La Vuelta di Roglič è un pugno agli incubi

L'aria di novembre, ai quasi 2000 metri dell'Alto de la Covatilla, sagoma ogni volto mettendone in evidenza tagli spigolosi. Gli zigomi sono lunghi coltelli a fendere il freddo come schizzati da righe e squadre in un progetto geometrico appena abbozzato. Gli angoli dell'umanità sono acuti, aspri, rigidi come la natura delle montagne quando l'autunno dirada verso l'inverno. C'è questa realtà acuminata sullo sfondo e la dolorosa nenia delle ascese- Puerto del Portillo de las Batuecas-Alto de San Miguel de Valero-Alto de Cristòbal-Alto de Penacaballera-Alto de la Garganta- come aghi nelle gambe, quando Richard Carapaz scatta ai tre chilometri e mezzo dal traguardo e la corsa sembra precipitare in un vuoto temporale che isola, attrae e respinge. Il dolore in queste circostanze assume i contorni di una pietà trasfigurata. Il dolore trasfigura e viene trasfigurato quasi sfregiato, confondendo sensi e sensazioni in un turbine che toglie il fiato passando dalla vista o dalle gambe. Che annebbia la vista col bruciore di un sudore freddo che dopo pochi metri tramuta in brividi e si asciuga in salviette appese al collo come rimasugli di battaglie dimenticate. Che taglia in pezzi grossolani le gambe, stese su pedali che non scorrono più disobbedendo alla fisica, quasi con la forza dei conati di nausea che sente risalire nelle interiora chi non deve affrontare solo l'acredine della terra ma anche il risucchio dei fantasmi che si nutrono ingordi dell'odore d'autunno e pullulano fra le foglie cadute e i tronchi ricoperti dal muschio.

I fantasmi che Carapaz getta alle spalle e trapassa come loro stessi trapassano i muri, con la scia d'aria mossa dal suo alzarsi sui pedali, a puntare con occhi iniettati di volontà sanguinea il prossimo metro di strada. Primož Roglič, in quell'istante, sa di incubi di notti scure e di albe attese rivolgendo auspici verso quella falce di luna lontana che tanto profuma di Spagna e di tutta l'intensità della nazione iberica. Trasfigurare significa cambiare forma e stato, significa segnare e farsi segnare. La trasfigurazione in questo momento è simile all'attrito del tempo e dello spazio che corrodono tutto quello che mostra loro il sembiante, scagliando in chissà quale viscera volontà e desideri. Qui non bastano più. Qui è la paura a prenderti a morsi perché non c'è più un domani imminente, perché il futuro è lattescenza confusa. Carapaz e Roglič sono sul filo di questo scorrere di realtà e ci restano per pochi minuti ma sembra l'eternità.
I denti dell'illusione sembrano conficcarsi nella pelle di Roglič e invece lasciano una vecchia cicatrice ma feriscono Carapaz che ha solo addolcito qualche chilometro danzando su muscoli vivi e sperando Madrid. Gli incubi di quella luna bugiarda che Roglič aveva visto da Parigi sono gli spettri che per qualche notte Carapaz vedrà in ogni angolo del sonno. Roglic ha sentito ancora male, come se gli avessero disinfettato una ferita con alcool puro e senza sedazione, ha teso ogni centimetro di muscolo e per qualche istante ha come avuto la sensazione che quel vuoto fantasmagorico lo stesse invadendo, che quel muro di fantasmi lo avesse imprigionato ancora a pochi sospiri dal traguardo. Come la ricerca negli incubi, con la stessa frustrazione di quella delusione, di quella mancanza. Non questa volta, Roglič. Non questa volta in cui l'andatura è quel ramo sul filo di un burrone o la rete aperta sotto. Questa volta il tutto è qualcosa che lenisce e carezza. Questa volta il tutto è un respiro appoggiato sul diaframma e uno sguardo che vola alto. Questo tutto assomiglia a Madrid che domani sarà decadenza dimenticata e bellezza in divenire.

Foto: Bettini


Ciao Athina, sono Tao. Ti racconto una storia

Chissà cosa avrà detto Eddy Merckx alla piccola Athina quando, l'inverno scorso, ha saputo che quel tumore al ginocchio, a cui era stata operata solo qualche tempo prima, si era ripresentato. Forse, da buon nonno, l'avrà abbracciata e poi si sarà seduto accanto a lei raccontandole una di quelle favole in cui anche i draghi più cattivi vengono sconfitti da qualche eroe. Forse sarà stata la piccola Athina, la figlia di Axel Merckx, a cercare nonno, avendolo sempre sentito chiamare "Cannibale". Avrà pensato: «Lo dico al nonno e poi vediamo». Forse si sarà fatta fare il numero di telefono da mamma e papà e avrà iniziato la telefonata come tutte le telefonate ai nonni: «Ciao nonno. Lo sai che ti voglio bene? Devo dirti una cosa». Forse nonno Eddy le avrà spiegato che anche per i nonni più forti è difficile. Forse le avrà detto che lei, così piccola, ora dovrà essere ancora più forte di nonno quando correva e, se lo sarà, non dovrà avere paura.

A dire il vero Athina è già una ragazza forte e forse è così forte anche perché lo ha promesso a nonno, perché gli ha detto che lei non mollerà. E guarda caso, solo qualche secondo dopo, quel nonno ha sorriso. Noi crediamo sia successo così, non ne abbiamo la certezza ma fa lo stesso. Pensate che pochi giorni dopo, in ospedale, Athina ha detto alla mamma di non volere regali per Natale: «Sai quel progetto di cui mi hai parlato, mamma? Perché non donate i soldi dei miei regali a quel progetto? Penso che a Natale sarò più felice sapendo che quei bambini, i bambini guatemaltechi, possano andare a scuola in autobus il prossimo anno. Me lo prometti? Facciamo così?». E mamma probabilmente avrà voltato lo sguardo da un'altra parte, solo per non far vedere che stava piangendo. Poi le avrà risposto con un bacio sulla fronte e l'unica cosa che sa dire un genitore in queste occasioni: «Certo, amore». Poi avrà cercato lo sguardo di Axel, da qualche parte nella stanza, come solo i genitori sanno fare quando si sentono fieri dei loro figli.

Athina ha già affrontato un anno di chemioterapia e accanto a lei, ogni giorno, c'è anche qualcun altro. Lo ha raccontato qualche giorno fa Axel Merckx. Parliamo di Tao Geoghegan Hart, il recente vincitore del Giro d'Italia: «Tao è veramente un ragazzo speciale. Ha preso a cuore la battaglia della mia Athina e quasi ogni giorno registra dei video molto belli e glieli invia per sostenerla, per aiutarla a farsi coraggio. Gesti del genere non sono mai scontati, ancora meno per un ragazzo come Tao che ha tantissimi impegni. Il tempo per Athina lo trova sempre, le vuole davvero bene e io non ho parole per ringraziarlo». Anche di questi video non sappiamo nulla, come di tutti i messaggi e le telefonate fra Tao e Athina e anche di questo non ci interessa. L'importante è che ci siano, l'importante è che si possa pensare che da qualche parte accadano cose di questo tipo. Che un ragazzo di poco più di venticinque anni, vincitore del Giro d'Italia, ogni giorno pensi almeno per un attimo a una ragazzina di quindici anni che un Giro d'Italia non può nemmeno andare a vederlo e lo desidererebbe tanto. Come desidererebbe tante altre cose che oggi non può fare. E che poi questo ragazzo prenda il telefono e le scriva o le registri un video, solo per farla sorridere. O magari la chiami: «Ciao Athina. Sono Tao, lo sai che ti voglio bene, vero? Devo raccontarti una storia...».


Rosso Roglič

Nel ciclismo c'è una locuzione, di poche parole, che racchiude molti significati. Si dice "andare del proprio passo", che poi non è un passo ma una pedalata, che, alla fine, sembra un respiro, come ha scritto Marco Pastonesi. "Andare del proprio passo" significa seguire il proprio ritmo, assecondare la propria possibilità di quel momento, in un certo qual modo significa non aver paura di ciò che si è in quel preciso istante. Già, perché "andare del proprio passo" può voler dire "perdere del tempo", può aver voler dire "arrivare fuori tempo massimo" che significa fermarsi o meglio essere fermati perché non c'è più tempo. Si può andare del proprio passo in testa o in coda al gruppo, si va del proprio passo per la gloria o più spesso per la speranza. Per arrivare primi, per arrivare prima o semplicemente per arrivare. "Andare del proprio passo" può voler dire arrivare in ritardo, può voler dire perdere, può anche voler dire arrendersi se quel passo finisce, ma non vuol dire andare piano. Magari vuol dire andare più piano di qualcun altro, solo quello. Chi va del proprio passo non sta risparmiando nulla, sta dando tutto. Tutto quello che ha. Sta inseguendo o sta scappando da qualcuno, nel ciclismo è sempre così, fidandosi del proprio modo di seguire o scappare. Il tuo "modo" non sarà sempre il migliore in termine assoluti ma resterà comunque il tuo e non seguirlo, non fidarsi di lui, significherà sfinirsi lottando contro il vento e poi cedere. Tu puoi fare ciò che ti è possibile e nulla cambierà questa realtà.

Ma riconoscere questa realtà non significa fare del "fatalismo" o del "vittimismo". No, è l'esatto contrario. Riconoscere questa realtà significa vivere più forte e esprimere al massimo ogni potenzialità perché andare del proprio passo vuol dire lavorare sulla propria persona, bandendo inutili lamentele, colpe e invidie. Vuol dire, per esempio, avere uno sguardo simile a quello di Primož Roglič, oggi durante la cronometro della Vuelta, da Muros a Mirador de Ézaro di 33,7 chilometri, ma forse ancor di più domenica all'Alto De Angliru o sabato, all'Alto de la Farrapona/Lagos de Somiedo. Perché? Perché oggi per Roglič era anche facile andare del proprio passo, contro il tempo è nettamente migliore dei suoi avversari. Il difficile era nei giorni scorsi, quando la strada era tutta all'insù e a dettare legge erano altri. Lì andare del proprio passo significava staccarsi e pagare dazio, significava contare i secondi o i minuti di distacco. Serviva coraggio, di più serviva pazienza. La forza che serve per tenere a freno quell'istinto di fare qualcosa che non puoi fare, solo per dimostrare, per non passare staccato, per lasciare nulla agli avversari. Diremmo che serviva consapevolezza. E Roglič è stato consapevole.

Consapevole del fatto che è possibile non essere i migliori in ogni tappa, che è possibile staccarsi e anche cedere il simbolo del primato. Ci si può dare questo permesso e farlo con consapevolezza e serenità significa essere già pronti a rimettere la propria ruota davanti a quella degli altri. La costruzione di ogni vittoria, in fondo, parte sempre dal primo momento dopo la sconfitta. Da come reagisci, da come accetti il rifiuto e da come sei disposto a ripartire. Senza rinunciare al proprio traguardo ma dandosi il proprio tempo per raggiungerlo. Roglič questo tempo lo ha scandito al ritmo del cronometro e adesso il suo passo è il passo giusto. Non sappiamo se lo resterà, non sappiamo se le salite imporranno un altro passo e un altro battito. Sappiamo però quello che questo martedì di inizio novembre in Spagna ha voluto rimarcare. Abbiamo tutti il diritto di inseguire un qualcosa a cui sentiamo di appartenere. Un diritto che somiglia a un dovere. Un diritto che è consapevolezza del fatto che "col nostro passo" possiamo arrivarci. Un passo che sarà adatto per certi giorni, veloce per altri, troppo lento in alcune circostanze. Ma un passo da accettare, un passo di cui essere comunque orgogliosi, perché è la nostra unica possibilità di progressione.

Foto: Bettini


Raffaele e l'importanza dei piccoli gesti

«Sai quando sei bambino e ascolti le favole o le fiabe raccontate dai genitori o dai nonni? Credi agli alberi che parlano o si muovono, credi alla magia e agli incantesimi. Succede perché sei immerso nell'ascolto. I racconti dei viaggiatori del BAM mi hanno riportato lì». In realtà, Raffaele Fanini non è riuscito ad ascoltare tutti quei racconti perché, mentre saliva al rifugio, stava mettendo assieme una storia, una di quelle belle, una di quelle da raccontare. Una di quelle storie che iniziano con un uomo che prova a cambiare qualcosa: «Da ragazzino lessi su una rivista di queste "isole di plastica". Non volevo crederci, ho addirittura pensato fosse una notizia falsa. Invece no, tutto vero. La cosa incredibile è che troppo spesso non abbiamo coscienza del problema. Per questo non lo affrontiamo e spesso non vogliamo neanche parlarne. Crediamo che l'inquinamento, il surriscaldamento globale siano qualcosa che non ci toccherà mai direttamente e pensiamo ad altro. In realtà il problema è già qui, tocca noi e tutte le persone a cui vogliamo bene. Se aspettiamo, se non facciamo nulla, quando ci sveglieremo sarà troppo tardi. So bene che il mio gesto non risolverà il problema ma so anche che al mondo siamo in sette miliardi e bastano pochi sciagurati per rovinare tutto. Se, invece, provassimo a metterci d'impegno per cambiare qualcosa? Uno per volta, uno alla volta». Il nostro "c'era una volta" parte da qui, da un ragazzo di trentadue anni in sella a una "Moser" del 1978 con agganciato un carrello per raccogliere i rifiuti trovati lungo la pedalata: «La mia bicicletta è abbastanza vecchia ma funziona e poi ci sono affezionato. Questa è una storia comune, no? Forse la potenza della bicicletta è proprio qui, lei è rimasta intatta nonostante tutto quello che è cambiato negli anni. Ha resistito all'innovazione, al futuro che avanzava a grandi passi e tutti siamo legati alla nostra prima bici. Alle medie trascorrevo interi pomeriggi a vedere VHS di Bmx. La mia prima Bmx, una Atala color argento, con cui saltavo le prime cancellate, è nella cantina dei miei genitori. Qualche tempo fa, papà, mentre era intento a liberare la cantina, mi propose di buttarla. Ma stiamo scherzando? Non serve a nulla ma resta lì».

Le cattive abitudini delle persone si misurano in spazio e tempo e Raffaele rende bene questa idea: «Quando mi chiedono quanta plastica raccolga nei miei viaggi parlo di chilometri e di minuti. Noi percorriamo circa 60 chilometri in un giorno ma stiamo in sella dalle dieci alle dodici ore. Capisci quanto tempo trascorriamo fermi a raccogliere plastica? Io sono convinto che parte della gente che mi segue e mi fa i complimenti sia la stessa che poi, magari, butta il pacchetto di sigarette fuori dal finestrino. Perché? Perché viviamo nell'inconsapevolezza dell'importanza dei piccoli gesti». Uno di questi passa per la scelta della bicicletta: «Sarei scontato se ti dicessi solo che la bicicletta mi regala la libertà. Allora mi spiego meglio: la bicicletta non inquina e ti porta dove vuoi. Non spendi praticamente nulla e puoi arrivare lontano in tempi anche abbastanza brevi. In questo periodo disgraziato lo stiamo scoprendo». Il punto, e Raffaele Fanini lo spiega bene, sono le priorità: «Ognuno ha una propria scala di cose importanti. Alcuni pongono al vertice il benessere economico, altri i divertimenti e così via. L'ambiente? Il pianeta? A che punto sono della scala? Sono la nostra casa esattamente come le mura in cui viviamo. La terra non è nostra, non l'abbiamo avuta in eredità dai nostri genitori. L'abbiamo in prestito dai nostri figli. Questo me lo ha detto mio fratello, lo ha letto in un libro ed è verissimo». Poi c'è il cambiamento, quello a cui dobbiamo contribuire tutti ma in cui le istituzioni hanno un ruolo fondamentale: «Si possono lanciare tanti messaggi e tante campagne di sensibilizzazione ma poi la gente ha a che fare con una realtà che talvolta scoraggia altre scelte. Se i prodotti bio o ecologici costano molto di più, possiamo immaginare che verranno scelti gli altri. Si potrebbero vendere anche più prodotti sfusi, in modo da non avere un sovraccarico di imballaggi. Serve la volontà di farlo e l'appoggio delle aziende».

Alle persone invece servirebbe, ogni tanto, rinunciare all'abitudine e alla comodità del momento. Un passo fondamentale quanto difficile: «Molti dei ragionamenti che sentiamo tutti, quelli della matrice "ma si è sempre fatto così", purtroppo, hanno una visione limitata e una forte resistenza al cambiamento. Io sono sicuro che a tutti piacciono gli spazi aperti immersi nella natura, puliti e spazzati da aria limpida e fresca. Perché stiamo così bene in montagna? Per questo. Pensiamo se riuscissimo a fare in modo che buona parte del pianeta fosse così, pensiamo a quanto staremmo bene. Le cose possono cambiare. Serve fiducia, volontà di cambiamento e anche la più piccola azione è importante». Noi, da parte nostra, siamo certi che servano anche le storie e che anzi le storie, quelle belle, siano parte della fiducia. Ancor di più nei momenti difficili. La fiducia è un esercizio da fare nei momenti complessi, sarebbe troppo facile altrimenti. Fiducia che non vuol dire non vedere i problemi. Fiducia che significa tenere d'occhio la parte salva della realtà e ricominciare a costruire da quella. Magari raccontando una storia. Magari quella di Raffaele.


Stelvioman: il custode del Passo

Non sappiamo ancora se la gloria sia passata dai venticinque chilometri della salita che da Prato porta ai 2758 metri del Passo dello Stelvio. Sappiamo solo che questa ascesa rimane leggenda, un serpente di asfalto che si inerpica fra foreste e alpeggi levandoti il respiro, un trampolino lunare che per i corridori è un giudizio universale. Dal versante altoatesino, come nel Giro 2020, da quello lombardo o da quello svizzero. Proprio per tutti i gusti.
Questa salita ha il suo guardiano, il suo cappellano che macina chilometri a ripetizione su queste rampe e conosce ogni cambio di pendenza, riconosce ogni crepa sulla strada, sa dove poter rifiatare, rilanciare, attaccare. È Daniele Schena, per tutti Stelvioman, come indicano i suoi profili Social. È salito ai quasi 3000 metri del Passo un centinaio di volte da Prato, circa trecento invece da Bormio dove risiede. Se hai provato a scalare lo Stelvio al suo fianco ti insegna, ti consola, ti scuote. È come uno sherpa, una guida che ti scorta verso questo paesaggio lunare fatto di morene e circondato da pareti di neve perenne. Lo Stelvio, da Prato, per Stelvioman ha emesso diverse sentenze. «Davano per spacciati gli Ineos? Hanno fatto loro il ritmo, hanno fatto loro un capolavoro con Dennis e Geoghegan Hart. Non si recita mai il de profundis prima di salire in cima allo Stelvio».
E Stelvioman sul ritmo impresso, racconta «Lo hanno talmente temuto che lo hanno affrontato forse inconsapevolmente con spavalderia e facendo selezione fin da subito con un ritmo elevatissimo. Non hanno aspettato Cancano per spaccare il gruppo di testa. Che spettacolo!».
Del resto lo Stelvio è così. Talmente magico che è imprevedibile in ogni suo aspetto. Dalla tattica con cui lo affronti, dall’incognita di una crisi dietro un tornante, alle condizioni meteo a volte davvero proibitive. «Per essere ottobre inoltrato il meteo è stato clemente. Il freddo si sentiva solo nella picchiata verso Bormio, ma a quell'altitudine è inevitabile. Keldemann ha pagato il fatto di non essersi allacciato il giubbino e così ha perso un po’ di forza quando doveva spingere in direzione della salita di Cancano». Un profeta, come quando ricorda che «Da maggio a ottobre un giorno puoi trovare una temperatura gradevole, altre volte condizioni invernali. Devi avere con te i giusti cambi, le protezioni adeguate, accorgimenti che possono salvarti da spiacevoli sorprese. E occhio alla discesa: non bisogna emulare i professionisti. I tornanti sono stretti e impervi, bisogna prestare la massima attenzione e rimanere concentrati. Spesso attacchi la discesa e sei ancora poco lucido, annebbiato dalle fatiche della salita».
Questa tappa è stata la sua tappa. Lui che ha accompagnato come un angelo custode migliaia di turisti. E sì, perché Stelvioman è stato il primo a lanciare il turismo della bicicletta a Bormio sdoganando il fatto di essere solo meta per gli sport e il turismo invernale. Di turismo e di accoglienza ne sa e ci vede lungo. «Un aspetto positivo la vittoria di Hindley, un australiano. Così lo Stelvio sarà ancora più internazionale, come quando vinse De Gent e l’estate successiva arrivarono parecchi belgi». Natura e watt certo, ma lo Stelvio è anche storia. «Ogni volta che lo scalo mi emoziona sempre questo lavoro di ingegneria stradale. Un capolavoro costruito nel lontano 1815». Stelvio, antologia e storia. Ma qual è il versante per antonomasia? «Mitici tutti certamente, ma quello che sento più mio è quello di Bormio».

Di Gabriele Pezzaglia

Foto: Pentaphoto


Sua Maestà Stelvio

Lo Stelvio ha risvegliato un Giro d'Italia che sembrava essersi addormentato, abbandonato ad un letargo autunnale. Lo ha fatto nell'unico modo possibile, impassibile di fronte a ciascuna delle storie dei ciclisti che lo scalavano. Giudice ferreo di responsabilità inevitabili. Non c'è pietà fra i monti in mezzo a cui si inerpica una strada serpentina che sibila paure. Chissà cosa avrà pensato Almeida quando ha iniziato a perdere posizioni, quando ha capito che quelle ruote si allontanavano sempre più, quando ha pensato a tutti i suoi sogni, con quella maglia rosa addosso, e ha temuto di non poterne concretizzare alcuno. In fondo il difficile è proprio rinunciare alla felicità immaginata, a quella possibile fino a qualche secondo prima. Lassù faticano tutti ma i pensieri cambiano forma alla fatica. Wilco Kelderman per qualche chilometro alleggerisce la pedalata proprio grazie al pensiero, grazie a quel punto rosa che si allontana e gli fa credere che oggi è possibile, che Almeida, ora, è alla frutta. Tutto cambia, si ribalta, con una velocità che qui puoi solo immaginare.

Tao Geoghegan Hart è più tranquillo perché non è solo e lì davanti la sua squadra sta davvero facendo tutto il possibile. Tutto il possibile o anche di più lo ha fatto Rohan Dennis, davvero commovente oggi. Dennis aiuta con l'anima di chi vuole aiutare e lo fa sino all'ultimo respiro. E noi immaginiamo il suo pensiero: «Dai, ancora una pedalata e poi mi sposto. Arrivo a quel sasso, a quell'albero, a quel tifoso e poi mi sposto. Cambio rapporto, un'ultima spinta e mi sposto». Ha rimandato tanto Rohan Dennis, così tanto che quando si è spostato non ne aveva davvero più, quasi si fermava. Ha dato tutto, Dennis. Geoghegan Hart, in quel momento, avrà pensato alla responsabilità che aveva sulle gambe, perché quando qualcuno si sfinisce per te, per aumentare le tue possibilità di farcela tu ti senti in dovere di fare qualcosa. Qualcosa di speciale, magari vincere, magari indossare la maglia rosa. E chissà cosa avrà pensato quando non ci è riuscito. Cosa ha pensato Jai Hindley, invece, lo sappiamo. Lo ha detto più volte dopo il traguardo: «Incredibile, è incredibile». Dopo il traguardo, quando in maglia rosa c'è già Kelderman, per pochi secondi. In gara, mentre saliva ai Laghi di Cancano e parlava con Geoghegan Hart, avrà rivisto i suoi genitori e quel giorno in cui lo misero in bici a soli sei anni.

Avrà pensato che oggi sarebbe stato proprio un bel giorno per dimostrare che mamma e papà ci hanno sempre visto lungo. Magari per farlo in maglia rosa. E intanto la voce dalla radiolina, la voce di Kelderman che è lì e da chilometri e chilometri è maglia rosa virtuale. Chissà se uno dei due ragazzi Sunweb avrà pensato anche a questo? A cosa avrebbe ottenuto l'altro a fine tappa. Chissà se c'è un pizzico di rivalità fra Kelderman e Hindley? Chissà se, anche solo per qualche istante, avranno pensato: “La maglia rosa la voglio io, la devo avere io”. Perché certe cose sono umane ed è anche giusto dirle. Dei tanti chissà non sa cosa farsene la classifica generale che pone Kelderman in prima posizione e Hindley in seconda. Anche Geoghegan Hart ha altro da pensare perché stasera non ha solo due rivali ma ha due rivali che sono alleati o almeno dovrebbero esserlo. Lui, forse, può sperare. Può sperare che qualcosa fra i due vada storto, può sperare di essere lì per approfittarne. Ma questa è un’altra storia e ve la racconteremo molto presto.

Foto: Pentaphoto


Essere Mathieu van der Poel

Spesso c'è tutto in un grido. Il grido di Julian Alaphilippe che a trentacinque chilometri dal traguardo frana rovinosamente a terra dopo che col gomito sbatte violentemente contro la moto della giuria. C'è la disperazione nel viso di quest'uomo, nel suo corpo che, senza l'appoggio delle braccia, non riesce a girarsi, a mettersi supino e si dibatte in un'impossibilità atroce. Nessuno riesce a capire, almeno in un primo momento: lo sguardo vaga cercando una risposta a quel dolore. Il motociclista della giuria si avvicina, quasi a chiedere scusa, quasi a voler porre rimedio. Non è più possibile ormai. Quando errore c'è, bisogna pensarci prima, dopo è tardi, è inutile. In realtà prima bisogna pensarci anche quando non c'è errore perché basta poco, pochissimo, per cambiare sorte alle cose e alle persone. Cade Julian, cade e con lui frana tutto. Si è rialzato molte volte e tornerà a rialzarsi ma oggi no e a lui serviva essere in sella oggi. Del resto possiamo discutere noi, del resto parleranno le corse. Resta quell'immagine al suolo, come un castigo degli Dei alla fantasia e a quella forza del continuo provare, del continuo inventare, che tanto piace agli uomini. Wout van Aert e Mathieu van der Poel si voltano di scatto appena sentono il rumore della caduta, le grida del francese. Si guardano, proseguono, non possono fare altro: devono proseguire. E la gente, i tifosi, vivono un contrasto di sensazioni, come il viandante su un mare di nebbia di Caspar David Friedrich. Vorrebbero essere lì, vorrebbero essere su quelle strade ma non possono. L'immedesimazione è l'unica via per essere proiettati, almeno per qualche istante, nella realtà sensoriale di una gara che sta diventando un duello di spada e fioretto. I pochi tifosi che si affacciano dai cancelli gridano forte, più forte che possono e, chiudendo gli occhi e ascoltando, per qualche secondo ci si può pure inventare che le cose non siano cambiate così tanto.

Svanisce tutto, come quel silenzio ritorna e non si può fingere di non sentirlo. Il silenzio è attorno, non nel gruppo che d'improvviso si risveglia e accende un folle inseguimento, non nella testa di van der Poel e van Aert che pullula di pensieri. Alberto Bettiol, ieri, ha raccontato di essere bravo a giocare a scacchi e ha ricordato come il Fiandre assomigli a una partita a scacchi. Negli scacchi prevale l'attendismo, le partite possono proseguire per ore e le mosse possono essere così sottili da sembrare ininfluenti. Probabilmente sono già passati tanti chilometri, troppi, quando Bettiol si mette in testa al plotone e forza l'andatura stringendo i denti. In molti fanno così, come se quel ghigno potesse sfogare una rabbia repressa, un dolore ancestrale che è l'unica spinta per cercare di arrivare al traguardo, per non cedere a quella voce che tutti abbiamo dentro e che ci suggerisce la via più facile. Non la migliore, la più semplice. Davanti quei due, van der Poel e van Aert, trovano l'accordo e vanno via che è una meraviglia. Loro, i due rivali, i più attesi, quelli che tutti stamattina hanno guardato con una peculiare attenzione. Come a dire: "Vi teniamo d'occhio". E quando si è tenuti d'occhio è tutto più difficile ma i campioni sono chiamati anche a questo, oneri ed onori. Loro lo sanno e si prendono la responsabilità della gara come giganti che reggono sulle spalle un pianeta parallelo. Qualcuno teme qualche tatticismo di troppo, teme che sprechino quel vantaggio gettandolo al vento d'ottobre che spazza le pietre e la natura che inizia a sonnecchiare nell'inferno del nord.

Qui il fuoco e le fiamme sono di freddo e brina. Qualcosa che sembra rallentare il circostante, quasi a lasciarlo immutato, come in una fotografia. Come all'ultimo chilometro di una qualunque gara, ma questa non è una gara qualunque, in cui la velocità, le spallate ed i cambi di direzione al millimetro sono preceduti da una calma ansiosa. Quell'attesa che mischia euforia e timore per poi gettarseli alle spalle in una frazione di secondo. L'attimo in cui decidi che il tuo tempo è giunto e ti scordi di ogni pensiero antecedente. Così è l'ultimo chilometro di van der Poel e van Aert: una sensazione di infinito che si sprigiona dall'arco e dura fino alla linea finale ed anche oltre. Prima uno a tirare davanti e uno a inseguire dietro, poi uno sulla destra e uno sulla sinistra, entrambi prima seduti e poi sui pedali, entrambi con la testa che sembra assecondare quella volontà di supremazia. Un "sì" riaffermato continuamente. Una certezza che non c'è ma pretende di avverarsi. Sulla linea, van der Poel e van Aert, arrivano assieme e si lanciano in un colpo di reni che tende e affina ogni linea del loro corpo di atleti. L'incertezza è un respiro strozzato, un calcio alle illusioni, un ricordo e un augurio. Sono quei secondi, una manciata, che pesano più delle ore a tremare su quella sella, quei secondi in cui anche i campioni perdono quella invulnerabilità che solo apparentemente li caratterizza e tornano uomini che guardano lo staff nella speranza di un assenso, che ascoltano le voci sul traguardo immaginando di sentire il loro nome. Vince Mathieu van der Poel: è il grido, l'altro grido, in cui c'è tutto. Per l'ennesima volta, tutto uguale e diverso. Come uguali e diverse sono quelle lacrime che non hanno il tempo di cadere a terra, trattenute dalle sue mani che chiudono gli occhi. Quegli stessi occhi che, ora, non hanno bisogno di vedere, che forse non hanno neanche voglia di vedere, che vogliono stare così fra quelle mani. A liberare un sentimento straripante, sciolto e trattenuto lì, vicino. Quello di Mathieu van der Poel che oggi, a venticinque anni, ha vinto il Giro delle Fiandre.

Foto: Bettini


Sono Jhonatan Narvaez e arrivo dal freddo

Scruto negli occhi i miei avversari e vedo visi solcati dalla fatica, facce intrise di paura, agonismo e agonia. La pioggia picchia sulle nostre teste, passa attraverso un rigagnolo creatosi tra occhio e naso, e va a formare una valle di lacrime. Cambi regolari. Spengo la radiolina e poi la riaccendo come un tic nervoso. La strada è pericolosa e riflette un cielo diventato nero. Ho le mani fredde ma pedalo come se nulla fosse. Mi sposto per far passare un avversario, chiudo il buco, si sale e si scende: quale sporca abitudine. L'acqua si infila dappertutto, ci prende a schiaffi e ci fa soffrire.

Mi chiamo Jhonatan Narvaez. Ho la pelle scurissima tanto che mi hanno sempre scambiato per colombiano. In effetti sono nato al confine con quella terra e per diventare seriamente ciclista spesso mi sono spostato di là. Chi mi ha scoperto è andato in giro per l'Europa a dire che sono forte, addirittura fortissimo, che assorbo facilmente quello che mi viene spiegato, ma non vorrei che si sapesse troppo che imparare l'inglese per me è stato più difficile che andare in salita.

Sono forte sul passo, ho vinto titoli in pista e a cronometro. Ho spunto veloce. La prima volta che sono venuto in Europa mi hanno sottoposto a dei test fisici dai risultati, a sentir loro, sbalorditivi. Io sono sempre “andato”, senza preoccuparmene. Salita, discesa, pianura, volata, pista: insomma davvero forte ovunque.
Salita. Per arrivare a casa mia ho percorso migliaia di volte un “puerto”, come diciamo noi in spagnolo, di cinque chilometri. Mi allenavo in montagna e quindi le salite al Giro non mi fanno troppa paura. Leggo dappertutto scritte che richiamano al Pirata Pantani. Lui davvero andava forte in salita, davvero non aveva paura in bicicletta. Quando vinceva il Giro, io avevo un anno, e dalle nostre parti non si faceva che parlare di quella volta che c'è stato il Mondiale in Colombia e lui arrivò sul podio.

Pista. Ho fatto il record mondiale di inseguimento giovanile sui tremila metri. Non sono Ganna, è vero, ma nemmeno uno sprovveduto.
Tra questi compagni di sventura in fuga non sono molto conosciuto non fosse per la squadra in cui corro. Non ho la verve di Pellaud, quello attaccherebbe anche nelle tappe di riposo; non parlo con l'accento toscano come Clarke, non sono a caccia di un contratto come Rosskopf e Campenaerts, non sono amato da tutti come Benedetti: lui si mette davanti al gruppo e non si sposterebbe per nessun motivo. Però vado forte nelle giornate come quelle di oggi e gli altri forse non lo sanno.

In Ecuador scrivono di me che vengo dal cielo perché sono nato e ho vissuto a tremila metri di altitudine dove la temperatura media è di dieci gradi e fa sempre freddo. E piove. Cosa volete che sia un'atmosfera così per uno come me? Pensate: oggi mi sembra di stare nei Paesi Baschi, non in Romagna, un posto che adoro perché piove sempre e fa freddo. Almeno quando vado in bicicletta.

Mi chiamano “avioneta”, l'aeroplano. E quindi attacco, plano dopo l'ultima salita con un ucraino che parla in bergamasco. Lui fora. Che sport di merda il ciclismo, vero? Me ne vado, pennello le discese, un po' presuntuoso mi paragono ad un'artista. In alcuni tratti appaio indeciso perché tiro il freno e prendo meno rischi possibili: se sentiste quello che mi stanno urlando nella radiolina rallentereste anche voi. Dicono che sia timido, ma con una volontà di ferro. Conoscete ciclisti senza carattere?

Ho peccato di superbia: tre anni fa Carapaz, Caicedo ed io abbiamo fatto baldoria. Abbiamo bevuto un po' troppo durante il ritiro della nostra nazionale prima dei Giochi Bolivariani, ci hanno beccati e cacciati. Fu una leggerezza. Ci hanno espulsi ma siamo tornati. Caicedo ha vinto una tappa pochi giorni fa, Carapaz ha vinto il Giro lo scorso anno, e la storia che a casa ha un grosso tacchino che fa da guardia al Trofeo Senza Fine non so se sia vera, ma è incredibilmente affascinante.

Pianura. Guardo dritto in posizione da cronometro, faccio il mio passo, mi frullano per la testa mille pensieri. Portal, quello che so del ciclismo lo devo tutto a lui; la mia terra, Playón de San Francisco, quello che sono lo devo all'Ecuador. Mio fratello, la scuola di Medicina che mi avrebbe accolto se non mi trovassi dove sono oggi, le corse in Francia dove mi sembravano tutti matti, ma se ho imparato a correre è perché lì si fa sul serio. Vedo il mare, ci sono delle giostre chiuse che sembrano carcasse di mostri giganti. Poco più in là il traguardo. La pioggia: anche in una giornata come oggi è benedetta, mi è amica. Quanto mi piace la pioggia? Quello che per gli altri sono schiaffi per me sono carezze. E un clima così? Non potrei volere altro. D'altronde sono Jhonatan Narvaez e arrivo dal freddo.

Foto: Gabriele Facciotti/Pentaphoto


Il numero 94, il numero 1 e altre storiellette

Fa freddo e c'è vento. È quasi buio pur essendo passato da poco mezzogiorno. Le mani sono intirizzite. Cerco di scaldarmele come posso e la possibilità migliore me la dà una vecchia osteria con i mattoni a vista che ha la fortuna di affacciarsi sul rettilineo d'arrivo.

So che i corridori passeranno almeno tre volte sul traguardo e quindi c'è tempo di bere qualcosa per provare sollievo e acclimatarsi per bene scambiando due chiacchiere e scattando pure qualche foto. Arriva un massaggiatore di una squadra che funge da vivaio per un team di professionisti. Anticipa il gruppo, entra nel bar e chiede di riempire le borracce con del tè caldo. La barista sgrana gli enormi occhi verdi ed esclama: «Abbiamo fatto fuori trecento bustine di tè!» gli dice «E non possiamo nemmeno muoverci da qui perché la strada è chiusa» alludendo al passaggio dell'ultima tappa del Giro del Friuli.
Perché se fa freddo per noi che siamo chiusi al caldo con la compagnia di un bicchiere di rosso della casa, immaginarsi chi sta in strada. C'è bisogno di qualche bevanda calda per i ragazzi e di ogni malizia. Ogni tanto vanno strigliati perché «oggi non ce la faccio» dicono, ma è stata una corsa dura e si chiude un occhio, e se qualcuno preferisce fermarsi questa non è la giornata per usare il bastone «perché nei momenti di sconforto vanno sempre supportati» mi raccontava un direttore sportivo proprio nei giorni scorsi.

L'abbigliamento è importante mi dice il componente dello staff di un'altra squadra, anche lui passato al volo in quel bar chiedendo «Tè caldo, per favore!» per riempire qualche borraccia. «Se oggi sbagli qualcosa sei letteralmente fottuto». Testuale. E di quel gruppo di centoquaranta ragazzi, di fottuti, per usare il termine che mi frulla ancora per la testa, ne sono quasi la metà. «Vestirsi in modo adeguato è fondamentale, il problema però sono le gambe: scoperte e al freddo per tutto il giorno».

Arriva il primo corridore ritirato; lo avevo già notato alla partenza un paio di ore prima, si era staccato subito dopo il via mentre la pioggia era forte, quasi una bufera, sembrava bava appiccicosa. Poggia la sua bici, una Scott gialla con il numero novantaquattro, su una botte ornamentale fuori dall'ingresso dell'osteria. Entra battendo i denti, completamente grondante pioggia come una bistecca al sangue. Lo sguardo è perso, il viso assume tratti violacei. «Bevi qualcosa di caldo» gli faccio. «No, grazie. Fra un po' arriva l'ammiraglia» risponde lui. Un'ora dopo è ancora lì, impietrito verso la porta, continua a battere i denti come stesse parlando l'alfabeto della fatica e dello strazio e nel frattempo il bar continua a riempirsi di corridori. Ci sono i bulgari: si ritireranno tutti in un colpo dopo aver chiuso regolarmente in coda ogni tappa. Volevano onorare la corsa e lo hanno fatto, ma il livello è davvero alto. A loro importava soltanto esserci.

Arriva un corridore dietro l'altro; si fermano, cercano l'ammiraglia. Alcuni sembrano reduci, altri naufraghi: hanno diciannove, venti, ventuno, ventidue anni, alcuni anche venticinque o ventisei e persino più di trenta. Un ragazzo si è fermato, ha poggiato la bici e si è tolto gli scarpini. Ha i calzini fondi d'acqua e ora corre sul marciapiede in mezzo alle pozzanghere cercando qualcuno, forse un parente, un collega o forse scappa semplicemente perché non sa che fare come quando un ciclista va in fuga sapendo di essere ripreso. Sono spaesati, contriti, chi gliela fa fare? chiedevo giorni fa a un ex corridore. «La crudeltà di questo sport è che pedali con ogni tipo di clima, e fai fatica, fisica e mentale e poi non sai nemmeno se l'anno dopo continuerai a correre o se quello che stai facendo diventerà il tuo mestiere».

Il mestiere che sarà di sicuro quello del numero uno della corsa, un norvegese alto con i capelli rossi e le lentiggini, ha dominato e l'anno prossimo correrà tra i grandi mentre tutti bisbigliano: “è un predestinato”. A fine gara la sua fame non è placata nemmeno dalle tre maglie conquistate e dalle due tappe: divora una pizza in meno di cinque minuti.

Resta tempo per accennare alla storia di quel ragazzo che arriva terzo di tappa, illuso ed esultante convinto di aver vinto: un grido di gioia che se potesse tornare indietro strozzerebbe in gola o legherebbe ben stretto con un fil di ferro. La rabbia è la sua, la delusione è quella del secondo arrivato; ha gli occhi rossi di chi non ha smesso di piangere. E non smette di piangere nemmeno un altro corridore in maglia giallo fluo. Fermo per minuti che appaiono sia a me che a lui interminabili, dietro il palco delle premiazioni. La testa è retta dal palmo delle mani e ha una caviglia gonfia e fasciata. Eppure è venuto a prendere lo stesso il premio dei traguardi volanti.

Torno indietro e passo davanti al bar e il numero novantaquattro è ancora lì che aspetta. Sta cercando di farsi caldo strusciando le mani su tutto il corpo ancora mezzo scoperto. Indossa gli indumenti di gara e chiacchiera con un altro ragazzo, lombardo sembrerebbe dall'accento. Il viso ha preso un po' più di colore, forse l'hanno convinto a bere qualcosa. Entrambi continuano a sbattere i denti e forse si capiscono così. Io invece li guardo e non capisco, ma apprezzo e domandandomi ancora una volta chi gliela fa fare, non posso che provare empatia per chi fa questo mestiere disgraziato.


Caro Mark, il futuro è importante

«Vorrei incontrare il me stesso del passato per dargli un consiglio. Gli suggerirei di vivere con maggiore serenità. Di prendere la vita ed anche il ciclismo con leggerezza. Non è poi così importante essere il migliore del mondo, puoi anche vincere qualche corsa in meno. Puoi, nessuno te lo impedisce. Sei tu a impedirtelo. Cerca di essere la versione migliore di te stesso. Solo quello». Lo ha detto Mark Cavendish, solo qualche anno fa, quando tante cose erano già accadute ed il futuro non era più quel tempo a cui correre incontro ad ogni costo. Anzi, il futuro, quel futuro lì, faceva paura. Anche ieri Mark Cavendish ha avuto paura del futuro, quando, dopo una giornata all'attacco, giunto al traguardo della Gand-Wevelgem con oltre sei minuti di ritardo dal vincitore Mads Pedersen, ha dichiarato piangendo: «Potrei aver corso l'ultima gara della mia carriera». E chi avrebbe mai immaginato qualcosa di simile da Mark Cavendish? Mark Cavendish abbiamo imparato a conoscerlo in altro modo, con quel fare a tratti "arrogante", ma chi vince può permetterselo perché Cav è stato davvero il migliore velocista al mondo per alcuni anni, con quella sicurezza inscalfibile che anche di fronte alle sconfitte gli consentiva di affermare di non aver sbagliato niente e che, in fondo, gli avversari erano stati fortunati, con quelle esultanze scenografiche condite da parole al vetriolo indirizzate a chiunque avesse dubitato del suo talento o delle sue capacità. Sì, Mark Cavendish è cambiato e non ne ha fatto mistero. Si è messo a disposizione degli altri, suscitando l'ilarità degli sciocchi o degli offesi: «Non mi interessa nulla di tutta quella merda che riversate sulle pagine dei vostri giornali o sui social. So bene cosa significhi fare il gregario, cosa credete? Quando Wiggins ha vinto il Tour, tiravo in salita. Ma di cosa parlate?».

Alcuni offesi, specie quelli che hanno un potere, un potere di penna in questo caso, sono come i virus, direbbe Cavendish che con l'Epstein-Barr ha combattuto e combatte, o come il futuro, diciamo noi. Non ti sfiorano nemmeno fino a quando sei all'apice ma appena crolli ti mordono con tutti i denti che hanno. Cavendish da uomo imbattibile, in un batter d'occhio, si è ritrovato uomo solo: «Nessuno mi credeva, nemmeno gli amici. Pensavano tutti fossi scomparso perché non volevo più correre, perché non volevo più combattere. La gente voleva il vecchio Cavendish, voleva che il ragazzo di oggi sfidasse il virus e lo controllasse per restituire il ragazzo di ieri. La realtà è che combattere con un virus è molto difficile. Non puoi prevederlo, ti può annientare. Se nemmeno chi hai accanto ti crede, come puoi pensare di farcela?». Cavendish è cambiato quando ha dovuto affrontare la sofferenza e l'incomprensione. Quando guardando avanti non ha più visto vittorie e successi ma ansietà e paure. Puoi evitare di guardare, ma sai che stai andando in quella direzione e negli occhi hai l'orrore: inizi a non riconoscerti più, inizi a sentirti debole, e non solo di volate si parla, inizi a riconoscere che hai bisogno di tutti. Che da solo proprio non vai: «Ammiro molto mia moglie. Se i nostri bambini sono cresciuti come stanno crescendo lo devo a lei, è una mamma eccezionale. Bada a loro, non facendogli mancare nulla e poi bada anche a me. Ho più di trent'anni, è vero, ma sono ancora un bambino».

Anche questo non lo avremmo mai detto perché Cavendish sembrava così distante da tutto quello a cui ora è così vicino. Ora ha imparato a ricredersi, per esempio, e ad ammetterlo: «Quando sono arrivato in Bahrain e ho incontrato Roger Hammond, il direttore sportivo, ho subito pensato che da lui non avrei avuto mai niente da imparare. Non riuscivo a capire cosa avrebbe potuto insegnarmi. Evidentemente non avevo capito nulla: da Roger Hammond ho imparato tanto come da Rod Ellingworth. Il loro "esserci" mi ha salvato molte volte». Mark Cavendish, in realtà, ha imparato anche tante altre cose che sicuramente lo hanno reso un uomo e un padre migliore. Un padre di cui i figli possano dirsi fieri. Un padre che sa che, talvolta, nella vita è necessario mollare la presa se non si vuole essere travolti. C'è ancora una gara a cui Cavendish risulta iscritto, la Scheldeprijs di mercoledì. Chissà se la correrà. In molti se lo augurano. Qualcuno, ieri sera, ci ha detto: «Se smette anche Cav, avranno smesso quasi tutti gli atleti di quando ero bambina. Fa tristezza». Sì, certe volte crescere e guardare avanti fa tristezza ma abbiamo il dovere di farlo, riscoprendo una semplice verità, sepolta in mezzo a qualche chiacchiera della società. Il futuro non è solo roba per sognatori, per poeti e navigatori. Il futuro non è solo lo scenario prediletto delle avventure dei bambini, non è qualcosa di minore da lasciare alle storie e alle favole. Loro lo hanno già capito, ora dovremmo capirlo anche noi. Il futuro è importante.

Foto: Marco Trovati/Pentaphoto