Bike4Fun, Predazzo
«Era tutto uno smontare, fare e brigare»: potrebbe essere il riff dell'adolescenza e della giovinezza di Manuel Felicetti, nei cortili di Predazzo, in Val di Fiemme, a ridosso delle montagne che accarezzano il cielo. La sintonia tra questo ragazzo e la bicicletta si è sviluppata attraverso quei tre predicati verbali che ripete più volte, quando lo incontriamo a Bike4Fun, in via Cesare Battisti 35. Sì, montava e smontava qualunque cosa trovasse con quel cacciavite che teneva fra le mani ed era lo strumento perfetto per l'esplorazione. Alexa, sua sorella, ancora oggi non l'ha perdonato per il giorno in cui, così attrezzato, disfò una macchina da cucire giocattolo che mai riuscì ad aggiustare. Già, la bicicletta, la mountain bike, in particolare, che conosceva in ogni ingranaggio, tanto era stato il «fare e brigare», lo sporcarsi le mani, quella con cui è arrivato alla Baita Segantini, attraverso il Passo Rolle, tra i colori e i paesaggi da cartolina della Valle del Travignolo e della Val Venegia.
Lì sotto, al cospetto della maestosità delle Pale di San Martino, capì ben presto il tesoro nascosto fra le altitudini delle vette. Allora a chi capita in quel locale affida quel tragitto, simile ad una mappa. «La mia generazione non aveva altro modo di imparare che la propria pelle: non esistevano accademie o corsi specializzati. Venticinque anni fa, l'arte era quella di "rubare il mestiere" ed io ho fatto proprio questo. Anche in bicicletta, noi imparavamo a pedalare a forza di cadere. Ai nostri giorni, l'approccio è più accademico: i giovani hanno la possibilità di avere una figura di riferimento che narra la propria conoscenza. Paradossalmente potrebbe essere un doppio vantaggio, ovvero cogliere l'insegnamento tramandato e quello accademico. Credo sia necessario essere aperti, avere una mente ariosa, ed essere "spugne", senza accantonare nulla in maniera pregiudiziale, respingendo una forma di cultura». Bike4Fun è un "negozietto", come lo definisce Felicetti, in cui si cerca di preservare il ricordo delle vecchie botteghe di bici. Nel tempo, si è un poco ingrandito, ma mantiene la medesima filosofia e al suo interno si respira sempre la stessa aria, legata al rapporto con il cliente, alle riparazioni in un'officina a vista, alla manutenzione, e ad un contesto di tipo familiare.
«Le persone: sono loro a caratterizzare questo mestiere. Tutto il bello ed il brutto ha la loro sembianza: i rapporti, i legami, quello che si costruisce nei viaggi che assieme a mia moglie Stephanie intraprendiamo continuamente, per provare il nuovo. Il fascino del nuovo: quando si intravede in fiera e si acquista per provare a fare un passo avanti, per portarsi verso il futuro. Sono le persone che ti costringono continuamente a metterti in discussione, è attraverso di loro che cresciamo come esseri umani e come professionisti. Bisogna solo saper ascoltare, senza nascondersi dietro l'etichetta del professionista. Attenzione, però, l'ascolto funziona se è bidirezionale». E pensare che Manuel Felicetti praticava il biathlon e lo sci di fondo: la bicicletta era solo un modo per allenarsi. Solo intorno alla maggiore età il ciclismo è diventato predominante. In quei giorni, Manuel si è affiancato ad un meccanico in un negozio, sistemando biciclette per le gare della domenica, alcuni anni e, poi, un altro negozio, seguendo l'idea di due signori che stavano progettando una nuova apertura. Dall'inizio degli anni 2000, si giunge al 2016, quando, a seguito di varie vicissitudini, Felicetti diviene l'unico titolare dell'attività. Tre anni fa, nel 2021, si trasferisce nel locale che visitiamo: «La prima domanda da porre a chi varca quella porta è quella madre: cosa intendi fare con questa bicicletta? Tutte le bici sono belle a modo loro, ma ognuno ha un'esigenza differente. Talvolta il "bombardamento" di informazioni a cui siamo sottoposti ci fa pensare che sia possibile scegliere così, con qualche dato e basta. Invece ogni conoscenza deve essere interpretata applicandola al singolo. A me non piace insistere, semmai voglio accompagnare le persone nell'utilizzo della bicicletta. Il problema è che la percezione che se ne ha come quella di un mezzo "semplice" fa sì che si stratifichino idee sbagliate. Intendiamoci, non c'è nulla di impossibile nella bicicletta, ma alcune cose vanno sapute prima di pedalare». La convinzione di Felicetti è che attraverso questo messaggio si possa anche accrescere la sicurezza, evitando leggerezze che possono essere dannose: per esempio, a Predazzo, inoltrarsi in montagna con una bicicletta elettrica credendo che la sola possibilità di arrivarci facendo meno fatica possa bastare per un viaggio sicuro. Non è sufficiente. La risposta è in gran parte in un paese che probabilmente non ha una cultura adeguata sul tema, ma che, tuttavia, ha visto ampliarsi l'utilizzo della bicicletta.
«Prendo come riferimento i turisti tedeschi che vengono nel nostro paese: basta osservarne l'attrezzatura per comprenderne la competenza. In Italia c'è una cultura agonistica, in molti abbiamo conosciuto la bicicletta gareggiando, manca, però, il resto. Saper cambiare una camera d'aria, sistemare un problema meccanico. Chi pedala dovrebbe avere queste basi, perché sono utili, necessarie. Invece, spesso, vi è un problema legato alla sopravvalutazione delle proprie capacità, in ogni ambito: purtroppo c'è ancora chi chiede quanti chilometri percorre una bicicletta elettrica. La risposta è sempre la stessa: dipende da te». Il desiderio di Manuel Felicetti è quello che si possa, piano piano, smussare l'estremismo nelle idee, di ogni tipo: sulle gare, sulle attrezzature, sulla bicicletta stessa. In questo modo, spiega, è possibile accrescere la consapevolezza e «divertirsi in maniera seria». L'officina a vista è una sorta di prosecuzione materiale di questa idea in quanto offre al cliente molteplici possibilità: quella di fidarsi, quella di imparare e anche quella di partecipare. Il rischio è quello di cadere nell'esagerazione, di voler imporre un proprio modo di fare, di pensare di poter spiegare ad un meccanico come si fa, ma è un rischio da correre: «Da ogni viaggio, io e mia moglie cerchiamo di portare via qualcosa, uno spunto, uno sguardo, e di replicarlo.
L'evoluzione avviene in questo modo. Penso allo scetticismo nei confronti dei primi freni a disco, oppure della ruota a 29. Ora i freni a disco sono diventati la normalità e la ruota a 29 è anche alla base delle biciclette elettriche, quella a 26 sarebbe stata troppo pericolosa. Se ci pensiamo bene, anche le biciclette elettriche non sembravano poter avere questo sviluppo e tutti le immaginavamo collegate al discorso city bike e bici da passeggio, invece, è andata diversamente. La mountain bike è sempre stata una sorta di avanguardia in questo senso, maggiore diffidenza, invece, l'ha il mondo della strada, un mondo più antico, legato alla tradizione, che pedalava anche quando nessuno si interessava al ciclismo. Questa sorta di gelosia è umanamente comprensibile».
Predazzo è in Trentino Alto Adige, terra in cui i campanilismi tra piccoli paesi sono il sale della quotidianità, tuttavia è un'isola felice. Sarà perché c'è la Scuola Alpina della Guardia di Finanza e qui si trasferiscono anche molte persone provenienti da altre città, sarà perché qui l'accoglienza è effettivamente calorosa e lo scambio di culture è da sempre un valore. Come la bicicletta, che fa parte della quotidianità, degli spostamenti giornalieri degli abitanti: la pianura non è un miraggio e anche senza bicicletta elettrica è possibile percorrere lunghi tratti, magari in famiglia. La bellezza della zona è senza dubbio un vantaggio, anche se, spesso, coloro che vi risiedono non vi danno troppo peso: sono i turisti a permettere a ciascuno di riaprire gli occhi, attraverso un apprezzamento o una fotografia. L'unico neo è l'impossibilità di pedalare in inverno, mancanza a cui suppliscono la mountain bike ed il gravel. Stephanie, la moglie di Manuel, non proviene dal mondo del ciclismo, anche lei dal biathlon e, agli inizi, ha faticato. Ora si è abituata e, anche nel suo caso, il gravel l'ha aiutata: «Non si può immaginare quanto possa essere d'aiuto un punto di vista differente, esterno, che non abbia il background che, invece, noi cresciuti in questo ambiente, piano piano, abbiamo acquisito. Le diverse prospettive sono un vantaggio enorme». Di fronte a chi si approccia per la prima volta al ciclismo le raccomandazioni sono sempre le stesse: scegliere un percorso panoramico ed allo stesso tempo non eccessivamente difficile, se in mtb anche con tratti asfaltati, in caso di difficoltà, un inizio graduale, magari sulle ciclabile e l'uso del casco, perché non significa niente il classico detto, spesso di origine generazionale, «ma io vado piano». La sicurezza viene prima.
Manuel e Stephanie, dopo tanti cambiamenti, quest'anno sono soddisfatti del loro negozio e Bike4Fun continua a crescere. Ogni tanto si scontra con il nervosismo delle persone che, dopo un anno di lavoro, magari si trovano ad affrontare la frenesia o il caos anche in vacanza. Loro capiscono, sanno che può succedere. Hanno, però, un obiettivo, un desiderio: «Vorremmo che il ciclismo fosse sempre più centrale e questo a prescindere da tanti motivi e tante spiegazioni: il ciclismo come viaggio, come stile di vita, oltre che come gare e competizione, perché il ciclismo è tutto questo. E magari, chissà, tutto ciò potrebbe riverberarsi anche sui più giovani, su un nuovo e differente interesse per il ciclismo, una nuova voglia di imparare, di essere curiosi rispetto alla bicicletta. Anche qui, senza esagerazioni, senza forzatura, da parte di tutti noi e di chi li accompagna verso la crescita». Sì, dallo smontare, dal fare, dal rinnovare, come direbbe Manuel, si è costruita una realtà che, giorno dopo giorno, continua a interagire con il mondo delle ruote, degli ingranaggi, dei rapporti. Insomma del vento in faccia in sella, viaggiando ed esplorando.
Dispacci dal World Tour #10
Le gare che portano alla Settimana Santa del ciclismo hanno, nuovamente, evidenziato le differenze che intercorrono al momento tra alcuni corridori e il resto del gruppo. Quando manca Pogačar, van der Poel ha una superiorità così grande su tutti gli altri che involarsi in fuga (prima con Pedersen e Ganna e poi da solo) e andare a conquistare l’E3 Harelbeke diventa una sorta di formalità contro la quale avrebbe potuto soltanto mettersi quell’errore in una rotonda nel finale, uno sketch che si ripete quasi a ogni sua vittoria.
Se ne erano andati via in tre: con il neerlandese, il danese e l'italiano, erano presenti i temerari Casper Pedersen e Aimée De Gendt, all’attacco da qualche chilometro, ripresi poco dopo il Taaienberg e che avrebbero tenuto duro per un bel po’ fino a ottenere piazzamenti finali di prestigio. Van der Poel finisce così per dominare quello che un tempo veniva chiamato “il piccolo Giro delle Fiandre" dopo aver resistito sul Taaienberg proprio all’attacco dell’ex campione del mondo; dopo aver staccato Ganna sulle primissime rampe dell’Oude Kwaremont e poi lasciato sul posto Pedersen poco prima di arrivare al piccolo paesello che si trova in cima.
Se mancano Pogačar e van der Poel la parte del leone spetta a Pedersen che alla Gand-Wevelgem si sciroppa una cinquantina di chilometri di fuga solitaria. Sembrava una follia e lo è stata, in effetti, coronata con il terzo successo nella prestigiosa classica belga. Roba da più grandi della storia.
Al Fiandre potrebbe non bastare. Immaginiamo il danese all’attacco che proverà a rendere una corsa, già dura di per sé, una prova di resistenza e lui su questo tipo di sforzi ha pochi rivali al mondo. Anzi ne ha due che gli sono superiori. Da escludere un tentativo solitario, ma magari di un gruppetto promosso dal leader della Lidl, sì. Le questioni sono: se parte Pedersen, UAE e Alpecin, a differenza di quello che si è visto alla Gand, pochezza di avversari, va detto, avranno gli uomini necessari per tenerlo a tiro e lasciarlo cuocere? La risposta è quasi certamente sì. In alternativa Pogačar e van der Poel potrebbero seguire la sua ruota e ne potrebbe venire fuori qualcosa da ricordare.
Altro spunto dalle prime corse in Belgio ce lo dà la Visma. Squadra troppo brutta per essere vera rispetto al passato. La mia teoria è che la vecchia guardia sia un po’ cotta e Wout van Aert è l’emblema di queste difficoltà. Ciò che accade alla Dwars door Vlaanderen entra di diritto tra i più memorabili disastri di squadra. Ho ancora speranze di vedere van Aert competere con i migliori, e magari senza crampi nel finale, attendiamo le due prossime domeniche per tirare le somme. Jorgenson sta bene, invece, e si vede, ma gli manca qualcosa per giocarsela con i tre (quattro se ci aggiungiamo Ganna) e poi ha un solo modo per vincere a queste latitudini: arrivare da solo e mi pare complicato possa farlo. Benoot e van Baarle sono apparsi una falsa copia di loro stessi, tra malanni, infortuni navigano in cattive condizioni o comunque non ai livelli delle ultime stagioni, seppure entrambi a Waregem hanno dato qualche segnale incoraggiante di ripresa e solitamente Benoot è un altro corridore che più corre e più va forte e ama le corse selettive. Peccato per Kooij, invece, che sugli inutili sterrati della Gent-Wevelgem era rimasto a ruota agevolmente di Pedersen ma una brutta caduta, con frattura della clavicola, lo ha messo fuori gioco.
Due parole anche sulla Red Bull: squadra che al momento pare fatta di molti gregari di qualità - su tutti i gemelli van Dijk - ma poca concretezza da parte delle punte. Pithie, per la verità, sta crescendo, ma cade sempre e troppo; Lazkano, invece, finora non è pervenuto a causa di una serie di malanni come ha raccontato uno dei suoi diesse, Haussler, ai microfoni di Daniel Benson.
Per chiudere mi sposto in Catalogna, Volta Catalunya. Dopo le giornate di Brennan, di cui ho parlato ampiamente, è il turno di Roglič che vince attaccando da una distanza per lui inusuale (20 km circa dall’arrivo) conquistando l’ennesima corsa a tappe della sua carriera. Siamo nell’epoca in cui viviamo uno dei migliori corridori della storia - Pogačar - uno dei migliori cacciatori di classiche di sempre - van der Poel - e visto che ci piace (?) fare confronti e classifiche penso che Roglič possa essere definito uno dei migliori di sempre - o comunque dell'epoca recente -quando si tratta di corse a tappe. Gli manca solo il Tour e forse quel treno è passato 4 stagioni fa, ma non importa. Ha battuto il rivale Ayuso, andato in difficoltà in maniera non del tutto sorprendente l’ultimo giorno. Lo spagnolo ha dimostrato qualche limite quando passano le giornate di corsa. Si era già visto lo scorso anno al Romandia.
Pensando al Giro: se due settimane fa la bilancia pendeva nei confronti dello spagnolo, oggi lo sloveno ha recuperato diversi punti di distacco finendo per affiancarlo, anzi, visto il risultato in Catalogna, pure superarlo e dargli qualche secondo decisivo.
10 nomi da seguire al Giro delle Fiandre
Ormai il canovaccio lo conoscete e sta rimanendo poco di lui per quanto lo abbiamo strizzato in queste settimane. Si fanno fuori i nomi più tradizionali per andare a pescare chi, anche in ottica futura, la corsa in questione potrebbe pure vincerla o andarci vicino.
Spesso, le grandi classiche, poi, lasciano spazio a sorprese. A volte hanno visto vincere corridori considerati al di là dei pronostici più azzardati, ma non è il caso di questo periodo che, per quanto riguarda le classiche più importanti del calendario, è dominato in lungo e largo da una manciata di corridori (van der Poel, Pogačar, Pedersen, Philipsen, ci fermiamo più o meno qui).
Alle spalle di questi, però, le sorprese non mancano: vi ricordate per esempio il podio del 2024? Con Pogačar assente e Pedersen che azzardò per l’ennesima volta il tutto per tutto lanciandosi in una fuga da lontanissimo e senza speranza («Non ho corso in maniera intelligente» disse a fine corsa), dietro van der Poel si raggrupparono vari corridori che si equivalevano e, in una giornata caratterizzata da pioggia e freddo, con la bici spinta a piedi sul Koppenberg, in un’immagine di ciclismo tornato indietro di trenta, quarant’anni, la spuntarono Luca Mozzato e Nils Politt, non di certo i più avvezzi a risultati del genere - seppure il tedesco sfiorò una Roubaix un lustro prima e proprio nel 2024 arrivò a pochi centimetri dalla vittoria alla OHN.
Tutta questa introduzione semplicemente per spiegare, forse inutilmente, che dentro questo elenco troveremo nomi (non di fantasia), ma da seguire, seppure non siano così tante le speranze di ritrovarli sul podio a meno di controprestazioni dei favoriti che oggi, sulla carta, portano i nomi noti e stracitati di Pogačar e van der Poel (prima fila), con Pedersen, Ganna e Jorgenson più defilati e una terza fila che potremmo vedere ritagliata sui vari Küng e van Aert.
Prima di partire, però, lasciatemi dire due cose sul Fiandre: è la corsa perfetta, che lega diverse tipologie di corridori come poche altre; la trovo, in questo, superiore alla Roubaix, che ha quel fascino legato all’alea che alcune corse cercano di imitare ma appunto sono perlopiù derivative. Tornando al Fiandre, il “nuovo” (relativamente ormai) percorso con la doppia scalata nel finale di Oude Kwaremont e Paterberg lo trovo semplicemente magnifico, suggestivo, tecnicamente impareggiabile.
Detto questo, via alle danze.
Magnus Sheffield 🇺🇸 (2002) INEOS Grenadiers
La sua squadra è partita col piede giusto e lui si sta esaltando in un contesto che, finalmente, sembra riuscire nuovamente a valorizzare il tanto talento di cui è composto. Lo scorso anno finì a un passo dal podio, ma fu corsa strana per i rimescolamenti alle spalle di van der Poel, fredda e piovosa come piace a lui. Corridore dotato di fondo, veloce, che tiene sulle salite brevi e ripide, che non disdegna il pavé e capace di fare risultato in tutte le grandi classiche del calendario. Perfetto per il Fiandre, ma un piccolo campanello d’allarme suona al termine di una Dwars Door Vlaanderen in cui, dopo essere stato brillante davanti sui muri per diversi chilometri, si è staccato all’improvviso come se gli si fosse spenta la luce da un momento all’altro.
Florian Vermeersch 🇧🇪 (1999) UAE Team Emirates
Sta beneficiando del cambio di squadra e finalmente, risolti i problemi fisici, sta ottenendo quel qualcosa che gli è sempre mancato finora in carriera: la continuità. Fatto (ma non finito) per Fiandre e Roubaix, in grande forma, Vermeersch è un consistente piano B qualora le cose per il suo capitano campione del mondo e favorito non dovessero funzionare, ma potrebbe anche approfittare di alcune situazioni di corsa per ottenere un buon risultato.
Mike Teunissen 🇳🇱 (1992) XDS-Astana
Ha dalla sua esperienza e qualità in queste corse, dove è capace di chiudere sempre a ridosso dei migliori grazie anche al suo spunto veloce. In più corre in una squadra quest’anno partita bene e che insegue punti necessari per restare nel WT. Usato sicuro che tra Fiandre e Roubaix insegue due top ten, che, vista la condizione, sembrano essere alla portata seppure nella corsa belga non abbia mai fatto meglio di un 18° posto nel 2018.
Toms Skuijns 🇱🇻 (1991) Lidl-Trek
L’apparenza inganna: Toms Skuijns sembra meno sul pezzo dell’ultima stagione ma in realtà è perché, semplicemente, ha avuto meno occasioni per mettersi in mostra. Alla Strade Bianche ha forato un paio di volte e nei momenti chiave, finendo quasi per agguantare ugualmente la top ten, piazzamento nei dieci sfiorato anche alla E3 con un buon secondo posto allo sprint mentre davanti i migliori erano già scappati via, ma la sua squadra con Pedersen e Stuyven era comunque ben coperta. Al Fiandre 2025, corsa per corridori resistenti come lui e che vanno forte con il passare delle ore in bici, ci va per migliorare il 10°posto del 2024, ma anche per coprire le spalle all’eventuale scorribanda da lontano del suo capitano Pedersen e magari nel finale, come al suo solito, sfruttare la capacità di recuperare corridori persi per strada nei meandri della corsa dura.
Antonio Morgado 🇵🇹 (2004) UAE Team Emirates
Uno dei tre più giovani al via lo scorso anno (classe 2004 come lui Tarling ed Herzog), 5° al traguardo, Morgado non lo vedi mai, ma è un altro di questi che sa esaltarsi in corse dure e con la pioggia. Quest’anno le cose andranno diversamente, previsto sole e c’è da lavorare per Pogačar, ma occhio a un buon risultato da dietro perché Morgado si sa nascondere bene salvo poi spuntare quando non te l’aspetti. Sembra corridore da grandi appuntamenti e il Fiandre lo è. E intanto si fa esperienza perché in futuro questa corsa la potrà vincere.
Laurence Pithie 🇳🇿 (2002) Red Bull-BORA-hansgrohe
Per una Red Bull che in Formula Uno arranca non fosse per la classe di Verstappen che la porta dove nessun altro riuscirebbe, c’è una Red Bull che nel ciclismo… ottiene molto meno di quello che si poteva pensare soprattutto in queste uscite al Nord. La squadra è stata costruita per essere completa su tutti i terreni, ma se nelle corse a tappe si raccolgono i primi frutti, lo stesso non si può dire delle corse del Nord. Lazkano è menomato dai problemi fisici, Tratnik si è visto pochissimo come Meeus, bene i gemelli van Dijke, ma arrivano fin dove possono e allora tutto il peso del risultato domenica va sulle spalle del giovane Laurence Pithie, il quale ha grande talento sui muri in pietra, fino a essere forse uno dei pochi corridori col potenziale per poter provare a stare con i due (tre?) più forti, ma cade spesso e sbaglia i tempi. Ci piaceva di più la versione 2024 quando andava all’attacco da lontano per poi strappare così un buon piazzamento.
Arjen Livyns 🇧🇪 (1994) Lotto
Ve lo ricordate Frederik Frison? Il corridore belga che attualmente naviga al largo della competitività assoluta in maglia Q36.5? Beh, nel 2023, dopo una carriera senza infamia e senza lode, sfoggiò una Primavera con i contro attributi sfiorando il successo alla De Panne e affermandosi come protagonista alla Gent (entrambe giornate caratterizzate dal maltempo e chiuse da lui al 4° posto). Frison in quel periodo era in scadenza e cercava un contratto per la stagione successiva che puntualmente arrivò dopo la campagna del Nord: non rinnovò con la Lotto ma firmò con il nuovo team di Douglas Ryder. Ebbene, in Livyns si rivedono quei tratti. L’età è la medesima (31 anni oggi Livyns, 31 all’epoca Frison), le caratteristiche tecniche simili: amano entrambi le corse fiamminghe e anche il passato da onesto mestierante che all’improvviso inizia a ballare la rumba in mezzo ai titani delle pietre del Nord. La Lotto senza De Lie ha tanti bei corridori che domenica possono mettersi in mostra (segnaliamo anche Segaert e Van Moer), ma se qualcuno volesse provare il jackpot gli diremmo di puntare tutto su un piazzamento nei 10 del piccolo Livyns, autore finora di una primavera molto convincente e alla ricerca di un rinnovo del contratto.
Neilson Powless 🇺🇸 (1996) EF Education-EasyPost
Questo “slot” inizialmente era ad appannaggio di un altro corridore della EF, Marijn van den berg corridore veloce in buona forma e resistente e sicuramente adatto a un piazzamento anche al Fiandre. Ma dopo la vittoria alla Dwars door Vlaanderen come si fa a non pensare a Neilson Powless in vista di domenica? Oltretutto in una corsa in cui la presenza di Pogačar alza l’asticella rendendola ancora più dura e con una strizzata d’occhio agli scalatori e dove nel 2023, proprio con Pogačar presente, Powless chiuse al 5° posto, battuto allo sprint per il terzo posto sul podio solamente da Pedersen e van Aert. I quali potrebbero essere suoi rivali per un terzo gradino sul podio anche domenica, vista la condizione espressa pochi giorni fa verso Waregem.
Rasmus Tiller 🇳🇴 (1996) Uno-X Mobility
Gli manca sempre quel po’ di margine per fare il salto di qualità e magari con una grande vittoria consacrare il talento. Norvegese di cui si parla sempre troppo poco, Tiller è corridore solidissimo e forse, attualmente, è anche il più in forma tra i suoi, insieme a Kristoff, occhio pure a lui per un buon piazzamento, per le corse del Nord, più di un Abrahamsen appannato in questo inizio di stagione dopo i migliaia di chilometri in fuga fatti nel 2024. Tiller è veloce, corre sempre davanti, ma forse gli manca quel qualcosa in più per essere, non dico davanti a giocarsi il bersaglio grosso, ma anche per stare a ridosso. Per una top ten, invece, lo vediamo molto bene. Occhio pure a lui per un risultato che sarebbe comunque molto prestigioso.
Pierre Gautherat 🇫🇷 (2003) Decathlon-AG2R La Mondiale
Chiudo con il giovane francese della Decathlon perché sono sicuro che lui in un’altra vita sia nato e cresciuto su queste strade. Per come si muove tra muri e pavè, per come sembra adattarsi facilmente alle circostanze sempre complicate che caratterizzano le Fiandre. Magari questa gara non la vincerà mai (e ai francesi il Fiandre manca da tanto, troppo tempo, ero bambino io, figurarsi: 1992, Jacky Durand con un’azione da lontano sottovalutata dagli avversari), ma di certo me lo aspetto protagonista domenica e poi in futuro. In casa Decathlon occhi puntati pure sugli esperti Naesen e De Bondt.
E poi ce ne sarebbero altri, da Wellens e Bjerg a Madouas, a Tarling, da Wright a Matthews, passando per Van Eetvelt che fa il suo esordio qui, Eenkhorn, Lampaert, Vacek, Rex, Girmay, fino a Garcia Cortina, Trentin, Pluimers. E poi chissà chi altro potrebbe spuntare.
Evento Points: Bike Line Bagnacavallo
Al lemma "evento", nel vocabolario di Fabio Conti, compare la filosofia di Bike Line, negozio di biciclette, a Bagnacavallo, in via Garibaldi 74. Spiega Fabio, che assieme a Mattia Zoli gestisce l'attività, che l'evento è, per eccellenza, il fulcro di un'attività che si proponga l'obiettivo di promuovere la cultura della bicicletta, questo perché permette la partecipazione delle persone e la conoscenza, di fatto, avviene proprio attraverso la partecipazione. L'evento è il momento in cui, prosegue, le persone si incontrano e sull'onda della curiosità e del senso di comunità anche chi non ha mai pedalato viene coinvolto e, magari, prova per la prima volta. «Inizialmente la spinta era quella di portare la nostra terra al di fuori dei propri confini. Sì, lo spostamento di una bicicletta consente, oltre al viaggio reale, anche quello metaforico, dato dal bagaglio di esperienze e passato che trasporta il pedalatore. Successivamente ci siamo accorti di quanto bene avrebbe potuto fare questo approccio alla nostra comunità: ci sarà tutto il tempo per andare fuori, per esplorare città lontane, però abbiamo il dovere di partire da noi. Di appassionare chi è vicino di casa o di bottega. Di farlo sorridere o di farlo divertire. La nostra Romagna, a ben vedere, con il sorriso ed il divertimento ha una stretta familiarità». Tutto ciò senza rinunciare alla competenza, alla professionalità, semmai provando a coglierne un'altra sfaccettatura, quella legata alla passione per il proprio lavoro.
MAREA
Accanto al colore azzurro e alla schiuma delle onde del mare di Marina Romea, in provincia di Ravenna, Marea è intriso del profumo del mare. Anche l'idea viene da ciò che c'è di più marino: il bagno Polka, i cui titolari si servono da tempo da Bike Line. Dal dialogo, la proposta: «Perché non proviamo ad organizzare assieme un evento strutturato che cerchi di approfondire le potenzialità dell'unione tra i nostri due ambiti lavorativi?». Si tratta della prima iniziativa organizzata da Bike Line fuori dalle mura del negozio con l'idea di coinvolgere quante più persone possibili attraverso una forma di cicloturismo totalmente inclusiva: dagli esperti ai profani, a chi si affaccia per la prima volta con qualche timore in questo mondo. Si svolge sulla durata di un fine settimana: al sabato pomeriggio, sul posto, avviene l'apertura delle iscrizioni, con la consegna del kit di benvenuto e del body per pedalare e con tutte le operazioni svolte dalla segreteria. Tuttavia il sabato è, in realtà, il giorno delle parole: sul palco centrale del bagno Polka, gli ospiti, che, in qualche modo, hanno vissuto alcuni aspetti dell'universo bici, non solo in veste di pedalatori, raccontano le proprie esperienze. Il sole è quello della fine di aprile, i raggi iniziano ad essere più caldi e l'estate non è così lontana: nel 2024 a narrare Dino Lanzaretti, per conoscere meglio la componente del viaggio e dell'avventura, e Iader Fabbri, biologo nutrizionista, che ha svelato agli ascoltatori i segreti della componente alimentazione nel ciclismo.
La primavera fa sì che qualche temporale possa turbare la quiete, ma non è poi così male. La domenica è, invece, il giorno dedicato ai pedali: due percorsi, uno più lungo ed uno più corto, entrambi, però, caratterizzati dalla pianura, nei dintorni del litorale, evitando la collina ed esplorando nuove prospettive vicino alle zone lagunari di Comacchio. A fare da sfondo i fenicotteri, gli specchi d'acqua e la brezza di un maggio imminente. Al ritorno, ancora festa e una lotteria organizzata presso il bagno Polka con diversi premi, cercando di promuovere le specificità del territorio. Circa 150 i partecipanti ed una dimostrazione pratica di fiducia «perché quando chi viene in negozio da te sceglie di partecipare a qualcosa che accade al di fuori di quei locali, vuol dire che si fida del tuo modo di guardare la realtà, vuol dire che apprezza la tua visione e questo fa bene al lavoro di tutti i giorni». Mattia, Fabio e Giulia sono già all'opera per l'edizione 2025 di Marea e chissà che non vi tornino coloro che si sono appassionati solo quest'anno agli ingranaggi della bicicletta ed al suo enorme potenziale, coloro che proprio a Marea l'hanno scoperta, comprendendo la loro passione e facendola propria. La seconda edizione dovrà essere ancora più inclusiva, con un percorso più lungo, magari collinare, tra mare e monti, aggiungendo anche qualcosa dal punto di vista tecnico. Resteranno i talks e, forse, si aggiungerà della buona musica la domenica sera. Il mare sarà sempre il sottofondo: Bagnacavallo non è molto distante. Le acque sono un richiamo al romanticismo ed allo stesso tempo significano privazione delle montagne. Ma l'alba accanto al loro frusciare resta una sensazione indescrivibile, da provare sulla propria pelle. Sono i luoghi delle famiglie, dove le madri ed i padri pedalano vicino ai più piccoli e reciprocamente insegnano ed imparano, mentre vivono la lentezza, lontano dal caos quotidiano.
SCARAMELLO
In romagnolo stretto, per scaramello si intende una strada stretta, un passaggio ostico all'incrocio di due vie, talvolta una scorciatoia, spesso, più semplicemente una strada sconosciuta e dissestata. Allora appare chiaro perché Mattia Zoli e Fabio Conti abbiano così denominato su suggerimento di Marco Casadio e Luca Ferri l'evento che propone ai partecipanti di arrivare alla meta evitando la strada principale, scegliendo l'esplorazione, invece della certezza. Il motto è «godiamoci il viaggio», ma l'edizione 2024 di Scaramello è cambiata radicalmente rispetto a quella dell'anno precedente: nel 2023, infatti, si era costruito un percorso permanente di 330 chilometri, dal mare alle colline. Nel 2024, invece, l'evento si è svolto su un'unica giornata e due percorsi possibili; il più corto, di 70 chilometri, e il più lungo di 110, entrambi collinari. All'origine era previsto anche un ulteriore tracciato di 175 chilometri reso impraticabile dall'alluvione che ha colpito la Romagna. Resta nel cassetto e chissà che in un giorno di sole non possa mostrarsi. «L'alluvione è avvenuta esattamente due settimane prima di Scaramello e, di fronte ad una tragedia di questo tipo, l'istinto è senza dubbio quello di rinunciare, perché le priorità cambiano e quando si perde tutto non si ha di certo in mente un giro in bicicletta. Abbiamo pensato fosse quella la cosa più giusta, poi ci abbiamo riflettuto e siamo giunti ad un'altra conclusione: Scaramello poteva essere un modo per stare vicino a chi aveva perso tutto, magari per aiutare la comunità.
A questo è servita la lotteria di beneficenza, a questo sono serviti i gadget del negozio messi in palio. Il ricavato è, poi, andato al comune di Traversara, una delle zone maggiormente colpite. Non sarà molto, ma è qualcosa. Purtroppo l'unica cosa che si può fare, certe volte, è provare a portare un poco di sollievo, magari un sorriso per alleggerire una quotidianità che mostra il proprio lato peggiore. Tanti nostri amici e conoscenti hanno perso tutto: ti chiedi cosa fare e la risposta è sempre più difficile».
Scaramello arriva a fine settembre, con un sole più arancione che giallo, coi colori caldi dell'autunno imminente ed il rosso che invade le foglie degli alberi. Nel 2024 è coinciso con la festa di San Michele che è per eccellenza la festa a Bagnacavallo: il sabato è il turno degli aperitivi, delle piadine, dei cappelletti e della birra. La domenica girano i pedali, eppure l'arrivo in negozio è ancora l'esaltazione della festa più pura, in cui si concentrano tutte le energie, tra le porte aperte dell'area espositiva ed ancora cibo e bevande. Il profumo di Scaramello è quello della piastra, della piadina, della gastronomia, del ragù che bolle, delle caramelle, della cucina in generale, mentre le vie si riempiono, pullulano con i loro suoni ed i loro rumori, le persone si incontrano, si aiutano, assaggiano l'iconico Gin Scaramello e partecipano alla festa della bicicletta «perché in Romagna una piadina non manca mai e l'avventura e la meraviglia sono il pane della nostra gente».
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Vollering, Labous, la crescita di FDJ-Suez: Alessia Vigilia racconta
In una frazione di corsa dell'edizione 2024 della Freccia del Brabante, al comando si è formato un terzetto: Elisa Longo Borghini, Demi Vollering ed Alessia Vigilia. Forse è questa la prima occasione in cui Vollering e Vigilia si incrociano da vicino. A noi lo racconta proprio Alessia Vigilia: «Non so nemmeno come ho fatto a ritrovarmi lì. Elisa, probabilmente conoscendomi e vedendo la mia fatica, non mi ha mai chiesto un cambio. Demi, invece, ad un certo punto, voltandosi verso di me, mi ha invitato ad andare in testa a fare il ritmo. Cos'ho pensato? Che avrei voluto dirle che era un miracolo essere lì per me e che, se avessi resistito altri due chilometri, sarei già stata contenta. Non ho detto nulla, ma il cambio non l'ho dato, no».
L'aneddoto non è casuale, infatti Vollering e Vigilia sono compagne di squadra a partire da quest'anno. Non è una novità per l'atleta bolzanina essere al servizio di una ciclista di quel calibro, già l'anno scorso in FDJ-Suez, c'erano Marta Cavalli, Cecilie Uttrup Ludwig e Grace Brown e a causa del confronto con queste cicliste, Vigilia ha fatto proprio un modus di affrontare il ciclismo: ridimensionarsi, questa è la parola chiave. «In Fassa Bortolo ero, forse, l'atleta con maggiore esperienza. Tutti erano interessati a sapere cosa pensassi ed il mio parere era al centro dell'attenzione. In queste condizioni, puoi sentirti parzialmente arrivato: ecco, ritrovarsi in squadre con gente come Cavalli o Brown, ad esempio, ti fa capire che ne hai di strada da fare, di pastasciutta da mangiare, perché loro sono oggettivamente di un altro livello».
Differente è anche l'organizzazione; Vigilia definisce «una cosa da pazzi» osservare quante persone lavorino per le atlete in FDJ. Allo stesso modo parla della cura dei dettagli, dell'attenzione ad ogni sfumatura. Si è trovata spiazzata nel momento in cui ha dovuto scegliere i materiali, piuttosto che quando ha deciso che tubeless utilizzare prima della sua prima Roubaix: «Era tutto nuovo, questo era ancor più nuovo. Se così si può dire. Io non provengo da una famiglia di ciclisti, non ho punti di riferimento in tal senso a casa e credo che questo mi abbia penalizzato in diverse occasioni. Sia chiaro: l'appoggio non mi è mai mancato e senza i miei genitori non sarei una ciclista, perché da soli non si riesce ad inseguire una carriera di questo tipo. Mia mamma si caricava in macchina la mia bicicletta ed il passeggino di mia sorella ancora piccola per accompagnarmi ai primi allenamenti. Mi hanno capita, supportata, ma di fronte ai dubbi ed alle indecisioni non potevo chiedere a loro. Capita spesso di dover decidere da che parte stare, se fidarsi oppure no ed in quei momenti io sono sola. Qualche volta telefono a Lucio Rigato ed è lui a consigliarmi». L'ultima volta è accaduto l'anno scorso, prima del Campionato Italiano che, di solito, Alessia Vigilia preparava in altura, soffrendo il caldo: nel 2024 una scelta differente, con la rassicurazione che la condizione non ne avrebbe risentito. «È andata male. Non posso dire che abbia a che fare con quella decisione, non lo so. Però una cosa l'ho capita: ho tanto da imparare, tantissimo, ma non sono nemmeno l'ultima arrivata. Devo ascoltare di più le mie sensazioni ed avere maggior coraggio nel dire quello che penso». Quella famiglia lontana dal ciclismo è stata anche un vantaggio per una donna-atleta che "si è fatta da sola": «Non ho mai avuto pressioni in casa ed ho il grosso vantaggio che da noi non si parla solo di ciclismo. Non ho mai corso per altro se non perché lo sentivo. E, sono sincera, corro ancora per passione, nonostante il ciclismo sia diventato il mio lavoro».

L'arrivo di Demi Vollering è stato, continua Vigilia, uno stimolo continuo a dare tutto ed anche di più. Il timore poteva proprio risiedere in questa responsabilità, nel rischio di trasformarla in ansia e l'ansia è nemica di un'atleta: Vollering ha scongiurato questa possibilità. «L'ha fatto attraverso il suo modo di comportarsi, attraverso la propria tranquillità e disponibilità. Anche negli allenamenti non cerca una compagna in particolare, ma vuole il gruppo al proprio fianco. La sua capacità di essere leader è a tutto tondo. I presupposti sono stati buoni. Vogliamo correre da squadra, ben sapendo che, avendo Vollering, molto spesso il lavoro toccherà a noi. Abbiamo traguardi ambiziosi: li raggiungeremo o non li raggiungeremo tutte assieme». Demi Vollering fa bene alla squadra, quindi, ed anche al ciclismo, in realtà, perché è innegabile che l'arrivo di uno sponsor importante come Nike abbia anche a che fare con lei: «Hai detto bene, anche ma non solo. Almeno così la penso io. Per Specialized abbiamo sentito la stessa cosa: "hanno Specialized perché hanno Vollering”. In realtà, la firma è avvenuta a dicembre dello scorso anno e ancora nessuno sapeva dell'arrivo di Demi. Credo il merito sia anche del lavoro che FDJ-Suez ha sempre fatto e continua a fare, non solo su strada, ma anche nel racconto delle atlete, con i video e le presentazioni social tratte da episodi della vita reale di una ciclista. I brand si attirano così, diversamente come possono notarti ed investire? Vogliamo fare qualcosa per il ciclismo femminile? Raccontiamolo: è il primo passo».
Non senza difficoltà, perché, dice Vigilia, per una ciclista è quasi più faticoso fare ore di riunioni con gli sponsor piuttosto che fare allenamento, «ma si fa, perché serve per avere materiali migliori, per crescere, per far diventare il ciclismo un lavoro per la maggior parte delle persone che, comunque, lo vivono e faticano». Dall'uso dei social della squadra a quello delle singole atlete: un passo che, con questi brand, probabilmente tutte le cicliste dovranno fare, prima o poi. «Il tema è importante: abbiamo la possibilità di trasmettere un messaggio a molti giovani, dobbiamo fare attenzione a quello che pubblichiamo. Dobbiamo riflettere più volte prima di inviare un post o una storia. Però è una possibilità importante se colta bene. Dall'altro lato, c'è il fatto che non sempre siamo giudicate solo per i risultati su strada, ma anche per come ci "vendiamo" sui social, pur se è finzione, per come curiamo lì la nostra immagine. Ecco, questo non rientra nel mio modo di leggere il mondo, perché, a mio avviso, l'unico biglietto da visita di una ciclista devono essere i risultati, però il mondo va in quella direzione. Forse mi adatterò anche io, ci sto pensando» FDJ-Suez è, di fatto, un team a gestione familiare, indipendente dalla squadra maschile, che continua a investire, nonostante le difficoltà del settore: «Non so da cosa dipenda, di certo mentre da noi, in Italia, spariscono varie squadre, in Francia il panorama è differente: i minimi, da loro, sono molto più del nostro minimo. Equivalgono già ad una ipotetica professional».

In questo contesto, assieme a Demi Vollering, è arrivata anche Juliette Labous: il ricordo di Vigilia è legato all'Europeo 2016, quello vinto da Lisa Morzenti, seconda proprio Vigilia, terza Labous. «Proprio Juliette mi ha detto che si ricordava di me per averle soffiato il secondo posto in quella giornata, per lei non era un bel ricordo, per me sì, abbiamo riso molto. Labous è una ragazza tranquilla, molto calma, pacata, una bella persona. Molto professionale, si vede che è cresciuta in DSM-firmenich». Per chi deve mettersi al servizio, osserva Vigilia, l'importante è sempre saper reagire, adattarsi alle situazioni ed avere la giusta flessibilità per cambiare ove necessario, anche in corsa. I ruoli devono essere chiari, ciascuno deve sapere cosa deve fare e cosa devono fare gli altri. L'anno appena trascorso è stato intenso per Alessia Vigilia: «Inutile dire che inizialmente il timore di essere un numero c'era, di fronte a tanta esperienza e ad un ambiente diverso. In realtà, così non è stato: ho avuto un calendario importante. Mi sono messa alla prova, ad esempio, con la Paris-Roubaix che, se all'inizio sentivo distante, in realtà mi è piaciuta e le pietre mi incuriosiscono. La cosa più importante da dire è che, per l'ennesima volta, ho avuto la certezza, spesso a mie spese, che tutto deve partire da noi, possiamo avere chiunque al nostro fianco, ma se la scintilla non parte dall'atleta non si va da nessuna parte. Per questo continua la mia ricerca: voglio capire chi sono, che tipo di atleta sono, esattamente, e dove posso davvero arrivare. Definire i contorni dei miei limiti. Continuo a lavorare sulle cronometro e sul passo, perché i margini di miglioramento fisico e mentale ci sono. Continuo a lavorare perché tutto ciò che è arrivato è stato possibile solo grazie al lavoro. Il mio grande credo».
Anche grazie a questo “credo” si è rialzata in tempi rapidi da una caduta nella prima frazione dell’UAE Tour che le è costata la frattura della clavicola. Voleva essere alla Sanremo Women, ci è riuscita. E prima è tornata all’università, giusto qualche giorno dopo l’operazione: «Vuole laurearsi». Ci ha detto così papà Ciro. E si laureerà.
Polvere e ciclisti: una giornata in sella alla Strade Bianche
Un serpentone di ciclisti che si snoda intorno alla Fortezza Medicea. Manca ancora quasi un’ora alla partenza della decima edizione della Granfondo Strade Bianche, ma le griglie sono praticamente sature. Seimila al via per uno degli appuntamenti amatoriali più partecipati al mondo, con una massiccia presenza di stranieri che supera il 35%.
In griglia con nella mente e nel cuore la progressione di Pidcock a Monte Sante Marie, con l’accelerazione di Pogačar a Colle Pinzuto. Del resto l’emulazione è una spinta, uno stimolo, un elemento che carica. L’unicità della Strade Bianche si basa sullo sterrato che, seppur quest’anno ben battuto e asciutto, rimane un tratto distintivo tanto spettacolare quanto insidioso da affrontare. Se i professionisti quasi galleggiano sulle crete senesi, accelerano come se fossero su un tavolo da biliardo, gli amatori sobbalzano, sbracciano, si ripiegano sul manubrio, saltellano.
I professionisti sono gatti che danzano sullo sterrato quasi in silenzio. Noi invece traballiamo, intenti a guidare al meglio la bici per cercare comunque di riuscire a fare velocità. Strade Bianche è pedalare nella polvere sui tratti pianeggianti, mossi o collinari, procedere in queste strade ancora immacolate che tagliano la campagna senese.
Una marcia dal sapore bucolico, che piace, però, perché i ciclomotori la affrontano con mezzi e strumenti di oggi. Eccola la miscela vincente: pedalare nella storia, ma con l’atteggiamento e l’animo da agonista. Agonismo già dalle prime battute, dalla partenza in discesa, dal primo sterrato piatto, dalle rampe che si susseguono a ripetizione, dai vicoli stretti in picchiata. Agonismo mentre affronti l’uno-due che fa la storia di questa corsa. Prima Colle Pinzuto e poi Le Tolfe: rampe verticali, lingue di terra che ti si impennano davanti, muri leggendari che raccontano le imprese dei più forti ciclisti contemporanei. In poche corse amatoriali come la Strade Bianche pedali, ti immergi, vivi nella consapevolezza di far parte del mondo del ciclismo. Il giorno prima ogni angolo a fianco dei settori sterrati è ridondante di tifosi impazziti per le gesta dei corridori che battagliano. E c’eravamo anche noi, che oggi quelli sterrati cerchiamo di aggredirli. L’unicità del fine settimana senese, che da dieci anni ad inizio marzo si presenta, è l’appartenenza alla famiglia del ciclismo. Non vecchia, ancorata a quello che fu, a nostalgie con poco senso, ma alla realtà di questo sport che porta ancora sulle strade parecchie persone.
Alla gara dei professionisti la parte alta della città era invasa proprio dai piedi di via Santa Caterina fino alla mitica Piazza del Campo. Aver pedalato sul quel finale così massacrante, appesi al manubrio e alla buona sorte mentre aspetti che spiani la salita, rende questa esperienza inimitabile. Il ciottolato così ripido di via Santa Caterina ti consegna a una delle piazze più belle al mondo, in festa anche per la nostra corsa. E questo ti rende ancora più parte del mondo del ciclismo.
Gocycling, Città di Castello
Federico Rossi è nato e cresciuto a Città di Castello, poi, le circostanze della vita l'hanno portato a Milano e lì, nella grande metropoli, ha conosciuto Anna, così una parte della sua quotidianità, negli ultimi quindici anni, ha fatto radici nel capoluogo lombardo. La città, qualunque città, prende, dona, talvolta toglie: da un lato le opportunità dell'agglomerato urbano, dall'altro le mancanze ed è ciò che manca ad essere seme per quel che verrà. A mancare è la natura, l'outdoor, in cui sperimentare quelle biciclette che, anche a Milano, per Federico sono pane, per mestiere e per passione. Ad un certo punto la domanda che si fa strada: «Siamo sicuri che davvero non ci sia altro? Siamo veramente certi di non desiderare qualcosa in più per la nostra esistenza?». Un'esistenza simile pare quasi mutilata e la risposta arriva presto, con all'interno la consapevolezza che altro c'è, deve esserci per forza. Allora torna in mente l'Umbria selvaggia, in cui la natura cresce ed esplode, talvolta divora i sentieri, li ridisegna. Un luogo dove, a otto chilometri dal centro, già ci si perde, tra alberi, rovi, animali selvatici, pastori maremmani: si chiama Città di Castello ed è l'origine.
Federico e Anna ripartono verso una nuova casa, forse due: quella in cui abitare e quella da cui diffondere biciclette e racconti di bici. La seconda sarà in Via Mario Angeloni 7, in pieno centro storico, ed è di questa che vogliamo parlare: in un palazzo storico, dai muri bianchi, dalle volte a crociera, con grandi stanze piene di luce, quasi la portassero dentro, e muri spessi, in cui scavare e riporre libri, quasi fossero piccole cripte riservate alla conoscenza. Al centro della stanza un tavolo da falegname enorme, qua e là vecchie bici appese, quelle del padre di Federico, il primo telaio mtb Bianchi, prodotto negli Stati Uniti d'America, quello di alluminio incollato, una piccola opera d'arte, e ancora numeri delle granfondo e chicche di storia, in un ambiente minimale per scelta. Il locale l'ha scelto Anna, si chiama GoCycling e nasce nel centro storico di Città di Castello, non per un caso, ma per una precisa filosofia, con forti elementi etici, di non facile comprensione immediata.
«Non è una scelta comune, soprattutto in un mondo autocentrico, anche perché la stradina che conduce qui è stretta, in pietra serena, difficile da percorrere con la macchina, caratteristica delle città rinascimentali. Il venditore ci ha subito scrutato stranito, noi abbiamo proseguito- raccontano i due- e ne siamo orgogliosi, altrimenti nei centri storici cosa resta? Solamente bar e tavolini per gli aperitivi serali?». Il territorio che circonda GoCycling è pieno di bellezza, di storia e cultura: San Francesco, Raffaello, Piero della Francesca, musei e chiese di valore inestimabile. La nuova realtà, che ha aperto le porte ai visitatori lo scorso 20 settembre, cerca di restare in sintonia con questo sottofondo: lo spazio commerciale e di "rent a bike" si sovrapporrà con qualcosa che somiglia più a un centro culturale per tutto quel che è outdoor, ovvero piacere e scoperta della natura, delle attività nuove, di nuove idee e nuove invenzioni. La metafora di Federico è esemplificativa: succede come se la provincia, dopo tanto tempo, decidesse di spalancare le proprie porte e di aprirsi all'altro. «Forse è una caratteristica insita in certe zone quella di restare un poco chiusi all'altro, al resto, come se l'altro non interessasse o non fosse importante. La verità è l'esatto contrario: abbiamo bisogno come l'aria di condividere, di chiamare qui persone e bici, sogni, avventure».
Perché, proseguono Anna e Federico, se vi è una sicurezza, un punto fermo, quando si inventa un progetto simile, questo non è certamente in un riscontro economico, necessario, ma sempre sottoposto ai tempi e alle circostanze, bensì da piccoli piaceri quotidiani che un mestiere simile è ancora in grado di consegnare: «Il sollievo del sorriso di chi acquista la prima bicicletta, ad esempio, cancella tante cose che non vanno: più è la prima volta, più il brivido è forte. Si costruisce così una sorta di bagaglio culturale nel rapporto con il cliente: prima di parlare di bicicletta, si parla di dove si vuole andare, di quanto si vuole pedalare per arrivare in quei posti e di come si immagina il percorso. L'anima delle persone e delle cose, per noi, non è solo importante, è fondamentale. La sfera tecnica viene dopo, nonostante anch'io abbia sempre montato e smontato biciclette per capirle meglio. Amo alla follia qualunque bicicletta, per questo proietto questo mezzo in una sfera umana: quella del dialogo continuo, anche con i turisti, del racconto continuo anche delle proprie esperienze».
L'analisi di Federico Rossi è lucida: se il settore bici, a tratti, sembra implodere è perché per lungo tempo si è considerata la bicicletta in maniera troppo fredda, distaccata, come si considererebbe una lavatrice. Allora la bicicletta è divenuta un oggetto asettico, lontano e, quando questo accade, prevale una forma di "machismo" che si concentra solo su numeri e cifre, soprattutto in un tempo in cui è avvenuto un grosso cambiamento e le informazioni tecniche arrivano a getto continuo da qualunque fonte, rispetto ad ogni bene materiale: si tratta di informazioni commerciali, massificate e ultra dettagliate. «Talvolta i clienti possiedono anche informazioni che tu stesso non conosci, ma il gesto della pedalata va oltre quel tecnicismo. Io dico sempre: "Prima fai un giro su quella sella, poi mi racconti se ti è piaciuto, se ti sei divertito". Se ne parla e si interpreta il dato che, altrimenti, non vuol dire nulla: una bicicletta deve comunicare qualcosa. Colui che si interfaccia con il cliente ha il compito di leggere le emozioni del cliente e proiettarle su un mezzo piuttosto che un altro. Questo non potrà mai accadere in un centro commerciale, con turni lunghi, talvolta sottopagati, la domenica pomeriggio: non potrà mai accadere perché quel tipo di logica non lo permette, nonostante la buona volontà del lavoratore».
L'Umbria è una regione che sta crescendo e sta cambiando: il turismo è in aumento, ma anche la scelta di vivere in questa terra viene presa da sempre più persone. La bellissima Toscana, raccontano Federico ed Anna, è sempre colma di persone, qui il processo è differente, tuttavia è in corso. Si esce dal garage di casa e, nel raggio di qualche chilometro, ci si ritrova nel selvaggio, dove è necessario anche fare attenzione ai cinghiali, tra sentieri carrabili, mezzadri, luoghi disabitati che il ciclista medio tifernate, ovvero originario di Città di Castello, conosce. Tuttavia il suo giro classico è di un paio d'ore, con ritorno a casa verso le undici: «Pensiamo sia un peccato e, anche qui, portiamo un dato. Nella zona di Milano, seimila chilometri in mtb corrispondo a 17000 chilometri in auto per giungere in luoghi in cui è possibile pedalare: magari a Biella o in Lomellina. A queste condizioni, si capisce bene quanto sia difficile scegliere la bicicletta, anche il gravel, attraversando le campagne, che, visto il problema sicurezza che vivono le nostre strade, è, senza dubbio, maggiormente indicato, da questo punto di vista. In Umbria la storia è differente. Allora la domanda è: perché non ampliamo quelle due ore di pedalata? Anche qui si tratta di uscire, di aprirsi al resto, all'altro. Vorremmo smuovere le acque, proponendo una giornata e mezza di viaggio, un bikepacking con una notte fuori, magari al sabato ed alla domenica».
Il papà, adesso, è un signore novantenne e Federico si sente fortunato all'idea di averlo vicino, anche in GoCycling, perché è bello e perché è un valore aggiunto, come il tempo che si dedica ad un genitore e come il tempo che un genitore dedica ad un figlio. È felice vedendo le sue biciclette appese al muro, quelle biciclette viste, amate e poi acquistate. Anche gli amici del liceo e dell'università hanno ritrovato Federico e per loro è stato come incontrare l'uomo di città che, per amore, torna in provincia, dopo tanti anni. «Molte volte si ha il timore di iniziare qualcosa di nuovo soprattutto per quel che potrebbe dire la gente se non funzionasse. Abbiamo il timore di essere considerati un poco "sfigati". No, non si è sfigati: se si fa qualcosa con il massimo degli intenti, con passione, senza fare i furbi, senza fare scorrettezze, non si è sfigati nemmeno se non va. Certo, così facendo ci sono notti insonni con le bollette da pagare e tanti pensieri, ma pazienza, va bene così. Me lo ripeto spesso». Nel frattempo la bicicletta per Federico ed Anna continua ad essere avventura, a coincidere con la domanda "chissà com'è quel sentiero?" e con la voglia di andarci. La bicicletta è la meraviglia di quando si vede una bici caricata su un aereo per volare da un'altra parte ad esplorare strade, è risata quando, nel 1999, non si sapeva esattamente cosa fosse un "single track", lo si chiedeva a chiunque ed in molti non avevano risposta eppure tutti non vedevano l'ora di pedalarlo. La fitta rete stradale umbra pone varie alternative, così i ciclisti possono sentirsi maggiormente sicuri, non trascurando mai l'alternativa del gravel, che abbina sicurezza e natura. La raccomandazione è sempre la solita: rendersi visibili ed indossare il casco, anche nei pacchetti turistici che Federico, Anna e GoCycling propongono e dove la responsabilità di garantire la sicurezza di ciascuno è prioritaria. L'auspicio, invece, è che sempre più persone possano conoscere meglio il codice della strada, perché spesso è proprio la cultura di base a difettare.
I piedi, per Federico, devono essere sempre ben saldi a terra, mentre lo sguardo deve avere il più ampio orizzonte immaginabile per sperimentare, creare, inventare. GoCycling è sempre lì e cerca di essere presente nel modo migliore possibile, ovvero con quell'apertura di cui tanto Federico Rossi ci ha parlato. Aperti per un caffè, una chiacchierata, per l'inaugurazione e un prosecco, per consigli e scambi di idee. Probabilmente è per questo motivo che molte persone si sentono proprio partecipi del negozio e quando ne parlano usano il noi: «Dobbiamo fare...». In realtà, a metterci mano saranno sempre Federico ed Anna ma questa voglia di far parte di una realtà è così bella che nessuno osa mai dire nulla e quel "noi" sperano tutti di sentirlo spesso, più spesso ancora.
FVG Bike Trail: dal 4 al 7 settembre 2025 ritorna il grande evento bikepacking alla scoperta del Friuli Venezia Giulia
Annunciate le date e presentate le due nuove tracce dell’edizione 2025 di FVG Bike Trail: a partire dal 4 settembre si pedalerà tra Udine, Gorizia, Nova Gorica, Trieste, Grado e Aquileia, a scelta lungo un percorso da 200 o 380 km. La maglia ufficiale dell’evento è firmata dal Maestro Giorgio Celiberti e celebra l’affascinante commistione di diversità linguistiche, culturali e paesaggistiche del Friuli Venezia Giulia. Iscrizioni aperte da marzo.
Udine, 19 febbraio 2025 – La data da segnare sul calendario di tutti gli appassionati di bici e viaggi è il 4 settembre 2025, giorno in cui avrà ufficialmente inizio la seconda edizione di FVG Bike Trail, il grande evento bikepacking alla scoperta del Friuli Venezia Giulia. Dopo l’incredibile successo del 2024, ritorna anche quest’anno l’appuntamento cicloturistico made in FVG, che invita i suoi partecipanti a salire in sella a una bicicletta per pedalare al proprio ritmo lungo strade bianche e secondarie, attraverso boschi, colline, litorali e centri urbani dell’estremo nord-est italiano.
Un debutto memorabile
Lanciato per la prima volta nel 2024, l’evento FVG Bike Trail ha riscosso enorme successo fin dalla sua prima edizione: 475 iscritti (tra questi circa il 23% proveniente dall’estero) e oltre 180 mila km percorsi in bici, in una media di tre o quattro giorni consecutivi. L’edizione 2025 conferma il formato unsupported non competitivo, ma introduce interessanti novità e punta al raddoppio dei partecipanti. “Abbiamo raccolto feedback estremamente entusiasti da parte di chi ha pedalato l’anno scorso, non solo per l’organizzazione dell’evento, ma anche e soprattutto per l’effetto sorpresa regalato dalle tracce che avevamo studiato. Quest’anno abbiamo lavorato sodo per non tradire le aspettative dei nostri partecipanti, curando l’evento nei minimi dettagli e studiando due nuovi percorsi capaci di emozionare e di lasciare un ricordo indelebile del Friuli Venezia Giulia, pedalata dopo pedalata”, dichiara Giacomo Miranda, ideatore e organizzatore di FVG Bike Trail.
I due percorsi 2025 alla scoperta della regione Capitale del Cicloturismo 2025
FVG Bike Trail 2025 offrirà ai suoi partecipanti due percorsi ad anello completamente nuovi, rivolti a cicloturisti di diverso livello e grado di preparazione: il più lungo da 380 km e 4.300 D+, il più corto da 200 km e 2.000 D+. Punto di partenza e di arrivo per entrambi i percorsi sarà la città di Udine. Da lì, le due tracce si snoderanno verso Est e attraverseranno Cividale, Nova Gorica e Gorizia (Capitale europea della cultura 2025), la bellissima Trieste e poi Grado, Aquileia, Palmanova. “Il Friuli Venezia Giulia, Capitale del Cicloturismo 2025, è una regione bellissima da pedalare e offre una grande varietà di paesaggi, culture e storie da scoprire. Basti pensare che la traccia Unlimited di quest’anno, ovvero quella più lunga, attraverserà ben tre diversi siti patrimonio UNESCO (Cividale, Aquileia e Palmanova)”, commenta Miranda.
La maglia dell’evento
Ispirata all’opera “Labirinto dei sogni” del grande Giorgio Celiberti, poliedrico artista friulano di fama internazionale, la maglia ufficiale dell’edizione 2025 di FVG Bike Trail celebra la ricca diversità di lingue, culture e paesaggi del Friuli Venezia Giulia. Lettere e numeri, impressi con segni essenziali e materici sul tessuto dei modelli Supergiara Jersey e Flow Giara Tee di Sportful (partner tecnico dell’evento), si mescolano tra di loro, dando vita a un linguaggio universale, un intreccio di emozioni, incontri e ricordi che racchiude l’essenza di FVG Bike Trail.
Come partecipare
Per prendere parte alla prossima edizione di FVG Bike Trail, è necessario effettuare l’iscrizione tramite il portale www.fvgbiketrail.com:
Dal 3 marzo 2025 - iscrizioni in modalità early bird riservata ai partecipanti FVG Bike Trail 2024
Dal 27 marzo - iscrizioni aperte a tutti
Il pacchetto di iscrizione comprensivo di maglia ufficiale FVG Bike Trail x Giorgio Celiberti sarà disponibile in pre-order solo fino al 31 maggio 2025.
FVG Bike Trail è un evento ideato e organizzato da It Takes Two srl società benefit, con il supporto di PromoturismoFVG, il patrocinio della Regione FVG e in partnership con PM2 agenzia di comunicazione e marketing, X-Zone Bike, PrimaCassa Credito Cooperativo FVG, Marzocco Assicurazioni, Sportful e Udog. Per maggiori informazioni visitare www.fvgbiketrail.com.
It Takes Two srl società benefit che opera nel campo degli eventi. La società è guidata da una purpose: rendere il business coerente con la propria vocazione. La società ha sede a Udine e integra nell’oggetto sociale lo scopo di avere un impatto positivo sulla società, a beneficio di persone, comunità e ambiente. Con l’obiettivo di creare valore sostenibile, per tutti.
L'hospitality ufficiale di Milano-Cortina 2026: ancora un anno e potremo...
ll Countdown ufficiale è iniziato. Fra un anno potremo finalmente festeggiare l'inizio di Milano Cortina 2026!
Scegli un ticket-Inclusive Hospitality Package e lasciati coccolare dalla tipica eccellenza italiana con l'alloggio garantito, l'accesso alla lounge e molto altro!
CLUBHOUSE 26
A pochi passi dalle sedi di gara di Milano, Cortina e Livigno, CLUBHOUSE 26 è il posto ideale in cui rilassarsi prima e dopo gli eventi, rimanendo immersi nell'atmosfera dei Giochi Olimpici Invernali. Accedendo a questo Lounge avrai un biglietto garantito per una sessione a scelta, e potrai farti coccolare da un'hospitality di lusso e tanti servizi
Perché non puoi perderti Clubhouse 26?