Il questionario cicloproustiano di Silvia Persico
Il tratto principale del tuo carattere?
Il mio carattere è solare e positivo. Cerco sempre di combattere i momenti bui con attitudine positiva.
Qual è la qualità che apprezzi di più in un uomo?
Gentilezza e intelligenza
Qual è la qualità che apprezzi di più in una donna?
Come per un uomo, gentilezza ed intelligenza
Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?
Sicuramente il rispetto e l’ascoltarsi a vicenda senza giudicare
Il tuo peggior difetto?
Ogni tanto mi faccio influenzare dal pensiero della gente
Il tuo hobby o passatempo preferito?
Camminare in montagna
Cosa sogni per la tua felicità?
Avere una famiglia ed essere produttiva nel mio lavoro
Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?
Perdere le persone a me più care
Cosa vorresti essere?
Me stessa
In che paese/nazione vorresti vivere?
In Italia, Spagna e girare il mondo
Il tuo colore preferito?
Azzurro
Il tuo animale preferito?
Non ho un animale preferito in particolare
Il tuo scrittore preferito?
Mi piacciono molto i libri di Tiziano Terzani
Il tuo film preferito?
Forse non ne ho uno in particolare, ma mi piacciono molto i classici della Disney
Il tuo musicista o gruppo preferito?
Tutta la musica italiana, in realtà
Il tuo corridore preferito?
Peter Sagan
Un eroe nella vita reale?
Mio papà
Una tua eroina nella vita reale?
Mia mamma
Il tuo nome preferito?
Davide
Cosa detesti?
Le persone bugiarde
Un personaggio della storia che odi più di tutti?
Hitler
L'impresa ciclistica che ammiri di più?
Quelle di Marco Pantani
Da quale corsa non vorresti mai ritirarti?
Dal Tour de France
Un dono che vorresti avere?
Amarmi sempre e comunque
Come ti senti attualmente?
Un poco stanca perché ho finito l'allenamento da poco, certamente felice pensando alle Classiche*
Lascia scritto il tuo motto della vita
Il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo. (Winston Churchill)
*Il questionario è stato compilato alla vigilia della stagione delle classiche
Il questionario cicloproustiano di Vittoria Guazzini
Il tratto principale del tuo carattere?
Testardaggine
Qual è la qualità che apprezzi in un uomo?
Onestà
Qual è la qualità che apprezzi in una donna?
Come per un uomo, l'onestà è una qualità fondamentale
Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?
Il fatto che mi sopportino, non è facile, sono sincera. Mi stanno vicino nei momenti difficili e sono felici per me quando le cose vanno bene
Il tuo peggior difetto?
Spesso voglio aver ragione pur non avendola
Il tuo hobby o passatempo preferito?
Essendo molto spesso in viaggio, mi piace guardare serie tv/film o ascoltare musica in aereo o nelle camere d'albergo. A casa suono la chitarra
Cosa sogni per la tua felicità?
In primis la salute per me e le persone a cui voglio bene, poi, già che ci siamo, anche vincere un'Olimpiade
Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?
Penso che al giorno d’oggi di disgrazie ce ne siano molte, basta accendere il telegiornale e sentire tutte le cattive notizie che vengono trasmesse. Parlando di quello che più mi riguarda: ogni giorno mi piacerebbe però vedere una maggiore sensibilizzazione sulla strada, sia da parte degli automobilisti sia da parte di noi ciclisti, che siamo i primi a dover rispettare le regole se pretendiamo che vengano rispettate anche dall’altra parte
Cosa vorresti essere?
Cosa non lo so, però avrei voluto essere un’attrice famosa ed andare a Hollywood. Mi accontento di fare la ciclista
In che paese/nazione vorresti vivere?
Italia senza ombra di dubbio, viaggiando così tanto mi rendo conto di quanto sia bello vivere nel nostro paese, pur apprezzando anche i posti in cui mi trovo
Il tuo colore preferito?
Verde
Il tuo animale preferito?
Delfino
Il tuo scrittore preferito?
Non leggo molti libri contemporanei, però mi ha sempre affascinato la Divina Commedia di Dante Alighieri
Il tuo film preferito?
Grease
Il tuo musicista o gruppo preferito?
Coldplay
Il tuo corridore preferito?
Alberto Contador
Un eroe nella tua vita reale?
Il mio babbo
Una tua eroina nella vita reale?
La mia mamma
Il tuo nome preferito?
Tommaso
Cosa detesti?
La falsità
Un personaggio della storia che odi più di tutti?
Ce ne sono tanti, non è quello che "odio" di più, ma non mi è mai stato simpatico Enrico VIII
L’impresa storica che ammiri di più?
Lo sbarco in Normandia
L’impresa ciclistica che ricordi di più?
Direi l'oro olimpico dei ragazzi del quartetto a Tokyo. Aver assistito dal vivo è stato qualcosa di incredibile
Da quale corsa non vorresti mai ritirarti?
Non è mai bello, ma, se devo scegliere, dico Giro delle Fiandre
Un dono che vorresti avere?
Teletrasporto
Come ti senti attualmente?
Bene
Lascia scritto il tuo motto della vita
Non ho un motto particolare, però come sfondo del telefono ho una frase: "Nothing worth having comes easy". Nel caso ogni tanto me lo dimenticassi
Il sogno è nelle Fiandre
Ilaria "Yaya" Sanguineti ha un rapporto complicato con i sogni. Dice che a sognare è bravissima, precisa che custodisce sogni bellissimi, ma, allo stesso tempo, racconta di una sorta di pudore nei sogni: «Qualche volta penso di aver paura di sognare fino in fondo, perché ho paura di restare delusa. È brutto accorgersi che, in certi momenti, ti sforzi di rimpicciolire ciò che desideri per questo motivo, ma so che mi accade». Il sogno principale, quello di essere una ciclista, è nato per caso il giorno in cui da bambina ha visto tornare a casa suo fratello con una divisa da ciclista piena di colori. Lei voleva una divisa simile più che una bicicletta, fu suo padre a dirle: «Se vuoi la maglia, devi correre in bicicletta». Provocazione accettata, prima gara vinta e una crescita costante e graduale.
«A diciotto anni, magari, riesci a guadagnare duecento euro al mese e ti sembrano tantissimi, sebbene cosa puoi fare con quella cifra? Adesso, se sei brava, a quell'età puoi già avere uno stipendio che ti permetta di vivere da sola, dieci anni fa era diverso. Però, quando parlavo con gli amici, dicevo che avevo trovato un lavoro, che lavoravo e avevo uno stipendio, mi sembrava di essere cresciuta». Non è facile, prosegue Yaya, perché per la maggior parte delle persone il ciclismo non è un mestiere, non riescono a concepirlo come tale e per farlo capire è spesso necessario aggiungere spiegazioni: «La frase più comune è: "Ah sì, vai a divertirti”. No, è un lavoro, può anche divertire, ma resta un lavoro e certe mattine ripartire è proprio difficile». Ilaria Sanguineti per carattere è estroversa: la si vede spesso ridere e scherzare, così molti racchiudono in quelle risate il suo mondo. In realtà, c'è qualcosa che la fa spesso pensare: «Si tratta della consapevolezza in me stessa. Non sono molto capace di credere alle mie capacità, di riconoscermele. Probabilmente l'unica certezza che ho è che, quando sono l'ultimo vagone del treno, nelle volate, sono nel posto giusto. Però sono serviti anni per credere di "essere abbastanza" almeno in quel ruolo».

Dopo anni in Valcar, «una famiglia, in cui ho appreso che avrei potuto lanciare le volate», è tornata a rivestire quel ruolo in Trek. Il giorno in cui il suo procuratore le ha detto che Trek-Segafredo la cercava, ha ammesso candidamente: «Vado anche a portare le borracce, se mi vogliono». Ultima donna, come dice lei, della stessa velocista: Elisa Balsamo. Pensare che, quando avvenne il passaggio di Balsamo in Trek, fu proprio Elisa a dirle in una chiacchierata: «Chissà, magari, un giorno, ci ritroveremo». Si sono ritrovate, loro che hanno molti ricordi assieme e Sanguineti a questo tiene molto: a costruire ricordi condivisi anche fuori dal ciclismo. Per l'addio a Valcar, ad esempio, è partita per Santo Domingo con Chiara Consonni, Vittoria Guazzini, Dalia Muccioli ed Eleonora Gasparrini: «Credo sia uno dei ricordi più belli, perché quando pensi a quelle persone sai che non hanno fatto parte solo del tuo lavoro, ma hanno creduto in te anche per i giorni di vacanza».
Con Elisa Balsamo, poi, il rapporto è particolare: «Dopo la prima vittoria alla Volta a la Comunitat Valenciana, in camera, scherzando, mi ha detto: "Mi tratti sempre male". Quel giorno, in effetti, avevo davvero perso la pazienza, bonariamente ma l'avevo persa. Non mancavano ancora dieci chilometri al traguardo, quando ha iniziato a dirmi che eravamo troppo indietro. Me lo ha ripetuto qualche volta, fino a che: “Elisa, stai tranquilla e pensa solo a seguirmi". Beh, mi ha seguito e, devo dire la verità, quando l'ho vista partire come sa fare lei, ho avuto la certezza che avrebbe vinto. Lei non lo sapeva, io sì». Tra l'altro, a poco dal traguardo, Balsamo aveva affiancato Sanguineti e le aveva detto di stare male: «Bisogna preoccuparsi quando non lo dice. Se lo dice, è bene aspettarsi grandi cose». Un ruolo delicato quello di Sanguineti perché ha anche a che vedere con il saper instillare fiducia.

«Magari pensiamo di passare a sinistra, sul rettilineo d'arrivo. All'ultimo momento, può capitare che io scelga di andare a destra. Se è così, faccio un cenno della testa verso destra e Balsamo deve seguirmi. Non è facile e, se non hai la certezza che la ruota davanti alla tua ti sta portando nella posizione giusta, puoi tentennare». Di certo c'è che l'ultima donna deve pensare per due, sia in termini di velocità che di spazi, e ogni scelta presa deve essere quella migliore per due cicliste, non per una. Poi ci sono i dubbi: tranquillizzare la propria velocista, ma anche gestire i propri timori.
«La volata, dall'interno, non fa paura, se la guardi da fuori, invece, sì. Vero che non sono abituata a credere in me, ma una certa autostima serve, anche solo per pensare di fare uno sprint. Di fatto, io faccio uno sprint potente, ma anticipato di circa trecento metri: il mio traguardo è lì. Ci sono giorni in cui le gambe non vanno, allora bisogna essere sinceri e parlarne. Si può lavorare prima, ci si può rendere utili nelle fasi preparatorie alla volata, ma è necessario dirlo. La tua velocista deve saperlo». Ilaria Sanguineti si muove nel gruppo e Elisa Balsamo la segue: se perde la ruota, se ha un qualunque problema, grida solo "Yaya" e entrambe sanno cosa fare. Sanguineti è "meno pignola" di Balsamo, questo fa bene ad entrambe, tuttavia si definisce "troppo testarda": «La testardaggine va bene, io, però, sono esagerata».
Fra le certezze, il fatto che lavorare per Elisa Balsamo la rende felice e che aiutare a vincere le restituisce qualcosa che altrove non trova: «Per la prima vittoria di Elisa Balsamo in Trek Segafredo, in questa stagione, ho pianto io, non lei. E se ci ripenso ancora mi sembra irreale: ritrovarsi e confezionare subito qualcosa di così perfetto».

Con le domande, continuiamo a cercare quei sogni grandi e rimpiccioliti, quelli che non dice per paura di non esserne all'altezza, allora ci dice che vorrebbe partecipare all'Olimpiade, poi, però, cambia subito discorso, quasi per non pensarci troppo. «Tornando alla consapevolezza, credo che un passo importante sia stata la vittoria dell'anno scorso alla Dwars door het Hageland. Non tanto per la vittoria in quanto tale, quanto per quella frase detta dal mio direttore sportivo nella riunione del mattino: "Oggi facciamo la corsa per te, oggi vinci tu”. Essere riuscita a sostenere quella responsabilità ed essere riuscita ad ottenere il successo mi ha fatto bene».
Si torna un'ultima volta nei paraggi dei sogni e questa volta le parole raccontano tutto: «Vorrei portare Elisa Balsamo a vincere il Fiandre». Un gran bel sogno, non c'è che dire, un sogno che noi stiamo già sognando: al vento, a tutta verso il traguardo.
Il questionario cicloproustiano di Marta Cavalli
Lo chiamano questionario proustiano, ma in realtà Marcel Proust non scrisse le domande: divennero famose le sue risposte poi trovate in un cassetto e pubblicate su una rivista letteraria. Quel manoscritto, come racconta Rivista Studio, è stato battuto all'asta qualche anno fa per centoduemila dollari. È diventato una sorta di "genere giornalistico" e noi lo chiameremo cicloproustiano, perché alcune domande verteranno più sul nostro sport preferito e inizieremo da Marta Cavalli, di mestiere corridore.
Il tratto principale del tuo carattere?
Umiltà
Qual è la qualità che apprezzi in un uomo?
Serietà
Qual è la qualità che apprezzi in una donna?
Sincerità
Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?
Lealtà
Il tuo peggior difetto?
Essere troppo testarda
Il tuo hobby o passatempo preferito?
Cucinare
Cosa sogni per la tua felicità?
Di non lasciarsi ostacolare dalle difficoltà
Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?
Che l'inverno durasse per sempre
Cosa vorresti essere?
La miglior versione di me stessa
In che paese/nazione vorresti vivere?
Austria
Il tuo colore preferito?
Blu
Il tuo animale preferito?
Aquila
Il tuo scrittore preferito?
Non ho uno scrittore preferito
Il tuo film preferito?
Avatar
Il tuo musicista o gruppo preferito?
Sfera Ebbasta
Il tuo corridore preferito?
Mark Cavendish
Un eroe nella tua vita reale?
Il mio coach Flavien
Una tua eroina nella vita reale?
Mia mamma
Il tuo nome preferito?
Andrea
Cosa detesti?
Non vedere riconosciuti i meriti
Un personaggio della storia che odi più di tutti?
Erode
L’impresa storica che ammiri di più?
L'allunaggio di Neil Armstrong
L’impresa ciclistica che ricordi di più?
La fuga solitaria in Yorkshire (Campionati del Mondo) di Annemiek van Vleuten
Da quale corsa non vorresti mai ritirarti?
Giro d'Italia
Un dono che vorresti avere?
Teletrasporto
Come ti senti attualmente?
Ottimista
Lascia scritto il tuo motto della vita
Crederci sempre, arrendersi mai
Pochi giri di parole: intervista ad Alessandro De Marchi
“Senza troppi giri di parole” potrebbe essere uno dei concetti che semplifica al meglio la chiacchierata con Alessandro De Marchi, friulano di Buja, provincia di Udine.
Senza troppi giri di parole potrebbe essere un marchio di fabbrica tipico delle sue zone e alla domanda «cosa c’è di friulano nel tuo modo di correre?» De Marchi è per l’appunto conciso, diretto: «La concretezza, il fatto di non voler mai essere troppo al centro dell’attenzione; il darsi da fare, il rimboccarsi le maniche, perché poi alla fine è questo quello che paga».
Senza fronzoli, e da subito lo mette in chiaro: «non è stata una stagione serena, felice; da salvare piccole cose, ma buone, come il fatto di aver corso un altro Giro, un’altra Vuelta, come il fatto che l’impegno mentale nelle difficoltà mi ha portato a imparare nuove lezioni che mi porterò dietro nel 2023. Ma a livello di risultati…»
Spiega, De Marchi, nel 2022 in maglia Israel PremierTech, come ormai si sia arrivati a «Un ciclismo che non ti aspetta più» e dove lui, 36 anni compiuti a maggio e dodici stagioni da professionista, si è trovato a inseguire. «Oggi devi essere perfetto, sempre competitivo: difficile pensare di andare alle corse e allenarti, pensando di sistemare qualcosa. Io ho avuto una primavera funestata da malanni - il Covid, la bronchite, problemi di stomaco - arrivati sempre nei momenti sbagliati, ovvero quando dovevo correre, e al Giro mi sono presentato in condizioni che definirei pessime, sempre con l’idea che correndo sarei migliorato, ma nel ciclismo di oggi non funziona più così. Non c’è spazio per recuperare correndo o per inseguire la condizione in gara».
Un ciclismo più intenso, più veloce, lo definisce, dove non c’è quasi più modo per costruire una carriera a piccoli passi e in modo graduale, dove i giovani che si affacciano oggi sono costretti a bruciare le tappe perché qualcun altro lo ha fatto prima di loro. «E questo impone ritmi molto più accelerati rispetto a qualche anno fa» aggiunge al suo pensiero.
Ritmi alti nel cercare di realizzare una carriera, ritmi diversi nel preparare una stagione: «Chi come me appartiene a un paio di generazioni fa è costretto ad adattarsi, a cambiare approccio nel modo di lavorare. Fare una mezza stagione brutta come l'ho fatta io diventa un macigno, ti taglia le gambe. In corsa c'è una marea di gente che andando forte ti fa finire in fondo al gruppo. Non puoi più permetterti errori madornali, perché poi non hai più molte possibilità di recuperare e di fare risultato». Da questo punto di vista, dice, uno degli errori è stato quello di aver corso troppe gare nel 2022: «Con il senno di poi dico che avrei potuto correre di meno, dedicando più tempo all’allenamento: lo scorso anno ho fatto un’ottantina di corse, forse un numero eccessivo».
Parlando dei cambiamenti in atto non si può non toccare gli argomenti che riguardano il diverso sforzo richiesto da tappe più brevi che si corrono a tutta dall’inizio alla fine, vedi un percorso del Tour che qualcuno, invece che “de France”, lo ha definito ironicamente “de l’Avenir”, e una diversa preparazione: «Sta diventando uno sport di velocità, di potenza, mentre prima ero uno sport di resistenza. Quindi tutto va gestito secondo questo approccio».
Racconta, De Marchi, l’importanza del ruolo di Raimondo Scimone, il suo procuratore, nel trovare un contratto per i prossimi anni, a fine stagione: «Nel momento di massima difficoltà, lui ha tenuto sempre la barra dritta. A un certo punto mi sono trovato in una situazione complicata riguardo al futuro: non è che mi sono svegliato un giorno e ho detto basta, semplicemente non arrivavano offerte concrete. Poi grazie a Scimone abbiamo trovato una sistemazione».
Nel 2023 De Marchi correrà, infatti, con il Team Bike Exchange, una squadra che ha cambiato molti corridori e si affaccia ambiziosa alla prossima stagione: «Dove ritroverò Pinotti (tecnico della squadra australiana, dove si occupa delle cronometro, la sua specialità prediletta quando correva NdA) con il quale sono stato prima in BMC e poi in CCC. Una squadra organizzata e con una storia importante alle spalle e che da subito mi ha fatto una proposta stimolante: andare al Giro a fare da chioccia a un gruppo di giovani».
Al Giro dove ci saranno tre crono, una che si correrà proprio in Friuli, al Giro dove ci sarà probabilmente pure Evenepoel. «Ma la sua eventuale presenza non sarà un mio problema». conclude, abbandonando per un attimo il suo modo posato di esprimere i propri concetti e lasciandosi andare a una mezza risata.
Lo abbiamo detto: Alessandro De Marchi non usa troppi giri di parole e nel 2023 vorrà far girare principalmente le gambe.
Pazzi per Ben Turner
Non amo particolarmente fare classifiche, avere preferenze, o fare figli e figliastri (sarà vero?), ma se c’è un corridore che mi fa impazzire e per il quale tocca fare un’eccezione evidente, quel corridore è Ben Turner, e visto che l’opinione (e la passione smodata) è strettamente personale, ho deciso di rompere la regola - non scritta - della terza persona e di scrivere questo pezzo in prima.
Ho scelto una foto emblematica del corridore, poi chiederò a voi lettori un piccolo compito e infine mi farò raccontare da uno dei suoi direttori sportivi che stagione è stata quella di Ben Turner.
La scelta della foto è ricaduta su Turner in azione alla Freccia del Brabante 2022, davanti al gruppo a fare selezione, a scardinare il muro, a dare fastidio a tutti, contribuendo a portare via l’azione decisiva con dentro altri due suoi compagni, Pidcock, quel giorno arrancante e sofferente, più di quello che ci si poteva aspettare, e Sheffield, quel giorno alla fine vittorioso nonostante scaramucce finali con gli altri contendenti.
È una faccia vecchio stampo quella di Turner che, per certi versi, nella sua giovane età - è un classe ‘99 - sembra appartenere a un’altra epoca. Ha il viso scavato, gli occhi gonfi dalla fatica e in particolare quel giorno la pioggia e il vento rendono quello scatto una foto in bianco e nero trasformata in post produzione.
È un corridore per certi versi antico: esplode giovane, ma non giovanissimo volendolo paragonare ad esempio a chi, proprio come Sheffield, tre anni più piccolo di lui, quel giorno vinse la Freccia del Brabante.
Arriva dal ciclocross senza esserne stato però un predestinato come Pidcock, ma nella stagione appena terminata ha dimostrato a tutti cosa volesse significare la parola affidabilità.
Chiedevo un compito, eccolo: cercate il video di una qualsiasi corsa da febbraio ad aprile a cui ha partecipato Turner e guardate un po’ chi c’è in testa al gruppo, poi se spostate le immagini qualche chilometro più avanti, guardate un po’ chi sta facendo il ritmo. Sempre lui che pare un déjà-vu. E nelle fasi decisive della corsa? Sempre lui. È successo in alcune tappe della Vuelta Andalucia, alla Dwars door Vlaanderen, 8° posto finale, alla Freccia del Brabante, 4°, alla Paris Roubaix, 11°. Corse differenti l’una dall’altra per percorsi, importanza, clima, avversari. Il denominatore comune è sempre quello che poi sta al centro del discorso: Ben Turner davanti a tirare per i compagni e poi di nuovo davanti nelle fasi decisive della corsa.
Ho chiesto a uno dei suoi diesse, Matteo Tosatto, che tipo di corridore abbiamo di fronte. «In poche parole un corridore forte, ma forte davvero. Io ho avuto modo di stringere il rapporto con lui alla Vuelta e mi ha impressionato per le doti di recupero: passata la prima settimana stava bene, la seconda era ok, nella terza è stato impressionante. In salita con i migliori quaranta, cinquanta corridori, di fianco a Rodriguez e Carapaz».
Per un corridore che ha mostrato qualità al Nord, un bel modo di presentarsi alla sua prima grande corsa a tappe, al suo primo anno da professionista. «È questo che a noi piace di lui: è un neoprofessionista eppure sembra correre da quattro, cinque anni in gruppo. Non è facile trovare giovani così: ha visione della corsa da veterano, fa pochi errori, si muove bene nei momenti critici, ha una forza fisica incredibile, non ha paura del freddo e del vento e nemmeno di stare in testa al gruppo sin dai primi chilometri. Va forte sul pavé, sui muri e ha pure spunto veloce: per me appena acquisirà un po’ più di malizia potrà dire la sua e vincere le volate con 20/25 corridori».
Insomma il corridore perfetto, o quasi. «Un difetto, se così si può definire, è che è troppo altruista. Quest’anno per lui era tutto nuovo, l’anno prossimo dovrà intanto riconfermarsi e poi cercare un risultato personale, col tempo ce la farà».
Mi chiedevo se in futuro potremmo vedere in lui un grande gregario in stile Luke Rowe o un corridore sempre a disposizione, ma libero di scegliersi anche grandi traguardi personali, à la van Baarle, e su questo Tosatto è laconico. «Gli stiamo ritagliando un ruolo alla Rowe, un grande regista in corsa, appoggio fondamentale per i nostri capitani, ma come ho detto avrà licenza di togliersi soddisfazioni personali, ne guadagnerebbe lui, ma anche noi come squadra».
C’è un termine molto in voga di questi tempi, poco giornalistico, ma molto diretto, di pancia, che sembra quasi una goffaggine leggendolo, e che sta a indicare uno stato d’animo che si ha quando si vede qualcuno o qualcosa - un corridore in questo caso - che piace, che piace molto.
“Gasa” si dice. Sì, "Ben Turner gasa", parecchio.
Conoscere Corbin Strong
Intanto il nome: c'è qualcosa di evocativo dietro al nome Corbin Strong, che non è altro che Corvino Forte. Dove corvino, come spiegato dal sito Behind the Name, deriva dal francese Corbeau, corvo.
Dove corvino in italiano sta per "di un bel nero intenso" solitamente associato al colore dei capelli. Pare che il nome debba la sua diffusione nel mondo anglosassone a un attore americano, Corbin Bernsen (se non vi viene in mente chi è, appena cercherete la sua foto direte: “ah ma è lui”), celebre per aver interpretato l'avvocato Arnold Becker nel telefilm L.A. Law, ma caratterista in decine e decine di produzioni televisive e cinematografiche.
Stiamo perdendo il filo, scusate, torniamo alle due ruote: dove sta la verità o il romanzato poco importa; c'è quel cognome, Strong, ed è inutile specificare significhi forte. E lui, Corbin Strong, forte è forte davvero.
Poi c'è la nazionalità: la Nuova Zelanda. Tra flessioni e picchi si affaccia al ciclismo (su strada) come una nazione minore, ma non di nicchia: senza voler scomodare pionieri come Dalton o Tabak (quest'ultimo fu anche campione olandese davanti a Zoetemelk!), ricordiamo tutti la maglia “all black” con felce argentata del velocista e pesce pilota Julian Dean che spiccava notevolmente nelle volate di gruppo (soprattutto nel momento di lanciarle); un movimento che vede attualmente punte come George Bennett - scalatore da piazzamento nei dieci nei grandi giri e riciclatosi gregario di Pogačar - corridori completi come Patrick "Paddy" Bevin capaci di andare forte a cronometro, dotati di spunto veloce e una certa resistenza, oppure chi, a proposito di telefilm, porta il nome di Jack Bauer, che ha passato un periodo nel quale si imponeva come gregario di primo rango in gruppo. Ma sono quelli in arrivo a destare più attenzione: i fratelli Niamh e Finn Fisher-Black, per esempio. Niamh si è appena laureata campionessa del mondo Under 23, più per particolare circostanza che altro, ma è una ragazza dall'indiscutibile valore. Nell'ultimo biennio si sono fatti conoscere soprattutto Reuben Thompson e Laurence Pithie - ma non solo. Reuben Thompson è stato uno dei migliori scalatori della categoria Under 23 con un Giro della Val d'Aosta nel suo palmarès e tante prove di altissimo valore, spesso in appoggio a capitani che portano il nome di Grégoire e Martinez. Entrambi i due neozelandesi passeranno professionisti nel 2023 con la maglia della Groupama.
Nel 2023 una delle novità più interessanti che porterà il ciclismo sarà proprio la presenza nella categoria Professional di un team neozelandese: la Black Spoke capitanata da Aaron Gate, che ha già calcato terreni importanti su strada, ma è soprattutto in pista che ha vissuto il suo apogeo. Sarà un importante sbocco nel ciclismo professionistico per i diversi talenti di quelle parti.
Se ci spostiamo dal rugoso asfalto alla turbolenta pista, il movimento mostra capacità di sfornare corridori e risultati: il già citato Gate, l'inseguitrice Bryony Botha, lo specialista delle prove di endurance Campbell Stewart, senza dimenticare un quartetto dell'inseguimento da diversi anni costantemente in lotta per le medaglie tra Giochi Olimpici e rassegne iridate, e tra i talenti nati dalla pista c'è appunto l'oggetto del discorso, Corbin Strong, biondo, a dispetto del nome, ma come suggerisce il cognome, forte.
Classe 2000, pistard di primissimo livello nonostante la giovanissima età, Strong nasce e cresce letteralmente in pista - arriva da un paesino di contadini vicino Invercargill dove si trova uno dei due velodromi al coperto della Nuova Zelanda- ed è nei velodromi che scopre la sua vocazione: specialista dell'endurance, tanto da conquistare, escludendo i diversi titoli nelle categorie giovanili e nelle corse del suo continente, l'oro mondiale a Berlino 2020 in una delle gare simbolo degli ovali, la corsa a punti, l'argento sempre a Berlino nell'inseguimento a squadre e, poche settimane fa, l'argento nella corsa a eliminazione nella rassegna iridata di Saint-Quentin-en-Yvelines battuto solamente da Elia Viviani. Strong è stato capace da ragazzo di misurarsi con buoni risultati anche nel settore della velocità.
Su strada, da neoprofessionista, ha effettuato il primo salto di qualità negli ultimi mesi della stagione 2022 in maglia Israel-PremierTech dopo aver anche concordato una crescita della forma in chiave Mondiale su pista: in poche settimane vince una tappa al Tour of Britain, chiude 5° il GP di Vallonia battuto solo da grandi nomi (tra cui van der Poel e Girmay), 13° alla Agostoni, ma vincendo la volata del gruppo, 2° alla Bernocchi, qui battuto solo da Ballerini ma dopo aver tentato la fuga vincente con Alaphilippe e Hirschi, e infine ha chiuso 7° il Gran Piemonte. Una campagna italiana nella quale è mancato solo il successo.
C'è quello che dicono di lui: Zak Dempster, suo direttore sportivo, ha definito le sue gambe: «perfette, grazie anche alla sua attività in pista», e recentemente Michael Woods ha raccontato: «Ci stavamo allenando e un giorno avevamo deciso di fare le cose sul serio. Stavo affinando il mio scatto: ci provo una volta e Corbin rientra. Ci provo una seconda e lo stacco: “ok”, ho pensato “ mi sono sbarazzato di lui”. Mi giro e vedo 'sto ragazzo che mi torna sotto con una forza incredibile, mi supera ed è lui che si sbarazza di me e se ne va. Avevo sentito fosse forte, ma non avevo mai immaginato avesse tanta fame».
Mentre Luca Saugo su Cycling Chronicles ne fa una dettagliata recensione: "è un corridore molto particolare, profondamente diverso, nella sua incarnazione da stradista, rispetto anche a molti altri pistard che alternano le due discipline. Corbin non è particolarmente possente, è alto 173 cm e pesa 63 kg. Nonostante ciò, però, ha nello spunto veloce uno dei suoi punti di forza. Su questo, molto probabilmente, incide una conformazione fisica particolare e il background ciclistico molto variegato. Ha il baricentro basso e cosce voluminose, retaggio dell’esperienza nella velocità. Nonostante sia un po’ scomposto in bicicletta, quando mette le mani sulla parte bassa del manubrio e sfoga tutta la sua potenza sui pedali, Strong riesce a prodursi in accelerazioni devastanti. È un fascio di muscoli sgraziato che dà l’impressione di poter spaccare la bicicletta da un momento all’altro tanta è la forza che riesce a sprigionare. E ha nelle gare in linea dal profilo tortuoso il suo areale".
Che sia forte, lo ribadiamo, lo dicono gli esperti, lo si capisce guardandolo come si muove in gruppo, lo confermano i suoi compagni di squadra. Che sia forte non c'è alcun dubbio e nel 2023 lo seguiremo con ancora più attenzione, avendo ormai bene in mente pure il significato del suo nome.
Vincenzo Albanese ha vinto di coraggio
Il treno su cui sta viaggiando Vincenzo Albanese, Eolo Kometa, di ritorno dal Tour du Limousin, arriverà a Firenze intorno alle quattordici. Dai finestrini si vedono gli stessi paesaggi di sempre, eppure per Albanese oggi è diverso. Non lo dice direttamente ma, da come parla, capiamo che quelle parole sul coraggio, quelle che dicono che il coraggio è la principale delle qualità umane perché garantisce tutte le altre, dicono qualcosa anche a lui.
«Avessi avuto più coraggio probabilmente le cose avrebbero potuto andare diversamente anche prima. Poche ore fa, a Limoges, ho vinto di coraggio». Vincenzo Albanese si riferisce ai molti piazzamenti nell'ultimo anno, ci ripensa adesso e ci pensava anche ieri in corsa sebbene, come racconta lui stesso, chi fa il mestiere del ciclista non ha molto tempo di pensare. «In squadra mi hanno sempre mostrato questa possibilità, probabilmente non ero pronto per metterla in pratica. Doveva scattare qualcosa e nell'ultima tappa del Limousin è successo». Quel qualcosa è scattato e insieme a lui, a un chilometro e mezzo dal traguardo, è andato via anche Albanese.
«Non ho paura delle volate, mi piacciono e sono anche veloce. Le volate sono il mio terreno, è questo il punto: per questo le ho sempre scelte. Il rischio delle volate è un rischio che conosco bene. Quello di ieri, forse, era un rischio che mi intimoriva, perché nel momento in cui scatti azzeri ogni possibilità intermedia: se non vinci, non ti piazzi nemmeno». Ad Albanese un nuovo piazzamento non interessava, per questo se ne è andato e dietro hanno potuto solo guardarlo: prima a braccia levate, poi a terra, a respirare.
La cosa bella del suo coraggio è che, poi, una volta scattato, una volta che lui era in testa, controvento, col gruppo alle spalle, il momento più difficile era diventato il più semplice: faticoso, certo, ma naturale. Ai meno duecento metri dal traguardo, Albanese era ancora abbastanza lontano da sentirsi al sicuro: «Che avrei vinto l'ho capito lì, quando mi voltavo e vedevo che più di tanto non recuperavano. Quando ho alzato le braccia, avevo già pensato alla vittoria da qualche secondo».
Sembra un paradosso, quello della vittoria che non arrivava mai e alla fine è arrivata prima di arrivare veramente. Bastano pochi metri, pochi secondi: sono già tanti, sono sempre tanti quando non vedi l'ora.
Per questo dal finestrino persino i binari, linee parallele che si corrono accanto come treni di una volata, sembrano diversi. Perché «fare il ciclista mi è sempre piaciuto ma, ad un certo punto, hai anche bisogno che le cose vadano bene, crederci non ti basta più se non succede qualcosa». Così il coraggio ha salvato Vincenzo Albanese, così Vincenzo Albanese ha salvato il suo coraggio su una bicicletta.
Di bicchieri bevuti, pieni o a metà, di cerchi che si chiudono
Salendo come una moto
C'è un modo di dire, molto diffuso nella comunità ciclistica che viaggia a suon di chilobyte e frasi fatte su internet, usato per identificare quelle azioni particolarmente efficaci non appena la strada si impenna: "subiendo como una moto", in spagnolo, ovvero salendo come una moto. Esiste pure un sito che nel dominio riporta quel nome e al cui interno puoi trovare i dati di scalata dei corridori su diverse salite.
Domenica, ma per la verità sono un po' di giorni che lo fa, Nairo Quintana è salito come una moto verso il gran premio della montagna del Col de Saint Roch, eravamo al Tour des Alpes Maritimes e du Var, per i più nostalgici: il Tour du Haut-Var.
In due tappe Nairoman (come viene chiamato quando ci si esalta nel vederlo andare in salita) ha staccato prima in modo brutale sul Col d'Èze l'atteso Guillaume Martin, perdendo poi allo sprint da Wellens, ma poco importa, e il giorno dopo il redivivo Pinot, anzi a dire la verità, il giorno dopo ha staccato tutto il gruppo andando a vincere tappa e classifica finale. Un suo giovane collega, Harry Sweeny, ha commentato quell'azione dicendo: «Nairo Quintana mi ha fatto sentire come se io fossi ancora uno junior».
Esaltante in salita, Quintana, con quell'azione in passato ci ha fatto pensare di aver trovato uno scalatore capace di ribaltare tutto e tutti; restringendo il campo agli ultimi dieci anni a tratti lo abbiamo definito lo Scalatore. È stato raccontato in maniera poco parziale, passando dall'esaltazione al massacro; ma provando a restituire a Quintana quello che la critica gli ha tolto, accusandolo di attendismo e poca efficacia, ci chiediamo: chiamereste attendista (o poco efficace) uno scalatore puro - perché questo è - capace di vincere oltre 50 corse in carriera tra cui la classifica generale di ben 20 gare a tappe? Non sono molti nella storia del ciclismo (facciamo quello moderno e contemporaneo senza addentrarci troppo all'epoca dei nostri ormai bisnonni) a vantare numeri del genere.
Attendista o poco efficace, volessimo romanzare, non lo è mai stato, sin da quando da bambino pensavano fosse rimasto vittima del "tiento del difunto", una malattia "magica" basata sulla convinzione che la vicinanza con un morto trasformi le persone in potenziali agenti trasmittenti una serie di mali incurabili.
Si racconta di come sua madre, a pochi giorni dal parto, entrò proprio in contatto, nel suo negozio di frutta e verdura, con una signora che aveva appena subito una grave perdita. E così Nairo nacque malato, si dice fosse sempre di un colorito vicino a quello di un morto: «Secondo quello che mi hanno sempre detto i miei genitori, c’erano dei giorni in cui assomigliavo a un cadavere» raccontò Quintana a El País nel 2013.
Provarono di tutto per salvarlo, combattendo la magia con la magia; prima di rendersi protagonista in bici, fu vittima di riti che avevano lo scopo di liberarlo da quel sortilegio. Si dice che da lui sgorgasse sangue dalle feci e puzzasse come un morto; si dice di come guarì grazie alla Combitá, un infuso fatto con le radici di nove alberi diversi, un pezzo di carota bianca e una manciata della terra dove Nairo venne al mondo.
Abbiamo romanzato, e si potrebbe continuare, citando il racconto di lui che si recava a scuola in bici non per risparmiare, ma perché a casa ritenevano che il bus servisse ad altri tipi di spostamenti; e lui con quella bici: discesa ad andare e salita per tornare verso casa. Due gravi incidenti, quando era un ragazzino che aveva appena scoperto come pedalando poteva cambiare la sua vita: la seconda volta che fu investito finì in coma per cinque giorni.
Si potrebbe continuare parlando di Nairo con quella faccia da sfinge come un enigma che abbiamo provato a risolvere in tutti i modi; l'attesa invana, quei Tour che pensavamo potesse vincere, la convivenza in Movistar con Valverde che secondo lo scalatore colombiano potrebbe essergli costato il Tour 2015, quando arrivò secondo alle spalle di Froome (come nel 2013), condividendo proprio con lo spagnolo il podio finale: «Per colpa di un mio compagno di squadra - raccontò Quintana qualche anno dopo - non ho potuto conquistare quel Tour».
Un Giro e una Vuelta li ha vinti, come nessun colombiano, così come nessun colombiano, forse giusto Bernal, gode di tanta popolarità nel suo Paese. Nel 2019, un sondaggio in patria lo vedeva ancora davanti a tutti come personaggio più conosciuto, più di Bernal, che aveva appena vinto il Tour, più delle stelle della nazionale di calcio colombiana come James e Falcao e del cantante Carlos Vives.
Si potrebbe continuare e poi farla breve tornando a poche ore fa quando è partito a una trentina di chilometri dall'arrivo, salendo come una moto, staccando tutto e tutti in salita, come il più bel Quintana mai visto. Come quel Quintana che prometteva, scattava e poi si scansava per chissà quale diabolico gioco tra cervello e gambe.
Corridore un po' atipico per certi versi, imperturbabile sul rapportone, nella buona e nella cattiva sorte, a volte illeggibile, magnifico scalatore: in salita, quando in giornata, capace di andare su come una moto rendendo i suoi avversari piccoli e affannati come dei cadetti.
Se l'inizio della stagione ciclistica è quella dove è lecito sognare, non svegliateci, ma lasciateci godere una volta tanto Nairo Quintana. Lasciateci godere una volta tanto uno scalatore.