Questione di scelte

Ci sono Umberto e Martino, su una barca, con le canne da pesca tirate, in mezzo alle acque del Lago di Garda, mentre l'alba solleva una leggera fuliggine. Sono pescatori, da decenni. «Sinceramente invidio chi riesce ancora a stupirsi per le acque. Per un pescatore diventano ossessione, anche preoccupazione. E sai com'è difficile vivere in preda alle bizze del lago o del mare?». Forse chiunque guarderebbe il lago in maniera diversa se parlasse con loro.

La fuga di oggi ha anche qualcosa di quella barca. Matteo Fabbro, ad esempio, si porta quel cognome che ha tutta l'umiltà dei lavori più semplici e la genuinità di quei ragionamenti: «Il punto non è se ci sono tanti sacrifici da fare, il punto è quanto ti pesano quelle rinunce. A me non danno fastidio». Thibaut Pinot, invece, col lago ha un rapporto speciale. Lo ricordiamo a Como, a ottobre del 2018, quando ci disse che amava quelle strade perché simili a lui. Dicono che l'altro giorno, in un momento difficile, volesse ritirarsi e che sia ripartito solo grazie al sostegno di un compagno. Nicolas Roche deve aver provato ciò che provano quei pescatori quando si è accorto di essere un onesto pedalatore, non un campione come il padre. «Sogno è ciò che puoi fare, illusione è ciò che ti fanno credere di poter fare. I sogni ti aiutano a migliorare, le illusioni ti fermano, ti rendono cieco». Ma anche per Cepeda, in gruppo, vale lo stesso. Lui che ieri mattina ha sceso a fatica l'ultimo gradino del palco presentazione, forse per fatica, forse per dolore, eppure non lo diresti mai vedendolo pedalare. Come quei pescatori che salutano spensierati e faticano a prendere sonno la sera.

Großschartner ci pensava questa mattina. Ogni giorno una fuga e poi nulla da fare: la frustrazione non la scacci più. Tutti ti dicono che la fuga è bella anche se non arriva, anzi, forse se non arriva è ancora più bella perché, alla fine, per gli sconfitti si tifa bene e si scrive ancora meglio. Già, facile essere generosi con la fatica altrui, non costa nulla in fondo. All'austriaco, invece, tornare in fuga è costato ed anche molto.

Ad ogni chilometro pensava e sperava che potesse essere la volta buona, poi guardava la cartina e si ricordava di quante volte si era raccontato la stessa storia nei giorni prima. La solitudine se l'è conquistata con il ritmo, con la costanza e pure con qualche paura. Chissà cosa avrà pensato quando, da solo in testa, gli hanno gridato nelle orecchie che dal gruppo era partito Quintana. «Ecco, adesso arrivano questi e siamo fregati un'altra volta». Non è stato così perché quello di Quintana era un fuoco soffocato in un camino, un rigurgito d'orgoglio, troppo facile per Simon Yates andare a chiudere. Chissà cosa avrà pensato ad ogni tornata, Lago di Tenno-Tenno-Varone-Riva, quel finale che non era la fine. Non ancora, almeno.

Il finale è una vipera incattivita dal bastone di un cercatore di funghi, che volta di scatto la testa e sibila cercando di infondere veleno. Großschartner, che sino a quel momento, aveva del ritmo il suo veleno per i rivali, perde la pazienza e forza l'andatura. Vuole arrivare quanto prima alla fine. All'ultimo chilometro quasi la bicicletta gli scivola via, tanto pedala duro, lungo rapporto e posizione aerodinamica. Si volta, guarda se dietro c'è qualcuno, si alza sui pedali, leggero, quasi a sgranchirsi i muscoli e poi alza le braccia. Lui vince la tappa, Simon Yates vince il Tour of the Alps.

Martino e Umberto non sono qui. Martino stamattina ha guardato Umberto quando gli abbiamo chiesto se volessero farci compagnia. Poi si è voltato: «Anche volendo non potremmo. Questo pomeriggio dobbiamo lavorare e domani mattina ci si sveglia alle quattro. Ma va bene così». E Umberto, spostando un attrezzo dalla barca: «Guarda, la nebbia è scomparsa. Ora puoi vedere bene il lago». Perché, in fondo, anche se non lo ammettono, il lago continua a piacere anche a loro. Hanno scelto così, come Großschartner ha scelto di tornare in fuga, perché la parte brutta delle cose esiste comunque, a noi il compito di renderla sopportabile. Loro lo sanno e sono felici.

Foto: Dario Belingheri/BettiniPhoto©2021


Una giornata particolare

È il giorno in cui bisogna dimostrare. Arriva in tutte le corse, questa volta arriva alla penultima tappa, da Naturno a Pieve di Bono, dopo Passo Castrin, Passo Magno e Boniprati, circa 4000 metri di dislivello, arriva soprattutto dopo una discesa a rotta di collo verso il traguardo.

Simon Yates ha dedicato solo a se stesso la vittoria nella seconda tappa, perché si può arrivare al traguardo mentre tutti ti attendono o arrivare quando nessuno più ti cerca, quando il vincitore sta già tornando in albergo e, se non sei tu ad aspettarti, rimani comunque da solo anche se attorno hai tanta gente. Andrea Vendrame lo ha imparato da ragazzino, quando il padre cercava di convincerlo a lasciar perdere il ciclismo: «Ora ci crede anche lui, ma ora è anche facile». Matteo Fabbro dice che l'unico modo per dimostrare è continuare a provare, anche se sbagli, come è accaduto alla BORA-Hansgrohe nei primi giorni. Chris Froome nella sua carriera ha già dimostrato e sa che non se ne può mai fare a meno. Questo intende quando dice: «Non chiederei mai a un mio gregario di fare qualcosa che io non farei per lui». Questo intendeva quando è scattato dopo la partenza, come uno dei tanti. Assieme a lui nomi a cavaturacciolo, scioglilingua pungenti: Pernsteiner, Ghebreigzabhier, Großschartener, tra gli altri.

Ogni gregario delle squadre che si sono messe in testa al gruppo ai quaranta chilometri dal traguardo sa bene cosa sia questo giorno. Qualcuno racconta: «Essere gregari è anche una scelta. Lo scegli, per esempio, quando ti rendi conto che la pressione ti schiaccia e rischi di smettere». Così si sfiniscono e quando si spostano a bordo strada quasi si fermano, cercando il respiro nelle viscere. Così ha fatto spesso Oliviero Troia, ultimo in classifica generale, a circa un'ora e oggi ritirato. C'è frenesia nel giorno in cui bisogna dimostrare, come il gruppo che si rimescola in preda alla follia della velocità, dopo aver ripreso la fuga, a pochi chilometri dall'attacco della salita di Boniprati, mentre gli uomini di classifica limano, si sfiorano, quasi si graffiano per trovare il proprio posto. Il giorno in cui devi dimostrare è anche il giorno in cui devi controllarti, tenerti calmo. Non c'è riuscito Pavel Sivakov che oggi è parso il più terribile dei masochisti. Il ritmo della sua squadra in salita lo ha cancellato, annientato. «Vai, non ce la faccio» dice a Dani Martìnez, suo ultimo uomo. Lui continua a guardarlo, prigioniero del senso del dovere, smarrito. È il buio.

Davanti impazza Vlasov, Quintana dapprima attende, poi cede. Simon Yates è la calma che siede sul trono. Guarda i suoi avversari che si azzannano come lupi attorno alla carcassa e li sfida con l'impassibilità, la freddezza. Fa male l'indifferenza, manda in tilt. Daniel Martin, alle loro spalle, sbanda una prima volta e cade sul brecciolino della discesa, a peso morto, senza sganciare il pedale, poi torna a cadere in preda alla paura. Non ha alcun timore, invece, Bilbao che si lancia come un kamikaze e si riporta su Yates e Vlasov, già convinti di averla scampata. A Yates va anche bene così, Vlasov prima è stizzito, poi staccato. Può solo tirare dritto e nascondere i dubbi dietro gli occhiali. Rientrerà mentre Bilbao starà per lanciare la volata e ripartirà ribaltandosi lo stomaco dalla foga negli ultimi duecento metri. Sarà secondo, lui che, se avesse vinto, avrebbe parlato di Michele Scarponi. Chiunque lo avrebbe fatto oggi. «Ci ricordiamo tutti di lui» dice Bilbao.

Stasera Yates penserà a domani, perché sarà un altro giorno in cui dimostrare, come ogni mattina in cui ti metti a fare ciò che hai scelto e hai sempre paura di aver scelto male. Così prendi una canzone triste e provi a farla bella. Questo dicevano i Beatles a Jude, sulle note di una canzone che esce da una macchina al traguardo. Questo dice Yates a chi anche oggi ha dovuto dimostrare e stasera torna a casa temendo di non esserci riuscito.

Foto: Ilario Biondi/BettiniPhoto


Le crepe del ghiaccio

L'odore del primo caffè è acre a Sankt Leonhard im Pitztal. Simon Yates, affacciato alla finestra, osserva il ghiacciaio di fronte all'albergo. Maria racconta che su quella cima ha perso la vita il fratello. «Ho perdonato quel ghiacciaio, ma non lo guardo più. So che è molto grande, ma ti assicuro che si può anche non vederlo». C'è qualcosa di antico, di gentile, nelle sue parole come i castelli tra Imst e Naturno. La realtà è che è sempre difficile restare gentili quando si perde qualcosa o qualcuno.

Tejay van Garderen, in fuga oggi, può raccontarlo. Quando al Tour de France 2015 si ritirò, pallido e sfiancato, aveva troppe spiegazioni da dare. Possiamo solo immaginare come si sia sentito nel dover dire alla moglie che non c'era più nulla, che suo marito quel giorno era malato e pedalava più piano dei velocisti. Poi la squadra, i giornali, i tifosi. E se mandassi tutti al diavolo? No, van Garderen quelle spiegazioni le ha date tutte.

A Naturno raccontano una storia simile, tra i meleti: «Sai, quelle piante di mele sono troppo vecchie per dare il frutto, eppure nessuno le taglia. È una forma di rispetto per quel che erano. E quelle mele, pur buone, non erano per nulla belle, erano bitorzolute, storte, piene di nebbiolina sulla superficie». Chissà, forse quel contadino parlava anche dei ciclisti, pur non conoscendoli, gesticolando con quelle mani piene di terra.

La strada, poco più in là, è un intestino attorcigliato, in preda a convulsioni. A Passo Resia c'è quel campanile sommerso dall'acqua, addormentato dal tempo, magnifico e dolente. A Frinig un senso di inquietudine pervade stradine strette come budelli. Dalla mattinata tutti dicono che la fuga può andare al traguardo, ma non è così facile. Sì, perché il gruppo ti illude e poi ti punisce. Non ti racconta quasi mai la verità. Vanno via in quindici. Moscon e Fabbro non si fidano, sentono il respiro del plotone e danno la prima sgasata. Seduto sulla sella, possente, Moscon, sui pedali, da destra a sinistra e da sinistra a destra, Fabbro. Sono loro due a prendersi la responsabilità di scegliere anche per Storer e Großschartner che diventano proiezione della loro ombra. È il punto di rottura. Come quella ragazza che pattinava sull'acqua ghiacciata, guardando le crepe. Come quel ghiacciaio da non guardare. L'elastico salta e la fuga si frantuma.
Dopo Tarres la strada è quasi tutta dritta verso il traguardo. Il peggio che possa capitare perché nascondersi dietro una curva è il modo migliore per far paura. Quando non ti vedono, si scoraggiano e mollano la presa.

In gergo ciclistico si dice che Moscon abbia lanciato una volata lunghissima e così abbia superato Großschartner. Una volata lunga è quella che ti frantuma i polmoni e che solitamente perdi, una volata lunghissima è quella per cui poi devi dare spiegazioni.

Moscon non ha paura di tutto questo. L'altro giorno, a un collega che gli chiedeva del suo carattere, dei suoi scatti di nervosismo, ha spiegato che guardare indietro non ha senso perché lì non puoi cambiare nulla. Ha detto “grazie per la domanda”, nient'altro.

Ci ha ricordato Maria che riesce a non guardare, a non vedere, una cima impossibile da trascurare. Ci ha ricordato tutti coloro che per continuare devono scordarsi troppe cose ed anche chi, nonostante continui a provarci, non trova una via d'uscita. Pinot, per esempio, che qualche anno fa non avrebbe mai tentato quell'attacco, così lontano dal traguardo, ed invece oggi ha maledetto quella foratura.

Ma, soprattutto, ci ha ricordato quel contadino e quelle vecchie piante di mele. Perché se è vero che è difficile restare gentili con le proprie sconfitte e con le proprie difficoltà, è altrettanto vero che quello è l'unico modo per non lasciarsi andare. Così Moscon non vince solamente perché precede l'austriaco, vince soprattutto perché ha imparato.

Ilario Biondi/BettiniPhoto©2021


L'intelligenza del ragno

Aulst conosce tutti e tutti conoscono Aulst, ad Innsbruck. Sotto i portici della città, seduto su una coperta a pochi metri dal Tettuccio d'Oro, si accarezza la barba, imbiancata dal tempo e arricciata dall'ultima pioggia. Cinquant'anni circa, qualche schiaffo dalla vita e poche parole, dense. «Mi sono rimasti solo gli amici. E sapete come sono bravi i miei amici?» dice mentre mostra un sacchetto stropicciato con all'interno un pezzo di focaccia. Fuori il tempo si imbizzarrisce, lui prende il cappello dalla tasca della giacca e se lo infila. Il suo tetto sono questi portici, oggi più silenziosi che mai. «Un giorno, forse, qualcuno mi regalerà una bicicletta nuova, sarebbe bello. Con una bicicletta si può andare via». Dice così Aulst, proprio mentre le biciclette se ne vanno, e mangia un altro boccone. Pensieroso.

Gianni Moscon, forse, vorrebbe raccontargli qualcosa. Qualcosa che ha a che vedere con la fatica che si fa per andarsene, in fuga, in un'altra città o in un'altra casa, anche se andarsene è tutto ciò che si vuole. Qualcosa che ha imparato da Cioni: «Io volevo fare troppo e, quando esageri, non ti alleni, ti sfinisci. Ti stravolgi. Bisogna anche respirare, darsi tempo». Perché non basta una bicicletta per andare via, ovunque si vada: il peso più grande è il tuo, il tuo corpo, la tua carne, quello che sei. Forse è per questo che i ciclisti nei momenti di maggiore sforzo si alzano sui pedali, quasi a volersi scrollare il peso di dosso. Così fanno  Thompson, Janse Van Rensburg, Bais, Vacek, Hulgaard ed Engelhardt quando scattano.

La strada è tutta all'insù. Il sudore che si affaccia sui volti degli atleti non ha tempo di cadere a terra, scivola lungo il viso, sulla gola e si infila a goccioloni nella casacca. Freddo come l'aria che vortica tra le Alpi Venoste. Bais e Thompson non si voltano neppure quando, durante la seconda ascesa al Piller Sattel, il gruppo rinviene su di loro, guardano il vuoto e storpiano la bocca. Il plotone in certi casi lo senti, non lo vedi, ed è meglio così. Nairo Quintana li lascia sfilare, quasi un ultimo atto di pietà, poi attacca. Occhi fissi nei pochi metri che seguono, alla maniera degli scalatori, alla maniera di quelli che non hanno paura delle pendenze, che non guardano mai il tornante successivo.

Alcuni raccontano che nei momenti prima di una crisi ti senti in grado di spaccare il mondo, sei euforico, poi ti cedono le gambe e ti stacchi. Se non sei lucido, crolli verticalmente, Quintana limita i danni, ma ha innescato l'ingranaggio ed è nella sua morsa. Pavel Sivakov e Dani Martinez rilanciano, uno scatto dopo l'altro, lo controllano e aspettano che reagisca. Una ragnatela di finte e bugie, come il ragno che tesse ogni filo e si apposta nell'angolo migliore per controllare il moscerino mentre si dibatte senza speranze.

Cosa avrà pensato il colombiano? Quante alternative e quante possibilità avrà stracciato come fogli scarabocchiati? Simon Yates, invece, è il ragno. Lucido, attento, concentrato. Osserva silenzioso le mosse degli avversari, lascia che sfoghino ogni pretesa, ogni rabbia repressa, ogni fantasia. Poi parte, scatta come freccia scoccata dall'arco. Salita, discesa e ancora salita verso Feichten im Kaunertal.

Yates che, nella sua carriera, è andato più volte da solo in testa al gruppo, ma qualche volta è anche rimasto solitario in coda. Pure quando non lo avrebbe mai immaginato, per esempio, al Giro d'Italia 2018, dopo che aveva detto di non avere paura, che sullo Jafferau avrebbe avuto rispetto per tutti e timore per nessuno. Poi era arrivato a mezz'ora da Froome, sfinito ma composto nella sofferenza, mentre con le braccia tremanti si asciugava il volto. Forse il giorno prima aveva mentito ai giornalisti, forse già seduto su quella sedia, in conferenza stampa, sentiva i muscoli tirare e i nervi stanchi, forse non poteva fare altro, come Quintana oggi. «Credo sia duro da accettare- aveva dichiarato- in fondo, però, è solo una corsa in bicicletta». Così quel giorno aveva provato a dare il giusto peso a quella bicicletta che sembrava incastrata nel catrame e a ciò che aveva dentro. Allo stesso modo ha vinto qui, con una bicicletta per andarsene e tutta la leggerezza che serve per riuscire a guidarla.

Chissà se qualcuno regalerà una bicicletta a Aulst, a quest'ora ancora sotto quei portici, appoggiato ad una colonna di cemento e allo zaino. Chissà soprattutto se Aulst, quel giorno, sarà così felice da poter ripartire.

Foto: Dario Belingheri/BettiniPhoto©2021


Di rose, vigneti, protezioni e rinascite

A Bressanone, alla partenza della prima tappa del Tour of the Alps, si racconta una storia che parla di rose e vigneti. Accanto ai filari delle vigne, spiegano i contadini, vengono poste sempre delle piante di rose, il loro compito è proteggere le piante di uva dalle malattie a cui sono soggette. Sembra infatti che le rose contraggano la stessa malattia circa una settimana prima, i contadini, in questo lasso di tempo, possono provvedere alla cura delle vigne. Un anziano signore, al nostro stupore, commenta: «Non conosco questa storia. Noi umani, però, non ci siamo inventati proprio nulla, ciò che facciamo, in fondo, lo abbiamo imparato dalla natura. Chi sono i gregari nel ciclismo se non coloro che proteggono? Pensateci».

Anche Thibaut Pinot pensava a qualcosa stamattina. A noi sono tornate in mente quelle parole rivolte piangendo a Marc Madiot al Tour de France 2019: «Cosa ho fatto per meritarmi questo?». E forse è proprio perché sanno che il francese tritura pensieri che i suoi compagni cercano di distrarlo ad ogni occasione. Può essere una pacca sulla spalla, può essere anche solo uno sguardo. L'idea è di interrompere quel flusso di pensieri e ricordi che, quando le cose vanno male, penetra nella mente, e la fa ammalare. Così ci siamo detti che quel signore aveva ragione, che anche a salvarci e a salvare abbiamo imparato dalla natura.

Alessandro De Marchi questa cosa l'ha riscoperta grazie a Chris Froome quando, durante gli allenamenti sul Teide, il keniano bianco gli ha proposto delle scorciatoie per tagliare il percorso. Il friulano non poteva nemmeno immaginare che quei “tagli” sul tracciato, in realtà, fossero salite ripide come una rampa di garage. Ora ci scherza, ma in quei momenti qualcosa di malevolo deve essergli saltato in mente. Si sarà detto «alla faccia del percorso più breve» e poi avrà seguito Froome, come fanno i gregari con i loro capitani, quasi fossero ordini di squadra.

Lo chiamano “Rosso di Buja” perché ha i capelli rossi e le lentiggini. Parafrasando Giovanni Verga ed il suo Rosso Malpelo, potremmo dire che De Marchi ha i capelli rossi e le lentiggini perché è un coraggioso, e non ci sbaglieremmo di molto. Lui che è scattato appena tre chilometri dopo il via dalle case color pastello di Bressanone, con Marton Dina e Felix Engelhardt, ed era lì davanti quando la nebbia nascondeva i pini del Brennero e la neve si infrangeva contro il volto, quasi ad addormentare la pelle. Sì perché anche la neve fa male quando la velocità è intensa. Come il vento, croce e delizia, su e giù da Axams, quando insisti pur sapendo che è finita. Così fanno i ciclisti e così fanno i gregari, anche quando sono davanti, anche quando non inseguono ma sono inseguiti. Lo può raccontare Cesare Benedetti che non è qui ma, in giornate come queste, è come se ci fosse. Come se dicesse ancora quelle parole pronunciate a Pinerolo, due anni fa. «Mi hanno insegnato che si pedala sino alla fine perché la gara finisce dopo il traguardo». La più cruda realtà, perché quando fatichi è tutto crudo, impietoso. Ancor di più nel momento in cui vieni raggiunto dal gruppo e ogni cosa sembra inutile, quasi come quelle rampe sul Teide. Non lo è se serve a darti il coraggio di riprovarci un'altra volta. Di restare lì ed inventarti un'altra strada per andare avanti.

In fondo, nel ciclismo, la storia delle rose e delle vigne la conoscono in molti. Per esempio, Pello Bilbao, Mattias Skjelmose Jensen, Daniel Savini e Santiago Umba che, partiti ai dieci chilometri dal traguardo, per poco non arrivavano. Scattati proprio quando tutto sembrava impossibile, loro che ad essere ripresi e a ripartire hanno fatto l'abitudine, ma non si sono stancati di crederci ancora.
Gianni Moscon, invece, questa storia, probabilmente l'ha sempre saputa, essendo cresciuto in Trentino, sapendo quasi certamente di vigne e di campi, di rose e potature. Così si è alzato sui pedali ed è scattato in un momento in cui il plotone si stava rilassando, dopo essere tornato compatto. Per lo stesso motivo non si è spaventato quando ha visto Idar Andersen piombargli a ruota. Freddo, lucido. Ha preso fiato ed ha aspettato pazientemente il momento di ripartire. Quando lo ha fatto, nessuno ha potuto nulla. Al traguardo ha detto che oggi era tutto perfetto, che non si poteva chiedere di meglio. Ed oggi, in effetti, la perfezione c'era: nello scatto, nella tranquillità, in Innsbruck, città che Moscon conosce bene, nella volata e nella vittoria. Persino nel fatto che domani sarà il suo compleanno. I due mesi che lo hanno portato qui sono da dimenticare, infernali. Come l'infortunio che lo ha bloccato, come l'impossibilità di tornare, perché tornare può davvero metterti in salvo, come partire.
Perché un mezzo per salvarsi e per salvare c'è sempre. Certe volte ti salvi, altre ti salvano. Come le rose con le vigne. Basta ricordarselo. E Gianni Moscon se l'è ricordato.

Foto: Dario Belingheri / BettiniFoto © 2021


Su e giù per le strade olandesi

Più che “la corsa della birra”, l'Amstel Gold Race sembra il nevrotico alter ego di Woody Allen in uno dei suoi film. Un Harry fatto a pezzi fra quelle stradine dove limare è complicato come andare in salita, che se non sei abile a guidare e rilanciare, quando arrivi nella fase decisiva le energie ti hanno già fatto ciao con la manina e sono montate su un treno o, visto che siamo in Olanda, su una bici da città destinazione casa/albergo e magari mentre tu le stai cercando loro sono già sotto la doccia.

Quando nacque la corsa, nel 1966, su intuizione di Herman Krott e Toni Vissers, furono problemi. Intanto il percorso appariva complesso nel suo disegno – la planimetria da videogioco Nokia anni 2000 ricca di trabocchetti è una delle caratteristiche predominanti – e ingombrante nella sua lunghezza effettiva e poi c'era preoccupazione in quanto si respiravano i primi fumi rivoluzionari dei Provos e dei movimenti delle biciclette bianche – rivelatisi poi anni dopo fondamentali per radicalizzare l'uso quotidiano della bicicletta in Olanda.
In qualche maniera la corsa quel 30 aprile (nel Koninginnedag - ovvero il Giorno della Regina, festa nazionale) si fece lo stesso nonostante i cambi di percorso, e vinse Jean Stablinski, francese, che oggi dà il nome al velodromo di Roubaix. "Sono l'unico uomo al mondo che è passato sotto le gallerie che tagliano la Foresta di Arenberg e che poi c'ha pedalato sopra" – raccontava Stablinski, minatore prima che ciclista, cresciuto a Wallers, da dove transita proprio la regina delle classiche. Dopo di lui solo un altro transalpino scrisse il suo nome nell'albo d'oro: Bernard Hinault. Fra poche ore ci prova Alaphilippe.

Gli italiani ci hanno messo decenni a vincere su in Olanda - Zanini, pioniere, nel 1996 - per poi trovarsi quasi a dominare nei primi anni 2000 con i successi di Bartoli, Rebellin, Di Luca, Cunego, il meglio - o quasi, manca almeno un successo di Bettini - del ciclismo italiano all'epoca per le corse di un giorno.
Gasparotto è stato l'ultimo italiano a vincere (2016), unico italiano a conquistarla due volte (2012, la prima) ed è anche l'ultimo italiano sul podio (terzo nel 2018). Gasparotto pochi mesi fa ha appeso la bici al chiodo e domani si fa fatica a trovare un successore: forse Trentin? Chissà, prima o poi una vittoria la meriterebbe. Diciamo che se elencassimo venti nomi favoriti metteremmo solo lui tra gli “azzurri”, allargassimo a venticinque, trenta appoggeremmo lì di striscio anche il nome di Colbrelli che da quelle parti ha fatto bene ma la corsa seguiva un altro disegno. Questo passa il convento attualmente: che siano pietre, corse a tappe oppure Ardenne, non è il miglior momento per noi.
Se si parla di successi: Jan Raas ha vinto cinque volte, irascibile sceriffo occhialuto a cui mancavano solo distintivo e pistole. Quando correva tra quelle strade si trasformava in un brutalizzatore.
Gilbert l'ha vinta quattro volte, con un'altra narrazione intorno a lui soprattutto in Italia: amatissimo a differenza di Jan Raas. I van der Poel, padre e figlio, una volta a testa – mica male.
Nel 2019, ultima volta dell'Amstel, il capolavoro firmata da Mathieu che fece innamorare pure gli insensibili dal cuore amaro. Prima l'attacco ai 43 dall'arrivo sul Gulpenberg, poi ripreso, poi autore di una furibonda rimonta su Alaphilippe e Fuglsang che si guardavano perdendosi fra dispetti e gambe ormai sgonfie. Quella specie di volata infinita, poi l'urlo e la mano sul casco: arrivo da vedere, rivedere e lasciare in ricordo ai nipotini - che chissà, capace saranno ancora più forti di lui.

Van der Poel però non ci sarà, van Aert sì e pare abbia chiesto a gran voce Roglič (ci sarà anche Vingegaard) perché gli dia una mano: la squadra in questa lunga campagna del nord si è rivelata troppo debole per sopportare il forte belga. Il gruppo dei favoriti attorno al van superstite dalla dura primavera è nutrito, gli scenari sono molti ma il percorso e la stagione vista sin qui fa pensare a gara selettiva.

PERCORSO

 

Tracciato nervoso e incazzoso, come da tradizione, per una corsa a lungo considerata “la sesta Monumento” e che dà il via al trittico delle Ardenne. Disegno inedito nel suo sviluppo “pandemic edition”. Un circuito, vietato al pubblico, di 16,9 chilometri da ripetere dodici volte con al suo interno da scalare Geulhemmerberg, Bemelemberg e Cauberg. Al tredicesimo e ultimo giro, invece, dopo il Bemeleberg deviazione per evitare il Cauberg e via verso il traguardo di Berg en Terblijt: 219,7 chilometri, ben 46 in meno rispetto l'ultima edizione. Un'ora in meno di corsa che farà tutta la differenza del mondo.

I FAVORITI DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ van Aert
⭐⭐⭐⭐Pidcock, Roglič, Alaphilippe
⭐⭐⭐Mollema, Trentin, Schachmann
⭐⭐ Aranburu, Hirschi, Gaudu, Matthews, Valverde, Higuita, Vingegaard, Teuns
⭐ Stannard, Kragh Andersen, Benoot, Barguil, Vansevenant, Madouas, Molard, van Baarle, Wellens, Mohorič, Colbrelli

Foto: Dion Kerckhoffs/CV/BettiniPhoto©2019


L'urlo e il furore

Pomeriggio di Pasqua 2021. Mancano quattrocento metri al traguardo di Oudenaarde, Fiandre Orientali. Il cielo è leggermente velato. L'azzurro si butta nel bianco come avena che si mescola a una zuppa di latte. Sullo sfondo, dietro le transenne, non ci sono tifosi: si vede qualche albero spelacchiato, un po' di verde, segnali stradali che indicano divieto di transito, persino un bagno chimico. Ci sono solo due uomini davanti a giocarsi il successo: Asgreen e van der Poel. Gli altri arrancano e annaspano, si appoggiano a quello che rimane dentro: poco, ma quanto basta per sopravvivere. Si lanciano all'inseguimento o forse più a cercare la consolazione di un terzo posto.

Da un po' di chilometri ci si domanda: cosa deve fare Asgreen? Meglio secondo oppure niente? Cosa deve inventarsi il danese per battere van der Poel allo sprint? Deve aspettare Sénéchal nel gruppetto inseguitore?

Fase di studio, non c'è surplace. Lo speaker è concentrato, c'è silenzio. I telecronisti si schiariscono la voce, le pulsazioni, già alte, salgono ancora. Van der Poel è davanti, ma il suo sguardo è fisso sulla ruota anteriore di Asgreen, ben saldo sul sellino, che nasconde la sua sagacia dietro pesanti occhiali neri.

Trecento metri e lo sprint ancora non parte: "Esattamente come lo scorso anno quando van der Poel sconfisse Wout van Aert", ci si ripete. Duecentocinquanta metri: Asgreen ora si alza sui pedali, un movimento sciolto, come si è mostrato libero da inganni e costrizioni tutto il giorno, sempre attento e all'avanguardia ad ogni tentativo altrui, e a volte persino capace di offrirlo in prima persona, con quel suo fare statuario, le caviglie sottili e la potenza della dinamite danese.

Duecento metri: parte lo sprint. Van der Poel, maglia di campione olandese e calzoncini neri («Quando indossa calzoncini neri al posto di quelli bianchi vuol dire che non è in gran giornata» ripete ossessiva la stampa del suo paese di origine, a metà tra le mani avanti e la scaramanzia), sembra non avere il calcio d'inizio dei giorni migliori. Asgreen, nella sua maglia di campione danese con enorme croce bianca su campo rosso, lo affianca, ma van der Poel ha ancora mezza bicicletta di vantaggio. Ma torniamo all'inizio.

Mattina di Pasqua 2021. Partenza del Giro delle Fiandre. Il cielo è lattiginoso. Un grigio chiaro come la bava di un cane. Fa freddo: corridori che indossano guanti e manicotti. Tutti si nascondono – dovere di sponsor – dietro occhiali di ogni genere, tranne Taco van der Hoorn, in fuga alla Sanremo e da aspettarselo in fuga anche oggi. Anni fa viaggiò per l'Europa con un furgoncino Volkswagen del 1982, battendo come un giovane studente i percorsi delle classiche belghe e italiane. Ci fu una volta in cui frantumò in volata un certo van Aert che ancora non era quello che conosciamo oggi. False speranze: Taco non attacca. In fuga ci vanno prima in quattro che poi diventano sette. Fra loro c'è Bissegger, talento elvetico: sarà l'ultimo a mollare sul Koppenberg a quarantacinque chilometri dall'arrivo. C'è Norsgaard, danese della Movistar, stessa squadra in cui corre sua sorella, lui sì già in fuga alla Sanremo e che raddoppia oggi. Ci sono Denz, uno dei nomi più belli del gruppo, Van Den Bossche, Paaschens, Houle. C'è Wallays: in una fuga che, chilometro dopo chilometro, assume margini preoccupanti, almeno per chi insegue. Wallays vince poco, ma benissimo, se giocasse a calcio sarebbe un falso nueve, sempre all'attacco ma con fantasia, e se la stagione fosse solo la Paris-Tours sarebbe quasi un cannibale.

Si passa con estrema velocità nei paesini dell'est delle Fiandre: case basse e storte, poca gente, porte e finestre che ti osservano con sguardi indisposti, di sbieco. Simboli quasi solo fiamminghi, insegne di pub e friggitorie. Striscioni dei fan club che salutano i propri beniamini. C'è un bambino avvolto in una bandiera più grande di lui e un altro su una pista ciclabile che prova un furibondo sprint su una bici da corsa per tenere il ritmo del gruppetto in fuga.
Ci riesce persino meglio, almeno per un po', rispetto a quelli dietro, col vantaggio che sale fino a toccare i tredici minuti. Nel frattempo una doppia squalifica per scorrettezze: per Fedorov che frena mentre è in testa al gruppo rischiando di combinare un macello e per Vergaerde che prova a colpirlo con una spallata.

Van Avermaet prima e Van Asbroeck poi si fermano a salutare moglie e figli. Si fora e si cambia la bici, si gettano borracce ai tifosi e per questo motivo Schär viene squalificato. Suo padre, oggi proprietario di un negozio di bici, in carriera ha vinto solo una corsa. Era il 1976, era la Setmana Catalana: sconfisse un certo Merckx.

Si procede senza troppi spasmi, cautela e progressione, con il Declercq Express che tira il gruppo e macina chilometri in testa, aiutato da due vagoni nostrani, Affini e Milan, che a conti fatti saranno i maggiori protagonisti per il ciclismo italiano, oggi - a eccezione di un buon Trentin, sfortunato per la foratura nel finale.

La prima delle due accoppiate Oude Kwaremont-Paterberg, a circa sessanta dall'arrivo, dà il via a un'ora e mezza finale di attacchi e contrattacchi. Di pulsazioni che salgono e di cuore in gola. Asgreen, van der Poel, van Aert e Alaphilippe sono i più in palla. Attaccano, chiudono, mangiano la polvere e tagliano l'aria. Con loro c'è pure un sorprendente Haller davanti, seconda giovinezza la sua, austriaco dai capelli lunghi, barba folta, grande tifoso dell'Arsenal. Da piccolo giocava ad hockey ma scelse il ciclismo: con quel fisico avrebbe pure potuto fare il rugbista. Con lui anche un rinato Teuns, da troppo tempo atteso su queste strade a questi livelli.

Ma la corsa di oggi è come un cubo di Rubik completato e dato in mano a un ragazzino. Ogni volta che te lo restituisce devi ricominciare da capo. Poi, come spesso accade in queste corse, in una fase di studio tra i sei - sui quali era rientrato anche il sempre presente Turgis - se ne vanno via i tre più forti oggi: Asgreen, van der Poel e van Aert. All'ultimo passaggio sul vecchio Kwaremont, cede anche il belga, gli altri due vedono Oudenaarde con un fastidio in meno e la storia di questo Giro delle Fiandre può tornare verso l'epilogo inaspettato.

Cento metri all'arrivo: Asgreen supera van der Poel. Sessanta metri all'arrivo van der Poel molla. Forse non bluffava, o almeno non così tanto. Scuote la testa, si inchina. Asgreen è un urlo di furore che colpisce le Fiandre orientali. Van der Poel è secondo, un enorme van Avermaet terzo davanti a Stuyven. Sesto van Aert, migliore degli italiani Bettiol, ventottesimo.

per Alvento Magazine - Alessandro Autieri
Foto: Vincent Kalut/PN/BettiniPhoto©2021


Giro delle Fiandre: ovvero giganti, inganni e stanchezza

Van Aert, van der Poel, (van) Alaphilippe: parliamo sempre di loro tre, è vero, ma d'altra parte è di uso comune definirli “the big three”. Al centro dell'attenzione però c'è anche una corsa, o meglio la Corsa, arrivata alla sua edizione numero 105.

La Ronde in programma domenica (diretta a partire dalle 09.55 circa su Raisport ed Eurosport) difficilmente mentirà sul vincitore e vedrà i tre citati favoriti, anche se i dettagli sul loro stato di forma e sull'avvicinamento a un possibile successo assumono una narrazione diversa rispetto al recente passato.

Van Aert o della forza. Arriva alla partenza di Anversa con una sola condizione: quella del favorito. Anversa, ma niente triangolare piazza del Grote Markt, nessun tentativo di assimilare immagini a quadri e affreschi come quelli all'interno della cattedrale di Nostra Signora, niente Municipio, né Palazzo delle Corporazioni a far da sfondo, niente statua di Silvio Brabone mentre sconfigge il gigante Druon Antigoon, niente tavolini (vuoti) dei caffè con i loro tendoni (chiusi). Bandiere poche, solo la tensione pre gara che si sposta sulla Steenplein, in riva alla Schelda («in questo momento più semplice dal punto di vista logistico, più pratico per tenere lontano il pubblico», spiegano gli organizzatori) che resta il punto di riferimento, sia nel suo silenzio assordante che nella capacità di essere, ora e sempre, come in un ciclo continuo, soprattutto quando nelle Fiandre si parla di intrattenimento a due ruote. Sullo sfondo in lontananza si vedrà un'altra statua: quello del Lange Wapper, gigante che popola i racconti folcloristici dei fiamminghi e che sarà semplice accostare metaforicamente a colui che poche ore dopo vincerà la Corsa.

Wout van Aert, e riprendiamo il filo: ha sofferto ad Harelbeke – della settimana belga la corsa che più si avvicina al Fiandre -, ma alla Gand-Wevelgem ha colto il primo successo in una grande classica del suo paese, inteso come Stato, nazione, e pareva una mancanza, se volete, un dato stonato nel suo palmarès già ricco in qualità più che in quantità. Si è parlato in abbondanza dell'opera di Nathan van Hooydonck, nome da pittore più che da santo, fondamentale compagno di squadra, e si è discusso dell'importanza della squadra anche domenica. Gliene servirà una più solida, è vero, ma fino a un certo punto: perché a un certo punto non si potrà bluffare, e con Oude Kwaremont e Paterberg come trampolino finale conterà soltanto quello che ognuno avrà dentro da trasmettere fuori: forza, potenza, cambio di ritmo, testa, energia: elementi che sembrano disegnati sulla sagoma del demolitore di pietre (RollingStone è copyright di altri) nato a Herentals, non troppo lontano da Anversa.

Van der Poel o dell'inganno. Subito un chiarimento: toni leggeri per definire quel prodigio di talento e istinto, di mulinate sui pedali da mettere alla prova la forza demolitrice di un fiume in piena. Alla Dwars door Vlaanderen a un certo punto si è staccato su una breve e ripida salitella: come se gli avessero levato il pane di bocca. Come se ce lo avessero levato a noi: c'è stato un attimo di silenzio e di costernazione nel tentativo di darci delle spiegazioni. Per qualcuno, ad esempio Eddy Planckaert, uno che al nord ha vinto qualcosina, è stato un mezzo bluff: «Bastava vederlo come pedalava nel finale sotto l'occhio della telecamera che lo aspettava. Smorfie da faccia distrutta: la sua idea è quella di togliersi di dosso il titolo del favorito assoluto».
La risposta del van olandese non si è fatta attendere: «Ma quale bluff: caldo, brutta giornata, non ne avevo, ma questo non vuol dire che non ne avrò al Fiandre» Nelle ultime ore ha aggiunto: «Sono un po' stanco. Forse sono arrivato un po' lungo con la condizione. Domenica il favorito sarà van Aert».

Insomma, il nipote di Poulidor e figlio di Adrie si cala sempre meglio nel ruolo di personaggio e ora inizia a giocare un po' di più con la sua immagine – a margine di tutto ciò, interessante considerazione di Walter Godefroot: «Mathieu per come corre ricorda più suo nonno che suo padre».

Intanto, dal Belgio, https://wiewintdekoers.be/, un sito che si occupa di prevedere i risultati delle corse ciclistiche partendo da dati basati su statistiche e prestazioni rielaborati da un'intelligenza artificiale, lo mette favorito assoluto (davanti a Van Avermaet, van Aert, Naesen e Stuyven). Fra poche ore scarteremo anche la caramella con la faccia dell'olandese sopra, scopriremo che sapore avrà e anche se questi ricercatori dell'Università di Anversa c'avranno preso.

Caldo e brutta giornata nei giorni scorsi anche per Alaphilippe. E stanchezza: «Sono un po' stanco, lo ammetto, il calendario italiano sta pesando sulle mie gambe». Il caldo è un po' il leitmotiv della corsa di mercoledì, ultimo capitolo di avvicinamento all'appuntamento che conta nel giorno di Pasqua e che a causa dello slittamento a ottobre della Roubaix, chiude in anticipo il blocco delle classiche sulle pietre.

Lampaert, quarto all'arrivo, quel caldo lo ha accusato in tutti i sensi, ma mai sottovalutarlo, van Baarle ha tirato fuori invece un numero da scuola d'élite e finalmente dopo tanto sbagliare i tempi il suo tempo è arrivato. Occhio anche a lui, ma stavolta è difficile lo lasceranno andare, anche se serviranno squadre solide e non solo le solite come nel caso della Quick Step (domani sarà Elegant e non Dececuninck e all'ultimo momento non schiera Štybar, fermato per un problema cardiaco), che dopo le meraviglie viste ad Harelbeke si è disfatta tra Gand e Waregem, ma ci giochiamo la dannazione eterna dell'anima su una corsa d'attacco e di testa da parte dei ragazzi di Lefevere.

Capitolo dedicato agli altri: numerosi, anche se il nuovo percorso difficilmente racconta bugie o storie di carneadi e sorprese, piuttosto può raccontare leggende di marcamenti e dispettucci, che è un po' uno dei paradigmi del ciclismo, fatto sta che da tenere d'occhio: Van Avermaet e Naesen, coppia AG2R che pare non prendersi troppo, i francesi Sénéchal, Turgis e Laporte (chi vi scrive pensa anche a Coquard), e poi ancora dal Belgio: Stuyven e Wellens, Benoot e G.Vermeersch. I tedeschi si affidano alle affilate speranze di Politt e a quelle un po' affievolite di Degenkolb, poi ancora la dinamite danese di Asgreen, Pedersen e Kragh Andersen (quest'ultimo mai troppo in palla per la verità a parte quel quasi colpaccio su via Roma a Sanremo) e quella norvegese di Kristoff, qui sette volte nei primi cinque su nove partecipazioni, con una vittoria, nel 2015, e due terzi posti nel 2019 e 2020. Ci sarà Sagan, scopriremo in che versione, mentre la Spagna si affida a Garcia Cortina e la Svizzera punta su Küng, uno che va forte, generoso, ma avrebbe bisogno di azzeccare i tempi giusti e di arrivare possibilmente da solo sfruttando il marcamento altrui.

Italiani: Trentin, Colbrelli e Nizzolo apparsi brillanti di recente saranno chiamati a una gara super per sperare in una top ten, Bettiol non è al meglio, ma da lui ci si può aspettare di tutto, in tutti i sensi. Ballerini, un po' in calo di recente, forse avrebbe spostato le sue mire sulla Roubaix, domani per lui sarà tutta esperienza utile.

IL PERCORSO

Più o meno lo stesso dal 2012, senza De Muur, tolto, poi rimesso, ma non ci sarà quest'anno ed è un torto non tanto alla storia di cui il ciclismo si fa spesso beffe, ma dal punto di vista tecnico una vera mancanza seppure nella sua versione a un centinaio di chilometri dall'arrivo. Da Anversa a Oudenaarde sono circa 254 chilometri, 19 muri (due in più dell'anno scorso) e sei tratti in pavè. Il finale è un mondiale sulle pietre, un circuito che prevede il doppio passaggio Vecchio Kwaremont-Paterberg che scatenerà la rissa finale. Se quei tre ne avranno potrebbe non esserci storia per gli altri. Ma anche alla Sanremo pensavamo andasse così e la realtà fu ben diversa.

I FAVORITI DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ van Aert
⭐⭐⭐⭐ van der Poel, Alaphilippe
⭐⭐⭐ van Baarle, Asgreen, Stuyven
⭐⭐ Kristoff, Sénéchal, Lampaert, Küng, Van Avermaet, Trentin, O.Naesen
⭐Politt, Turgis, Laporte, Wellens, Degenkolb, Nizzolo, Colbrelli, Matthews, Pidcock, Pedersen, Kragh Andersen, Benoot, Bettiol, Barguil, Livyns, D.Van Poppel, Vanmarcke, Madouas

Foto: Nico Vereecken / PN / BettiniPhoto © 2020


La verità di van Aert, gli inganni del Nord

La Gand-Wevelgem è una corsa che tesse inganni. Sono poco più di ventotto i chilometri da Ypres a Wevelgem, il percorso, invece, si snoda in un budello attorcigliato che somiglia a una litania dolente. Scherpenberg, Vidaigneberg, Baneberg, Monteberg, Kemmelberg e si torna a ripetere ogni muro, senza logica e senza ordine.

Il vento oggi è un dinamitardo impazzito che imperversa da destra a sinistra, da sinistra a destra. I ventagli sono l'unica possibilità per non esserne respinti, assecondare la rabbia dell'aria, le sue sberle, per restare attaccato alla ruota che hai davanti e che sembra sempre più distante. Chi perde un metro non lo recupera più. Così il gruppo si disperde in tanti rivoli, ferito irrimediabilmente, smembrato.

Mancano ancora cento chilometri all'arrivo e davanti sono solo venti uomini a giocarsela senza ritegno. Tra di loro Wout van Aert, Matteo Trentin, Michael Matthews, Stephan Küng, Sam Bennett, Sonny Colbrelli e Giacomo Nizzolo. Procedono veloci, appaiati, quasi raggruppati, si scrutano, si controllano mentre la sabbia alzata dal vento sembra risucchiata dal cielo e le pietre stortano le bici e le bocche che in certi istanti sembrano deformarsi, il ghigno della fatica. Dietro gli inseguitori cadono nella ragnatela della menzogna del tempo, di quel minuto di distacco che sembra poco e invece è troppo: così Štybar prova a rientrare con Ballerini, così Van Avermaet e Arnaud Démare sgasano a vuoto, illudendosi ed illudendo.

Wout van Aert è un attore alla prova generale al secondo passaggio sul Kemmelberg. Chissà cosa avranno pensato quelli che gli erano a ruota, mentre il respiro faticava a salire. Chissà cosa avrà pensato Bennett ad ogni curva, ad ogni discesa, ad ogni strappo, mentre il suo stomaco sembrava ribaltarsi per gettare fuori qualcosa di indigesto. In certi momenti la verità non è ammessa, bisogna fingere e far credere agli altri che è meglio che ti temano perché in volata sei più veloce. Anche la paura può spezzare le gambe, in questo spera Sam Bennett.

Sarà un nuovo attacco di van Aert sul Kemmelberg a lacerare ogni finzione. Bennett resta in coda, perde dieci, quindici metri. La nausea si trasforma in conato di vomito, sembra una liberazione, nonostante il tremore e la debolezza. È questa la forza che gli permette di tornare in testa a tirare, come se niente fosse successo. Sta mentendo l'atleta Quick Step ma il corpo non lo inganni, le viscere sentono tutto. Sembra una Pietà quando si sfila, testa bassa, poi alta, poi di lato, sudore freddo e gambe ferme. A raccattare ossigeno chissà dove per non fermarsi e buttarsi a terra.

Ci si avvicina sempre più a Wevelgem. Van Aert parla con il compagno Van Hooydonck: a tutta, andatura alta per scongiurare attacchi. Chi prova, rimbalza. Lo sa bene Küng che è l'enigma dell'impotenza quando prova ad allungare all'ultimo chilometro come quando parte lungo, troppo lungo, ai quattrocentocinquanta metri dalla linea bianca del traguardo.

Non c'è più tempo per aspettare, le gambe scalpitano nervose. Van Aert lancia la volata a centro strada e non c'è più storia che tenga. Sembra tutto facile anche se facile non è, dopo duecentocinquanta chilometri. Nizzolo e Trentin partono dal fondo, quasi sollevano la bicicletta dai colpi che danno sui pedali, rimontano tutti, non lui che fa corsa a parte. Lui che ringrazierà il compagno di squadra, che dirà che è stata dura, durissima, perché, quando si è solo venti in gruppo, quel vento contrario devi affrontarlo a viso aperto a costo di sembrare incosciente. E poi quel «sono felice», che spesso non si ammette, che si ritiene scontato, ed invece oggi sì, come una liberazione dalla fatica. Perché la fatica rende tutto tremendamente vero, nel senso di onesto, spietato, anche crudele, se volete. Come una bicicletta, come un uomo.Foto: Vincent Kalut/PN/BettiniPhoto©2021


Asgreen trova le risposte giuste

Che cos'è una corsa ciclistica se non un tentativo gagliardo a volte, masochista spesso, di cercare se stessi e poi trovarsi? Un limite spinto più in là, un elogio della bellezza, un'elegia della fatica. Bellezza, limiti, fatica: tre parole che spiegano bene la giornata di Asgreen. Partito gagliardamente a poco più di sessanta chilometri dall'arrivo, ripreso nel dolore (suo e nostro che a un certo punto imploravamo pietà) quando ne mancavano dodici e dopo che gli inseguitori lo hanno avuto a tiro per un'ora, un'ora e mezza.
Ripartito per ritrovarsi quando ne mancavano quattro e poi rivisto e ritrovato all'arrivo, in quella maglia rossa di campione di Danimarca, indubbiamente tra le più belle in gruppo.

E bisognerebbe poi fermarsi un attimo e lanciarsi in un atto di esaltazione del collettivo (Deceuninck) Quick Step, oggi ai massimi termini. Perfetti in ogni frangente di corsa, straripanti. Visione di gioco totale dello schema di gara: mosse semplici quanto efficaci. Ho il collettivo migliore? Tutti muovono nella stessa direzione? Non ci sono van der Poel e van Aert che tengano, allora. Almeno non oggi, quando l'olandese è, a tratti, apparso incerto sul da farsi e in soggezione per la spietata superiorità numerica in blu e quando il belga, invece, dopo aver affrontato la fase finale di corsa tutta in testa, all'improvviso si è spento. Sono (splendidi) umani pure loro: questa è una delle storie più interessanti di oggi. Il ciclismo è anche uno sport di squadra, una lezione importante.

Ma vediamo la migliore formazione in campo oggi. Deceuninck Quick Step era il soggetto: se Asgreen è una splendida punta (e una superba locomotiva), Štybar e Senechal – e a tratti Lampaert – sono stopper d'altri tempi, di quelli che si attaccano alle caviglie e non ti mollano. Mentre Ballerini è specchio per le allodole – e fa gola ai bookmakers – e da Van Lerberghe e dal solito amabile Declercq parte la costruzione dal basso.

E che cosa è stata la corsa di oggi? Ci siamo fermati un po' a riflettere: le ultime due ore da farsi venire un colpo. Duecento chilometri in Belgio e al via (quasi) tutti "i meglio fichi del bigoncio mondiale".  O almeno in questo modo li chiamerebbe uno che una volta definì così Van Steenbergen, Coppi, Koblet e Bobet all'inseguimento di Forestier e Scodellier nella Roubaix del 1955. Ma non divaghiamo.

Che cos'è l'E3 Harelbeke, quindi? Così giovane rispetto ad altre corse del Nord ma ormai ambita pietra miliare. Aizza polemiche con locandine il più delle volte da velo pietoso. Cambia nome ad ogni cambio di sponsor come una franchigia del basket. Prima Harelbeke-Anversa-Harelbeke, poi E3 Prijs Vlaanderen, E3 Harelbeke (come ci piace chiamarla ormai: E3 come l'autostrada che si incrocia ai -9 dall'arrivo), poi E3 BinckBank Classic, e poi, infine oggi, E3 Saxo Bank Classic. Qui dove un certo Boonen ha vinto cinque volte e un certo Merckx mai. Dove i belgi, di casa, negli ultimi anni si sono sentiti fuor d'acqua: se è vero che, a scorrere l'albo d'oro, negli ultimi dodici anni hanno messo la bandierina solo due volte.

Qui si danno appuntamento per la prima volta sulle pietre nel 2021 van der Poel e van Aert – mancava Alaphilippe – costretti dalle vicissitudini di corsa persino a fare squadra. E vederli cercarsi con lo sguardo nel finale è stato quasi tenero, lo ammettiamo.
Una corsa dove alla vigilia i corridori della Vini Zabù (unica squadra italiana alla partenza – nessun corridore della squadra di Scinto classificato all'arrivo) si dilettano in un simpatico siparietto, che vi consigliamo di cercare in rete, sulla loro conoscenza dei muri che avrebbero affrontato in gara - spunta persino uno Scintoberg.

Quei muri, così difficili da mandare a memoria che ti serve una guida alla corsa sempre sotto gli occhi per identificare il Taienberg, il Kanarieberg o il tratto chiamato Karnemelkbeekstraat, che vuol dire semplicemente “la strada del burro fuso“. Muri così difficili non solo da memorizzare per noi e da scalare per loro, ma anche da ripetere ad alta voce con il rischio che ti allappi la lingua e ti si secchi la gola.
Che cosa sono dunque tutti quei muri sparsi mica regolarmente per i duecento chilometri di corsa, ma infilati come il ritmo improvviso di una canzone freak-noise? E così via a farci domande su domande.

E le risposte non si fanno attendere. Arrivano da prima del via: fuori la Bora e con loro Politt, qualche chance la nutriva pure lui: Walls è positivo, la squadra resta al palo. Le risposte le troviamo subito alla partenza: vento forte e nuvole minacciose (che rimarranno tali – un velato monito) tra corridori che sbadigliano dalla tensione e un van der Poel che si maschera dietro una bieca indifferenza.

Le risposte le dà subito il gruppetto in fuga, vecchie glorie (Terpstra e Greipel) giovani rampanti con la scorza dura tra cui Jonathan Milan: se qualcuno non se lo fosse ancora segnato il suo nome, si appresti a farlo, in una giornata magrissima di gioie per i colori italiani (un periodo per la verità che dura da diverse settimane), lui splende (l'è un gran Milan verrebbe da dire, scusate non abbiamo resistito) e in futuro (magari già a Tokyo su pista) splenderà. E poi Haller, fra i meno timorosi davanti, che nonostante la fuga da lontano sarà protagonista con un decimo posto finale, eccetera.

E poi ci sarebbe ancora da dire molto, ma la facciamo breve: Simmons che attacca da solo a ottantaquattro chilometri dall'arrivo perché anche lui ha coraggio da vendere e fa sorridere pensare che quando doveva ancora compiere cinque anni, Greipel, oggi in fuga, correva la sua prima E3. Ci sarebbe da dire dell'attacco concertato dai Quick Step sul Taaienberg, detto Boonenberg un tempo, come ci fosse ancora il campione belga. E poi l'attacco di Asgreen a sessantasei dall'arrivo, van der Poel e van Aert che vanno d'amore e d'accordo, ma non serve a nulla, Van Avermaet che fa ostruzionismo e non si capisce ancora dopo tanti anni come voglia correre, e poi gli italiani che scompaiono, Van Baarle che appare, la Quick Step che spaia e vince. Domande tante e le risposte giuste le trova Asgreen, mentre il suo compagno di squadra Sénéchal è secondo a completare la giornata perfetta, van der Poel terzo e van Aert, cotto a puntino nel finale, undicesimo.

Foto: Nico Vereecken/PN/BettiniPhoto©2021