Pantani, il poligono e la storia di un'amicizia

Sono tutti sul Peyresourde per vedere passare Alaphilippe. «Non lo avevamo mai visto salire in montagna, solo in pianura e quindi ne abbiamo approfittato» racconta una tifosa a un giornalista de L'Equipe. D'altra parte Alaphilippe smuove la passione, riempe le cronache, colora i racconti, e il ciclismo colpisce in maniera viscerale da quelle parti. A maggior ragione in una tappa di salita al Tour c'è sempre una festa enorme – pure di questi tempi.
Le notizie arrivano in fretta in cima alla montagna, grazie a tablet e telefonini. Non c'è bisogno di affidarsi alla radio o alla fantasia o nemmeno di fermare gendarmi o molestare ammiraglie e massaggiatori: nessuna strana fuga di notizie o resoconti frammentari e lasciati a metà. Lungo le astiose rampe della vetta pirenaica a passare per primo è Nans Peters e lo si può vedere con i propri occhi. Nel gruppo dietro, invece, Alaphilippe arranca. Si era messo in testa di riprendersi la maglia gialla finisce per guardare in faccia la dura realtà che al momento è un sussurro che lo porta lontano dalla classifica.
E così l'interesse è un abbaglio per chi in gruppo è chiamato “il pinguino”. Nans, come “Nans le Berger”, Nans il pastore, una serie televisiva francese in voga negli anni '70. Pinguino si diceva, ma non c'entra nulla con il personaggio dei fumetti, bizzarro antagonista di Batman, ma piuttosto è per quel viso tagliato, gli occhi grandi e il naso aquilino. In bici forse non è il più bello da vedere, nella storia del ciclismo non sarà mai il più vincente, ma da casa – non solo sulle vette alpine – vale la pena tifarlo, magari indossando persino la divisa dell'AG2R.

Emilien Jacquelin è quel tifoso in divisa. Più di un tifoso, è amico di Nans Peters e i loro destini si tendono a incrociare di continuo. Si conoscono sin da bambini quando i due correvano assieme in bicicletta, amici e rivali, al tempo dei cadetti. «Io sono sempre stato più veloce» racconta Peters dopo essere andato a tifare per Jacquelin a Le Grand-Bornand, Coppa del Mondo di biathlon, «Ma ora stiamo progredendo assieme».
Oggi, mentre Peters corre ancora in bici, Jacquelin è biathleta di successo. In Francia raccoglie la pesante eredità di uno dei più grandi di sempre: Martin Fourcade. Jacquelin lo scorso inverno ad Anterselva conquistò la medaglia d'oro nell'inseguimento davanti a Johannes Boe (quando si parla dei più grandi di quello sport...) nello stesso stadio dove Nans Peters, nel mese di maggio, conquistava una tappa del Giro d'Italia staccando di ruota gente come Formolo e Jungels. Peters in inverno pratica sci di fondo – il suo primo sport – e lo fa con risultati nemmeno da buttare via partecipando anche ad alcune competizioni: un cerchio tra due ruote e sport invernali che è in continuo movimento.

Emilien Jacquelin da ragazzo pedalava, andava forte e lo faceva per infatuazione. «Conosce a memoria il Tour del 1998, quella VHS l'ha consumata a furia di vederla e rivederla», racconta suo fratello. E Jacquelin, difatti, quando scatta in salita con gli sci stretti ai piedi – dove sennò! - racconta di ispirarsi al volo di Pantani sulle strade di quel Tour de France. «Quando sono in salita penso a Pantani, alle sue fughe, ai suoi attacchi». Voleva essere come lui, e diventare un ciclista professionista, come ci provò prima di lui suo nonno, senza fortuna, che a sua volta ereditò la passione da suo padre, pistard. Jacquelin sostiene, però, come fosse proprio la bicicletta a non volere lui. «Ogni volta che mi selezionavano per una corsa o per un club, mi ammalavo».
E mentre Peters tagliava con aria infida l'ombra della folla accalcata lungo la salita, tenendo a bada il tartaro Zakarin - dopo averlo visto persino “scendere come una capra lungo la discesa”, Jacquelin si ricordava di quando sul Peyresourde “montagna povera e rattoppata di verde“, Pantani attaccò. Fu una tappa in cui si cadeva e ci si ritirava, e disputata con una trentina di gradi in meno rispetto ai giorni precedenti. Fu solo un primo colpo al grande bersaglio – Ulrich e la maglia gialla - che lo scalatore romagnolo avrebbe inflitto in quelle settimane.

Adora Pinot, Jacquelin, e spesso in corsa un po' lo rassomiglia: raffinato a volte forse un po' bizzoso come lo definisce Vincent Vittoz, ex stella del fondo francese e ora tecnico della squadra nazionale di biathlon. Estroverso come tutti gli artisti, Jacquelin è capace di picchi altissimi e discese vorticose e forse per questo mentalmente non potrà mai essere Martin Fourcade, ma più vicino a Marco Pantani – mica poco.
E invece che un poligono, potrebbe esserci una salita in bicicletta lungo il cammino, oppure viceversa, dipende da che lato volete leggere questa storia, se dal punto di vista del biathleta o da quello del corridore. E intanto lui, fiero di indossare la maglia della squadra del suo amico, ridacchia vedendolo esultante e incredulo al traguardo, e quando può gli resta vicino.

Foto: Bettini


Per noi stessi

Domenica, dopo aver conquistato il campionato Italiano, Giacomo Nizzolo si è accomodato nella mixed zone per le interviste. Una delle prime domande dei cronisti, probabilmente se la aspettava. «A chi dedichi questa vittoria?» gli hanno chiesto. Tutti rispondono parlando di famiglia, di amici, di tifosi. Lui ci ha pensato qualche secondo e poi ha esordito con: «Non vorrei sembrare egoista, davvero. Indubbiamente la dedico alla mia famiglia e a tutte le persone che mi sono vicine e che mi sono sempre state vicine ma la dedico anche a me stesso. Per quanto ho saputo soffrire in questi anni, per quanto ho saputo insistere, per non aver mai mollato ed essere qui”. Non è facile dedicarsi qualcosa in questa vita. Soprattutto non è facile dedicarsi qualcosa e avere il coraggio di dirlo forte e chiaro: “Questa è per me. Solo per me. Per quello che sono». Eppure ogni tanto bisogna farlo. Di più. Ci sono circostanze della vita in cui, volersi bene e dedicarsi i propri successi, è un dovere. Per restare a galla. Perché il nostro corpo e la nostra mente danno segnali, ci fanno capire quando qualcosa ci sta facendo male, quando hanno sofferto per troppo e hanno bisogno di liberarsi, quando hanno bisogno che venga riconosciuta la loro tenacia. Insomma, quando dovremmo essere noi stessi a darci una pacca sulla spalla e a portarci in salvo. Giacomo Nizzolo lo ha fatto: si è riconosciuto i meriti che ha, senza superbia alcuna ma con consapevolezza. È come se si fosse detto: «Vali Giacomo, ricordati che vali». Dovremmo farlo tutti ogni tanto.

Due colpi di reni, uno al campionato Italiano e uno all’Europeo, per buttar fuori quella rabbia, quel dispiacere, per due anni di difficoltà lasciati alle spalle. Due vittorie, prima campione d’Italia, poi campione d’Europa. Riccardo Magrini racconta che Nizzolo gli ha confidato che, in fondo, gli dispiace non poter indossare la maglia tricolore. Ci teneva, ci teneva tanto. Invece indosserà quella di campione europeo perché nella gerarchia delle casacche è più importante. È grato. Oggi più che mai, infatti, tornano quelle parole che ci disse qualche mese fa: «Sai, sono stato bravo ma anche fortunato. Mi piace dire le cose come stanno. Volevo diventare un velocista e sono nato con le caratteristiche giuste per esserlo ad ottimi livelli. Da bambino vedevo i colpi di fioretto tra Mario Cipollini e Ivan Quaranta e pensavo che mi sarebbe piaciuto somigliare a loro. Al primo per forza e costanza, al secondo per l’estro che dimostrava ogni volta che batteva il primo». Gli hanno sempre detto che le volate sono cambiate e forse è anche vero ma non nel senso in cui lo intendono certi. Il livello si è alzato, per questo ci sono più nomi fra i favoriti. Nizzolo non è mai stato spaventato da ciò. Nizzolo cercava come l’aria la possibilità di tornare dove era stato, con orgoglio e dignità, prima delle problematiche e dell’infortunio. Come chi non ama le scuse, come chi non crede al destino scritto da altri ma bensì alla possibilità di scriverlo da soli.

E per questo serve tanto coraggio. Perché, quando ti fai autore di te stesso, l’errore è dietro l’angolo. Poi ci sono le voci: se avessi aspettato, se avessi fatto così, se avessi evitato quello, se fossi stato più attento, più bravo. Ovviamente tutte cose dette da chi, della tua vita, non sa assolutamente nulla. Tutte frasi che dietro il sembiante del consiglio, nascondono una certa superbia. Ovviamente a fatti avvenuti: «Se uno potesse sapere cosa gli riserverà la sorte, sarebbe un bel vivere, non credete? Tocca prendere quello che viene e regolarsi di conseguenza. Può darsi che in alcuni frangenti abbia anticipato fin troppo il rientro, ma finché uno non rientra alle corse come fa ad accorgersene?». Perché ancora prima dell’attenzione alle frasi da dire, per portarsi in salvo serve attenzione alle frasi da ascoltare e da ricordare. Perché devi farti del bene, devi volerti bene, per tornare dove la natura ti ha concesso di poter essere. Qualcuno diceva che le qualità che possediamo sono un dono che riceviamo dalla natura, l’uso che ne facciamo sono il nostro modo di ricambiare il dono. È necessario fare sempre il massimo, non buttarsi via e riconoscersi errori e meriti con onestà e gentilezza. Il colpo di reni che ci serve, nelle gare e nelle vita, arriverà proprio da lì.

Foto: Bettini


Cinquanta metri prima

Il libro preferito di Elisa Balsamo è “Novecento” di Alessandro Baricco. Se le si chiede il perché, la risposta va a pescare nel suo presente ma anche, e forse soprattutto, nel suo passato. Elisa dice che quel libro le piace “perché è ironico e triste allo stesso tempo: al protagonista manca il coraggio di fare ciò che vorrebbe. È un monito: nella vita quel coraggio bisogna trovarlo. Non è solo importante, è fondamentale”. Lei ammette che diverse insicurezze tormentano il suo carattere. Così sente il bisogno di avere qualcuno al suo fianco che la sproni, qualcuno che creda in lei, qualcuno che le dica “ce la puoi fare”. Elisa Balsamo non la scopriamo certo oggi, è un’atleta di primo rango. Non le manca niente. E allora perché dirlo? Perché ripeterlo? Perché le cose ovvie non lo sono mai del tutto. Perché qualcuno che ti ripeta certe parole, fa sempre bene. Non importa se sono parole che hai già sentito tante volte. Non importa se, in fondo, lo sai anche tu. Certe cose hai bisogno di sentirtele dire. Chi tiene a te, ha questo dovere. Dirtele. Nel suo caso, oltre alla sua famiglia, a ripeterle quelle parole c’è il suo preparatore Davide Arzeni.

Oggi, Chiara Consonni era con le braccia levate al cielo a cinquanta metri dal traguardo. Non in testa al gruppo, in decima posizione. Davanti c’era Elisa. Quante cose possono succedere in cinquanta metri in volata? Tante, forse troppe. Quando abbiamo visto Chiara alzare le braccia al cielo quando il traguardo non era ancora tagliato, abbiamo pensato a quando Elisa Balsamo ci ha detto: «Senza le mie compagne di squadra non sarei la stessa. Non sarei qui, senza di loro». Chiara Consonni se lo sentiva, è questo il bello. Quando sai qualcosa, quando la tua conoscenza deriva dall’intelletto, puoi fallire, puoi sbagliare, puoi confonderti. Quando lo senti, no. Quando lo senti, lo hai dentro. Non sai da dove arrivi, non sai se è un qualcosa che ti appartiene oppure qualcosa di assolutamente estraneo a te, che coincide con la tua persona per particolari circostanze. Ma sai che è così. Come avesse detto: “Non ti riprende più nessuno, sei troppo forte. Hai vinto! Guarda che volata sai fare. Ma la vedi? Ma ti vedi? Sei uno spettacolo. Sei campionessa europea”. Proprio così. Prima che la realtà confermasse la sensazione.

La volata è una questione di velocità ma anche di pazienza. Nella vita quotidiana, duecento metri sono poco o nulla. In una volata, partire duecento metri prima o duecento metri dopo, cambia tutto. Anche se la voglia è tanta devi aspettare, devi stare tranquilla. Lei ha imparato ad aspettare sin da bambina. In un negozio aveva visto una bellissima bicicletta Colnago: «Me la fecero provare ma era troppo grande. Tornai a casa delusa ma non volevo rinunciarci. Tornavo lì ogni giorno e la riprovavo. Il giorno in cui i piedi riuscirono a toccare i pedali ero felicissima». Stasera, Elisa rivedrà quella volata e ripenserà a tutti gli attimi di attesa. A quanto l’attesa sia bella perché dopo sei ancora più felice. Alla fortuna di avere imparato quella lezione sin da bambina. Poi rivedrà Chiara a braccia alzate ai cinquanta dal traguardo e penserà a quanto queste ragazze credano in lei. A quanto sia bella questa fiducia, a quanto faccia sentire protetti. Tanto protetti da gettarsi al vento senza alcun dubbio. Un piccolo miracolo. Un miracolo a cui credere perché si verifica spesso a patto di avere il coraggio di fidarsi e di affidarsi. Poi le cose belle succedono. Non abbiate paura.

Foto: Bettini


Giacomo Nizzolo, ovvero non spegnersi

Raccontano che Daniel Oss, essendo l’unico corridore della Bora Hansgrohe, in corsa oggi a Cittadella, e non potendo quindi avere un adeguato supporto dalla squadra, nei giorni scorsi abbia chiesto alla fidanzata di aiutarlo nei rifornimenti. Lo ha fatto portandola in cima a La Rosina e spiegandole come passare la borraccia. Potrebbe sembrare storia di tanti anni fa, di un’Italia rurale, di vecchi quartieri sparsi, invece no. Sopra La Rosina, del resto, tante storie si incrociano, alcune restano qui, altre vanno altrove ma mai del tutto. Qualcosa resta nel ristorante, qualcosa nella chiesa. Qualcosa anche negli intenti. Sì, perché La Rosina è uno di quei luoghi che devi volere.

Lo racconta Alessandro Ballan che partiva da Castelfranco Veneto e veniva qui per allenarsi. È una fisarmonica che si apre e si chiude. Anche la luce è particolare. Qualcosa di morbido, di dolce. Qualcosa che ricorda la luce tenera che filtra dalle finestre nel tardo pomeriggio d’autunno. Anche se oggi è ancora estate. Deve essere rimasto qualche rimasuglio di vecchie stagioni qui. Magari fra i prati de La Rosina. Magari negli occhi di chi guarda. Ma non è un problema, non oggi. Non c’è nostalgia, non c’è malinconia. Ci sono sprazzi di passato a cui appoggiarsi, come le tende con vivande e qualche bicchiere di vino rosso, ma muri di futuro da cui saltare. Come quelle piccole costruzioni fatte di sassi, così instabili che sembrerebbero crollare al solo respiro ed invece restano lì.

Samuele Battistella salta proprio da uno di questi muri appena vede uno striscione legato lì. Gli hanno scritto che è tutto impossibile finché non viene fatto, lui nel dubbio prova a fare. Battistella sa che il problema non sono le porte aperte o chiuse. Ci sono porte spalancate che non varchi mai perché qualcuno ti sussurra che forse non ci passi, altri che “dopo fa male”, talvolta semplicemente perché da una porta simile, che sembrava aperta, hai preso un brutto colpo e ora temi anche il vuoto. Quello che Damiano Caruso augura ai giovani. Di non avere paura, di non averne troppa, di essere felici. Perché altrimenti ci si spegne e quando si è troppo spenti si teme la luce. Di più si inizia a detestarla. Non è più luce, è fuoco. Ed il fuoco attacca sul secco. Forse è per questo che Davide Rebellin, quarantanove anni suonati, è ancora qui. Fosse altrove, avrebbe paura di spegnersi.

Così quel ragazzino, che sulle spalle del padre, tiene un cartello. “Viva la Rai”, c’è scritto. Sembra un vecchio ritornello. Per lui spegnersi è non poter guardare. Oggi c’è papà che lo tiene in alto. Senza di lui, dalle transenne, non riuscirebbe a vedere. Fausto Masnada è un esempio concreto. I suoi primi giorni in Deceuninck-Quick Step li usa per andare davanti, per andare all’attacco. In CCC ha temuto. Ora è in un porto nuovo, tutti sanno quanto vale, lui sa qualcosa in più. Per quanto puoi valere se non rilanci, se non continui a sentirti, almeno un poco, incompleto, sei destinato a diventare cosa fredda e spenta. Tutti sanno quanto valgono le enciclopedie, ma, nelle sere che si spengono, cercano libri di storie, di avventure. Restare libri di racconti e non vecchie enciclopedie impolverate (e piene di vanto) potrebbe essere il suo insegnamento.

Giacomo Nizzolo, invece, può spiegare a tutti noi un’altra cosa. Il momento in cui gli uomini si spengono è influenzato dalla società e dalle circostanze ma è deciso solo da loro. Avesse tentennato un attimo in più, avesse avuto un dubbio in più, avesse ripensato a tutte le volte in cui una volata del genere può andare male, non sarebbe dove è ora. Si è concentrato solo sul proprio essere, non su Colbrelli, non su Ballerini. Solo da lui poteva venire una risposta. Da loro, dagli altri, sarebbe venuta una scusa, sin troppo semplice. Ha faticato per due anni, Giacomo, per quel maledetto ginocchio. Ha avuto paura, sicuramente. Forse la ha anche ora, un poco. Sì, perché ora è campione italiano. Lì, sul podio. In quella luce che c’è solo qui. Qui dove non ci si può spegnere.

Foto: Claudio Bergamaschi


Forza, c'è ancora strada

A Bergamo, alla partenza, un cartello recita “rinascerai Bergamo”. Cosa significa rinascere? È possibile? Se sì, per quante volte? Per quanto tempo? Per quante cose che ci accadono? Spesso rinascere significa dare anche solo un segnale. Vorremmo che “Il Lombardia” parlasse di questo. Parlasse di un dovere che ognuno può far proprio. Il dovere di andare avanti nonostante il dolore. Non solo perché la vita ci costringe ma perché lo vogliamo. Il dovere di farlo con rispetto, con cautela, con il ricordo a portata di mano, ma di farlo. Di più. Di farlo proprio per chi non può più e avrebbe tanto voluto. È l’unico modo che ci è concesso. Anche quando tutto è così diverso e transitarci è un pugno nello stomaco. Lo è Bergamo, lo è Como. Lo sono il Colle San Gallo, il Colle Brianza, la Colma di Sormano, il Civiglio o il San Fermo della Battaglia. E tuttavia c’è strada, c’è ancora strada, anche nei luoghi in cui il dolore è stato più cupo, più soffocante. Per questo “il Lombardia”, a Ferragosto, ci fa bene: pur fuori stagione, pur così strano, così diverso. Per questo quel mazzo di fiori ha commosso Norma Gimondi, ricordandole che papà, che solo un anno fa era ancora qui, non c’è più ma ricordandole anche tutto ciò che di lui è restato.

Queste cose volevamo già dirvele stamani poi abbiamo avuto paura, lo confessiamo. Perché le parole sono un conto, i fatti un altro. E vedere la caduta di Remco Evenepoel, lungo la discesa verso il lago di Como, è un fatto che non avremmo mai voluto vedere. Diciamo tutti di voler andare avanti nonostante il dolore ma poi, quando ce lo ritroviamo addosso, non basta più nulla, non bastano le parole. Abbiamo ripreso a scrivere solo quando le voci provenienti da qualche televisore ci hanno dato la speranza che Remco fosse sveglio, vigile, cosciente. Ora siamo più convinti che mai di volervele dire queste cose, perché poi la speranza offre questa forza. Anche la speranza è una piccola rinascita. Come quando, mentre si aspetta una notizia negativa, ne arriva una positiva e le gambe sembrano cedere. Ci si siede, non avendo la forza per camminare, ma si vorrebbe correre. È come scattare. Magari quando non hai più una goccia di energia e non sai nemmeno tu chi te lo fa fare. Nella vita, talvolta, devi farlo. Evenepoel lo farà.

Come lo hanno fatto in corsa Fuglsang, Vlasov e Bennet. A ottanta chilometri orari, anche loro in discesa, rovesciando qualche borraccia nel casco per il caldo. Ciascuno consapevole che ogni singolo metro sarebbe potuto costare tutto ma che bisognava andare, perché la strada era lì e l’unico modo di renderle onore era percorrerla. Con tutti i dubbi e le paure che solo gli umani hanno e i ciclisti, per quanto si voglia dire, sono umani. Solo umani. Per fortuna, diciamo noi. Perché diversamente non avrebbe alcun senso e faremmo altro. Poi le energie sono tornate, a Fuglsang come a noi. Così ha lasciato lì Bennet proprio quando sembrava dovesse accadere il contrario. Probabilmente fingeva. O forse no. Forse non ne aveva davvero più e ha ripescato le pedalate da chissà dove. Perché c’era ancora strada. Perché c’è ancora strada.

Forza.

Foto: Il Lombardia, Facebook


Di Wout van Aert e di tutti noi

Quest’anno la Milano-Sanremo è di tutti coloro che hanno paura, tanta, ma anche un poco di coraggio. Di tutti coloro che temono i cambiamenti e passano notti insonni, attendendo una mattina che non arriva. Ma poi li accolgono, perché l’esistenza cambia e non saranno le nostre futili resistenze a impedirglielo. Di chi alzandosi dal letto ha il coraggio di lavarsi la faccia e andare in cucina a far colazione. In certi giorni sembra davvero impossibile. Delle tante persone a cui continuiamo a dire che anche per loro, un domani, la vita cambierà e non ci credono perché per loro è sempre stata così. È di chi sa che, in fondo, la bellezza è nelle sensazioni, nei ricordi, nell’immaginazione, nell’immedesimazione e nelle parole che usiamo per raccontare. Di chi sa che, se si vuole, un briciolo di bellezza la si trova quasi ovunque e serve per farci coraggio. Di chi aspetta un ritorno o una partenza e ha un pezzo mancante.

È di chi l’ha sempre vista in strada e oggi si è dovuto sedere sul divano, davanti al televisore, e, visto che si sentiva infelice, ha aperto la finestra e ha creduto di sentire il fruscio del gruppo che scorre. Di chi si è sentito escluso dal cambio di percorso. Di chi non ha mai potuto andare a vederla e oggi l’ha vista dalla finestra di casa e non sa ancora spiegare cosa sia successo. Di quei bambini che sono corsi giù dal letto, come fosse la notte di Natale, chiedendo ai genitori quanto mancasse al passaggio e quando hanno saputo che non potevano stare in strada hanno preso le loro biciclette e si sono inventati una volata nel cortile. E la telecronaca l’hanno immaginata. Degli infermieri che hanno accompagnato qualche anziano nella sala dell’ospedale e hanno cambiato canale “per vedere la corsa”. Dei nonni che l’hanno vista con i nipoti in braccio. È di chi è scattato al chilometro zero, perché delle cose bisogna aver voglia. E quando si ha voglia di qualcosa, le si corre incontro. Ovunque sia.

La Milano Sanremo 2020 è di Wout Van Aert che l’ha vinta sul traguardo, al cardiopalma. Di questo ragazzo che riassume forse tutte le sfaccettature raccontate. È dei genitori di Wout che non ci vogliono credere ma è vero. È tutto vero. È di Via Roma e del silenzio che c’è oggi vicino al mare. È di Matteo Trentin che è caduto e si è dovuto ritirare e un ciclista non si ritira mai se ha anche solo un barlume di speranza. È di Ciccone, di Conci, di Mosca e anche di Vincenzo Nibali perché ci hanno provato. È di tutti quelli che si sentono figli, fratelli, sorelle e vecchi zii di questa corsa. Tanto è il bene che le vogliono. È di chi ha già iniziato il conto alla rovescia per la Milano-Sanremo del prossimo anno. Perché non vede l’ora di tornare lì. Lì dove il cuore batte ed il mare sussurra.

Foto: Bettini


La Milano-Sanremo è

La Milano-Sanremo è un salto nel buio. È indecifrabile, un omissis, un vorrei-ma-non-posso a turno per velocisti, scalatori, cacciatori di classiche, fuggitivi. «Io ci provo sempre, perché per la legge dei grandi numeri», ci racconta Mirco Maestri, «prima o poi quella fuga arriverà».
La Milano-Sanremo è una corsa lunga, snervante, è limare, stare coperti. Si assopisce per diverse ore e «diventa folle per i venti minuti finali». Parole di Matthew Goss, vincitore nel 2011.
La Milano-Sanremo è un film di Takashi Miike: ti inebria, ti terrorizza, ti confonde, ti annoia, poi ti inchioda lasciandoti con sudori freddi e la bocca asciutta.

È stata l'ultima corsa raccontata da Mario Fossati: “Claudio Chiappucci ha vinto e io sono contento di staccare, dopo quarantasei anni, dal ciclismo e dalla classicissima, la Sanremo appunto, portandomi appresso il suo nome lievemente clownesco”, scrisse nel 1991. L'edizione di quest'anno si sarebbe dovuta correre il 22 marzo e invece in quei giorni, quasi come un dovere o una colpa, ci lasciò Gianni Mura.
Annullata, slittata, in sospeso, messa in dubbio, poi ricreata da capo e senza capi, la Milano-Sanremo di oggi è inedita. Forse sarà più bella? Chissà. Di sicuro sarà ancora più difficile da comprendere. Doveva essere a marzo invece è ad agosto; doveva essere il Mondiale di Primavera e invece arriva in piena estate. Ha visto la neve, vedrà il caldo; è stata fedele alla costa, oggi si ubriacherà in mezzo alle colline piemontesi.

Sembra banale, come il Poggio inserito nel 1960, l'anno della morte di Fausto Coppi, ma non lo è. “È una corsa per velocisti”, lo trovi scritto ovunque, lo ripete persino un vecchio suiveur seduto ad aspettare il passaggio del gruppo a bordo strada. Eppure, chi ha fantasia scardina le difese - aggiunge. Per qualcuno è un inutile orpello, tuttavia c'è chi ne ha fatto un cruccio o si è costruito un palmarès solo vincendola.
Sarà banco di prova per Nibali, riscatto per Sagan o Alaphilippe; sarà un mezzo per raggiungere la leggenda per Gilbert, rivincita per van der Poel, spasmodica ricerca della conferma per la tenacia di van Aert. Per molti – tutti, noi compresi - sarà un pensiero da rivolgere a Fabio Jakobsen.

È goduria per chi la corre, dal primo all'ultimo, così lunga ed evocativa, o per chi aspetta solo di viverla all'attacco come fa Mirco Maestri, in fuga per quattro anni consecutivi tra il 2016 e il 2019 e oggi costretto a guardarla sul divano per un incidente in allenamento. «Correrla è sempre stato il mio obiettivo. Volevo partecipare una volta nella mia vita e invece mi sono ritrovato a farla quattro volte e per tutte le quattro volte sono stato in fuga». Quasi come una sorta di riverenza.

La Milano-Sanremo è un sogno che il corridore aveva sin da ragazzino. «E quando mi lancio in fuga è perché mi piacerebbe lasciare il segno, essere da esempio per tutti quelli che ci vedono, dare quella spinta e quel coraggio che a volte viene a mancare soprattutto nelle categorie giovanili: mollare mai». Saggio lo è, calmo proprio non sa stare.
La Milano-Sanremo di oggi per noi e per Maestri sarà la stessa sofferenza: divano e tv. Ma questo, meglio non ripeterglielo di nuovo. «Non voglio pensarci: sarà dura, soffrirò a guardare gli altri correrla» ci racconta quasi febbrile. Mollare mai e sempre al vento, però. Ce lo insegni tu, Mirco.

Foto: Bettini


Luoghi sacri: il Poggio

Il Poggio è luminoso. Ci si arriva dopo aver scollinato la Cipressa, dolce salita che si arrampica transitando per il comune di Costarainera, nella provincia di Imperia. Dalla discesa all'imbocco del Poggio c'è un lungo tratto pianeggiante a tratti esposto al mare e al vento che scongiura gli attacchi, ammazza le velleità degli attaccanti, siano essi solitari o in gruppetto, e permette alle squadre dei favoriti di riorganizzarsi.

Il Poggio lo imbocchi a una velocità supersonica. I colori sono accesi, le gambe dei corridori provano a ignorare i quasi trecento chilometri percorsi, la carreggiata è larga quanto basta, la distanza dal traguardo di Sanremo misura poco più di diecimila metri. Ti lasci la via Aurelia e Arma di Taggia alle spalle e alla sinistra il Mar Ligure che ti osserva con il suo blu e il suo Santuario dei Cetacei; dopo qualche centinaia di metri di salita trovi invece il Santuario di Nostra Signora della Guardia, luogo simbolo di questa zona e tanto caro ai marinai che lasciavano doni chiedendo protezione per i loro viaggi affinché la Madonna scongiurasse un mare in tempesta o un attacco di pirati. La strada qui spiana dopo aver percorso a tutta i primi tornanti del Poggio e le gambe sono già a pezzi.

Se ti affacci verso sinistra il mar ligure è uno specchio che ti acceca e in fondo, in mezzo alle case, vedi Sanremo.
Gli ultimi dieci chilometri di questa corsa, una volta imboccata la salita - che a farla normalmente sembra essere poco più di un cavalcavia - sono un mare in tempesta. La rampa con vista Sanremo è fatta apposta per invogliare attacchi. È come un’onda capace di scagliarsi con veemenza contro le rocce e di infrangere le residue energie di molti velocisti.

Il Poggio è uno spartiacque. Divide i buoni dai cattivi, i campioni dai mestieranti. È un neo appena accennato su una pelle perfetta che trasforma la Milano-Sanremo, dopo ore spesso passate a sbadigliare, nel quarto d'ora finale più folle dell'intera stagione ciclistica.

Il Poggio è eccitazione, è uno shaker con dentro sogni, ambizioni, cuore, polmoni, fegato, gambe, sotto una pennellata di azzurro che acuisce i contorni. Sono quasi quattromila metri che spingono verso l'alto, ma non troppo; una decina di curve in totale, quattro tornanti secchi nei quali arrivi a una velocità così elevata che sei costretto a frenare, e rilanciare. È uno zuccherino che potrebbe rimanerti sullo stomaco. Se ti affacci verso destra vedi serre e villette moderne; il mare è esattamente dall'altra parte. In queste zone si continua a coltivare un prezioso vermentino che rinfresca la gola dei suoi abitanti, mentre uliveti e palme stanno via via sparendo per fare spazio alla floricoltura.

Nelle giornate di grazia, dalla cima del Poggio puoi scorgere la Riviera genovese da una parte e quella francese dall'altra, come fossero a tiro. Una volta scollinato oltre alla cabina telefonica, la strada svolta bruscamente a sinistra e si lancia in un cavatappi in discesa formato da ventitré curve e sette tornanti da percorrere a folle velocità e dove si può pensare di resistere al ritorno del gruppo o addirittura dove fare ancora più differenza.

Si racconta che nel 1992 Sean Kelly arrivasse giù dal Poggio così velocemente da toccare con il gomito il muro a ogni tornante come un motociclista ad Assen. Lui ha sempre negato: «Argentin mi staccò sul Poggio, io scollinai poco dietro: si raccontano molte storie su quella discesa, è vero che andavo forte, ma non stavo toccando il muro, era il rumore delle mie ruote sull'asfalto». Raggiunse Argentin a un chilometro dal traguardo e vinse, a quasi 36 anni, l'ultima delle sue nove Monumento.

Non c'è un posto designato dove attaccare sul Poggio, se dal gruppo si fa andatura forte e regolare, si fa fatica ad evadere. Per sorprendere o creare margine devi avere gambe farcite, fortuna, tempismo e volontà d'acciaio. Nel 2018 Nibali si inventò un attacco che oramai è storia, mantenne in discesa quel vantaggio, resistette al ritorno del gruppo con Trentin partito come una pallottola e poi risucchiato, e con il piccolo Caleb Ewan, secondo, che vinse la volata di gruppo appena in tempo per entrare nelle foto celebrative.

L'anno prima ci fu un brutale attacco di Peter Sagan al quale risposero Kwiatkowski e Alaphilippe che si accodarono in discesa. Il polacco beffò poi Sagan sul traguardo. Spesso, a seguito della bagarre, il gruppo arriva in cima sfilacciato e allora la discesa e poi il finale possono premiare i migliori finisseur del gruppo: è il caso di Cancellara che qui vinse nel 2008, dopo aver allungato il gruppo nella picchiata verso il traguardo attaccò a due chilometri dalla fine e vinse. «Guardi la cartina è non sembra difficile, è piatta, poi su e giù, Semplice, no? E invece...»

E invece alla fine arriva il Poggio, dopo quasi trecento chilometri, luminoso come una giornata di fine marzo, inserito nel 1960 per indurire la corsa e diventato simbolo di quello definito il Mondiale di Primavera; luminoso anche quando nel 2013 una bufera di neve investe la corsa e solo a portarla a termine i corridori ne sarebbero andati fieri. Lui resta sempre in alto a osservare, con il suo profilo un po' altezzoso e costellato di giardini in fiore, il traguardo perso in mezzo a quelle case in fondo, nell'abitato di Sanremo.

Foto: Milano-Sanremo/Facebook
Pezzo apparso sul numero 4 di Alvento - aprile 2019.

Una Milano-Sanremo in prima persona

Un ragazzo con la maglia bianca e due strisce rosse - forse bordeaux - orizzontali è partito e ha anticipato il gruppo – suo malgrado diventerà famoso da quel giorno. Io che faccio? Ne approfitto. Dietro Sagan e Kwiatkowski si osservano come un duello a mezzogiorno. Vogliono fare uno scatto brutale come dodici mesi fa: se arrivo al traguardo con loro sono battuto.

C'è anche Alaphilippe che fa paura, ma il suo momento deve ancora venire. Poi ci sono i velocisti, Ewan, Viviani, Démare, Kristoff: sono sempre tanti i favoriti qui. Da quanto un italiano non vince a Sanremo? Dal 2006? Troppo tempo. Io ho appena conquistato il Giro di Lombardia, sono già nella storia, ma così sarebbe ancora meglio. Come dite? L'ultimo a vincere Giro di Lombardia e Milano-Sanremo in fila è stato Sean Kelly? Prendo appunti.

Sono scaltro, sfrutto l'attimo. D'altronde con le mie caratteristiche devo giocare di fantasia. Piombo sulla ruota di... Neilands, ok, lui. Mi acquatto per qualche metro alla sua ruota, poi accelero. È un tratto persino semplice, nessuno se lo aspettava. Neilands stringe i denti, ma non sento più la sua presenza alle mie spalle. Sagan – l'ho scoperto dopo – in gruppo ha un po' giocato. Non si muove, tutti lo marcano. È il faro della corsa si sarebbe detto un tempo quando ero piccolo e seguivo le corse in tv. Con Sagan, poi, succede spesso, o meglio, succedeva il periodo in cui era considerato il più forte. Ora, come ogni cosa, sta un po' passando di moda. Il tempo è un gigante che ci schiaccia.

Scollino. Supero la cabina telefonica; mi metto in assetto da discesa; ho qualche centinaio di metri di vantaggio e tiro fuori la lingua in segno di concentrazione. Schiaccio nervosamente la radiolina per conoscere il vantaggio. Mi butto giù lungo quelle curve. A proposito non sapevo fossero ventitré: chi le ha mai contate? Così come non ho mai avuto tempo di guardare dal Poggio verso la riviera, né ammirare i terrazzi in fiore: dicono siano bellissimi.

Arrivo giù con buon vantaggio ma potrebbe non bastare. Trentin mi insegue – no Matteo, proprio tu. Un italiano non vince qui da troppo tempo – fu Pozzato anticipando, da maestro, la volata. Lo risucchiano, invece. Il gruppo è famelico. Mostro affamato: non mi avrai mai e così sarà. Mi giro, dietro sbandano per prendere la scia e limare l'impossibile. Ho ancora un po' di vantaggio. Decimi su decimi: ormai è fatta. Ormai ce la faccio. Alzo le braccia al cielo. Che goduria: ho vinto la Milano-Sanremo!


Lo sguardo dei ciclisti

Le gocce d’acqua che, cadendo per terra, rimbalzano e rimbombano sulla salita del Montello, spostate dal vento, sono come spilli che trafiggono. Gli ombrelli che si trovano dal lato opposto della strada, quello esposto alle raffiche, incassano le frustate d’aria, si gonfiano da sotto e vengono divelti. È proprio una strana estate. La gente resta lì. Non sono poi così tante persone, è vero. La situazione attuale lo impedisce. Lo sanno. Un ragazzo dice alla sorella (crediamo): «Guarda che stavolta devi gridare anche tu al passaggio. Devono sentirci». Lei ammette di non conoscere nessuno. Probabilmente è lì solo perché lo voleva lui. Succede, no? La risposta è franca: «Tu grida! Fai rumore. Fatti sentire. È imbarazzante questo silenzio». E la ragazza lo ascolta. Appena vede i fuggitivi sbucare dalla semicurva si lancia in un “alé” che toglie un poco di fiato anche a noi. All’arrivo del gruppo batte le mani e incita. Perché, alla fine, quando qualcuno ha bisogno di aiuto, fosse anche solo di una parola, è importante fare qualcosa, senza stare a sofisticare troppo sul cosa. Quella ragazza lo ha capito.
Non è l’unica. Qualche proprietario delle case lungo la salita esce, sotto la stretta pensilina dell’abitazione, ad applaudire. Altri se la sono fatta a piedi e ora si chiedono come scenderanno con questa bufera. Un signore avanti con l’età ci confessa: «Andavo anche io in bicicletta. Mi piaceva. Eccome se mi piaceva. Poi ho avuto qualche problema di salute e sono stato in ospedale. Quando sono tornato a casa, mia moglie aveva regalato la bicicletta a mio figlio perché temeva potessi farmi male. Al compleanno successivo, quando mio figlio mi ha chiesto cosa volessi di regalo, glielo ho detto: “Regalami la mia bicicletta. Per favore». Ci ha fatto tenerezza, simpatia.

Ognuno racconta quel che può e poi prova ad incitare i ciclisti. La salita impone un’andatura lenta e gli atleti hanno modo di sentire le parole degli appassionati. Non solo. Ogni tanto li cercano con gli occhi. Sì, basta una frazione di secondo e guardano negli occhi chi li incita dicendo che ormai è quasi finita. Qualcuno ghigna. Come dicesse: «Ma se siamo solo al primo giro? Cosa vai raccontando?». Il lavoro del ciclista, come scriveva qualcuno, non consente menzogne. Lo sa, lo sa che gli stanno mentendo spudoratamente ma apprezza il tentativo. Sa che chi gli urla così ci crede davvero. Altrimenti non starebbe lì con delle maniche di camicia che a strizzarle sarebbero come appena uscite dalla lavatrice, senza centrifuga.
Sul nostro stesso treno una ragazza sfinita si accovaccia sul sedile, facendosi da cuscino con un sacco di zaini che teneva in spalla. Sul braccio ha diverse scritte. Non riusciamo a leggere bene. Sembra latino. Eccolo: amor vincit omnia. Chissà, forse era anche lei lì, sul Montello. Non la abbiamo vista ma per come è stanca e con i capelli fradici di pioggia potrebbe essere. Magari era davvero lì. E se non fosse così non importa. Perché avrebbe potuto esserci. Perché se per caso leggesse questo racconto, capirebbe al volo ciò che intendiamo. Questo è certo.

Foto: Claudio Bergamaschi