerezza come quel pedalare con le ginocchia che sembrano colpirlo in faccia; Bardet sempre più incerto ed enigmatico, nonostante ami tenersi informato costantemente leggendo di politica e sociologia – e questo in un certo senso ce lo fa stare più simpatico. Doveva fare il Giro, è stato dirottato al Tour e magari questo cambiamento gli farà bene. Alaphilippe lo scorso anno fiammeggiava e volteggiava, non riusciva a stare mai fermo con quelle gambette da grillo e un orribile pizzetto che lo faceva sembrare un Peter Sagan con la febbre. Quest'anno chissà, pure lui non sembra al meglio, ma corre nella squadra più vincente che ci sia e un colpo lo darà – magari già al secondo giorno.

Poi la sfilza di nomi proseguirebbe: non citiamo Porte, per decoro, ma magari il simpatico quanto caratteristico Mollema sì. Quando pedala è curvo e dinoccolato come un galgo, vince poco ma bene, ma anche quando non vince si fa sempre vedere. Il landismo di Landa ci ha un po' stufato perché è un'attesa eterna (o forse ci piace per questo?), però per un quinto, sesto, settimo posto o giù di lì c'è pure lui. Così come ci sono tedeschi con clavicole rotte e braccia scorticate che non si sa come abbiano recuperato. E poi? Altri colombiani tutti da spuntare con la penna rossa: Urán, Martínez, Higuita, López, nomi meravigliosi che sembrano quasi di fantasia, corridori di spessore ma dalla cifra a volte misteriosa.

Percorso? In brevissimo: tanta salita, tante tappe miste, poco tic-tac. I francesi fanno sempre come pare a loro e dopo averci annoiato per anni con volate e lunghe crono, oggi decidono che ne possa bastare una messa il penultimo giorno. Potrebbe essere una mossa contro lo spettacolo non mettere una cronometro a metà o inizio corsa e che favorisca in qualche modo gli specialisti, con il rischio di annacquare la corsa e tenerla ancora più sonnolenta di quella che ci si potrebbe prospettare. Uno scalatore in ritardo a causa delle prove contro il tempo è invogliato ad attaccare, così invece si aspetterà sempre la prossima salita, in un loop infinito, e verso l'esasperazione del landismo. E vediamo, poi, cosa succederà con gli interminabili treni formati dai vagoncini Jumbo-Ineos che potrebbero, così come sono, tranquillamente attraversare l'Europa e arrivare in Asia e tenere la corsa cucita come un abito da sera.

Infine due parole sulla pattuglia italiana, pochi ma buoni: sono sedici. Nizzolo sogna un filotto campionato italiano-europeo-maglia gialla il primo giorno; da Viviani ci si aspetta sempre un bel colpo, Trentin, Bettiol e De Marchi possono farsi vedere tutti i giorni con il loro animo da incendiari. Occhio a Formolo, corridore diventato spettacolare anche in bicicletta, mentre su Aru non ci accaniamo. Buon Tour a tutti.

Foto: ASO/ Thomas Maheux e ASO/ Pauline Ballet


La risposta giusta

La storia di oggi è una di quelle storie che si incontrano mentre ne stai inseguendo altre. Mentre ti lanci fuori da una stazione ferroviaria e, con le gocce d’acqua che iniziano a cadere, blocchi il primo taxi disponibile per raggiungere la partenza di una gara. Ti accomodi sul sedile posteriore e pensi a tante cose. Al fatto che questa mattina avresti proprio voluto restare a casa. Che c’è quella persona che avrebbe bisogno di te e tu invece sei sempre chissà dove. E ami il tuo lavoro, lo ami come si amano le persone, ma le persone restano un’altra cosa. Quando torni a casa a sera, magari dopo giorni di viaggio, cerchi qualcuno che ti chieda come stai, cerchi ogni dettaglio che ti viene in mente quando, dopo le gare, senti le persone dire “andiamo a casa”. Tu invece non vai a casa. Tu vai in hotel. Oggi peraltro piove. Le previsioni dicono che peggiorerà. Non ti è mai interessato nulla della pioggia, anzi ti piaceva camminarci, ma oggi proprio non va. Quando succede così non ti basta nulla. Nemmeno tutte le cose che racconti e che ti racconti quando parli del tuo lavoro. Nemmeno tutte le motivazioni per cui non lo cambieresti con nulla al mondo. Oggi non ne sei più così certo. Ma che succede oggi? Te lo chiedi. Capita a tutti, capita anche a noi. Ma devi far finta di niente, devi salire su quel taxi e aggiustare i pensieri perché tu, da quando arriverai al villaggio di partenza, dovrai essere il solito. Dovrai mettere tutta l’attenzione per ascoltare, anche se oggi, solo oggi, vorresti proprio essere ascoltato. E c’è una bella differenza. Preparati una maschera e vai. In fondo lo dici sempre: sei fortunato perché della tua passione hai fatto un lavoro. Questo lo sai, lo sai anche oggi.

Ad un tratto squilla il telefono del tassista: auricolari nelle orecchie e risponde. Non capisco subito con chi parla ma alcune parole arrivano chiare. Dopo qualche minuto di ascolto è lui a riprendere la conversazione: «E allora? Che scusa è? Valla a raccontare alle persone che ti stavano aspettando. Noi siamo responsabili del destino di queste persone. Qualcuno sarà arrivato tardi al lavoro, qualcuno avrà mancato un appuntamento, ci pensi? Ascolta, lascio un cliente e ti richiamo». Pago e scendo. Sto andando a ritirare degli accrediti ma con la testa sono lì, a quella chiamata. A quel “noi siamo responsabili del destino delle altre persone”. Mica poco. Credo che quel tassista stesse parlando con un collega che aveva mancato un appuntamento o qualcosa di simile. Non so. Ma non è questo che conta. Sono quelle parole a contare, quelle che misurano l’importanza che ognuno assegna al proprio contributo. E, forse, sono anche la miglior risposta ai miei dubbi e alle mie domande. Alle domande di chiunque si alzi un mattino e si interroghi sul perché. Alle domande che ogni persona si pone. Chi ama ciò che fa, se le pone raramente ma in quei casi serve una risposta. Bisogna averla pronta, altrimenti tutto vacilla.

La risposta è questa. La risposta è che proprio dalla tua risposta a quella domanda, quel mattino, dipende un pezzetto di destino di qualcuno. Già, perché peggio ti risponderai e peggio lavorerai. E il tuo lavoro ricadrà per forza di cose su qualcuno. Sarà causa o conseguenza. Qualcuno pagherà la tua risposta sbagliata. A qualcuno, quella tua malavoglia, causerà malessere, problemi. Qualcuno quella stessa mattina si è alzato dal letto col piede giusto, si è ricordato del motivo per cui fa ciò che fa. Magari proprio qualcuno che è alle prese con un lavoro infinitamente più difficile del tuo, con più responsabilità di te, con più problemi di te. Eppure lui sa perché sta andando al lavoro. Perché “è responsabile del futuro di qualcuno”. Non è un vanto. Siamo tutti responsabili del futuro altrui. Per poco o per tanto, che ci piaccia o no. Che sia il giorno giusto o meno. Il futuro non aspetta questo. Il futuro arriverà lo stesso, aspetta solo il tuo contributo, senza scuse.
Così, quel giorno, al villaggio di partenza non ho avuto bisogno di maschere, del resto le responsabilità non vogliono trucchi. Anche le responsabilità più ostiche si affrontano con le giuste risposte. Magari colte al volo, scendendo da un taxi, mentre fuori inizia a piovere.

Foto: Tornanti.cc


Cara ASO, il rispetto delle donne è una faccenda seria

La notizia è di giovedì: Aso ha deciso che, al Tour de France, il protocollo delle premiazioni verrà modificato. Non piu due miss sul podio ma un uomo e una donna accanto al vincitore. La motivazione fornita è semplice: le due miss sul podio sarebbero indice di sessismo e strumentalizzazione della donna.
Proviamo a fare un passo indietro. Ci risulta che ad Aso, la società organizzatrice del Tour de France, sia stato proposto ben più di una volta di tornare ad organizzare il Tour de France femminile. Ci risulta anche che Aso abbia sempre rifiutato quando per problemi logistici, quando per problemi organizzativi. Ci risulta poi, lo racconta Giovanni Battistuzzi per “Il Foglio”, che quando i 110 volontari organizzatori del Tour cycliste féminin de l'Ardèche hanno chiesto ad Aso di fornire un aiuto nell’organizzazione della corsa, Aso abbia risposto picche, dimostrando non poco disinteresse. Lo diciamo perché non sfugge a nessuno che le cicliste, che avrebbero corso il Tour de France femminile come quelle che corrono il Tour de l’Ardèche, sono donne. Ed è altrettanto evidente a tutti che quelle stesse donne avrebbero avuto un grande beneficio dal poter partecipare a queste manifestazioni. Soprattutto in un mondo come quello del ciclismo femminile in cui i problemi economici e di visibilità sono all’ordine del giorno. Crediamo che Aso, con i potenti mezzi di cui dispone, non avrebbe molti problemi a smuovere quegli ostacoli di cui parla e a rendere possibile l’organizzazione di questi eventi. Del resto Aso è una società che organizza eventi di alto livello, se non erriamo.

Invece no. Invece Aso, nei giorni scorsi, era impegnata in ben altra decisione per tentare di sconfiggere il sessismo. Christian Prudhomme ha stabilito che, sul podio, accanto agli atleti ci saranno un uomo e una donna. Bene. Sessismo cancellato, notizia diffusa su ogni quotidiano, in alto i calici e si brindi all’ennesima svolta avanguardista di sua maestà “Le Tour de France”. Saremmo davvero sollevati se il sessismo nella nostra società si radicasse solo lì, in due miss accanto al vincitore di tappa o alla maglia gialla. Vorrebbe dire vivere in una società davvero matura. Purtroppo non è così, nella società come nel ciclismo. E gli organizzatori del Tour de France lo sanno benissimo. Come sanno benissimo, ci auguriamo, di aver preso la decisione più semplice ed assolutamente inutile. Non si sconfigge il sessismo vietando le miss o, ancora peggio affondando nella melma del politicamente corretto, affiancandole ad un uomo. Come non si sconfigge il sessismo alterando la dizione delle cariche pubbliche. Chi lo sostiene, ci perdoni, si sta lavando bellamente le mani.

Il sessismo, in una società maschilista come la nostra, lo si sconfigge provando a modificare ognuno nel proprio settore le abitudini sbagliate. Prima di tutto pensare che le donne abbiano bisogno di un benestare da parte di una carica superiore maschile per accedere a un compito o ad una posizione. Pensando così che sia un uomo a dover concedere questa possibilità per poi fungere da benefattore. Storia già vista troppe volte. Le donne, a patto di averne la possibilità, sanno farsi strada da sole. Il punto è che questa possibilità viene spesso negata. E no, signor Prudhomme, non viene negata dal podio de “Le Tour de France”. Viene negata, nel ciclismo, da chi continua a privilegiare il mondo maschile togliendo opportunità al femminile. Da chi non investe nel ciclismo femminile. Da chi non prova a organizzare nuove gare, gare di cui queste ragazze hanno bisogno come il pane. Dalla stampa che sottrae loro spazio. Da chi non si chiede perché sempre più ragazze smettano, da chi non si preoccupa del gap economico tra le gare maschili e quelle femminili. Da un certo tipo di racconto sportivo. E anche da chi, pur di potersi dire dalla parte giusta della barricata, prende decisioni risibili.

Aso è una società organizzatrice. Negli anni scorsi ha fatto bene ad affiancare alle prove maschili anche le prove femminili di Liegi-Bastogne-Liegi e Parigi-Roubaix. Provi a fare altrettanto con altrettante gare. E, per cortesia, resti fuori da certe decisioni che hanno del ridicolo e dell’irrispettoso. Come tutti coloro che si illudessero di fermare uno tsunami con un ombrello.


Di Elia e del senso di responsabilità

«Quando gli ho telefonato, Elia era dispiaciuto, molto dispiaciuto. Mi ha detto che sarebbe stata un’occasione importante, che aveva già dato la sua disponibilità a Davide Cassani, che aspettava l’Europeo. Però Viviani, prima che un campione, è un uomo di una intelligenza sopraffina. Ha accettato la decisione voluta da Cofidis con forte senso di responsabilità». Roberto Damiani ci racconta così il momento della comunicazione a Elia Viviani della decisione adottata dai vertici Cofidis: niente campionato Europeo per salvaguardare la salute degli atleti e la possibilità di partecipare al Tour de France, alla luce della situazione sanitaria imposta dal Covid-19. Continua Damiani: «Ha voluto telefonare lui stesso a Davide Cassani per spiegargli la situazione. È un uomo che si assume ogni responsabilità».

«In queste situazioni spesso si ricorre a una logica che non mi piace: il cosiddetto “armiamoci e partite”. Da noi non funziona così: la decisione l’abbiamo presa assieme a Cedric Vasseur e assieme l’abbiamo comunicata a Viviani». Damiani, oltre a essere un attento conoscitore di uomini, è un appassionato di psicologia, nel tempo libero legge libri sull’argomento. Detesta lo scaricabarile quando si tratta di decisioni e non gradisce nemmeno i giri di parole: «Sono decisioni difficili da comunicare. Non sai mai come può reagire una persona, quali meccanismi psicologici possono innestarsi nelle mente. Un conto è quello che noi vogliamo dire, altro ciò che viene recepito. Nella mia posizione devo preoccuparmi anche del recepito. Personalmente con Viviani lavoro da pochi mesi e non è stato facile il momento della comunicazione. Ma onori ed oneri vanno di pari passo. Un direttore sportivo deve gestire anche questi momenti».

«Io lo ripeto sempre: il tatto ed una certa sensibilità sono indispensabili. Abbiamo a che fare con uomini non con supereroi e gli uomini hanno bisogno di tempo e comprensione per gestire le scelte. Questo però non significa non essere chiari o parlare a metà. Io non mi sono mai preparato alcun preambolo o alcun discorso quando ho chiacchierato con quelli che orgogliosamente chiamo i “miei ragazzi”. C’è da dire una cosa? La si dice per quella che è. Bisogna essere chiari, netti e schietti. Serve sempre il massimo rispetto ma senza chiarezza non si va da nessuna parte. Conoscere gli uomini è indispensabile per commettere meno errori possibili. Anche i direttori sportivi sbagliano. Se ti conosco, però, ho la possibilità di sbagliare meno. Credo molto nel faccia a faccia, negli approcci collettivi ed in quelli differenziati. Il nostro lavoro è anche questo e, per fortuna, negli ultimi anni lo si sta capendo sempre di più. Per il bene dei ragazzi ed anche del ciclismo».