Cinque istantanee dalla Val di Sole

I Mondiali di mountain bike in Val di Sole sono stati tante cose: le vittorie di due "grandi vecchi” come Schurter e Minnaar, le consacrazioni di Evie Richards e Christopher Blevins, la stupenda quasi-medaglia di Marika Tovo. Da giornate così frenetiche è difficile ricavare certezze; una forse: una rassegna iridata è di chi la vive. Queste cinque cose sì che me le ricorderò:
1. Due chiacchiere con Faranak Partoazar. È l’unica ciclista iraniana della manifestazione, nessuna federazione l’ha sostenuta nella trasferta e non ha alcuna carta di credito con sé. La incontro mentre sta lavando, asciugando e ingrassando la propria bici. Di meccanici neanche l’ombra, ma dal tendone di una famosa marca di lubrificanti per catena esce Robin, un californiano di origine iraniana. I due iniziano a parlare in persiano: è la prima volta per entrambi che possono ricordare la loro terra in un contesto del genere.
2. I colori. Daolasa è stata invasa da persone provenienti da tutto il mondo, con tante maglie diverse (la maglia della nazionale lituana di downhill sembra fatta con le bombolette da graffiti) e acconciature pazze (un rider neozelandese: chioma bionda e una cresta blu di dubbio gusto). Miglior abbinamento divisa-bici: l’azzurro e il bianco della casacca israeliana di Eitan Levi, che saltava le rocce sulla sua Trek rosa.
3. La professionalizzazione del downhill. Disciplina a sé stante, ad alto tasso di adrenalina e palesemente pericolosa, il downhill non consiste più nel lanciarsi alla cieca giù da una montagna pieni di birra, come poteva essere fino a vent’anni fa. Ora gli atleti sono seguiti da professionisti fin dall'adolescenza, si allenano di più e meglio, prendono sul serio quello che fanno. Queste cose le sostengono tanti atleti, ma anche due tecnici della Nazionale italiana, che - coi suoi tempi - ha dato più attenzioni al downhill. Sulla Black Snake, una di queste due persone chiede all’altra come sono andati alcuni atleti nelle prove. Sapendo di dover fornire un'analisi tecnica, la risposta è stata: «una scopa nel culo».
4. Al risparmio. È l’unico modo in cui tantissime persone possono permettersi di essere qui. Solo nei trecento metri che separano il parcheggio riservato ai media e il paddock, si vedono tende da campeggio, camper, famiglie intere che al mattino si lavano i denti nelle fontanelle pubbliche. È la vita che fanno anche atleti stessi: Izabela Jankova, vincitrice del titolo mondiale di downhill tra le juniores, si diceva pronta a fare la sua parte per guidare le sedici ore necessarie per tornare in Bulgaria. Lei farà il primo turno, così riuscirà a dormire la notte, mentre guida il padre. Svegliarsi un minimo riposata è necessario: il giorno dopo ci si deve allenare.
5. I tifosi. Tantissime persone hanno sostenuto gli atleti a fianco delle piste della Val di Sole. Facendosi a piedi la Black Snake, si può incontrare per esempio la famiglia di Giacomo. È un amante del downhill di oltre quarant’anni, che partecipa a varie competizioni riservate ai master, con la sua squadra, il Team Reunion. Si chiamano così perché si radunavano spesso assieme, ma - e questa è la storia più assurda che sentirete quest’anno - «un nostro compagno di squadra ci è andato veramente, a una gara di downhill all'isola Reunion. Ha detto che è semplice: si parte dalla cima di un vulcano e si arriva al mare. Non ha figli, può permettersi un viaggio del genere, non è sposato ed è matto come un caco: sai cosa ti dico? Ha fatto bene ad andarci».

Foto: Giacomo Podetti


La tempra di Jay Vine

Non si sarà portato a casa il combativity prize alla Vuelta Jay Vine, come molti di noi si sarebbero aspettati, ma dobbiamo ammettere che lo spirito del giovane corridore australiano della Alpecin-Fenix ci piace un sacco.
Dopo la rocambolesca caduta dell’altro giorno, mentre tentava di recuperare una borraccia dall’ammiraglia, ed il terzo posto di tappa con una rimonta all’insegna della determinazione, Jay ha raccontato sui suoi canali social di essersi sentito ferito più nell’orgoglio che nel corpo: «È tutto così strano. Senza l’incidente sarei al settimo cielo e ora starei scrivendo un altro tipo di post. Racconterei di quanto sia stato fantastico salire per la prima volta sul podio in un Grande Giro, ma in questo momento mi sembra che il mio successo sia leggermente offuscato dall’imbarazzo per come è avvenuta la caduta».
Vine, che dopo l’incidente e i relativi controlli da parte del medico di corsa, è rimontato senza esitazioni in sella, ha detto di aver avuto l’impressione, nelle interviste post gara, che i giornalisti fossero alla ricerca di una qualche particolare pillola di saggezza da parte sua: «C’era questo giornalista che mi ha chiesto come mai fossi tornato in sella dopo la caduta. Credo che si aspettasse una risposta che fosse d’ispirazione e d’esempio per gli altri, ma io in realtà mi sentivo solo molto stanco e con la mia solita schiettezza ho risposto: “E perché no?».
Insomma, ci pare di capire che al giovane australiano non manchi sicuramente il carattere per far parlare di sé.

Foto: Luis Angel Gomez / BettiniPhoto©2021


La felicità diversa dei fratelli Hayter

Al Tour of Norway, qualcosa è scattato nella mente di Leo Hayter. Classe 2001, team Dsm, fratello minore di Ethan, giovane talentuoso di casa Ineos Granadiers, Leo ha a lungo patito, silenziosamente, la scelta di mollare tutto per dedicarsi allo sport, come se nella vita non ci fosse nient'altro. Un lungo processo di accettazione, per ritrovare la felicità di pedalare. Il 21 agosto, l’ha scritto su suo account Twitter: «La giornata di oggi mi ha ricordato perché lo faccio. Finalmente ho avuto la sensazione di gareggiare e non solo di essere un’appendice della corsa. È la prima volta che mi succede dal 2019».

Ethan e Leo hanno condiviso ogni cosa sin da ragazzini. Fin da quel pomeriggio in cui i genitori li accompagnarono a un centro estivo nei pressi di un Velodromo: una scelta casuale per permettere ai ragazzi di divertirsi e tornare al lavoro. Ethan aveva già la fisionomia di un ciclista, Leo no e, a dire il vero, nemmeno gli interessava. Racconterà anni dopo che, fino a quel momento, tutti i pomeriggi della sua infanzia li trascorreva sul divano, mangiando e giocando alla play station. Non aveva il fisico da ciclista, tanto meno la mentalità. Avrebbe solo voluto essere un ragazzo qualunque.

Una scelta non scelta che dopo qualche anno inizia a portare i primi risultati. Leo Hayter vince la prima corsa da junior, ad Assen, e subito pensa ad un colpo di fortuna. «Ho sempre creduto che, se non fossi arrivato da solo, non avrei mai vinto nulla. Sarebbe stato un gioco da ragazzi per chiunque battermi» spiega a The British Continental. È lui il primo a non credere nelle proprie possibilità, forse perché non ha la grinta che serve per primeggiare, forse perché le persone al suo fianco non ci credono. Nella British Cycling Junior Academy, fino a quel momento, per tutti, è “il fratello minore di Ethan”. Quest’etichetta pare non infastidirlo e lui stesso ammette che Ethan ha capacità superiori alle sue, ma le scelte di vita, spesso più delle parole, rivelano davvero ciò che sentiamo.

Tutto inizia da un volo per partecipare a un training camp con il Team Sunweb: Leo mangia qualcosa e subito dopo inizia a stare male. Ciò che sembrava non interessargli diventa importante: vuole dimostrare di valere e non dice nulla di quel malessere. Fa due giorni di prova mangiando solo pane scondito e si sente in forma, in salita pedala come non mai. Scelta scellerata: nel suo fisico c'è qualcosa che non va, solo qualche settimana dopo, in un allenamento, cadrà a terra completamente svuotato.

Per guarire serve tempo, ma quei giorni hanno cambiato qualcosa in Leo. Ha la certezza di volere qualcosa in più e sa che nell'Accademia britannica sarà condannato a restare “il fratello minore di Ethan”. Sa di non avere il fisico ideale per lavorare in pista e dice ai genitori di voler passare nel team Dsm. Difficile convincerli, come se quel figlio fosse sempre troppo giovane per decidere in autonomia, come se la sua strada dovesse essere per forza quella di Ethan, come se il suo fosse un destino già scritto. Ma per la prima volta Leo Hayter sceglie la strada che davvero desidera e improvvisamente non è più solo “il fratello minore di Ethan”.

Non è mai stato facile e mai lo sarà, anche se la Coppi e Bartali corsa assieme dai due fratelli ha risvegliato l'entusiasmo del pubblico e degli addetti ai lavori, come le storie a lieto fine. Quella di Leo e Ethan Hayter non è una storia a lieto fine perché, forse, le storie a lieto fine come tutti le immaginiamo nemmeno esistono. Nemmeno quando Ethan vince il Tour of Norway e Leo ritrova se stesso. La storia dei fratelli Hayter è la storia di chi ha capito che non bisogna credere a chi cerca di convincerci che se non siamo i primi non valiamo nulla. Non è vero per lo sport e, soprattutto, non è vero per la vita. Non hanno senso i paragoni o i confronti perché siamo completamente diversi, anche da un fratello, e nessuno può cambiare questa realtà. Ma la felicità se ne frega dei confronti e arriva lo stesso. Chiedetelo a Leo Hayter.

Foto: Bettini


Alta fedeltà

Si scrive Salvatore Puccio si legge alta fedeltà. Come uno strumento fondamentale che ti serve e trovi nella cassetta degli attrezzi, oppure uno di quegli elettrodomestici che in cucina fanno tutto, ma proprio tutto.
Si scrive Puccio, si pensa all'usato sicuro; se guardi quando è arrivato al team Sky, era l'estate del 2011, ti accorgi che solo un certo Geraint Thomas ha militato più di lui nel team britannico: G è infatti l'unico ancora attivo dall'anno della fondazione (ci sarebbe Swift, il quale però, ha passato qualche stagione fuori da casa) della squadra.

Se pensi a Puccio, e questo sarà lo stesso ragionamento che faranno loro, i suoi tecnici, pensi a quel ragazzone di ormai 32 anni che in carriera non ha mai vinto, ma è il combustibile per fare andare avanti la macchina. È il collante che tiene uniti i pezzi, il "penso quindi sono" fondamentale per costruire una squadra, soprattutto quando poi davanti - o a ruota - ha corridori che altrove potrebbero essere capitani ovunque: Bernal, Adam Yates, Carapaz, Sivakov giusto per fare quattro nomi presenti alla Vuelta e dove gli altri sono, oltre a lui, Narvaez, Pidcock e van Baarle.

Se pensi a Puccio pensi a ieri alla Vuelta quando lo vedevi tirare nel tentativo di riavvicinare il gruppo a Caruso in fuga, e allora per una volta dicevi, "dai Puccio, lascia stare, vai piano, lascia Caruso davanti con quel bel vantaggio".

Scrivi Puccio e pensi al gregario: funzione basilare per ogni azione da mettere in pratica in uno sport che premia l'individualità, ma che dietro ha la squadra, ma soprattutto corridori come lui.
E quando guardi nel suo palmarès ricordi quella volta che vinse un Giro delle Fiandre, no, non stiamo dando i numeri, era un Fiandre per Under 23, Beloften oppre Espoirs, lo chiamano. Quel giorno Puccio vestiva la maglia della nazionale e quinto, sempre con la maglia azzurra, arrivò Trentin: le loro carriere sono state poi diametralmente opposte.

E quando pensi a Puccio, pensi a un ragazzo che a 12 anni si trasferiva dalla Sicilia all'Umbria perché suo padre lavorava da tanti anni da quelle parti come camionista; a casa a Menfi rientrava così poco che la scelta, per tutti, di emigrare fu naturale. Vedi un ragazzo umile che quando si racconta ti rimanda indietro semplicità. «Quante gare avrei potuto vincere? - raccontava tempo fa a Bicisport - Non molte. E allora mi sono ritagliato il ruolo di gregario, la squadra lo apprezza e mi premia, economicamente e professionalmente».

Zero vittorie da professionista, ma 27 classiche monumento disputate (pure con un 12° posto alla Sanremo nel 2014), 15 Grandi Giri, quest'anno di fianco a Bernal al Giro, vinto e alla Vuelta, in questi giorni. Una maglia rosa vestita per un giorno sarà il punto più alto della sua carriera, ma di fianco a lui quante soddisfazioni per i capitani. A lui questo importa: perché essere Puccio significa essere fedeli. A ogni costo.


Marco Villa guarda già a Parigi

«Forse l'idea di dover affrontare i detentori del record del mondo ha fatto tremare le gambe anche alla Danimarca» scherza Marco Villa, CT della nazionale azzurra su pista. Spiega così la medaglia d'oro olimpica nell'inseguimento, dopo cinque anni a dimostrare il valore del lavoro fatto. Villa, da uomo di sport, sa bene che la concretizzazione, in questi casi vale quanto la fantasia. «Nelle prove degli ultimi giorni i tempi delle nostre avversarie erano migliori, non so se sia stata tattica. La Danimarca, poi, negli ultimi due anni aveva quasi sempre fatto meglio di noi». Se dei timori potevano esserci, al quartetto sono sempre arrivati stimoli, risposte e razionalizzazioni. «Vero che i danesi si sono praticamente riportati sugli inglesi in semifinale, altrettanto vero, però, che hanno potuto sfruttare la scia. Lo stesso discorso vale per le qualifiche: molte squadre hanno avuto il vantaggio di potersi basare su dei tempi di riferimento. Ai ragazzi ho detto questo la sera prima».
Marco Villa ha da sempre le idee chiare: le analisi, per essere utili, vanno fatte prima. «In partenza eravamo in vantaggio e non era un caso: sulle nostre tabelle era previsto. Sapevamo che avremmo potuto perdere qualcosa nel finale. Uno era il punto: dovevamo restare dai sette ai nove decimi, perché quei tempi sono nelle gambe di Ganna». Poi gli azzurri hanno festeggiato come chi ha avuto ragione a discapito dei momenti difficili. «La caduta di Lamon durante le qualificazioni a queste Olimpiadi è stato uno dei momenti più difficili, oltre alla pandemia. Si è sempre in tanti e i posti sono pochi. Saremmo stati pronti anche lo scorso anno, lo abbiamo dimostrato».
Villa spiega, razionalizza, chiarisce e soprattutto chiede. «Dopo lo scratch a Elia Viviani ho detto solo: “Elia, cosa sta succedendo?”. Mi ha detto che le gambe c'erano, la testa no. Era stato irriconoscibile. La risposta se l'è data da solo, io non posso entrare nella sua testa o nelle sue gambe. La tempo race non è mai stata la sua gara, ha fatto un'eliminazione stupenda e una grande corsa a punti». Per questo il bronzo di Tokyo vale come l'oro di Rio, perché viene da un periodo difficile. Per questo, se parla di madison, il CT è certo che la coppia Viviani-Consonni abbia molto da dire. «Simone quella mattina non stava bene e una gara di sessanta chilometri non puoi improvvisarla. Sulla base delle circostanze non puoi costruire un'analisi per il futuro. Succede e basta».
Intanto, via verso Parigi 2024. «Il gruppo è rodato con uomini di esperienza, allo stesso tempo ho dimostrato che la strada per i giovani è sempre aperta. Si guardi Milan. È uno stimolo per loro e anche per gli altri perché se non si danno da fare sono sopravanzati». Ora basta chiacchiere, a Parigi mancano solo tre anni.


Malinconica essenza

Quando si hanno giusto quei venti, venticinque anni, si arriva dai piedi del Massiccio di Gorbeia, tra Bizkaia e Álava, si va forte in salita, si ha lo sguardo che più malinconico non si potrebbe, il fascino che si emana è come quello di un romanzo ben scritto, un film che colpisce, che solo cuori freddi come abitassero oltre la barriera del nord potrebbero restare glaciali, indifferenti, apatici.
Mikel Landa, che oggi di anni ne ha più di trenta, con quel ciclismo atipico che viaggia sempre a metà tra il desiderio e la realizzazione, tra il colpo risolutivo e quello velleitario, tra la sfortuna e il successo definitivo, è quel romanzo, quel film, è colui che emana fascino e prova a scalfire gli animi più impenetrabili. Prova a fare breccia nella barriera.
In questa stagione non gli è riuscito molto in verità, quasi nulla; respinto, come quando arrivava al Giro tra i favoriti e alla quinta tappa sbatteva contro il segnale di uno spartitraffico. Oh, no, ci risiamo ancora.
Quei cuori - non quelli glaciali - si sono fermati ad osservare, a soffrire, non c'era più alcun modo per cambiare la situazione, nessun passo indietro o cambio di sceneggiatura. Nessuna finzione, né concetti astrusi e astratti come il landismo.
Si è disfatto il corpo, ha continuato a farsi del male nonostante quella quantità di sconfitte, di incidenti, di discese, di delusioni, avrebbero demolito anche un colosso.
E pochi giorni addietro è tornato alla vittoria a Burgos, dove Landa ha iniziato tempo fa a studiare ingegneria: conterebbe poco come successo se non fosse che uno così ha vinto poco. Sulfurei, in molti sostengono che, nonostante tutto, Mikel Landa difficilmente potrà vincere la Vuelta che parte oggi, ma soprattutto non potrà nemmeno andarci vicino.
«Il mio desiderio? Vincere una tappa, salire sul podio. Il momento più difficile dopo la caduta al Giro? Non partecipare alle Olimpiadi, non essere in questo circo che a vederlo da fuori ci sono momenti in cui non ne vorresti più far parte» racconta Landa sulle pagine di AS.
Chissà, amanti (a volte) delle storie a lieto fine ci aspettiamo qualcosa dalle tre settimane in terra spagnola e il conto con la sorte prima o poi dovrà dare qualcosa indietro al buon Mikel Landa, basco, scalatore, difficile da non amare. Nonostante tutto, o forse proprio grazie alla sua malinconica essenza d'antan.

La voglia di normalità di Fabio Aru

Leggere il suo nome fra gli otto Qhubeka NextHash che parteciperanno a La Vuelta al via sabato, ci ha fatto piacere non c'è che dire. L'uomo Aru che è esattamente l'Aru corridore, che merita rispetto per i suoi tentativi di provarci, di stare a galla, di riuscirci anche a costo di fallire.
Di rispondere alle critiche come se poi essere Aru dovesse cambiare qualcosa più a noi che a lui; essere Aru nella sua normalità, quella del corridore, dell'uomo che ci prova sempre e comunque. Che sprofonda e ritenta, che ingoia delusioni e prova a dribblare critiche - a volte sacrosante quando espresse con giudizio, a volte, troppo spesso, ingiuste, pesanti. Che più che critiche sembrano lo sfogo amaro di chi aspetta sempre un passo falso altrui.
Ci riprova: in quella Spagna dove conserva alcuni fra i suoi migliori ricordi: «La mia prima Vuelta è stata nel 2014: ho vinto due tappe e sono arrivato tra i primi cinque della classifica generale. Nel 2015 ho vinto la Roja è stato fantastico: mi ha davvero cambiato la vita» ha raccontato poche ore fa.
Sarà il ritorno in un Grande Giro dopo il ritiro al Tour 2020 che lasciò scorie nella sua giovane testa e nelle gambe già usurate dal tempo, e portò al divorzio con la sua vecchia squadra.
Non interessa se "a parlare sarà la strada", come si direbbe, perché essere Fabio Aru risulta poi troppo spesso un tentativo di dimostrare qualcosa a chissà chi; a chi gli fa i conti in tasca, a chi la prende sul personale per i risultati che non arrivano, come se fosse la loro vita a dipendere dai piazzamenti di Aru e non quella di Fabio.
Oggi leggere il suo nome tra i partecipanti alla prossima Vuelta non può che riempirci di piacere, a prescindere dai risultati, e da quello che verrà. "Dalla parte di Fabio Aru", anche questo si è scritto e letto spesso nei mesi scorsi. Oggi l'intento è quello di schierarsi di fianco a lui e alla sua voglia di normalità. Al desiderio di attaccarsi un numero sulla maglia e correre, faticare, sudare, come uno dei tanti. Comunque andrà la corsa a noi interessa il giusto: forza Fabio, allora, dietro la sua voglia di normalità si nasconde l'amore per la bicicletta.


British Legacy

Una foto che assume diversi significati tra i quali l'ispirazione per chi inizia a correre, per chi sa che non deve mollare perché nella vita non si sa mai. Soprattutto quando inizi a fare qualche sport e magari chiudi gli occhi e ti immagini un giorno sul podio dei Giochi Olimpici.

Una foto che pare raccogliere direttamente l'eredità su pista dei Clancy, Wiggins, Thomas, Cavendish, eccetera.

Una foto che ritrae il podio della madison agli "School Games" inglesi del 2014. Li avrete anche riconosciuti (uno di loro sicuramente): i quattro ragazzi al centro (qui poco più che quindicenni) corrono nel World Tour, ma non solo. Tre di questi escono da Tokyo dopo aver conquistato titoli e medaglie. Sapete chi sono?

Togliendo il primo e l'ultimo, non sappiamo chi siano, da sinistra ecco Matthew Walls, BORA-hansgrohe, ventitré anni. A Tokyo oro nell'omnium e argento nella madison. Ma su strada si è già fatto notare, veloce e resistente: sì farà, ha le doti giuste.

Di fianco a lui: Ethan Hayter, INEOS Grenadiers. Ventitré anni li compirà fra qualche settimana e lui tra i giovani britannici è sempre stato ritenuto quello più interessante. Un predestinato, secondo la stampa di casa sua. Nel 2019 il Telegraph lo inserì tra gli otto profili da seguire - tra tutti gli sport - in vista di Tokyo.

Torna a casa con l'argento - conquistato in coppia proprio con Walls - e su di lui un certo Ed Clancy, leggenda della pista mondiale, disse, dopo che i due condivisero l'oro nell'inseguimento a squadre nella rassegna iridata del 2019, «A vederlo non sembra sia così giovane. Ha fatto due giri e mezzo in testa e ci ha strapazzati. È un po' come il prescelto, the choosen one. Tempo fa stavo guardando Matrix e ripensandoci mi sono sentito un po’ come Morpheus quando incontra Neo». Insomma, non stiamo nemmeno ad elencare quanto ha già vinto su strada Hayter, nelle categorie giovanili, possiamo immaginare quanto potrà vincere tra i professionisti - e in realtà ha già cominciato.

Scorrendo, sempre verso destra: Fred Wright. Lui forse è quello che, anche per caratteristiche, fatica di più a emergere, ma di questi è l'unico ad esempio, che ha già corso il Tour. Traguardo non di poco conto.

L'ultimo è il più conosciuto e riconoscibile, non serve nemmeno fare il suo nome. Del suo già noto palmarès non serve dire altro. Del suo potenziale, di quanto va forte e andrà ancora più forte nemmeno. Di quanto è piccolo rispetto ai suoi compagni di viaggio lo si vede a occhio.

Un foto che è passato, che è futuro e che per loro rappresenta un luminoso presente. L'eredità inglese si è fatta ingombrante: spalle larghe, talento, un insegnamento a crederci. Da una medaglia ai Giochi Scolastici a una ai Giochi Olimpici. Sembra un sogno di ragazzi, non lo è.


Sempre Peter Sagan

Trentuno anni, più di cento vittorie in carriera: pare siano 118, ma quando superi il centinaio, fa lo stesso, dicono.
Trentadue anni quando vestirà ufficialmente la maglia dei francesi del Team TotalEnergies che dà fondo al budget per fare suo uno dei corridori che ha cambiato, o almeno ha provato a farlo, il modo di intendere il ciclismo.
Di tanto in tanto sopra le righe, spesso spettacolare, sempre sorridente. Atteso, a volte fuori luogo, ma tifatissimo. Mangia caramelle gommose a fine corsa, impenna in salita. Le sue esultanze piacciono al pubblico e fanno innervosire alcuni suoi colleghi.
Tre mondiali, un Fiandre, una Roubaix, due tappe al Giro, dodici al Tour, tre Gand Wevelgem, sette maglie verdi. Quando è venuto in Italia è sembrato una copia un po' sbiadita del Sagan amato per i suoi successi, eppure ha vinto, nel 2020 persino andando in fuga. Ma a noi sarebbe andato bene lo stesso, pure senza successi.
In Francia, come impone la tradizione di alcuni grandi capitani del ciclismo, si porterà dietro i fedelissimi: il fratello Jurai, Bodnar e Oss.
È vero, sembra ieri quando a 20 anni vinceva due tappe alla Parigi-Nizza, oggi inesorabilmente la sua parabola è discendente, ma resta sempre Peter Sagan, benedizione per il ciclismo, uno dei corridori più divertenti e amati dal pubblico. Comunque andrà la sua ricerca della vittoria con la sua nuova maglia, quello che ha fatto per il nostro sport non si scorda. Sempre alvento, sempre Peter Sagan.


Essere donna

Se si chiede a Laura Kenny come gestire una carriera impegnativa essendo madri, lei risponde che il segreto è di non farsi mai convincere a fare ciò che non si vorrebbe fare. «Devi tornare quando vuoi tu. All'inizio non volevo lasciare Albie e se non vuoi lasciare tuo figlio, non devi sentirti obbligata dalla società» ha detto in un'intervista. Ora Albie ha quasi quattro anni e lei, stamani, a Tokyo ha fatto segnare il secondo tempo nell'inseguimento a squadre con la Gran Bretagna. Kenny alle Olimpiadi ha vinto l'oro in ogni gara a cui ha partecipato e punta a ripetersi per un record storico.

«Non penso al record - spiega a Velonews - ma a fare il mio dovere e a vincere. Ho sempre fatto così». Kenny, parlando di se stessa, parla di tutte le donne con famiglia: per fare bene in sella, o in qualunque lavoro, alle donne serva fiducia, cosa che spesso manca. Lei con quella fiducia rompe gli schemi. «L'inseguimento a squadre è la disciplina a cui come Gran Bretagna ci dedichiamo di più. Perché non facciamo lo stesso con le altre?». Il cambiamento è avvenuto grazie a Monica Greenwood, la nuova allenatrice.

Laura Kenny ha iniziato ad andare in bici con sua madre che voleva perdere peso e a suo figlio Albie non ha mai chiesto nulla del ciclismo: vuole solo che abbia ricordi felici dell'infanzia come li ha lei. Ha rischiato di non essere a Tokyo, e domani, comunque vada, farà un altro passo nella storia di questo sport.


Privacy Preference Center