Tutte le domande di Lucinda Brand

Lucinda Brand ha raccontato spesso un pensiero che ha puntellato la sua mente mentre era in ricognizione sulle pietre della Paris-Roubaix. Ina Teutenberg e Steve de Jongh avevano procurato giusto qualche giorno prima le biciclette da utilizzare per la classica del Nord e quello era il giorno della ricognizione. Lucinda Brand viene da una “Piccola Venezia”, Dordrecht, nei Paesi Bassi, è questo in fondo. Una cittadina antichissima, costruita sull’acqua, con vicoli strettissimi e negozi che si intravedono da barche elettriche che percorrono il corso d’acqua. Tra porti antichi, ponti bui e case costruite sul fiume, tutto sembra scorrere lì, a pochi chilometri da Rotterdam. Sarà per questo che Brand sente così forte quella realtà tagliente tra Parigi e Roubaix e la descrive così bene, facendo filtrare parole dove prima non erano mai arrivate: «Come fa una bicicletta a non rompersi su queste pietre?».

E forse non c’è domanda migliore di questa per raccontare l’inferno del Nord. Pensiamo spesso che il problema siano le domande e la soluzione le risposte. Pensiamo che si racconti con le risposte e che le domande siano, al massimo, una richiesta di racconto. In realtà non è così o, per quanto, non è sempre così. Certe domande raccontano più di qualsiasi risposta. Le persone, molte volte, si possono capire meglio ponendo attenzione a quello che chiedono piuttosto che a quello che dicono. Sì, perché chiedere o chiedersi qualcosa è sempre più difficile, se non altro per le risposte che potresti darti.

Per esempio, lì, in mezzo alle pietre potresti risponderti che «no, la bicicletta non si rompe, ma tu sei già a pezzi e manca ancora troppo. Come arrivi al traguardo?». E, quando inizi a risponderti così, sei tu ad essere rotto in mille pezzi. Perché non è la domanda a bloccarti, è la risposta. La domanda avrebbe potuto darti la spinta che serviva. Quella spinta è nascosta nel sebbene. «Sebbene io sia distrutta, sebbene non sia forte come questo cavallo di metallo, arriverò al traguardo». Sono i nostri sebbene a renderci forti. In quel momento la tua realtà torna a scorrere: quando non hai paura di farti domande, puoi tornare a Venezia, a Dordrecht o su qualunque barca in un vecchio porto. Quella paura ti passa con gli anni e con le domande che ti arrivano tra capo e collo quando non te le aspetti. Quella paura ti passa anche grazie a chi non si preoccupa delle domande che farai ma delle risposte che saprai dare alle domande che ti verranno fatte. Per esempio grazie a un fratello. Quel fratello, per Lucinda, è Giancarlo. Il papà di Lucinda e Giancarlo era un ciclista professionista e Giancarlo vuole correre sin da bambino. Giancarlo inforca la bicicletta e corre. Eccome se corre. Lucinda lo vede e vuole imitarlo. Possiamo immaginarcela mentre chiede di poterlo seguire, di poter imparare. Succede tra fratelli e sorelle, un istinto di emulazione che è la più feroce dichiarazione d’amore: «Voglio assomigliarti».

Giancarlo fa sul serio, Lucinda inizialmente è più impacciata e, nei primi tempi, Giancarlo deve tornare indietro, deve aspettarla. Così, però, non è possibile proseguire. Giancarlo non può aspettarla sempre e Lucinda non vuole neppure chiederglielo. Il problema sono gli angoli, come sempre nella vita, il problema sono le curve. Non c’è molta scelta: se non vuoi frenare gli altri devi imparare a guardarli e avere il coraggio di credere che puoi seguire la loro scia. Avere la fantasia per immaginare tuo fratello che si volta e, vedendoti, ti dice: «Ah sei qui». Che è come dire: «Adesso possiamo davvero andare via assieme».

Giancarlo non si è chiesto cosa avrebbe potuto pensare Lucinda vedendolo andare via da solo, non ha avuto paura di quella domanda . Sapeva cosa avrebbe risposto alla sua domanda, al suo perché, e sapeva che Lucinda avrebbe capito, prima o poi. Bastava lasciar passare qualche curva e qualche brivido a mezz’aria sull’equilibrio. Vedete? Sono le domande che raccontano: il coraggio, la paura, le rincorse e anche le scivolate. Come quando Lucinda andò da papà e gli chiese di iniziare a gareggiare. Una domanda, una delle poche, fatte a cuor leggero, forse. Sì, perché c’è papà e le risposte di un padre non possono far male, no? No, le risposte di un padre non devono far male ed è appunto per questo che possono far male.

Un padre non deve preoccuparsi del male temporaneo, per quanto lo faccia soffrire, un padre deve preoccuparsi del male non guaribile, quello delle decisioni prese quando è ancora notte, quando non si vede abbastanza bene la strada, quando non è ancora tempo di decidere. Quelle decisioni, mascherate da felicità, sono terremoti dell’esistenza, te la distruggono. Per questo, quel giorno, papà disse no. «Se non ti alleni molto, non ti farò gareggiare». Lo disse per lei. Perché alle domande può anche esserci una risposta dolorosa e non è un dramma. Dopo aver chiesto saprai cosa fare e da lì dipenderà solo da te. Che fa paura, ma fa anche felici.

Foto: Vincent Kalut/PN/BettiniPhoto©2020


Il sapore dell'asfalto di Willunga Hill

Non si può parlare di Old Willunga Hill senza parlare di numeri. Nel ciclismo, si sa, i numeri contano fino a un certo punto. In realtà non solo nel ciclismo, anche nella vita. Perché poi certi spunti o certe spinte con i numeri hanno ben poco a che fare. E ogni giorno vive di spunti e spinte, a prescindere da ciò che raccontano i numeri. Gli spunti sono quelli della mente e di qualcosa che non sappiamo dove esattamente ma è da qualche parte in noi, come l’essenza, come il sapore del pane. Dov’è il sapore del pane? Anche le spinte, quando non sono puramente materiali, di mani che si allungano, e il ciclismo per fortuna conserva questa grazia, questa capacità di allungare la mano verso chi non va più avanti, sono frutto di quella stessa mente e di quella stessa essenza. Willunga Hill è così distante dai numeri che dovrebbero raccontarla. Sapete perché? Perché raccontare l’asfalto solo con i numeri è roba da topografi e l’uomo dell’asfalto sa ben altre cose, come del pane.

Willunga Hill è fatta, costruita, da 3500 metri di strada disciolta dal caldo torrido affacciata sui vitigni di McLaren Vale. Lì solo sterpaglie, più secche dell’aria che non si sente lassù, e vegetazione che per resistere si è addomesticata alle temperature e ai vizi del proprio cielo. Quanti sono 3500 metri in relazione a tappe di duecento chilometri? Pochi, ben pochi. Però c’è la pendenza e quella strada ha una pendenza notevole, del 7,5%. La pendenza è l’inclinazione. L’inclinazione è durezza ma anche predisposizione, tendenza, volontà. Non significa solo che per salire durerai fatica, significa anche che per salire dovrai essere predisposto. E qui c’è già tutto, perché fatica e predisposizione procedono appaiate, come i rapporti che innestano la pedalata. Senza predisposizione, senza volontà, la fatica non ti porterà in cima. Ma senza fatica, la volontà sarà sterile capriccio, vuota parola di cui riempirsi la bocca. Messa così, Willunga Hill è solo una salita, non molto lunga, anzi decisamente breve, ma ripida, molto ripida. Non diresti mai che a questa salita possa essere intrecciato il nome di un corridore come accade per Mortirolo, Stelvio, Alpe d’Huez o Mont Ventoux. Non lo diresti mai perché ti sei abituato, o ti hanno abituato, a contare la realtà piuttosto che a sentirla.

Sia chiaro: Willunga Hill dal punto di vista strettamente ciclistico non ha nulla a che vedere con le vette citate prima. Questo bisogna dirlo forte e chiaro ma questo dice tutto e niente. A Willunga Hill, ultima, e forse unica, ascesa del Tour Down Under ha vinto per sei anni consecutivi Richie Porte. Richie Porte, lui promessa delle promesse, lui martoriato dalla sfortuna, lui nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, a Willunga Hill è sempre stato impeccabile. A tal punto che Willunga sembrava una benedizione e una maledizione. Era sin troppo facile pronosticare Porte vincitore a Willunga Hill ed era diventato difficile, troppo difficile, credere a Porte sul suo podio, quello che non gli era mai appartenuto ma forse per questo era più suo di tante cose realmente sue, quello del Tour de France. Porte era il vincitore di Willunga e Willunga era la salita di Porte. E per quanto potesse fare Porte per impressionare i suoi rivali, Willunga ed il Tour restavano tali. Gli inizi spumeggianti sono belle storie le prime volte, poi diventano eterno ritorno dell’impossibile e alla fine, forse, stufano anche. Sicuramente Richie Porte non ha vinto a Willunga nel 2020 perché gli è mancato qualcosa o perché ha trovato qualcuno più forte di lui, Matthew Holmes nello specifico. Il punto non è questo. Il punto è che, forse proprio qui, c’è il sapore del pane, c’è la vera storia dell’asfalto. Quella di cui i numeri non dicono niente.

Qui Porte ha capito che l’ovvio è la storia di chi ha poca fantasia. E lo ha capito perdendo dove aveva sempre vinto. Sì, perché è facile dire: ”Puoi fare bene al Tour” ma stai parlando di una sensazione che ormai non ricordi nemmeno. Anche le cellule hanno una memoria: è quella che ci fa reagire in modo simile a situazioni simili, è quella attraverso cui impariamo come reagire. Quella memoria ogni tanto va risvegliata con le vibrazioni dell’inaspettato altrimenti si abitua al ricordo e non lo crea. Porte sapeva sin troppo bene come era vincere a Willunga Hill e forse quel giorno lo dava anche per scontato. Per questo ha perso. Quello che aveva dimenticato era come fosse perdere lì dove tutti sapevano che avrebbe vinto. Perdere lì dove sembrava impossibile.

Quel giorno Richie Porte ha letto una storia diversa. Da lì lo spunto e la spinta. Perché ora che l’ovvio era andato in frantumi, l’aria era tornata. Quando la strada sale troppo e anche la volontà sembra non bastare, devi rilanciare perché di ciò che ricordi, in quel momento, non interessa a nessuno. Oggi quella memoria è diversa ed ha come sfondo i Campi Elisi ed un terzo posto al Tour de France. Una gara di tre settimane con salite così diverse da Willunga, nei numeri ma non nella sostanza. Perché che ti è ancora possibile far bene al Tour, puoi impararlo anche un giorno di gennaio, dall’altra parte del mondo. Di tutto questo sa quel pane, di tutto questo sa quell’asfalto.

Foto: Dario Belingheri/BettiniPhoto©2020


Il cielo sopra Pauline Ferrand Prévot

«Credo che essere campionessa del mondo di tre discipline nello stesso anno sia la peggior cosa che mi sia mai accaduta. Anche ammalata ho continuato a lavorare sodo. Alla fine sono stata costretta a ritirarmi da una gara dopo l’altra. Ho concluso la mia stagione con un ritiro e non so quando tornerò in sella. La bicicletta è sempre stata il mio più grande amore, ora è diventata un terribile incubo». Quanto coraggio è servito a Pauline Ferrand Prévot per scrivere queste poche righe? Era passato solo qualche giorno da una delle mattinate più difficili della sua vita. Nell’agosto del 2016, a Rio, durante la prova olimpica di mountain bike, l’allora ventiquattrenne francese, era scesa di sella e, delusa in volto, si era ritirata. Invano i giornalisti presenti avevano cercato di dare una spiegazione a quella decisione: la stagione di Ferrand Prévot era stata costellata di problematiche fisiche ma, nonostante questo, i risultati non avevano tardato ad arrivare ed in quel momento la ragazza di Reims sembrava non aver proprio nulla da chiedere. La città delle cattedrali, non aveva più vetrate e nessun cielo dentro una stanza. Qualcosa dentro era andato in frantumi e dei vetri erano rimasti solo i tagli: Pauline era stanca. Non fisicamente, o per quanto non solo. Pauline era stanca mentalmente, psicologicamente. La tremenda verità è che Ferrand Prévot sul finire di quell’estate era stanca di essere se stessa. Avrebbe preferito essere una ragazza qualunque, sconosciuta ai più, magari studiosa di architettura o di lettere in qualche università locale. Pauline Ferrand Prevot avrebbe voluto essere una delle tante ragazze che ancora potevano permettersi di fallire, di sbagliare, di rinunciare, di ritirarsi, di cambiare vita, di andare al mare, magari.

Quel grido scritto era una protesta: «Non sono quella che credete. Non sono invincibile. Soffro, sto male, sono fragile anche io. Sono stanca. Guardatemi: sono stufa. Voglio essere una ragazza qualunque». Una richiesta di debolezza, se così possiamo chiamarla. I mesi trascorrono, viene autunno e poi inverno. Ferrand Prévot non riesce a riprendere in mano una bicicletta. Il team manager della Canyon SRAM, Ronny Lauke, la conosce in quel periodo ed è in quel periodo che avviene la firma con il nuovo team. Sì, perché puoi essere completamente distrutta ma il lavoro è lavoro ed in qualche modo devi proseguire. «In Pauline si è spento qualcosa. Noi l’abbiamo contattata- racconta Lauke- perché cercavamo un’atleta polivalente, forte come lei. Non immaginavamo quasi nulla di ciò che sarebbe accaduto poco dopo. Pauline era una ragazza, una ciclista, che non riusciva più a essere contenta di vedere una bicicletta». Pauline Ferrand Prevot deve ripartire. Il punto, in questi casi è: da dove si riparte? Da tre mesi in cui non ha mai toccato una bicicletta mentre le sue pause anteriori erano state al massimo di quindici giorni? Da quelle maglie, quelle coppe e quelle medaglie sul letto? Dal passato che nei ricordi della gente, ora, è stupendo a confronto di uno scialbo quotidiano? Dalla paura: e se riparto e scopro che, oltre a stare male, non so più vincere? Cosa faccio dopo? In realtà, se vuoi ripartire davvero devi guardarti allo specchio e sbatterti in faccia verità più crude di sberle.

«Quando vinci tutto- racconta Ferrand Prévot a Cyclingtips- quando hai vinto tutto, vivi nel terrore perché non sai più cosa fare per continuare a vincere. Quante cose si possono ancora vincere? Per quante cose puoi ancora lavorare? Quanti sogni e traguardi puoi ancora porti? E anche se trovassi nuovi obbiettivi non li fronteggeresti in maniera serena. Li affronteresti con la pressione di dover garantire un risultato, di non essere mai da meno». Ferrand Prévot non è più quella ragazza lì. Forse per questo guardando indietro sorride: «Non si può vincere tutto, non si può vincere sempre. Non è possibile essere sempre al massimo, fare sempre il meglio. Sembra quasi ovvio. Forse lo è. Adesso lo capisco anche io. All’epoca no, all’epoca non lo sapevo, non lo capivo. Ci ho messo tempo ed è stato quel tempo a ridarmi la piacevolezza del salire in bicicletta, del godermi la possibilità di pedalare e di farlo serenamente». E c’è ancora quel rumore di vetri rotti, come dopo ogni incidente, come dopo la recidiva della endofibrosi iliaca, frantumati a terra, ma torna anche il cielo. I vetri possono rompersi per diversi motivi, talvolta sono gli spettri della nostra mente a frantumarli, talvolta sono questi stessi spettri a cadere a terra. Un vetro a terra taglia sempre e qualunque finestra distrutta è un faccia a faccia con ciò c’è fuori e che ci spaventa. Passa l’aria, passa il freddo, talvolta il gelo. Ma senza questo, senza tutto questo, non può esistere cielo. Questo Pauline Ferrand Prévot lo ha capito, prima e molto meglio di altri.

Foto: Pauline Ferrand Prévot/Instagram


La strada in più di Daryl Impey

Daryl Impey è la persona giusta per spiegare un concetto molto complesso: l’unicità. Il termine va sviscerato per bene per arrivare a comprenderlo nel significato più profondo. Ancor di più, se il concetto di “unicità” o di “insostituibilità” si inserisce in una logica di squadra, logica che il ciclismo impone. Impey sa bene che “unicità” ha ben poco a che vedere con “totalità”, semmai a che vedere con “specializzazione”. Quando si lavora con altre persone, l’unica possibilità per essere insostituibili non è reclamare sempre maggiori competenze o possibilità, bensì è svolgere nel modo migliore possibile le mansioni che ti sono affidate.

Non sarai insostituibile nel momento in cui saprai fare tutto al meglio, possibilità riservata a pochi, pochissimi, sarai insostituibile nel momento in cui riuscirai a svolgere il tuo compito al meglio. Piccolo o grande che sia. Ed è di quel compito che devi andare fiero, senza mai sederti, senza mai abdicare ai varchi che ti si presentano per imparare, per crescere. Devi imparare, devi crescere ma devi farlo con lo spirito di chi, facendo ciò che fa, è in pace con se stesso e non ha nulla da rivendicare al mondo esterno. Quel continuo desiderio di rivendicazione rischia di essere il peggiore dei mali. Il sudafricano, nativo di Johannesburg, lo ha dichiarato qualche anno fa: «Mi sembra chiaro: per avere la possibilità di restare in una grande squadra devi comprendere come diventare insostituibile». Impey era insostituibile nel treno dei velocisti e questo lo rendeva già oggetto del desiderio di molte squadre ma sentiva che non era ancora tutto, che c’era altro. Il passo era iniziare a «fare qualche chilometro in più», che altro non vuol dire se non darsi qualche possibilità in più.

Impey riesce a darsi queste possibilità perché è sereno. Perché non le rincorre con la rabbia di chi vuole dimostrare di «non essere solo quello», dove “quello” sta per tutte le abilità già acquisite, ma con la tranquillità di chi può dire «sono anche questo». E c’è una differenza abissale. Da una parte cerchi una verità che gratifichi gli altri, dall’altra una verità che gratifichi te stesso. Impey, nei primi anni di carriera aveva lavorato con Chris Froome al team Barloworld, era la stagione 2008-2009, e avendolo osservato all’epoca, oggi dice: «Forse non avresti mai detto che Froome sarebbe diventato quello che è oggi. Una cosa, però, è certa: si allenava instancabilmente, non trascurava alcun dettaglio, e lo faceva con tanta voglia».

Impey si sarà ricordato di questo quando al Tour de France 2013, a Montpellier, vestì la maglia gialla. La dicitura “primo sudafricano in maglia gialla” avrebbe potuto montare la testa a molti. Non a lui. Lui capì che quello era solo un gradino in più, un altro gradino per imparare qualcosa, un altro balzo verso quell’idea di unicità a cui mirava. Se sei veramente “unico”, nel senso di cui vi abbiamo parlato, lo capisci quando puoi innalzarti sopra agli altri con vanto ma non lo fai. Quando resti quello che sei, con orgoglio, anche quando potresti fare altrimenti. Non è il momento per fare altrimenti, è il momento per riflettere su quello che puoi fare.

Daryl Impey resta quello che è sempre stato ma riprende a lavorare e lo fa con l’idea che c’è altro sulla sua strada. Gli indizi, per il vero, probabilmente non partono neppure da qui, bensì da dieci anni prima, quando Impey si rimise in sella dopo una spaventosa caduta al Tour of Turkey. Le prove, invece, arrivano negli anni quando l’atleta, oggi trentaseienne, riesce a mettere insieme un bottino piuttosto sostanzioso di successi, non facendo mai mancare, per un solo istante, la fedeltà ai propri capitani.

Il tutto grazie a un’indole che conosce perfettamente il meccanismo dei tentativi, che sa quanto, anche i tentativi con gli esiti peggiori, restituiscano qualcosa. Fosse anche solo la coscienza del fatto che era meglio non tentare. Quando vince a Brioude, la nona tappa del Tour de France 2019, Impey fatica a parlare ma qualcosa lo dice: «Si tratta di un sogno, del mio sogno, che si realizza». E d’altra parte come lo spieghi? Anche avessi “un materasso di parole” dovresti limitarti a rendere una vaga idea di quell’emozione. Meglio lasciare la pagina bianca perché lì la fantasia sguazza libera. I suoi compagni di squadra invece hanno tante parole, di quelle vere, di quelle che modificano il mondo attorno con il loro venire pronunciate, e sono tutte per lui. Perché poi, quando vince uno così, sono tutti contenti. Perché quando vince uno così, in fondo, vincono tutti quelli che potranno vincere raramente o forse mai. Quando vince Daryl Impey, vince un esempio.

Quel cerchio apertosi nel 2008 si richiuderà nel 2021 quando Impey tornerà a essere compagno di Chris Froome alla Israel Start Up Nation. «Chris mi ha telefonato e mi ha detto che crede in me, che ha fiducia in me e che vuole avermi nella sua squadra. Le nostre carriere hanno percorso diversi tratti assieme e conosco bene Froome. Sono certo che lui possa vincere un altro Tour de France. Quel giorno sarebbe bellissimo non limitarsi ad esserci, ma dare un contributo importante a quella vittoria». L’osservazione è profonda e pesca nella curiosità di tutti coloro che conoscono la storia di Impey. Chissà quale forma Daryl Impey inventerà per quel contributo, quanti chilometri in più percorrerà e quanto si reinventerà per aggiungere ancora un pizzico di unicità al suo essere ciclista.

Foto: ASO/Pauline Ballet


Dov'è la casa di Ceylin

Ceylin del Carmen Alvarado ha imparato a sentirsi a casa. Rafael, suo padre, viaggiò ben presto dalla Repubblica Dominicana verso l’Olanda ed il resto della sua famiglia lo raggiunse quando Ceylin aveva appena cinque anni. A quell’età, i ricordi sono ancora nebulose, semmai restano i colori e i profumi, e puoi “fare casa” qualunque luogo ti cresca. Però, se è vero che buona parte della personalità si forma nei primi anni di vita, le esperienze di quel tempo ti consegnano qualcosa che resta inciso in quello che sei. Papà è un ciclista e vuole che la ragazza impari a pedalare seriamente sin da giovanissima. «Lo sport che pratico non sarebbe stata la scelta più logica per il luogo in cui sono cresciuta. Io vengo da Rotterdam» – racconta a CyclingTips – «quante atlete professioniste provengono da lì? Credo solo io e Lucinda Brand». Cabrera è così distante, di lei nella fredda Olanda resta quasi solo la lingua; Alvarado parla ancora spagnolo fra le mura di casa. Ma a Ceylin non manca nulla o almeno così sembra. Fra le vie di Rotterdam come nella terra fangosa in qualche città al centro dell’inverno.

«Sono cresciuta in fretta. Quando sono arrivata io, atlete come Helen Wyman, Nikki Harris e Marianne Vos, avevano lasciato e questo mi ha aiutato, senza dubbio. Soprattutto, però, mi ha guidato la capacità innata che ho in me. Riesco a far mio qualunque tipo di percorso e quando questo accade mi viene naturale fare la mia gara. C’è una natura estremamente fisica in questo sport. Mi spiego?». Circostanze e possibilità, come terra e bicicletta. Perché per saper pedalare nel fango devi saperlo accarezzare, certo, devi saper scegliere la traiettoria migliore, caricarti la bicicletta in spalla e coprirti gli occhi dagli schizzi: in breve devi saperne accettare il potere e la forza. Altrimenti rischi di essere un Don Chisciotte alle prese con i mulini a vento. Ma devi anche essere capace di imporre la tua legge, di spingere quelle ruote più forte che puoi, di strapparle delle scie sbagliate come salveresti qualcuno dalle sabbie mobili. Se non ci riesci, torni a essere Don Chisciotte. Circostanze e possibilità come vita e tempo. «Ho le mie giornate nere e a volte sto male. Dall’esterno sembra mi riesca tutto facile, lo so. Lo faccio sembrare facile, ma non è facile. Da junior ho avuto molti problemi al ginocchio, febbri ghiandolari e polmonite». Quel sorriso, bellissimo, nascosto sotto quei ricci neri che la fanno tutta capelli non è circostanza, è volontà e resta anche quando la luce si spegne.

Alvarado, “facendosi casa ovunque”, ha imparato il valore della sincerità. La vita dei ciclisti è vita del mondo e al mondo che ti accoglie devi la verità di ciò che pensi. Diversamente non sono il mondo, la città, la terra o il fango, a non accoglierti, sei tu a non accogliere te stessa e non potrai sentirti a casa nemmeno per un attimo: «Mathieu van der Poel è pagato per correre o per dare spettacolo? Io sono pagata per correre o per far divertire? Io credo di essere pagata per fare la mia corsa ma so che, se faccio la mia corsa, il pubblico si diverte». Dritta al punto tanto da non sembrare una ragazza di ventidue anni: «Certo che il tema dell’uguaglianza e della non discriminazione sono questioni importanti. Come potrei dire di no? Personalmente, però, non ho avuto alcuna esperienza negativa, forse per questo non sento la necessità di parlarne ogni volta. Solo quello. Oggi il tema si sente in maniera particolare perché il ciclismo sta crescendo sempre più». Alvarado ricorda la sua prima bicicletta: «Non provengo da una famiglia benestante. La mia prima squadra noleggiava le nostre biciclette, così ho potuto iniziare a gareggiare. Ma, prima o poi, i genitori devono comprare una bicicletta per i loro figli e non tutti possono permetterselo: comprare una bicicletta costa molto di più rispetto a comprare un paio di scarpe da calcio. Il ciclismo è uno sport costoso e diventerà sempre più costoso. Le federazioni devono iniziare un lavoro dalla base».

Nel 2020 Ceylin del Carmen Alvarado ha vinto sia il Campionato Mondiale a Dubendorf che il Campionato Europeo a ‘s-Hertogenbosch e di questo bisognerebbe parlarne, questo rende bene l’idea di chi sia. Oppure no? Forse l’idea di chi è davvero Ceylin è racchiusa altrove e lì andiamo a prenderla. «Probabilmente chi fa ciclocross ha un alone meno professionistico rispetto a chi fa strada. Però io qui ho mio padre, meccanico, mia madre, soigneur, e mio fratello, al primo anno da under23. Loro sono i miei appoggi». Già, perché chi viaggia, alla fine, lo capisce. Casa può essere il luogo da cui parti ma più spesso casa è il luogo in cui vuoi tornare. Un luogo da lasciare lì, con ancora qualcosa da sistemare, per avere una buona scusa per farci ritorno. E, se non possiamo sempre scegliere da dove partire, abbiamo il dovere di scegliere dove tornare.

Foto: Twitter/Trofeo Sven Nys


Il vento di Taylor Phinney

Parola di Haruki Murakami: «Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato». Per Taylor Phinney quel vento è dietro una curva della discesa di Lookout Mountain, all’altezza del chilometro quarantacinque di corsa dei campionati nazionali statunitensi in linea. Dietro una curva qualunque, di un qualunque giorno di maggio, di un qualunque lunedì, in una discesa come tante altre, a Chattanooga, in Tennessee. Forse Phinney, quel 26 maggio 2014, aveva sentito dire da Murakami che, in fondo, scendere è sempre più difficile che salire. E probabilmente ci aveva anche creduto, astrattamente, non in quel momento. Perché la discesa ti inganna con la velocità, col respiro che è quieto, con le ruote che scorrono veloci e i copertoni che inghiottono la strada. La discesa ti inganna raccontandoti che manca sempre meno e con la sua follia mancherà sempre meno. La discesa ti fa sentire più vicino all’arrivo. A ciò che vuoi.

Basta un attimo, un secondo nato storto e, disteso a terra come sacco abbandonato, là, accanto a un guard rail, non riesci a immaginarti più nemmeno l’idea del movimento. La gamba è distrutta, la tua gamba sinistra è in frantumi. Più giù non puoi andare, non riusciresti nemmeno a rotolarti a valle con la forza della disperazione, più su non riesci nemmeno a guardare. Senti solo la scia delle altre biciclette che passano e ti sfiorano mentre i soccorsi provano a metterti in sicurezza prima di portarti via. Chiudi gli occhi perché quando hai dolore, hai la sensazione di sentire con ogni parte del corpo e tenerli chiusi ti illude di stordire il male. Per lo stesso motivo stringi i denti, serri le mani, magari le batti sull’asfalto. Sembra non passare più. Vorresti solo ti levassero quel male e potresti sopportare tutto. Forse lo chiedi anche: «Toglietemi il male, non mi interessa più di niente».

Il male, poi, si attenua. Perone e tibia sono polvere di ossa, il tendine della rotula è reciso: la chirurgia mette una pezza. Te lo ricorderai sempre quel taglio. Lo sentirai passandoci le dita, lo vedrai perché sarà sempre più chiaro della pelle circostante, la stanchezza si infiltrerà in quel pugno di muscoli e ti ricorderà che è tutta apparenza, una parte di te l’hai già buttata via.

I medici lo dicono chiaro e tondo a Phinney: «Riprenderai in mano la tua vita e sarà una vita normale. Dovrai cercare un altro lavoro, però: non potrai più fare il ciclista». È la seconda botta, inflitta mentre la prima fa ancora male. TI dicono che devi lottare per la normalità ma la tua normalità non c’è più. Te l’hanno tolta senza chiederti il permesso, senza una prova o una sentenza. Te l’hanno tolta dicendoti che “non è più possibile”.

La mamma di Taylor Phinney, Connie Carpenter, dice ancora oggi a Kasia Niewiadoma, fidanzata di Taylor, che quando si va in fuga bisogna guardare solo davanti, che del gruppo che insegue non deve importare nulla. Papà Davis ha lottato contro il Parkinson e ha capito una cosa: la ricerca è importante, fondamentale, ma il passo decisivo può venire dalle parole. Da ciò che si dice e si trasmette. Per esempio dal sapere, perché te lo hanno detto o perché lo hai letto, che vivere bene col Parkinson è comunque possibile. Phinney riparte prima di ripartire. Forse è l’unica possibilità per non impazzire: inizia a leggere, a studiare, conosce l’arte, sperimenta la pittura. Si rialza in quel momento Taylor e quando tutti lo vedono in piedi lui è già oltre, è già diversi passi avanti.

Da atleta era abituato a governare il suo corpo, a forzarlo, a fargli fare ciò che voleva, quando voleva. Ora deve scendere a patti con la propria carne. Non può fare nulla senza che il corpo non sia pronto, non può imporre tempi e ritmi. Deve ascoltare un tempo che non è più suo pur essendo fin troppo dentro di lui, nelle sue cellule. Quando riprende a pedalare lo fa assieme a Lachlan Morton e Cameron Wurf, lo fa per dirsi che è ancora capace, che ci riesce ancora. Non pensa a nulla di quello che di lì a breve accadrà. Taylor Phinney tornerà a correre fra i professionisti e sarà nuovamente quello di prima. Quello che una discesa aveva ribaltato ma non fermato. Quello che mamma e papà avrebbero sempre voluto.

Così simile a loro, così capace di declinare la vita a proprio modo, portandosi appresso il peso dei ricordi che diventa bagaglio per stare sempre meglio o per saper vivere anche stando male. C’è l’eco di Murakami qui. Sceglierà Education Drapac perché nell’educazione, nello studio, nella cultura, c’è il suo impegno e la sua promessa: quella di tornare sui banchi, questa volta per davvero, dismessa l’attività professionistica. Perché una parte della sua salvezza è lì ed è giusto tornare a trovarla. In fondo, il legame con ciò che ti salva è come il legame con chi ti tira una volata, ti accompagna in una fuga senza senso, o trasporta la tua barella in qualche corsia di ospedale. E Phinney, che oggi è un altro uomo, lo sa bene: «Può darsi che non sarai mai felice. Perciò non ti resta che danzare così bene da lasciare tutti a bocca aperta». Parola di Murakami, parola di Taylor Phinney.

Foto: Pentaphoto


Il talento di Biniam Girmay Hailu

La vita di Biniam Girmay Hailu è così breve che di lui si conosce ancora così poco. Sappiamo che è nato nel 2000, in Eritrea, e che in quanto a talento sembra ne abbia in abbondanza. Di Ghirmai non sappiamo nemmeno con certezza come si scrive il suo nome: Ghirmai Binyam, Binyam Ghirmay, Biniam Girmai; con la ipsilon o con la i, con l’h o senza: lo abbiamo trovato scritto in diversi modi, ma quello che è certo è che in bici sa andare davvero forte.

Sappiamo per certo anche di quella volta in cui aveva compiuto diciotto anni da poche settimane e sconfisse Remco Evenepoel: è stato il primo segno del suo talento. Era una corsa in Belgio, restarono in due davanti e il ragazzo eritreo anticipò in una volata a due il ragazzo belga. Che forse quel giorno capì che per vincere sarebbe dovuto arrivare da solo, più o meno, sempre e comunque – mentre quanto possa fare la storia è un’altra storia.

Correva con la maglia del World Cycling Center di Aigle, Biniam, il centro di formazione dell’UCI che mette a disposizione degli atleti di nazioni considerate minori, strutture, allenatori, con la possibilità di misurarsi in Europa per provare a riscattarsi, a correre di fianco a corridori che dalla vita hanno avuto praticamente tutto, e poi un giorno diventare professionisti.

Oggi, invece, Biniam corre con una squadra francese, la DELKO One Provence, che lo ha messo sotto contratto fino al 2024 – nonostante le difficoltà legate alle sue origini. «Ci sono alcune squadre che hanno atleti africani, è vero – racconta a Cyclingnews.com Robbie Hunter, primo corridore sudafricano a vincere una tappa al tour e oggi procuratore di diversi corridori – ma quello che trovo folle è che se ho un ragazzo di diciannove anni come Biniam che va più forte dei suoi coetanei europei, lui non riesce a trovare un contratto, altri corridori invece sì. Quando vinse contro Evenepoel tra gli junior nessuno voleva saperne di lui».

Quel che si sa della sua vita, Biniam lo ha messo in fila in poche parole. Dice che arriva da una terra dove il ciclismo non è solo passione, ma roba di tutti i giorni, è cercare riscatto, e dice che i suoi genitori, tutta la sua famiglia, vivono il ciclismo come una religione. In Eritrea il ciclismo è vivo in effetti, e pulsa nelle arterie delle sue città: è persino un modo per combattere il traffico automobilistico.

Quasi ogni fine settimana, racconta un funzionario della federazione ciclistica eritrea, le strada di Asmara sono bloccate per un evento in bicicletta. «Se capita un week end dove non ci sono corse, la gente si stupisce: qui la bici non è solo segno di un’attività sportiva, fa parte della vita cittadina» sosteneva tempo fa. Sempre secondo Biniam Ghirmay, ogni anno in Eritrea ci sono circa un centinaio di corse in bici.

Biniam Girmay Hailu nel 2020 (Foto: DELKO One Provence)

Il ciclismo in Eritrea arrivò ancora prima delle gare organizzate dagli italiani per le strade di Asmara negli anni ’30. La bici fu introdotta sempre dai nostri connazionali a fine ‘800, precisamente nel 1898 a Massaua: fondamentale fu il suo inserimento per lo scambio della corrispondenza. La federazione ciclistica esiste dal 1936, nel 1937 fu organizzata la prima corsa – nessun eritreo prese parte: non potevano nemmeno circolare per il centro cittadino, figuriamoci partecipare a una corsa. E oltretutto «La chiesa copta non vedeva di buon occhio tale mezzo chiamandolo addirittura “carro del diavolo” e quindi lo ostacolava» scrive Aman Abraha.

Nel 1939 c’è il dietrofront dal regime fascista: avrebbero potuto partecipare tutti a quelle corse, anche i colonizzati, per dimostrare quanto l’Italia fosse superiore a tutti. Anche in bicicletta. Vinse un certo Ghebremariam Ghebru: quella vittoria «infranse il mito dei coloni italiani sull’inferiorità eritrea» sostiene lo studioso Fikrejesus Amahazion. Nel giro di pochi anni la bicicletta diventa il mezzo prediletto dagli eritrei; nel 1946 nasce la prima grande corsa a tappe africana: il Giro dell’Eritrea e il ciclismo diventa sport nazionale tanto da avere un seguito maggiore di qualsiasi altro sport, pure ai giorni nostri.

In Eritrea la bicicletta si chiama proprio “bicicletta” nella lingua locale, il tigrino, e in giro è pieno di ciclofficine. Il governo ha promosso negli anni un lungo progetto sulla sostenibilità ambientale che ha previsto anche la distribuzione di biciclette importate dall’estero. La gente preferisce spostarsi in bici che in pullman o automobile. “Chi si affida ai mezzi pubblici deve sopportare lunghe attese prima di saltare su un autobus estremamente affollato. «Gli autobus sono così vecchi e così pochi», dice Salam, un laureato di 30 anni. «Avere una bicicletta salva la vita qui»” – riportava la BBC tempo fa.

Il fatto poi che la parte abitata della regione si estenda fino a quasi 2500 metri di altitudine e a temperature ideali non ha fatto che spingere maggiormente la pratica di questo sport e oltre a un fattore culturale diventa anche un fattore genetico: ad allenarsi a queste altitudini per forza di cose i talenti sarebbero emersi. Daniel Teklehaimanot e Merhawi Kudus sono stati i primi corridori di questo paese di quattro milioni di abitanti a disputare il Tour France: era il 2015. Mentre proprio Teklehaimanot è stato il primo africano a vestire la maglia a pois proprio in quell’edizione. Lo fece mica andando in fuga in montagna, ma mandando giù chilometri su chilometri nella prima settimana della corsa francese, racimolando un punto qui e uno lì su quelle piccole pendenze che costellano la mappa di ogni tradizionale inizio di Grande Boucle. In poche settimane la gente di Asmara e dintorni impazzì totalmente: si è raccontato di gente arrivata fino in Francia per seguirlo mentre su internet non si sono persi un minuto di corsa.

E così, in mezzo ad altri che già si muovono da diverse stagioni tra i professionisti, prima o poi un talento forte, ma davvero forte, doveva spuntare e quello sembra proprio Biniam Ghirmay. Biniam pochi giorni fa è stato premiato come “corridore africano del 2020”: è il quarto eritreo a vincere questo premio da quando è stato istituito nel 2012. Bernard Hinault dice che di lui ne sentiremo parlare come di un possibile grande corridore in futuro: «Ha già battuto Greipel allo sprint e cresce molto rapidamente». Biniam nel 2019 è stato il primo ragazzo nato nel 2000 a vincere una corsa tra i professionisti: prima ancora di un certo Remco Evenepoel, mentre nel 2020 si è messo in luce in gare in Francia e in Italia.

Una delle prime parole che ha imparato a dire in francese è anche la sua preferita ed è quella che forse meglio lo identifica: “Tranquillo” – lo ripete sempre. Quando lui si racconta dice che vorrebbe vincere la Parigi-Roubaix e il Tour de France. Va forte in salita e va forte allo sprint, ma soprattutto: «La cosa che fa paura di lui è che non sente la pressione, non ha paura di nulla. Deve solo vincere una gara dall’interesse mediatico e continuare a crescere» dice Philippe Le Gars giornalista dell’Equipe. Dall’Eritrea alla Francia in bicicletta, il talento di Biniam Ghirmai è un affare serio per un popolo intero, matto per quella che anche loro chiamano “la bicicletta”.

Foto: Tropicale Amissa Bongo


Luca Scinto e il prezzo dell'essere veri

«Ho provato a mentire alle mie figlie per lavoro. Magari, il sabato, mi chiedevano di accompagnarle da qualche parte dopo la scuola e io rispondevo che non potevo in quanto dovevo andare in ufficio a lavorare. Non era vero, andavo ad allenare qualche ragazzo in vespa. Mi è accaduto con Visconti, con Tortomasi e con tanti altri: ero disponibile con chiunque me lo chiedesse. Non sarebbe stato mio dovere ma per come vivo il ciclismo non avrei mai potuto dire no. A me piace allenare i ragazzi».

Luca Scinto vive il ciclismo in maniera totale e come lo vive lo racconta. Non ci sono parole trattenute o nascoste, Scinto deve dire ciò che pensa e non importa il pensiero comune, lui, da buon toscano verace, dice la sua. «A volte i ragazzi non ringraziano nemmeno, come fosse scontato. Sto ore sullo scooter e non sono pagato per farlo. Lo faccio volentieri e non saprei fare altrimenti, mi chiedo solo se questo spirito venga capito. Al Giro d’Italia, arrivo a fine giornata sfinito. Perché? Perché vivo la corsa, soffro in corsa, partecipo ad ogni circostanza. Potrei fare come alcuni colleghi che arrivano in hotel e sono tranquilli perché hanno fatto il loro lavoro e poi “vada come vada”. Invece no».

Questo è un pregio ma, come dice Luca Scinto, potrebbe anche essere visto come un difetto. «Non ho mai trascurato la mia famiglia, sia chiaro. Grazie al lavoro, anzi, sono riuscito ad affrontare meglio difficoltà extra-lavoro. Sono riuscito a isolarle. Credo sia per il mio darmi completamente a quello che faccio. Ho tanti difetti e pochi pregi. Questo modo di operare spesso non viene compreso fino in fondo». Qui Scinto pensa alle delusioni avute in questi anni. «Cinque anni fa ho scelto di prendermi un periodo di pausa e dedicarmi ai più giovani. Angelo Citracca non avrebbe voluto, mi chiedeva di aspettare. Non potevo aspettare, si era rotto qualcosa con i ragazzi e non riuscivo più a continuare facendo finta di niente. Non mi fidavo più, ero stato deluso, ero stato tradito. Quando un corridore fa uso di doping, ti mente, finge di sentirti ma prende altre strade. Chi fa uso di doping imbroglia, ruba agli altri. Non è mai stato accettabile, oggi ancora meno. Sono tornato perché sapevo di avere la coscienza pulita, perché ero certo di non avere alcuna responsabilità ma è servito tempo. Ho sempre messo la faccia per i miei ragazzi. Citracca continuava a dirmelo: “Luca, guarda che non sei lo stesso. Sei cambiato, Luca. Torna come prima”. Ci ho messo tre anni per tornare come prima. Alla fine ti lecchi le ferite e vai avanti ma resta l’amaro in bocca. Capisci che, nella vita, ci sono degli irresponsabili e accetti questa verità».

Luca Scinto durante il Giro d’Italia 2020. Foto: Vini Zabù-Brado-KTM/Facebook

In quell’anno Luca Scinto ha riflettuto. «Mi sono guardato intorno e ho capito chi erano i veri amici. Citracca era un amico, uno di quelli veri. Con lui condivido un’amicizia di quasi trentacinque anni, un’amicizia in cui si condivide tutto, anche fuori dal ciclismo. Tanti altri no. Ma le delusioni non sono solo queste. Sono delusioni anche tutti quei rapporti che cerchi di costruire con i ragazzi e che si disfano sotto il peso di questioni meramente economiche. Succede così. Certi rapporti puoi costruirli fino a quando gli atleti sono giovani poi diventa impossibile. Si tratta di un dato di fatto».

La gratitudine ha un peso notevole nella coscienza del direttore sportivo della Vini Zabù Ktm. «Sai, è importante dire i tuoi grazie, ogni tanto. Penso a mia mamma che non c’è più. Lei e i miei nonni mi hanno da subito supportato in questa scelta e posso assicurarti che per loro, per quei tempi, si trattava di un sacrificio notevole. Tutto quello che ho fatto, lo devo a loro. Penso a Maximilian Sciandri che mi ha voluto con lui al passaggio al professionismo. A tutti gli insegnamenti di Giancarlo Ferretti e agli anni condivisi con Michele Bartoli. Soprattutto penso ad Angelo Citracca».

Citracca e Scinto hanno corso assieme, sia da compagni di squadra che da avversari. Quando Luca Scinto stava per smettere, Angelo Citracca gli ha telefonato: «Mi chiese di andare con lui, c’era l’idea di costruire una squadra di dilettanti. Quando smisi, gli proposi di trovarci al bar per parlarne: ci fu una stretta di mano da amici quali eravamo e iniziammo tutto. Angelo è come un fratello per me, sono diciotto anni che lavoriamo assieme e, lo dico sinceramente, fino a quando Citracca resterà nel ciclismo io sarò con lui. Diversamente ci penserò, magari cambierò lavoro. Si discute, certo. Chi ti dice sempre sì, chi non dialoga ed accetta ogni cosa, non è un amico. Bisogna ricordarselo. Sembra strano da dire ma Angelo caratterialmente è più forte di me». Scinto sorride e ammette: «Sono salito in auto e ho provato a fare il direttore sportivo».

Giovanni Visconto al Giro 2020 in maglia azzurra. Foto: Vini Zabù-Brado-KTM/Facebook

Nel tempo tante soddisfazioni: la più grande, a giudizio di Scinto, è la vittoria di Oscar Gatto a Tropea al Giro, davanti a Contador. Come non ricordare il secondo posto di Pozzato al Fiandre, «una scommessa di una piccola squadra che sarebbe potuta valere una grande classica», e i titoli italiani conquistati da Giovanni Visconti. «Sembrerà esagerato ma non lo è. In fondo, un direttore sportivo deve fare con i propri atleti quello che un genitore fa con i propri figli. Deve rassicurarli, tranquillizzarli, metterli a proprio agio. Bandire il panico. Questo comporta un forte rapporto con i corridori, bisogna sentirsi spesso, bisogna parlarsi molto».

Sull’abbrivio di queste considerazioni, Luca Scinto continua: «Non può esistere campione che non si conosca, che non conosca il proprio fisico. Ho avuto un grande preparatore come Luigi Cecchini ed il Centro Mapei mi ha aiutato molto ma certe cose devi capirle da solo. Un corridore deve sapere quando è il suo picco di forma stagionale. Deve sapere se va meglio con il caldo o con il freddo. Puoi avere tutti i migliori preparatori dell’ambiente ma se non ti conosci non vai lontano. Si sono fatti tanti passi avanti ed oggi anche i materiali sono parte integrante delle prestazioni, questo, però, viene a monte. A me non piace la programmazione esasperata. Sono atleti, non robot. Alcuni ragazzi hanno paura a restare un giorno senza bicicletta, sono terrorizzati. Il riposo è importante quanto l’allenamento, se lavori bene puoi restare anche due, tre giorni senza bicicletta. Ci sono tanti altri esercizi da fare. Molto sta all’intelligenza tecnico-tattica dell’atleta. Un discorso simile lo ho fatto ai ragazzi questa primavera rispetto all’uso dei rulli: va bene usarli ma non bisogna abusarne, non bisogna fare fuori giri. Quei momenti sono, invece, i migliori per lavorare su tutti quei dettagli su cui di solito non si lavora. Dettagli che fanno la differenza».

Luca Scinto qualche stagione fa. Foto: Claudio Bergamaschi

Scinto non ha dubbi. «Se un figlio mi chiedesse di correre in bicicletta, acconsentirei immediatamente. Il problema del ciclismo di oggi non è il doping, è la sicurezza stradale. Su quella bisogna lavorare». Del ciclismo, quest’anno, a Scinto è mancato il pubblico. «Dobbiamo ringraziare il fatto che ci è stata data la possibilità di correre, di lavorare. Il ciclismo ha superato un esame davvero difficile e questo deve darci fiducia. Ma andare alle partenze e vedere quei piazzali deserti è davvero triste. Mi sono mancate le persone, la loro richiesta di foto, di autografi, le loro grida ed i loro applausi quando attraversi un passo alpino, i giornalisti con le loro domande e le loro interviste. Il ciclismo è anche tutto questo. Io, lontano dal pubblico, sto male».

Quest’anno Luca Scinto ha detto addio a Giovanni Visconti, passato alla Bardiani. «Non rinnego nulla. A Giovanni voglio bene, per me è una persona importante. Mi ha regalato moltissime emozioni e quelle restano e resteranno sempre. Lui lo sa, abbiamo idee diverse. Io al suo posto avrei agito diversamente ma ognuno fa le proprie scelte e se ne assume le responsabilità. Mi sarebbe piaciuto vederlo concludere la carriera con noi e magari, chissà, con un ruolo in squadra anche successivo. Le cifre che ci chiedeva questa estate, per noi, erano importanti, è andata così. Forse è anche un bene. Ultimamente Giovanni non era più contento qui. Come dice quel detto? Le minestre riscaldate non vanno mai bene e probabilmente sarebbe stato meglio se non fosse tornato dopo la prima esperienza con noi. Gli auguro tutto il bene. Sono certo che vincerà ancora diverse gare».

Riunione prima del Trofeo Matteotti 2020 con Angelo Citracca, Maurizio Formichetti, Luca Scinto e Valentino Sciotti. Foto: Vini Zabù-Brado-KTM/Facebook

Se Scinto dovesse parlare di un proprio difetto, parlerebbe del suo essere permaloso. «Questo non vuol dire che non mi piaccia scherzare. Anzi. Amo scherzare: bisogna essere capaci di sdrammatizzare e di alleggerire l’atmosfera alla vigilia di appuntamenti importanti. Però quando si scherza, si scherza. Quando c’è da lavorare seriamente, sono molto esigente. A me manca l’istruzione, non ho studiato e non so le lingue. Ma credo di fare molto bene il mio lavoro: date ad altri direttori sportivi il budget ed i corridori che ho io e date a me il loro, poi vediamo. Non tollero chi non è sincero. Si può dire tutto ma lo si dice in faccia. Sono un istintivo. Sono focoso, ora già meno dei primi tempi. Se parli male di me, se mi parli alle spalle, non venire a stringermi la mano perché non so far finta di nulla. Non sono capace di sorridere come se nulla fosse».

Il pensiero torna ad un amico e ad un maestro. «Franco Ballerini mi diceva di continuare a mostrarmi cortese anche con chi non mi stimava. Diceva che la cortesia non va mai negata a nessuno, nemmeno alle persone che non ci piacciono o a cui non piacciamo. Lui aveva sempre una parola buona per tutti. Mi insegnava bene, sono io che non ho imparato». Parlare di Franco Ballerini significa parlare di tante cose: del rapporto rimasto con la moglie, di tanti momenti vissuti assieme, delle gare e di pomeriggi indimenticabili. «Mi chiamava al cellulare e mi diceva: “Vengo a prenderti e si va da Alfredone”. Alfredone era Alfredo Martini. Si parlava di vita e di ciclismo. Con Franco si era amici prima che colleghi. Ci volevamo bene ma non mi ha mai regalato nulla. Pensa che quando eravamo in nazionale e per rispetto della professionalità ero più freddo, Ballerini lo diceva a sua moglie: “Scinto non mi ha neppure salutato, oggi. Eppure l’altra sera ridevamo e scherzavamo come niente”. Per me era una questione di serietà sul lavoro. Una volta me lo disse: “Luca, mi serve un uomo per il mondiale. Vorrei portarti perché so che su Scinto posso sempre contare, so quello che può darmi Scinto. Ma te lo devi guadagnare”. Lavorai duro e mi convocò. Questo era Franco. Certe volte penso che, fosse stato ancora qui, molte cose sarebbero state diverse. Penso che avremmo costruito una grande squadra. Assieme».

Foto: Vini Zabù-Brado-KTM


Un tandem per due

«Daniele, perché non proviamo a correre il Giro delle Fiandre? Quello vero, intendo». Graziano Gallusi si è rivolto così a Daniele Riccardo al termine della Varese Van Vlaanderen, randonnée che si svolge su e giù per le strade di Varese. Daniele è rimasto stupito: «Il Giro delle Fiandre? Ma sai cosa significa correre il Fiandre?». Graziano sapeva bene cos’è il Fiandre ma di questo vi parliamo fra poco. Prima vogliamo raccontarvi di due ragazzi che si incontrano a una gara di tandem, in Veneto, e per caso si mettono a parlare. Quei due ragazzi sono proprio Daniele Riccardo e Graziano Gallusi. «Te lo confesso: all’inizio non avevo nemmeno capito che Graziano fosse non vedente. Ci siamo messi a parlare, per caso. In quell’occasione gareggiavamo con due compagni diversi». La sintonia fra i due è chiara da subito e proprio da lì nasce quella promessa: «Magari un domani ci incontreremo e faremo qualcosa assieme. Nella vita non si sa mai, no?». Sì, quelle cose che spesso si dicono così per dire. Non fosse che Daniele, ogni tanto, va a trovare Graziano a Parma ed entrambi vanno sul lago di Garda: «Era una scusa buona per allenarsi con una temperatura mite. In realtà avevo provato più volte a lanciare l’idea di correre qualche gara ma Graziano non voleva proprio saperne. La Varese Van Vlaanderen è stata quasi un caso». Daniele dice a Graziano che ogni tanto bisogna buttarsi, che se non si prova a fare qualcosa non si potrà mai sapere se si è effettivamente capaci oppure no, che, per una volta, sarebbe il caso di provare. Graziano accetta e quella mattina sono entrambi a Varese, alla partenza della gara.

A Varese piove, anzi, diluvia. Serpeggia il malumore, molti non vorrebbero partire. «Ho guardato Graziano poi ho guardato tutti i partecipanti che mi erano vicini: ”Ragazzi, lo vedete? Lui non vi vede ma è qui per correre. Lui vuole correre, ha aspettato tanto questo giorno e non gliene frega nulla della pioggia, poca o tanta. Vuole partire. Io parto, voi fate come credete». C’è un profondo senso di responsabilità in ogni parola che Daniele dedica a Graziano, un senso di responsabilità declinato nel segno della normalità. «Io e Graziano ci prendiamo in giro, ridiamo molto e, nonostante la distanza, riusciamo a vivere la condivisione. Credo il segreto sia proprio quella normalità: bisogna essere capaci di alleggerire determinate circostanze dell’esistenza. Non cambierà comunque la sostanza ma cambierà il nostro modo di approcciarci ad essa». Daniele Riccardo è fiero: «Potrei anche correre da solo, certo, ma non sarebbe lo stesso. Quando finisci una Milano-Sanremo sei contentissimo, pensa a quando finisci una Milano-Sanremo e voltandoti guardi il tuo compagno di tandem e lo vedi contento. Lui, senza qualcuno che lo aiutasse, non avrebbe potuto essere lì. Non avrebbe potuto essere così felice. Sei stato tu a portarlo lì, è anche grazie a te se quel ragazzo può essere così contento. Ci si porta assieme da Milano a Sanremo. A me fa già venire la pelle d’oca dirlo. Devi provare, poi potrai capire cosa si sente». Graziano è determinato: «Lui è pienamente autosufficiente. Se tu gli dai un appuntamento da qualche parte, lontano da casa, stai certo che te lo ritrovi al luogo dell’appuntamento nel giorno fissato. Puoi giurarci».

Dicevamo del Fiandre, già, perché Daniele e Graziano vogliono correre il Fiandre nella categoria amatori, la prossima stagione. Daniele, la domenica del Fiandre, accende la televisione ovunque si trovi. «Sono stato a vederlo di persona in uno degli anni in cui ha vinto Tom Boonen: ho i brividi a ripensarci».
Anche Graziano quella domenica ha la televisione accesa, non può vederla ma sente tutto e, quando parla con Daniele, propone la sua idea tattica della corsa. L’altra idea, quella del Fiandre, invece ha iniziato a concretizzarsi un paio di anni fa: «Dopo la proposta di Graziano, quel giorno a Varese, ci ho pensato bene. Ho trovato dei ragazzi che organizzavano e si muovevano assieme in pullman, per il viaggio. Qualcosa che si collega molto bene all’idea di amicizia che mi piace sentire nel ciclismo. Quest’anno non se ne è fatto nulla a causa della pandemia, ci è spiaciuto ma frastornati dagli eventi, forse, non ce ne siamo nemmeno resi pienamente conto. L’anno prossimo vogliamo esserci. Ce lo immaginiamo tutti i giorni quel momento. Ne parliamo sempre. La nostra fantasia va oltre: vorremmo correre tutte e cinque le classiche monumento. Io dico che ce la faremo». Daniele Riccardo viene dal mondo della pista e, fino al 2007, non aveva nemmeno idea di come si manovrasse un tandem. «Mi hanno visto gareggiare e mi hanno proposto di provare. Su queste cose vado molto di istinto. Per me guidare il tandem è stato subito come guidare una bicicletta classica. Pensa che ho iniziato a far bene e a vincere nelle gare in Italia in maniera abbastanza improvvisata. Io scattavo in faccia agli spagnoli, agli olandesi, ai campioni della disciplina. Non li conoscevo e questo mi aiutava perché non avevo alcun timore reverenziale. Rivedo come fosse ora la mia partecipazione alle gare in Belgio: là hanno una vera e propria cultura del tandem. Che fatica in quei giorni».

Daniele e Graziano assieme perché il tandem macina metro su metro grazie alla forza propulsiva di due persone. Ma soprattutto grazie alla fiducia di due persone: «Ci fidiamo l’uno dell’altro, diversamente sarebbe impossibile. Graziano non può vedere, io sono il suo sguardo. Gli segnalo le rotonde, gli ostacoli, i tratti in cui ci si può rilassare e i punti in cui bisogna spingere più forte. Lui si fida, non ha bisogno nemmeno dell’orologio: sente la mia voce e conta i secondi. Io so che lui non sbaglierà e mi fido. Abbiamo migliorato il mezzo meccanico bicicletta in vista del Fiandre. Quando corriamo, dobbiamo essere concentrati solo sulla corsa, gli inconvenienti possono capitare ma devono essere ridotti al minimo. Sulla fiducia non è servito lavorare, ci viene naturale».
Già, perché, diciamocelo, pedalare assieme è davvero una delle cose più belle che possano capitare.

Foto: Daniele Riccardo 


Il viaggio di Cala Cimenti

 

Gabriel Garcia Màrquez lo aveva scritto: il colonello Aureliano Buendìa si sarebbe sempre ricordato di quel lontano giorno in cui il padre lo accompagnò a scoprire il ghiaccio. “Cent’anni di solitudine” inizia proprio così, con questo ricordo. Non è un romanzo, non c’è un paese di poco più di venti case di argilla e canna selvatica come Macondo, ormai tutte le cose hanno un nome e indicare con le dita è un privilegio dei bambini, ma il nostro reale conserva retaggi di qualcosa che Màrquez sapeva bene. Cose semplici e genuine, come fare il pane, andare in bicicletta, accarezzare le foglie per sentirne la consistenza, parlare con gli animali e percorrere un sentiero di montagna sulle spalle dei giganti, che altro non sono che gli adulti. «Il valore dei viaggi – racconta Cala Cimenti – me lo ha insegnato papà, da lui ho imparato la bellezza dell’esplorazione, il significato della scoperta». Cala è un alpinista e quel nome, che in realtà sta per Carlo Alberto, è un po’ un ossimoro: la montagna attira verso l’alto, qualcosa che “cala” è qualcosa che scende. «Nel tempo questa è diventata la mia vita. C’è qualcosa di vitale nella possibilità di scoprire e poi raccontare, qualcosa che ti risveglia. Come la coscienza dei limiti e la possibilità di oltrepassarli. La nostra vita si svolge per la maggior parte del tempo in luoghi protetti, al riparo dai rischi. L’alpinismo ti porta fuori da questa dimensione: lì devi essere tu ad avere cura di te stesso, devi essere tu a valutare le condizioni esterne e ad interagire con esse. Non puoi barare. Se solo pensi di barare, corri un rischio enorme: il rischio di non tornare più. L’alpinismo è un gioco, un gioco complesso».

Ora l’alpinismo è il suo lavoro, ma da ragazzino Cimenti aveva una forte passione per il ciclismo: «I miei pomeriggi li trascorrevo sempre in bicicletta, a girare per il paese. Sono passato attraverso la disciplina della mountain bike per arrivare alla strada. Ho smesso solo perché andando avanti e diventando juniores, il ciclismo avrebbe assorbito tutto il mio tempo e non avrei più potuto studiare; però il ciclismo non ha mai smesso di piacermi». Nella vita, però, ci sono ricordi che restano lì, depositati da qualche parte ai bordi dell’anima e non importa se per molto tempo non hai nemmeno una bicicletta da corsa in casa, non importa se le circostanze ti hanno portato altrove, qualcosa resta instillato e, chissà quando, tornerà fuori. Un giorno Cala Cimenti ha un infortunio, una lacerazione di sei centimetri del polpaccio. «Un brutto infortunio, seguito da uno stop e da un periodo di recupero di più di due mesi. Parte della riabilitazione consisteva proprio nell’andare in bicicletta» .

La bicicletta è tornata, non importa come ma è tornata, tutto nasce così. La pandemia farà il resto. «Molti dei progetti che avevo sono saltati proprio a causa della pandemia, io stesso ho avuto il Covid. A casa pensavo e ripensavo. Sentivo di voler fare qualcosa, dovevo solo capire cosa». La bicicletta diventa per Cala quello che, per lui, non era mai stata: «Per me è stata la prima vera esperienza di cicloturismo. Spesso sottovalutiamo la possibilità di viaggiare con altri mezzi, mezzi diversi da quelli abituali. Pedalare ti permette di attraversare fisicamente colori, odori, suoni, natura, paesi e strade. Cambia tutto: in quei momenti vivi il contesto, ti immergi nel contesto. Non solo. Se interpreti il viaggio come l’ho interpretato io, conosci persone, usanze e modi di vivere. Conosci il senso più vero dell’ospitalità quando vieni accolto in una casa per riscaldarti o riposarti».

Cala Cimenti parte da Cuneo intorno alla metà di ottobre, il progetto è quello di attraversare l’Italia in bicicletta, tutte le ventuno regioni, fermandosi in diversi paesi e approfittandone per una attività da svolgere all’aria aperta: arrampicata, parapendio o anche una semplice camminata in montagna. C’è un carrello di quaranta chili con lui, lì dentro si trova tutta l’attrezzattura necessaria. In realtà le problematiche legate al Covid-19 obbligheranno Cala a tornare a casa prima del tempo, dopo che dalla Liguria, era transitato per l’Emilia e la Toscana, proprio mentre stava per dirigersi nel Lazio. Sono trascorsi ventiquattro giorni dalla sua partenza. Nel tragitto percorso, però, c’è già tutto. «Sono sincero, mi immaginavo un viaggio diverso, forse più tranquillo. I primi giorni, percorrendo la via del Sale, sono stati davvero tosti. Dalla fatica ho davvero pensato di mollare tutto e tornare a casa».

Ma il Cala tiene duro, forse più grazie alla testa che ai muscoli indolenziti. I momenti difficili non sono finiti ma, adesso assumono, un’altra sfumatura: «Nei tre giorni in Liguria sono incappato in una bufera d’acqua e vento forte, che ha causato una frana sul percorso. Vorrei saper raccontare la goduria di quella doccia calda in un bed and breakfast di Spotorno: impagabile dopo giorni a dormire al freddo. Poi ho dovuto aspettare che arrivassero le condizioni climatiche ideali per lanciarmi col parapendio. In Emilia-Romagna ho trascorso tre giorni in un bed and breakfast connesso ad una fattoria dove si produce parmigiano. Ho dormito in alta montagna, con una tenda a bordo strada. Ho dovuto pensare a procurarmi il cibo. Arrivato a Pisa ho incontrato vecchi amici e ho ”volato” con loro. In meno di un mese ho cambiato tre volte le pastiglie dei freni della bici, ho dovuto far fronte all’usura del cambio, all’usura della bicicletta. Non è forse una scoperta anche questa?».

Non c’è viaggio che non racchiuda un significato, voluto o meno, palese o nascosto, raccontato o lasciato all’interpretazione di chi, in altre faccende affaccendato, sfiori qualche rotta percorsa dalle tue ruote. Ed il viaggio di Cala Cimenti è stata una celebrazione: «Volevo celebrare la libertà ritrovata. Il mio era un inno alla libertà, che è come l’aria, e come tutte le cose che scopriamo quando ci mancano. Per questo volevo spostarmi in tutte le regioni d’Italia, volevo portare in giro questa libertà e fermandomi mostrarla nelle sue vesti migliori, quelle delle attività che si fanno all’aria aperta. Purtroppo non mi è stato possibile finire questo viaggio, la libertà si è nascosta un’altra volta. Ma tornerà, sono certo che tornerà. Coltiviamo questa speranza. Proviamo a immaginarla, facciamo questo sforzo. Immaginiamo il giorno in cui farà ritorno. Non sentite che bello?».

Foto: Cala Cimenti