Il questionario cicloproustiano di Mattia De Marchi

Il tratto principale del tuo carattere?
Umiltà.

Qual è la qualità che apprezzi in un uomo?
Umiltà.

Qual è la qualità che apprezzi in una donna?
Deve sorridere.

Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?
La fiducia.

Il tuo peggior difetto?
Delle volte, forse, sono troppo buono, non so se sia realmente un difetto, ma credo che dovrei essere più stronzo. Almeno in qualche occasione.

Il tuo hobby o passatempo preferito?
Andare in bici, pianificare nuovi giri in bici.

Cosa sogni per la tua felicità?
Una bici per tutti, perché rende tutti felici.

Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?
Forse non andare più in bici.

Cosa vorresti essere?
Sono umile, ma anche consapevole di quello che sono e non lo cambierei.

In che paese/nazione vorresti vivere?
Dico sempre che è bello viaggiare, vedere e conoscere posti e culture nuove, ma casa è sempre casa!

Il tuo colore preferito?
Panna off white.

Il tuo animale preferito?
Cane.

Il tuo scrittore preferito?
Mi vergogno un poco, ma anche dal punto di vista dei libri non ho una grande cultura. Credo che il libro che più mi è rimasto in mente sia "Il piccolo principe". Oppure, forse, ora che ci penso, uno dei libri che mi sono piaciuti di più è stato Ebano di Ryszard Kapuściński.

Il tuo film preferito?
Può essere anche un cartone? Il Re Leone, forse perché lo riguardavo ogni volta, quando ero piccolino ed ero a casa ammalato.

Il tuo musicista o gruppo preferito?
Non ho una cultura musicale così ampia, ascolto molto più la radio mentre pedalo.

Il tuo corridore preferito?
Mio cugino perché si è guadagnato con sudore e fatica ogni singola soddisfazione.

Un eroe nella tua vita reale o un'eroina nella vita reale?
Queste due domande le metto insieme: eroe ed eroina, per me, sono mamma e papà, sarà scontato ma sono molto fortunato. Mi hanno sempre lasciato la libertà di scegliere quello che volevo fare senza mettermi alcun paletto.

Il tuo nome preferito?
Achille.

Cosa detesti?
Chi crede abbastanza nella persona che è.

Un personaggio della storia che odi più di tutti?
Tutti i personaggi che, anche nel 2023, pensano di risolvere i problemi con le guerre.

L’impresa storica che ammiri di più?
Non è un’impresa storica, si tratta di una cosa successa nella prima guerra mondiale nelle zone dove pedaliamo molto spesso. Nell’altopiano di Asiago e in uno dei luoghi più affascinanti, il monte Cengio. Lascio scritto qui sotto quello che accadde in quello sperone di montagna:

Il mito racconta che i soldati italiani, rimasti senza munizioni, si avvinghiarono ai corpi degli assalitori trascinandoli, insieme a loro, nel precipizio del Cengio. Da allora uno sperone roccioso sopra al dirupo è soprannominato "Il salto del Granatiere".

L’impresa ciclistica che ricordi di più?
Non mi piace la parola "impresa" perché sono dell’idea che non stiamo facendo nulla di eroico quando siamo in bici, parlerei più di gesta storiche. Sicuramente gli anni di Pantani: non c’è una giornata in particolare, mi hanno segnato e sicuramente spinto ad appassionarmi alla bici.

Da quale corsa non vorresti mai ritirarti?
Il sogno del cassetto comunque resta un Giro d’Italia, ma penso non sarà mai possibile quindi...

Un dono che vorresti avere?
Bacchetta magica per far avere un poco più rispetto verso noi ciclisti. Molte volte abbiamo le nostre colpe, spesso, però, sembra che in Italia il più debole e piccolo sia colui che va preso di mira.

Come ti senti attualmente?
Felice, pensieroso. Sono in un momento in cui sto cercando di capire dove vorrei essere fra qualche anno nel mondo della bici. Insomma, nella stessa situazione precedente alla nascita di Enough, con la differenza che ora sono molto più felice.

Lascia scritto il tuo motto della vita
Tieni sempre un euro in tasca.


Il questionario cicloproustiano di Bryan Olivo

Il tratto principale del tuo carattere?
L’altruismo.

Qual è la qualità che apprezzi in un uomo?
Lealtà.

Qual è la qualità che apprezzi in una donna?
L’eleganza.

Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?
La fiducia.

Il tuo peggior difetto?
Testardaggine.

Il tuo hobby o passatempo preferito?
Motorsport.

Cosa sogni per la tua felicità?
Passare professionista.

Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?
Perdere i miei genitori.

Cosa vorresti essere?
Un ciclista professionista.

In che paese/nazione vorresti vivere?
Spagna.

Il tuo colore preferito?
Blu.

Il tuo animale preferito?
Cane.

Il tuo scrittore preferito?
Leopardi.

Il tuo film preferito?
Unbroken.

Il tuo musicista o gruppo preferito?
Russ Millions.

Il tuo corridore preferito?
Van der Poel.

Un eroe nella tua vita reale?
Mio papà.

Una tua eroina nella vita reale?
Mia mamma.

Il tuo nome preferito?
Bryan.

Cosa detesti?
La poca professionalità.

Un personaggio della storia che odi più di tutti?
Stalin.

L’impresa storica che ammiri di più?
L’impero Romano.

L’impresa ciclistica che ricordi di più?
Froome al Giro d’Italia.

Da quale corsa non vorresti mai ritirarti?
Mondiale.

Un dono che vorresti avere?
L'esplosività.

Come ti senti attualmente?
Felice

Lascia scritto il tuo motto della vita.
Crederci sempre.

Foto: Sprint Cycling Agency


Fatica e dolore, gioia e orgoglio: il ciclismo di Samantha Arnaudo

Difficile pensarlo oggi, ma c'è stato un momento in cui Samantha Arnaudo e la bicicletta avevano ben poco in comune. Nonostante la solarità, quando va a riprendere quegli attimi, nei ricordi, dalla voce di Arnaudo filtra ancora un poco di sofferenza, di quel senso di inadeguatezza che si prova cimentandosi in qualcosa che sentiamo non appartenerci o, per quanto, non appartenerci ancora. La frase principale è: «Non volevo più soffrire», lì, come una lama, con cui ci si taglia ancora oggi. Samantha Arnaudo suonava il violino e su quella bicicletta "l'aveva messa" il suo ragazzo: «Ogni strappo era una salita interminabile, dolore ai muscoli, quasi impossibilità di proseguire. Il peggio è che il malessere non iniziava lì. Faticavo persino a mettere le tacchette, cadevo, spesso in maniera assolutamente ingenua. Uscivo in bici solo nel fine settimana, ma era già troppo».

Le parole spaziano rapidamente fra i vari episodi, soffermandosi su quelli più significativi, i primi tentativi di scalare il Colle Fauniera, ad esempio. Quel giorno in cui, dopo vari tentativi, dal versante di Demonte, si fermò: «Basta, torno a casa. Sono stanca, non è possibile». E voleva veramente tornare indietro, rinunciare, lasciar perdere, poi chissà cosa accade nella mente, certe volte, quando si cambia idea, da un momento all'altro e si tramuta la rabbia ed il dolore in qualcosa di differente. Per Samantha Arnaudo è uno scatto: «Era pura rabbia, non c'era altro. Sono arrivata così e, per molto tempo, non ho più voluto percorrere quel versante». Fino a che, quando ci è tornata, tutto era più facile ed il segreto si annidava proprio in quei giorni in cui la fatica era maggiore.

«Mi sono detta che non volevo più stare così e per evitarlo c'era solo un modo: pedalare, allenarsi, abituarsi alla salita, alle montagne». Così, a sette anni di distanza da quei momenti, Samantha Arnaudo ha vinto la Gran Fondo Fausto Coppi, la Haute Route Alpes, la Maratona delle Dolomiti, la Haute Route Ventoux e molte altre corse. Così, come dicevamo, a sette anni di distanza pensare alle prime pedalate fa strano: «Dico spesso che il ciclismo mi ha resa più forte: a livello fisico, certo, ma soprattutto a livello mentale e su questo voglio soffermarmi. Pensiamo alla maggior parte dei dubbi e delle paure di tutti i giorni: perché ne soffriamo? Spesso perché ci sentiamo deboli e temiamo di non riuscire ad affrontare le difficoltà, se e quando si presenteranno. Attraverso il ciclismo, ho iniziato a sentire di avere le capacità per andare oltre. Questo cambia tutto, rende più coraggiosi, più consapevoli». Allora si può anche stare da soli, in alta montagna, dopo 240 chilometri, più di 5000 metri di dislivello, e pensare solo a spingere sui pedali, azzerando tutto il resto: questo è il bello della fatica in sella, secondo Samantha Arnaudo. «Se riesco ad andare più veloce, ci metto meno tempo e, se ci metto meno tempo, soffro meno. Il principio è lo stesso di quel primo scatto sul Fauniera. Dipende solo da te: può fare paura, nel mio caso è una tranquillità. Scelgo io cosa fare e come farlo».

Il tono si fa riflessivo e Arnaudo riprende a raccontare: «Sai che, talvolta, chi va piano, chi fa più fatica, è quasi visto come "sfigato" da chi va forte, io, per storia personale, mi rivedo negli ultimi. Alla prima Gran Fondo Fausto Coppi puntavo solo ad arrivare al traguardo, ma alla Madonna del Colletto volevo fermarmi, andarmene. Non l'ho fatto solo perché il mio ragazzo, che era lì, si sarebbe arrabbiato se non avessi continuato, ma volevo farlo, so cosa si prova. Non serve dire molto a chi fa più fatica, a chi sta iniziando, serve provare a fargli capire che può, che anche lui può. Serve dirgli che la sua fatica ha molto più valore di quella di tutti gli altri, perché non è ricompensata, non subito almeno. Perché si fa fatica solo per arrivare in fondo, senza altri desideri». Arrivare alla linea di partenza, essendo conosciuti, non è semplice: c'è controllo, tutti sanno che correrai per vincere e non vogliono lasciarti la ruota. Arnaudo ci pensa e ripensa alla Haute Route Alpes di agosto.

Quell'idea fissa: «Voglio staccare Janine Meyer. Devo staccarla». A bruciare c'era ancora il secondo posto all'Ötztaler Radmarathon di circa un mese prima: «Non tanto per la seconda posizione, quanto per quei venti minuti di distacco che mi sembravano troppi per come avevo affrontato la corsa». Anche in questo caso, è la possibilità di essere da sola, di andare all'attacco, come fosse una gara di un giorno, come l'arrivo fosse dietro l'angolo, la sua arma vincente, il suo segreto: «Piuttosto mi sfinisco, ma devo staccarla, devo vincere io». Sono queste le frasi nella sua testa, in salita, «l'unico luogo in cui faccio meno fatica degli altri». Talvolta pensando a Marco Pantani, un corridore che l'ha emozionata, ispirata in quello che fa. In salita stacca Meyer, in pianura può essere tranquilla: vince in questo modo, si gode il successo ma pensa già agli altri obiettivi, con voglia di costruire, di continuare. Si emoziona per la vittoria, si emoziona perché con lei c'è la sorella Susanna e basta l'inciso per dire tutto: «Bellissimo condividere tutto questo con una sorella». In famiglia, sono quattro sorelle: Stefania non è legata al mondo dello sport, ma segue le sue gare, la più piccola, invece, è ancora una bambina, Era in piazza a Cuneo, il giorno della Fausto Coppi, tra tantissima gente, alla gara di casa: «Ha un'emotività molto forte. Quando mi ha vista arrivare, è scoppiata in un pianto che non riesco a scordare».

Samantha Arnaudo che, forse, in sella non sarebbe nemmeno salita, e che da quella sella ha pensato più volte di scendere. Certamente in bicicletta ha trascorso tantissime ore ad allenarsi per soffrire un poco meno, per sentirsi a proprio agio, per riuscirci. Ci racconta che, soprattutto agli inizi, le capitava di restare a guardare atlete professioniste, ammirata. In particolare la colpiva Lizzie Deignan, il modo in cui pedalava, avrebbe voluto assomigliarle. Qualche tempo fa, il suo ragazzo le ha detto: «Ora le somigli». E lei è rimasta lì, senza molte parole, perché dopo anni, ora davvero si sente una ciclista.


Il questionario cicloproustianto di Chloé Dygert

Il tratto principale del tuo carattere?
Capacità di superare le difficoltà.

Qual è la qualità che apprezzi in un uomo?
Fiducia e lealtà.

Qual è la qualità che apprezzi in una donna?
Fiducia e lealtà.

Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?
Onestà.

Il tuo peggior difetto?
Troppi per citarne solo uno!

Il tuo hobby preferito?
Pulizia e organizzazione.

Cosa sogni per la tua felicità?
Sogno di essere la miglior ciclista del mondo.

Quale sarebbe, per te, la disgrazia più grande?
Perdere la mia mentalità.

Cosa vorresti essere?
La migliore del mondo.

In quale paese ti piacerebbe vivere?
Stati Uniti d'America.

Il tuo colore preferito?
Rosa.

Il tuo animale preferito?
Mi piacciono le scimmie o le rane.

Il tuo scrittore preferito?
Stephenie Meyer.

Il tuo film preferito?
Ever After.

Il tuo musicista o gruppo preferito?
Michael Jackson.

Il tuo ciclista preferito?
Pauline Ferrand-Prévot

Un eroe/eroina nella tua vita reale?
Molte persone che ammiro, non solo una.

Il tuo nome preferito?
Vesper o Aston.

Cosa odi?
Un sacco di cose... ah!

Il personaggio della storia che odi più di tutti?
Quelli fastidiosi, ditemi qualcuno o qualcosa e vi dirò chi è fastidioso.

Quale impresa ciclistica ricordi di più?
Vincere la cronometro nello Yorkshire 2019.

Da quale gara non vorresti mai ritirarti?
Campionati del mondo.

Un regalo che vorresti avere?
Mi piacerebbe saper cantare, o avere pazienza.

Come ti senti attualmente?
Davvero bene, ho appena mangiato un cioccolatino Ferrero Rocher!

Scrivi il tuo motto di vita
Prefissati standard elevati. Non importa quanto sia bello, può sempre essere migliore.


Sono sempre una ciclista: intervista a Chiara Doni

Era ormai diverso tempo che Chiara Doni aveva deciso: avrebbe voluto diventare una ciclista professionista. Da sempre, il suo lavoro le assorbe ogni istante e Chiara racconta di sentirsi in gabbia, di non essere pronta a passare, in quella gabbia, tutti gli anni di una carriera lavorativa: «Per il mio lavoro ho rinunciato a tanto. Dirò di più: da molto tempo la mia vita è ed è stata solo e soprattutto lavoro. Qualcosa che assorbe ogni attimo della quotidianità e, come sempre, quando accade così, a risentirne è tutto il resto: i rapporti, le relazioni, il tempo libero. Come sostenere questa situazione?».
La boccata d'aria è, per lei, la corsa a piedi, infatti si cimenta spesso nelle mezze maratone, almeno fino a che un problema ad un piede glielo impedisce: dopo dieci chilometri di gara inizia ad accusare dolore e proseguire diventa impossibile. Il caso vuole che, proprio in quel momento, in palestra, cominci a interessarsi di biciclette, di ciclismo: settecento euro per una bici. Un tentativo, un diversivo all'inizio, qualcosa che possa accompagnarla fuori dai pensieri: «Si dice "pannolati", giusto? Ecco, i miei primi giri in bicicletta erano proprio assieme ad un gruppo di "pannolatissimi", non sto esagerando. Però stavo bene, mi divertivo. Uscivamo al mattino alle sette, sette e mezza, perché, per mezzogiorno, le loro mogli li volevano a tavola, a pranzo. Se tardavamo, ricordo che iniziavano a squillare i cellulari: "Dove siete? Quando arrivate?". Era il segnale che bisognava pedalare per non tardare troppo». Chiara Doni non pensava ad altro, però, nei suoi giri, accumulava coppette su Strava e questo qualcosa doveva pur voler dire.

Tre Valli Varesine Women 2023 - Chiara Doni (ITA - Team Jayco AlUla) - Foto Alessandro Perrone/SprintCyclingAgency©2023

«Non mi sono mai sentita abbastanza, non mi sono mai piaciuta: è valso per ogni campo della mia vita. Riconoscersi brava in qualcosa, o, ancora di più, molto brava non era per me. Si tratta di una forma di insicurezza che non so da dove origini, con cui però bisogna convivere ed io a conviverci ho imparato, tra alti e bassi. Tra le cose che mi permettono di conviverci c'è lo sport. Vogliamo parlare della bicicletta? Parliamo della bicicletta: l'insicurezza c'è ed è tanta fino a che non agganci il pedale e parti, dopo sparisce, ed è bellissimo liberarsene per chi se la porta sempre addosso». Talmente è tanta l'insicurezza che, alcune volte, si sceglie anche di non andare, di non partire: a Chiara Doni è successo così per la Maratona delle Dolomiti, che pur aveva atteso, aveva voluto. Niente, non è riuscita ad affrontarla: il timore e l'insicurezza l'hanno bloccata. Non è partita. Racconta Chiara del momento in cui quei dubbi svaniscono, in cui si prende consapevolezza, e questo ci porta dritti alla Zwift Academy che Doni ha frequentato, arrivando alla fase finale. «Il momento in cui attacchi e resti da sola: ti volti e non c'è nessuno. Quello è lo snodo di ogni cosa. Alla Zwift Academy, in salita, mi è successo e quella salita me la sono goduta: affaticata, ma serena, tranquilla. Qualcuno ha ritenuto che non fossi la migliore, che non dovessi vincere io e va bene così. Chissà se le cose fossero andate diversamente. Di sicuro quello che è accaduto lì, mi ha convinto del fatto che i numeri li ho».

Giro dell'Emilia Internazionale Donne Elite - Chiara Doni (ITA - Team Jayco AlUla) - Foto Roberto Bettini/SprintCyclingAgency©2023

Ed allora si torna all'inizio, ve l'avevamo già detto: Chiara Doni aveva deciso che avrebbe voluto diventare una ciclista professionista. Al suo fianco c'è Luca Vergallito, dapprima coach, poi compagno. Vergallito analizza i numeri, le prestazioni, con il distacco e l'oggettività necessaria per confermare che quella possibilità c'è, che, se vuole, può provarci, deve provarci. Doni non lo dice in casa, in famiglia. A saperlo, all'ultimo, sarà suo padre: «Mi ha detto che stavo facendo una follia: mollare il lavoro che avevo scelto, a trentotto anni, dopo essermi affermata, era una sciocchezza. Soprattutto era assurdo farlo senza avere alcuna certezza. Sono sincera, quel discorso me l'aspettavo, forse anche per questo avevo aspettato a parlarne. Lo capisco bene, alla luce dell'affetto che un genitore ha per i figli. Ma non lo condivido, non ci riesco. Forse il mio lavoro non l'ho nemmeno scelto desiderandolo veramente, forse l'ho scelto perché le circostanze, l'ambiente che vivevo, mi hanno convinto che fosse giusto così. In ogni caso, perché non dovrebbe esserci la possibilità di cambiare? Soprattutto: perché questa possibilità deve essere preclusa solo per l'età, per i miei trentotto anni?». Il ragionamento non finisce qui: Doni è perfettamente consapevole dei rischi di una scelta del genere, sa che, a trentotto anni, si possono avere due, tre, quattro anni nel professionismo, poi bisogna smettere. Ha già pensato ad un percorso, un progetto strutturato, che parta dalla sua laurea in biologia, dalla specializzazione in tossicologia, e, attraverso un master all'estero, le permetta di lavorare nel mondo del ciclismo anche al termine del professionismo. Un progetto che le permetta di leggere, di studiare, cosa che ora non riesce a fare perché passa già tutto il giorno sulle pagine ed a sera è stanchissima. Un progetto che, però, probabilmente, non viene capito.
L'età, i trentotto anni, sono uno dei punti a cui chi l'ha criticata si è aggrappato spesso: «In alcuni casi, mi hanno fatto sentire davvero vecchia. I commenti sulla mia età si sono susseguiti per mesi. Ripeto: perché a trentotto anni non si deve poter credere di cambiare, di farcela? A qualsiasi età ci si può evolvere». A fine luglio, la telefonata che aspettava, mentre sta pedalando sulla Forcola: Jayco AlUla le propone di correre, come stagista, il Giro dell'Emilia e la Tre Valli Varesine. All'inizio piange per la felicità, poi la tensione, la preoccupazione, tutto quello che c'è da fare ed i conti con le aspettative che chi propone una possibilità di questo tipo legittimamente nutre, ma anche con le proprie aspettative. Si tratta di un qualcosa che la prende completamente per settimane e si placa solo quando incontra la squadra: «Se avessi potuto scegliere, per la preoccupazione che avevo e per la solita insicurezza, non sarei partita nemmeno questa volta, come per la Maratona delle Dolomiti, non potevo, così ho corso». La difficoltà maggiore è nello stare in gruppo: ci sono spallate, spinte e Doni si sposta appena qualche atleta vuole farsi strada in mezzo al plotone: «Letizia Paternoster mi ha fatto da mamma, mi ha aiutato a mettere il numero, mi ha spiegato che dovevo provare a tenere la posizione e che una ciclista non cede mai il posto che ha conquistato. Poi arriva la fatica ed a me la fatica piace, entusiasma cercare il miglioramento, mettermi alla prova». La gara termina, Chiara arriva sessantasettesima e le voci della gente si fanno sentire : «Motorone, motorone e poi arriva oltre il sessantesimo posto?».

Tre Valli Varesine Women 2023 - Chiara Doni (Team Jayco AlUla) - Foto Alessandro Perrone/SprintCyclingAgency©2023

Cita questa, ma ce ne sono molte altre a cui si sforza di non pensare: «Sanno che sono caduta? Che la mia bici non frenava? Ho fatto tutta la gara con l'angoscia di andare addosso a qualcuno, di provocare una caduta. A San Luca non funzionava il cambio, mi è scesa la catena, un signore ha cercato di aiutarmi ma c'era poco da fare. Sono ripartita con la bici di scorta, anche se, a quel punto, avrei potuto tranquillamente ritirarmi, non l'ho fatto, perché non volevo un DNF nella mia prima e forse unica volta al Giro dell'Emilia, e, nonostante i crampi, sono andata a riprendere atlete che mi avevano superato. Questo chi critica non lo sa. Purtroppo c'è ignoranza, non ci si rende conto di quanto possa far male un giudizio non pesato, molte persone, poi, parlano per frustrazione personale. Credo che si debba davvero dare retta a poche persone: ascoltare tutti, ma capire quali parole fare proprie e quali invece ci avvelenano. Noi affidiamo tutto ai social, ma le persone non sono come appaiono su Instagram, quello è, di fatto, un modo per nascondersi».
Chiara Doni si chiede cosa avrebbe potuto dire oggi, se quelle gare fossero andate diversamente, se avesse avuto tra le mani quel contratto che invece non avrà. Parla di due ferite, la Zwift Academy e questa avventura, ferite che, come sempre, sono andate ad incidere nei sogni, nelle cose a cui più si è legati. Ferite che, spesso, sono connesse a quel che si è, a quel che si fa: «In discesa, qualche volta ho pensato di lasciare andare di più i freni, ma, proprio in quell'istante, mi veniva in mente il mio lavoro, il fatto che, se fossi caduta facendomi male, sarebbe stato un problema ed il giorno dopo mi aspettavano in ufficio. Non posso negarlo, nella mia testa c'era anche questo». Ma, nonostante le ferite, la bicicletta resta importante nella quotidianità di Chiara ed in quel mondo continua a credere ci sia un posto anche per lei, senza farsi spaventare eccessivamente dalle paure, perché, altrimenti, non varrebbe la pena esserci, avere la possibilità di fare, di impegnarsi. Questo è il punto e Chiara Doni lo racconta con convinzione, mentre ci saluta: «Sono insicura, ma ho imparato a battermi per le cose in cui credo, per far sentire la mia voce e spronare chi ha un dono, un talento, a non lasciare perdere. La storia di Luca Vergallito la conosciamo tutti».


Il questionario cicloproustiano di Giovanni Bortoluzzi

Il tratto principale del tuo carattere?
Tranquillo.

Qual è la qualità che apprezzi in un uomo?
Sincerità.

Qual è la qualità che apprezzi in una donna?
Fedeltà.

Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?
La comprensione che hanno del mio mondo/lavoro.

Il tuo peggior difetto?
Se mi impunto su di una cosa, trascuro le altre.

Il tuo hobby o passatempo preferito?
In questo momento credo i film.

Cosa sogni per la tua felicità?
Una famiglia e una casa mia (dopo un bel po' di vittorie però).

Cosa vorresti essere?
Saetta McQueen.

In che paese/nazione vorresti vivere?
America.

Il tuo colore preferito?
Azzurro.

Il tuo animale preferito?
Non so se è il mio animale preferito in assoluto ma l’aquila mi da quel senso di libertà da quando sono piccolo.

Il tuo scrittore preferito?
Non leggo abbastanza per dirlo.

Il tuo film preferito?
Genio ribelle.

Il tuo musicista o gruppo preferito?
Attualmente Naska.

Il tuo corridore preferito?
Mathieu van der Poel.

Un eroe nella tua vita reale?
L’inventore della Nutella.

Una tua eroina nella vita reale?
Ho sempre stimato la Regina Elisabetta.

Il tuo nome preferito?
Ovviamente il mio.

Cosa detesti?
Salire in macchina d’inverno, ché fa freddissimo.

L’impresa storica che ammiri di più?
Il cavallo di Troia.

L’impresa ciclistica che ricordi di più?
Froome al Giro 2018… Anche se l’Amstel di Mathieu nel 2019 è stata qualcosa di assurdo.

Da quale corsa non vorresti mai ritirarti?
Coppa Città di San Daniele.

Un dono che vorresti avere?
Fermezza.

Come ti senti attualmente?
Pronto per andare in vacanza.

Lascia scritto il tuo motto della vita.
“Bruciare le navi” loc. v. precludersi ogni possibilità di ripensamento rispetto a una decisione presa. Credo che per il significato che ha e per la storia che c’è dietro, sia un bel motto da tenere a mente.


Questionario cicloproustiano di Federica Venturelli

Il tratto principale del tuo carattere?
La determinazione

Qual è la qualità che apprezzi in un uomo?
La simpatia

Qual è la qualità che apprezzi in una donna?
La sincerità

Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?
La lealtà

Il tuo peggior difetto?
La pignoleria

Il tuo hobby o passatempo preferito?
La lettura

Cosa sogni per la tua felicità?
Vincere un Campionato del Mondo élite

Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?
Dover abbandonare il ciclismo a causa di un infortunio

Cosa vorresti essere?
Ciò che sono, sono soddisfatta di quello che ho

In che paese/nazione vorresti vivere?
In Italia

Il tuo colore preferito?
Verde

Il tuo animale preferito?
Il pinguino

Il tuo scrittore preferito?
Non saprei scegliere tra Gianrico Carofiglio, Dan Brown e Giacomo Leopardi

Il tuo film preferito?
Nickname: enigmista

Il tuo musicista o gruppo preferito?
Pinguini Tattici Nucleari

Il tuo corridore preferito?
Mathieu van der Poel

Un eroe nella tua vita reale?
Giovanni Falcone

Una tua eroina nella vita reale?
Mary Wollstonecraft

Il tuo nome preferito?
Ilaria

Cosa detesti?
La vanità

Un personaggio della storia che odi più di tutti?
Bruto

L’impresa storica che ammiri di più?
La circumnavigazione del globo

L’impresa ciclistica che ricordi di più?
Vittoria di van der Poel all'Amstel Gold Race 2019

Da quale corsa non vorresti mai ritirarti?
Parigi-Roubaix

Un dono che vorresti avere?
Essere brava a cantare

Come ti senti attualmente?
Stressata

Lascia scritto il tuo motto della vita
“Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto” (Dante, canto XV Inferno)


Nairoman - Il ritorno

22 anni compiuti da meno di un mese: poco più che teenager. Preparato mentalmente sin dalla vigilia a quel finale di gara: «Sapevo di dover dare tutto in discesa». Uno scalatore così convinto dei propri mezzi, da sembrare spavaldo, temerario. Generoso. Convinto di ciò che c’è da sapere per emergere, corridore che da lì in poi avrebbe lasciato una traccia importante “quando la strada s’impenna”, verrebbe da dire. Vinse la tappa con arrivo sulla Sierra de Espuña, Vuelta a Murcia: era il suo primo successo da professionista. Staccò Tiernan-Locke (lo ricordate?) in salita, si difese in discesa, precedette sul traguardo Wouter Poels di una manciata di secondi, vinse poi anche la classifica finale della breve corsa a tappe spagnola. Da lì in poi avrebbe ottenuto tanti successi, non troppo diversi tra loro: il filo conduttore sarebbe stata la salita come mezzo per arrivare anche alle classifiche generali; salita, ma non per forza altissima montagna - chiuse proprio quel 2012 vincendo al Giro dell’Emilia, un traguardo durissimo per pendenze ma non di certo altitudine in stile Everest, dimostrando al mondo come uno scalatore colombiano avrebbe potuto fare altro, non solo vincere lì, dove osano le aquile.

Proseguì facendo incetta di traguardi di un certo peso: prima del Giro dell'Emilia, siamo sempre nel 2012, si sbloccò nel circuito World Tour: tappa al Delfinato. Uno stile che ancora doveva affinarsi, rapporto duro come piace ai puristi, seduto a macinare dopo essersi alzato per un attimo sulla sella, leggermente barcollante di spalle e con le ginocchia larghe, quel giovane colombiano iniziò a fare breccia nel cuore dei tifosi e in quello dei suoi dirigenti. La maglia della Movistar, così diversa da un punto di vista cromatico da quella che vediamo oggi, portata quasi svolazzante sulla schiena magra, di quella magrezza non malata, leggermente tisico, sì, ma come chi ancora doveva formarsi del tutto fisicamente. Unzue, storico team manager della squadra spagnola, dopo quel successo, ai microfoni non nascondeva come l’obiettivo dell’imperscrutabile giovane scalatore fosse già la Vuelta, nonostante la poca esperienza maturata tra i professionisti. Andò bene, non in maniera eccezionale in realtà, alla fine si tenne a galla per Valverde, alla fine chiuse 36° in classifica generale facendo 6° nella tappa di Cuitu Negro, manifesto al ciclogaragismo spagnolo. Una rampa con punte al 24% ottenuta asfaltando una vecchia pista da sci. Doveva essere una sfida Contador contro Purito Rodriguez, ma Valverde riuscì a tenere duro perdendo pochissimo dai due grandi favoriti di quella Vuelta, grazie soprattutto all’aiuto «di un giovane e promettente colombiano che gli pedalò di fianco per quasi tutta la giornata».

Nel 2013 la prima promessa fatta al Tour de France venne mantenuta e si racconta come quella prestazione «fece addolcire il tono di voce di Eusebio Unzue»; la promessa venne mantenuta salendo verso Annecy: vittoria di tappa al Tour de France e su di lui Unzue si sbilanciò: «La cosa che mi colpisce di più di questo corridore è la capacità di leggere la corsa. In questo mi ricorda Indurain. Ha carattere anche se a vederlo potrebbe non sembrare. Non teme nemmeno i belgi di due metri che gli corrono di fianco. Una volta ha tirato una borraccia in testa a uno perché questo rischiò di prenderlo in pieno, c’è anche un episodio in cui è andato a parlare a quattrocchi fino al pullman con un altro corridore». In quel Tour, oltre alla tappa vinta sull’inedito arrivo di Semnoz, Quintana vestirà la maglia bianca e quella a pois, salendo sul podio finale dietro a Chris Froome, al suo primo dei quattro Tour vinti, davanti a Purito Rodriguez e Contador. A soli 23 anni. Si sciolse, lui che a dispetto del suo sguardo impenetrabile è sempre stato definito uno dei più scherzosi in squadra. Pianse a fine tappa dedicando la vittoria all’ultimo colombiano a pois prima di lui: Mauricio Soler. « Ho al collo una medaglia che mi ha regalato come portafortuna», le sue parole.

Vinse il Giro d’Italia nel 2014, la Vuelta nel 2016, salì ancora sul podio al Tour de France, vestendo anche la maglia bianca di miglior giovane che appariva, addosso a quel colombiano con la faccia da vecchio, quasi un ossimoro ciclistico. Podi, tappe, maglie bianche oppure a pois, ma spesso sacrificato dalla sua squadra, la Movistar, in nome di quel Totem che portava il nome di Alejandro Valverde. Ogni qualvolta si muoveva divideva, e per anni la sua carriera è stata tutta un’etichetta. Se per Unzue era “come Indurain”, per Greg Lemond era “il nuovo Merckx”; “un incompiuto” da una parte i detrattori, i traditi, quelli che pensavano che Nairo Quintana potesse diventare il primo colombiano a vincere il Tour de France, dopo essere stato il primo a vincere il Giro, il secondo a vincere la Vuelta. Come se poi arrivarci così vicino fosse un’onta.

Il peso delle etichette difficilmente hanno scalfito il corridore. Nomignoli come “la sfinge” non gli sono mai dispiaciuti, come il tentativo di vedere in lui un supereroe costruito e poi destrutturato come in una sceneggiatura di Alan Moore: “Nairoman” lo chiamano ancora anche in Colombia dove resta un’autentica superstar.

“Il più forte colombiano della storia”: tifosi, ma non solo, tutto sommato numeri alla mano non ci siamo andati troppo lontano. Passato professionista nel 2012, due anni dopo aver portato la Colombia, a distanza di 25 anni dall’ultimo successo, al primo posto del Tour de l’Avenir, fino al 2022 ha vinto 51 volte: che dite? mica male per uno scalatore? Certo, ma bisognerebbe forse sottolinearlo di più. Lui che semplice scalatore non è mai stato. Vincere un grande giro è roba per corridori completi: lui nelle corse a tappe ha sempre dimostrato di essere attento anche quando davanti si battagliava tra i ventagli o si attaccava in discesa. Al suo apice è stato capace anche di difendersi a cronometro. Fino al 2022, dicevamo, perché poi all’improvviso la sua storia ha una brusca frenata. Si torna nel campo della controversia quando al Tour del 2022 viene trovato positivo al tramadolo e quel suo sesto posto finale viene cancellato. Licenziato dalla squadra, ha subito un anno di stop forzato, un ban silente, si direbbe. Fra pochi mesi lo rivedremo in azione, di nuovo in maglia Movistar «principalmente per aiutare Mas nei Grandi Giri» afferma sempre Unzue. Lui intanto appare in forma, si è allenato come non mai, dice, e in un ciclismo sempre più fatto da giovinastri esplosivi, non dispiace rivedere di nuovo il suo nome al via, che giovinastro che marcava differenza in salita lo è stato e forse lo vuole essere ancora. Anche a voi è mancato?

Foto in evidenza: ASO/PAuline Ballet


Il questionario cicloproustiano di Daniel Skerl

Qual è Il tratto principale del tuo carattere?
Vivacità e loquacità.

Quale è la qualità che apprezzi in un uomo?
Simpaticità, estroversione e onestà.

Quale è la qualità che apprezzi in una donna?
Se ci piacciamo reciprocamente.

Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?
Il tempo che passano insieme a me.

Il tuo peggior difetto?
La pigrizia.

Il tuo hobby o passatempo preferito?
Il motorsport.

Cosa sogni per la tua felicità?
Una famiglia felice.

Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?
Se mi nasce un figlio disabile.

Cosa vorresti essere?
Un figlio che ha reso i propri genitori orgogliosi e un padre ammirato dai propri figli.

In che paese/nazione vorresti vivere?
Opicina.

Il tuo colore preferito?
Rosso.

Il tuo animale preferito?
Il gatto.

Il tuo film preferito?
Cars (il primo).

Il tuo corridore preferito?
Nairo Quintana.

Un eroe nella tua vita reale?
Mio papà.

Una tua eroina nella vita reale?
Mia mamma.

Il tuo nome preferito?
Daniel.

Cosa detesti?
Se non posso fare ciò che vorrei e/o mi piacerebbe.

Un personaggio della storia che odi più di tutti?
Josef Mengele.

L’impresa storica che ammiri di più?
L’invenzione del motore a scoppio.

L’impresa ciclistica che ricordi di più?
Froome Giro 2018.

Da quale corsa non vorresti mai ritirarti?
Milano - Sanremo.

Un dono che vorresti avere?
Non lo so.

Come ti senti attualmente?
Parzialmente realizzato.

Lascia scritto il tuo motto della vita.
In life you make decisions and you don’t look back.


Matilde Vitillo: crescendo e cercando

Matilde Vitillo sta raccontando della sorella più piccola, dieci anni in meno, che già ora si cimenta con il ciclismo. La frase è veloce e quasi scivola via nella conversazione, però è importante, così la memorizziamo e torniamo a rifletterci pochi istanti dopo: «A quell'età, il ciclismo serve soprattutto per imparare a perdere». Già, ma cosa significa imparare a perdere e soprattutto perché è tanto importante.

Matilde Vitillo (Bepink) - Foto Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency@2023

«Significa che nella vita, nonostante le molte similitudini, le cose sono più complesse che in una gara di ciclismo, soprattutto la vita non è una di quelle gare in cui si vince: la coppa, i fiori, il podio, gli applausi, non sono all'ordine del giorno. Anzi, spesso non ci sono proprio. Di vincere non capita molte volte, ma fare i conti con la vittoria, fuori dalla metafora, con quel che ci riesce semplice, con quello in cui riusciamo bene, è molto più facile. Quando le cose vanno bene, del resto, è sempre facile. Il punto è che, soprattutto nella società di oggi, si ha un disperato bisogno di sapere perdere, di riconoscere il valore della sconfitta e degli sconfitti. Credo che si debba imparare da bambini, perché da adulti non si impara più. E crescere convinti che conti solo vincere, impreparati ai fallimenti, alle delusioni, è un grosso problema. Non si impara, si molla, si lascia perdere appena si soffre, si resta scottati. Le prime gare in bicicletta, quelle in cui si perde sempre, te lo fanno capire molto bene». Vitillo accompagna tante volte la sorella alle gare e vede i genitori dei bambini riversare molte pressioni sulla loro prova, sul risultato, su quel che fanno o non fanno: si chiede il perché, si ricorda che lei queste pressioni non le ha mai avute e alla sorella, che, per carattere, tende a preoccuparsi, cerca di spiegarlo.
Per lei, poi, perdere, da bambina, era una cosa naturale, la definisce proprio così: si allenava solo quando poteva, talvolta andava alle gare senza prepararsi, non si aspettava molto, non si aspettava quasi nulla e tutto quello che arrivava era un di più. A fine gara, dice, era sempre contenta. La sconfitta vera, quella che fa stare male, che non fa dormire, l'ha conosciuta qualche anno dopo, da juniores secondo anno, in una cronometro. Era andata anche in ricognizione sul percorso perché teneva particolarmente a fare bene e tutto sembrava perfetto: «In curva, ho provato a superare una ragazza. Sono scivolata e finita malamente a terra, in un'aiuola, dall'altra parte della strada: a pezzi, sia per le ferite che per il morale. Mi è dispiaciuto, certo, ma, alla fine, cosa fare? Salvare il buono, senza lamentarsi troppo. Ora non farei più quel sorpasso. Ho imparato». Ripensandoci ride e il suo sembra ottimismo, in realtà, di lì a poco, ci confesserà di essere di indole pessimista, di pensare molto a quello che potrebbe non andare, di non avere quasi mai, prima di una corsa, la sensazione di poter vincere facilmente, di avere la gamba. Forse fa parte dell'introversione, sicuramente l'aiuta perché ancora oggi, come da bambina, a fine gara riesce a essere soddisfatta, qualunque cosa sia successa. A focalizzarsi sulla parte positiva e guardare oltre.

Matilde Vitillo (ITA - BePink) - Foto Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2023

Classe 2001, di Frinco, Asti, al ciclismo non pensava proprio. Con i fratelli ha sempre fatto sport e spesso, quasi sempre, tutti e tre facevano lo stesso sport, che fosse il tennis, lo sci ed anche la danza classica. Solo una volta, Matilde Vitillo non ne voleva proprio sapere dello sport intrapreso dal fratello: la volta in cui, quello sport, era il ciclismo. «No, non lo praticherò mai. Io continuo a fare danza classica». Sì, disse proprio così, convinta. Servì poco meno di un anno per provare e decidere che la sua strada era questa: «Due parole: odi et amo. Non ci avrei mai pensato, non volevo nemmeno iniziare e ora fatico a pensarmi se non ciclista». Gioco di contrasti, come la prima volta in pista, stranamente con una bici con i freni, che rende tutto ancora più pericoloso: una brutta caduta, tirando i freni mentre si trova fra due biciclette, per paura. Catapultata in avanti, ammaccata e intimorita.
«Ricordo come ora il momento in cui il Commissario Tecnico della Regione mi accompagnò negli spogliatoi e mi aiutò a togliere la polvere dalle ferite. Mi segnarono quegli istanti, fu molto difficile e, fosse stato per me, non sarei più tornata in pista. Quel C.T. mi fece capire che dovevo riprovare: non potevo fuggire, scappare. Riprovai». La pista le ha insegnato la tattica, l'essere pronta, attenta, a gestire lo stress. Le piace, in particolare la corsa a punti, i risultati arrivano, ma lei non si sente una pistard, non è quella la sua vocazione. Si sente una passista-scalatrice: ama la fuga, ma sulle montagne deve tornare, per migliorare. Da giovane era già brava, è solo questione di recuperare quelle sensazioni. In pista invece vuole lavorare sulla resistenza.
Se non avesse fatto la ciclista, forse avrebbe studiato architettura o qualcosa di simile. Ci ha pensato anche quando si è trattato di iscriversi all'università, ma è un percorso difficile da portare avanti correndo in bicicletta. «Ed io so correre in bicicletta, non so cosa altro potrei fare»: un appunto messo lì, significativo, genuino. Nel periodo della scuola, pensava più alle gare in bici che allo studio e oggi si chiede se fosse giusto: sicuramente ha vissuto meglio lo studio grazie al ciclismo, a quei momenti di sfogo, di libertà. Che potesse diventare un lavoro l'ha capito grazie ad una convocazione in nazionale, da junior: «Erano dei test, nemmeno una gara. Ed io, pessimista come al solito, ero certa che avrei deluso le aspettative. Però, vedi, anche in quell'occasione mi sforzavo di trovare qualcosa di positivo: "Male che vada, avrai comunque un body della nazionale a casa". Mi salvavo così». Evidentemente non andò male.
L'anno scorso è stato da ricordare. Matilde Vitillo è emersa come una rivelazione, vari risultati importanti, soprattutto una vittoria, a la Vuelta a Burgos. I pensieri che volano, su come confermarsi, sul fatto che il 2023 sarebbe stato l'anno della consacrazione, di un passaggio importante. Purtroppo il 2023, per una serie di circostanze e vari problemi fisici, l'ha delusa: si aspettava di più.

Vuelta a Burgos Feminas 2022 - Matilde Vitillo (ITA - Bepink) - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2022

In Be-Pink c'è Walter Zini, colui che le ha insegnato praticamente tutto del ciclismo, con una visione di gara perfetta, anche dall'ammiraglia: «Walter è molto duro, rigido, ma non sbaglia un colpo. Quando ti dice di attaccare, puoi farlo ad occhi chiusi, perché è il momento giusto. Sigrid Corneo ha, invece, sempre rappresentato la parte di comprensione: "Basta l'impegno, poi quel che succede succede". Non so quale approccio preferisca, so che mi sono serviti entrambi per essere quella che sono oggi. Non è stato facile, ma ho deciso di cambiare squadra, di proseguire il percorso». Percorso è una parola chiave per Vitillo, che non parla di gare sognate o di traguardi, ma riflette molto sul continuare a crescere ed in ogni valutazione guarda il percorso più del risultato. Anche ora che deve confrontarsi con la fiducia che il nuovo team le ha consegnato: una fiducia di cui è felice, una fiducia che ha anche paura di deludere, com'è normale che sia.
Non parla nemmeno di sacrifici, ma di stile di vita, quello dei ciclisti, in cui si riconosce. Parla invece di fatica, essenziale, e dei suoi fratelli che la seguono ovunque e, se non possono partire, sono davanti ad uno schermo: loro che sono stati corridori e capiscono meglio di chiunque altro quel che prova. Nel suo vocabolario c'è anche la parola provare: da quella richiesta del team del politecnico di Torino, per testare un prototipo di bicicletta reclinata, una bicicletta su cui si corre da sdraiati: con una corona da 108 denti e un pacco pignoni da dodici velocità. «Non vedi fuori, se non attraverso degli schermi posti all'interno. Vieni lanciata ai dieci, quindici chilometri orari, poi inizi a pedalare, puoi raggiungere velocità altissime, fino ai 120 all'ora. Posso assicurare che è bellissimo: l'ho provato grazie al team policumbent, in Nevada, a "World Human Powered Speed Challenge". Ne sono grata». Un altro pezzo di percorso, per crescere.

Giro d'Italia Donne 2023 - Matilde Vitillo (ITA - BePink-Gold) - Foto Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2023

Non ha mai avuto idoli o modelli nel ciclismo: spiega che è una domanda a cui non ha mai risposto. «Mai, tranne oggi. Perché quello che ha fatto Lotte Kopecky nell'ultimo anno mi ha toccato molto. Mi sono sentita e mi sento ispirata da lei: non solo per la ciclista che è, ma per la persona che ha dimostrato di essere. Per la sua semplicità e per come ha affrontato una perdita difficile, un grande dolore. Quindi, sì, da quest'anno ho un modello: è Lotte Kopecky». Sempre crescendo e cercando.