Freddo, fango, oche, corse a piedi: una settimana di ciclismo invernale
Bisognerebbe fare come Andreas Leknessund. Fregarsene. È uscito a -24 gradi, ha fatto un video in cui si mostra sorridente. ha fatto un video per dimostrare di essere uscito davvero a quelle temperature - una volta si diceva: ”se non è scritto su Internet non esiste”, ora è l’epoca in cui se non lo fai vedere sui social, non è mai accaduto. Nel breve tempo in cui si è inquadrato con il telefono si vedono pezzi di ghiaccio formati sulle sopracciglia. Lo scenario, poi, è delizioso: in mezzo alla neve, in Norvegia, ed essendo lui norvegese, pedalare gli pesa molto meno che a noi, o comunque a me. È vero: tutto molto bello, ma se dovesse capitarmi una proposta di uscita a certe temperature probabilmente non accetterei nemmeno a pagamento, sotto tortura, ricatto o minaccia, vi direi: prendete tutto quello che volete ma lasciatemi stare. Il freddo in bicicletta è mio nemico e in questi giorni i miei due compagni di giochi in bicicletta mi stanno chiedendo di uscire, ma non mi avranno mai.
Ma appunto Andreas Leknessund è norvegese e quando era un ragazzo molto più giovane di come appare adesso, oltre a essere uno specialista giocoliere abilissimo nel diablo, era pure un provetto sciatore, sci di fondo per l'esattezza. E quando senti dire che in Norvegia “si nasce con gli sci ai piedi” capisci come non sia un luogo comune certificato, anche se il futuro corridore della Uno X Pro Cycling (dove ritorna dopo esserci cresciuto da giovane e dopo la parentesi agrodolce in DSM) ha sempre sostenuto di non essere così bravo con gli sci ai piedi. Già, meglio affrontarli con il giusto mezzo come si vede nel video: meglio usare una bici. Che pare fatta apposta per ogni situazione.
Leknessund è bravo in bici, ma sugli sci niente a che vedere con i suoi più giovani connazionali: Per Strand Hagenes, lui sì, sciatore provetto nelle categorie giovanili, e soprattutto Nordhagen. Uno che sembra uno sportivo fatto in provetta.

L’anno prossimo Per Strand Hagenes correrà la sua prima stagione da professionista a tempo pieno, in maglia Jumbo Visma, e qualcosa mi fa pensare che al Nord, quando farà freddo, ci sarà pioggia, lui potrebbe essere da subito uno dei protagonisti - trasformazione in gregario da corse a tappe permettendo, ma voglio fidarmi di una certa lungimiranza tra gli olandesi. Quest’anno è già accaduto che in una delle prime gare corse tra i grandi - era la quarta della sua carriera - vincesse. Era una Ronde Van Drenthe fredda e piovosa e dove si arrivò al traguardo stremati battendo i denti. In una corsa così selettiva Hagenes apparve un demonio e vinse in solitaria attaccando nel finale. Pur essendo dotato di un interessante spunto veloce, se ne fregò, meglio non correre rischi, avrà pensato.
Nordhagen, invece, sarà al suo primo anno tra gli Under 23, vestirà la maglia che ha appena mollato Hagenes: quella della Jumbo Visma Team Devo (che si chiamerà Team Visma -Lease a Bike Devo). E lui nel fondo andava forte forte, tanto da piazzarsi anche ai campionati nazionali correndo in mezzo ai senior, battendo pure un certo Sjur Roethe (veterano della nazionale norvegese tra gli sci stretti), impressionando una come Therese Johaug, una delle più grandi fondiste della storia: «Sono sbalordita» - disse quella volta. E immagino anche che faccia abbia fatto dopo aver visto uno junior che va tra i senior e li batte. Chiuse, se la memoria non mi inganna al 6° o al 7° posto. Tempo fa, Nordhagen disse di non aver preso una decisione in merito al suo futuro o meglio, che avrebbe continuato a dare allo sci di fondo la stessa importanza che dà al ciclismo, ma io credo che aver firmato un contratto fino al 2027 con la squadra olandese abbia messo abbastanza in chiaro qual è il suo futuro. Tra gli junior, parlo di ciclismo in questo caso, arriva da due buone annate dove a tratti ha dimostrato di essere tra i più forti 2005 al mondo, ma, nonostante i numeri che hanno fatto innamorare di lui i tecnici della futura Visma-Lease a Bike, l’impressione è che ci siano dei margini, abbastanza ampi, su cui lavorare.

Dove non è arrivata la neve c’è il fango, nell’ultimo week end di ciclocross ci sono state anche le oche. Ronhaar per la verità non dà la colpa a Qui, Quo, Qua come li ha definiti, se è scivolato, nella prova di Coppa del mondo a Flamanvile, Francia, dal 1° al 3° posto. «All’improvviso mi sono trovato davanti Huey, Dewey e Louie». In realtà come ha raccontato a fine corsa, era in calo già da prima, venendo rimontato poi da Iserbyt e van der Haar. Nemmeno Nys cerca alibi di nessun genere: dopo aver vinto il Koppenbergcross è entrato in una sorta di spirale negativa che vado qui ad elencare: ritiro al Campionato Europeo, 27° al Superprestige di Niel, 7° e 6° in Coppa del Mondo a Troyes e Dublino, 6° a Boom, 19° a Flamanville. Mal di schiena, stanchezza, vuole vederci chiaro. Sbaglio o anche lo scorso anno, a un certo punto, la sua stagione del cross prese una piega simile, per poi rilanciarla nel finale con tanto di titolo iridato tra gli Under 23? Se tanto mi dà tanto un po’ di risposo e poi si può andare a Tabor a sognare una medaglia tra i grandi, prima di un’intensa stagione su strada dove è atteso a un ulteriore salto di qualità, alla ricerca di quella maturità che significherebbe raggiungere gli obiettivi prefissi con maggiore continuità. Il ragazzo c’è e verrà fuori, non ho dubbi al riguardo.
Dove invece non sono arrivati fango, neve, cross, oche o mal di schiena, è arrivato David Gaudu. Però non in bici, ma a piedi. L’occhialuto ciclista francese che si diletta nel portare avanti carriere nel videogioco Pro Cycling Manager, ha corso la mitica staffetta a coppie di SaintéLyon insieme a un veterano del trail come Alexandre Fine. Gaudu, che da ragazzo andava forte correndo a piedi prima di capire che il ciclismo sarebbe stata la sua naturale vocazione - a̵l̵t̵r̵i̵m̵e̵n̵t̵i̵ ̵n̵o̵n̵ ̵s̵i̵ ̵p̵a̵s̵s̵a̵n̵o̵ ̵o̵r̵e̵ ̵a̵ ̵g̵i̵o̵c̵a̵r̵e̵ ̵a̵ ̵P̵C̵M̵ , altrimenti non si vince un Tour de l'Avenir o si sfiora un podio alla Boucle - prima della partenza si era visto davanti a un bivio: «Vincere o andare in ospedale». La corsa si è disputata in notturna e i due, che si sono conosciuti qualche anno fa proprio durante una corsa invernale a piedi, hanno chiuso la gara, in mezzo al freddo e alla neve, al secondo posto. «Penso che il Trail running sia la cosa che più si avvicini al ciclismo in termine di sforzo. È una lotta contro te stesso, come quando sei in salita, su un passo di montagna. Ci sono i tuoi avversari, ma i limiti che devi superare sono i tuoi e devi fare affidamento solo su te stesso. E poi mi aiuta a staccare dalla bici, fa bene ai muscoli, e mi fa bene alla testa perché io ho sempre amato correre. Ecco, per esempio, Thibaut Pinot praticava sci di fondo in inverno, è la sua passione. La mia è il trail running!»
La Madison di Parigi inizia alla Sei Giorni di Gent
C’è stato un tempo in cui ogni inverno fiumi di spettatori riempivano i palazzetti di tutto il mondo per assistere allo spettacolo delle sei giorni. Dal Madison Square Garden al Palasport di San Siro, per anni il ciclismo su pista ha intrattenuto migliaia e migliaia di tifosi con rapidi cambi all’americana e volate alla ruota di un derny. Il fascino delle sei giorni è ormai decaduto, ma ancora oggi vengono corse e celebrate in delle cattedrali della disciplina come il ‘t Kuipke di Gent. La Zesdaagse van Vlaanderen-Gent, come viene chiamata in lingua fiamminga la sei giorni locale, si corre dal 1922 e, salvo poche interruzioni, ha da sempre rappresentato un punto fisso nella stagione dei migliori seigiornisti al mondo e non solo, tant’è che nell’albo d’oro della competizione si possono trovare coppie dal calibro di Patrick Sercu (plurivittorioso con undici successi) e Eddy Merckx, Donald Allan e Danny Clark (che nel 1994 ha trionfato a 43 anni per la settima volta), Silvio Martinello e Marco Villa e più recentemente Bradley Wiggins e Mark Cavendish e Elia Viviani e Iljo Keisse. Sebbene l’appellativo di seigiornista sia caduto in disuso a causa dell’ormai striminzito calendario della specialità, ancora oggi alcuni tra i migliori pistard del mondo si sfidano al ‘t Kuipke per tenersi in forma durante l’off season e affinare l’intesa di coppia in vista delle gare di americana più importanti della stagione, quella mondiale e quella olimpica. Infatti le sei giorni si corrono in coppia e la classifica generale si basa sui giri guadagnati nelle madison. Tuttavia si può ottenere un giro di vantaggio anche ogni cento punti racimolati nelle varie prove, che a Gent sono corsa a punti, giro di pista a coppie, eliminazione individuale, eliminazione a coppie, derny, 500 metri a cronometro in coppia, scratch e ovviamente madison.

Quest’anno a Gent si sono presentate dodici coppie, molto eterogenee tra loro: i nazionali neerlandesi Havik e Van Schip, la collaudata coppia tedesca composta da Kluge e Reinhardt, i campioni in carica De Vylder e Ghys, i britannici Stewart e Wood, le riserve di De Vylder e Ghys nella nazionale belga ovvero Van den Bossche e Hesters, le riserve delle riserve cioè Vandenbranden e Dens, due astri nascenti della pista come Pollefliet e Teutenberg, gli esperti Norman Leth e Rickaert, una coppia già collaudata con un terzo posto alla Tre giorni di Copenhagen come Gate e Malmberg, i giovani olandesi e francesi Hoppezak e Heijnen e Nillson Julien e Tabellion e infine l’esperto Scartezzini con il 2005 Van den Haute. Ad avere la meglio sono stati nuovamente De Vylder e Ghys, che hanno chiuso con più di cento punti di vantaggio sui primi inseguitori, ovvero Havik e Van Schip, e con un giro e quasi ottanta punti su Van den Bossche e Hesters. Già dalla seconda giornata di gare proprio queste tre coppie sono emerse nella lotta al gradino più alto del podio, ma i campioni uscenti solo alla quarta serata sono balzati definitivamente in testa alla classifica mettendo a segno 58 punti, contro i 28 di Havik e Van Schip, grazie ai successi nell’eliminazione, nel giro di pista e nel derny con Ghys. Tuttavia, nelle ultime due sessioni di gare, i principali avversari di Ghys e De Vylder si sono rivelati i connazionali Van den Bossche e Hesters. I due, in forza rispettivamente alla Alpecin Deceuninck e alla Sport Vlaanderen Baloise, rappresentano le principali insidie alla convocazione olimpica per i campioni della Zesdaagse, anche se dopo Gent la questione potrebbe essere definitivamente chiusa. Van den Bossche (classe 2000) e Hesters (1998) infatti sono due specialisti dell’americana giovani e collaudati proprio come Ghys (classe 1997) e De Vylder (1995): chissà se la nazionale belga sceglierà di mischiare le carte alla partenza della madison di Parigi?

A scippare la seconda piazza a Van den Bossche e Hesters sono stati i campioni del mondo Havik e Van Schip, i quali, al contrario dei due belgi, sono senz’altro certi della qualificazione olimpica. L’estate prossima infatti la coppia oranje avrà probabilmente un’ultima occasione per agguantare una medaglia olimpica dopo l’argento e l’oro europeo di Apeldoorn 2019 e Grenchen 2021 e il recente titolo iridato conquistato a Glasgow. Parigi potrebbe essere sede di un’ultima danza ai giochi olimpici anche per la coppia tedesca Kluge - Reinhard, che corre mano nella mano dal 2018. In queste sei stagioni i due teutonici si sono laureati due volte campioni del mondo di specialità (Glasgow 2018 e Pruszkow 2019) e campioni europei negli ultimi due anni. Nel palmares di entrambi, che complessivamente conta nove medaglie mondiali, 11 europee e l’argento di Kluge nella corsa a punti di Pechino 2008, manca solo un oro olimpico, che li renderebbe una delle coppie più vincenti della storia della madison. Parlando di ori olimpici non si può non citare il campione olimpico uscente dell’americana: Lasse Norman Leth. Il danese, che ha corso assieme al pesce pilota della Alpecin Deceuninck Jonas Rickaert, al ‘t Kuipke non ha brillato particolarmente, piazzandosi in penultima posizione a ben trentacinque giri di distanza dai vincitori, solamente davanti alla strana coppia Scartezzini - Van den Haute, ma per sua fortuna Parigi è ancora molto lontana e il prossimo anno si dedicherà esclusivamente alla pista scendendo di categoria su strada. A non essere certo del ticket olimpico è invece il britannico Oliver Wood, decimo a Ghent assieme allo scozzese Mark Stewart, che dovrà vedersela con Matthew Walls, Ethan Vernon e William Tidball per il posto da compagno di squadra di Ethan Hayter.

Tuttavia in settimana è arrivato il forfait di Fred Wright, campione nazionale su strada e amico d’infanzia di Hayter, che ai Giochi si dedicherà esclusivamente alla prova in linea. Ancora più complicata la convocazione per Michele Scartezzini, per il quale Villa e Bennati dovrebbero rinunciare ad Elia Viviani o portare due specialisti del quartetto nella prova in linea: i pochi posti a disposizione pongono i cittì di tutto il mondo davanti a scelte complicate e dolorose. Con così poche gare in calendario, la sei giorni di Ghent è stato un importante banco di prova in vista di Parigi: l’avvicinamento dei grandi campioni della madison all’appuntamento più importante degli ultimi quattro anni è passato per il ‘t Kuipke.
Avere le idee chiare: intervista a Samuele Privitera
Diciotto anni compiuti da poco, e non lo diresti: avete mai provato a scambiarci due chiacchiere o a leggere (o ad ascoltare) una sua intervista? Determinato, ambizioso, Samuele Privitera ha idee chiare su quello che è il suo futuro e persino su quello che è il sistema del ciclismo italiano Under 23, argomento sempre caldo da diverse stagioni. Idee chiare e pochi fronzoli. Allo stesso tempo piedi saldi per terra.
Classe 2005, da Soldano, in Liguria, paesino nell'entroterra ligure, a pochi chilometri da Bordighera, ed è proprio con la squadra di ciclismo del comune in provincia di Imperia, con quelle montagne a picco sul mare, le viste da lasciarti senza fiato, noto per le sue numerose bellezze architettoniche, che ha mosso i suoi primi passi nel ciclismo.
Salito in bici a sette anni, e da quel momento, ci tiene a specificare, non è più sceso da un mezzo che si caratterizza per essere gioia e dolore di praticanti, professionisti o aspiranti tali, come lo è il giovane corridore passato tra gli juniores con il Team F.lli Giorgi, dove cresce, come persona, come corridore, e di cui avrà sempre un bel ricordo. Salito in bicicletta nel modo più classico: una passione trasmessa dal nonno e dal papà, ciclisti amatori. Ciclistica Bordighera fino agli allievi, Team F.lli Giorgi tra gli juniores prima di cambiare completamente dal prossimo anno: correrà tra gli Under 23 con la Hagens Berman Axeon di Axel Merckx, squadra da cui sono passati diversi talenti che si stanno imponendo nella massima categoria. Volete qualche nome? Eccoli: Philipsen, Almeida, Powless, Geoghegan Hart, Guerreiro, Dunbar, Neilands, i fratelli Oliveira, Narvaez, Bjerg e tanti altri, in attesa dei vari Leo Hayter o Rafferty, di Herzog o Andersen, di Romeo, De Pooter o Shmidt.
La tua presenza nella squadra di Merckx rappresenta una novità assoluta per il ciclismo italiano: insieme a Mattia Sambinello sarete i primi corridori di casa nostra a vestire la maglia del team di affiliazione americana. Perché questa scelta? Da parte loro, da parte tua.
I primi contatti sono avvenuti al termine della scorsa stagione; a febbraio di quest'anno, invece, ho fatto una stage con ritiro e sono rimasti impressionati dalla mia voglia di fare e da quanto andavo forte. E sono rimasto colpito anche io dal loro modo di lavorare. Perché fanno le cose bene, ma senza essere tutto estremizzato. Perché c'è poca pressione, poco stress, ma allo stesso tempo un approccio scientifico, professionale. A metà stagione ero già tentato di firmare con loro, ma altre squadre mi hanno cercato. Poi, però, quando è arrivata la notizia della collaborazione dal 2024, come Team Devo della Jayco AlUla, insieme al mio procuratore, Alessandro Mazzurana, abbiamo pensato fosse la scelta migliore da fare.
Sei rimasto colpito, ma da cosa?
Hanno una filosofia che io reputo quella giusta. Per come ragionano, come lavorano: pensavo fosse la squadra perfetta per me, e per come stiamo lavorando in questo inizio 2024 sono convinto lo sia. Il fatto, poi, che diventeremo squadra sviluppo della Jayco, andrà a colmare anche alcune lacune che magari poteva avere la squadra in precedenza: per esempio abbiamo iniziato a lavorare con lo staff del team World Tour, nutrizionisti, preparatori, eccetera. Hagens Berman resta la squadra vera e propria, ma in fin dei conti saremo un vero e proprio Team Development. Prima forse mancava qualcosina per essere una squadra di livello top per la categoria, ma ora quello step è stato fatto.

Torniamo alle tue origini ciclistiche. Si stato ispirato da tuo padre e tuo nonno, ma di sicuro avrai avuto degli idoli da bambino.
Più che idoli dei punti di riferimento. Ho sempre avuto questa passione per gli scalatori spagnoli: Contador, Purito Rodriguez e Valverde su tutti. Ecco Valverde è il mio riferimento attuale: ha corso tantissimo, per tantissimi anni, ha smesso in là con gli anni, ha vinto un mondiale a quasi 40 anni e ora che ne ha 43 lo vedi ancora che pedala, che fa gare Gravel. Corridore incredibile.
E oltre alla bici?
Poco altro, ma perché non ho tempo di fare altro. La mia vita è scuola e allenamenti. Però ho una grande passione: seguo tantissimo il tennis e in questi giorni è andata bene perché c'è stato anche da festeggiare.
Quali sono le tue caratteristiche?
Scalatore, resistente, con tanta durability. È che non potevo essere altro perché in volata sono piantato, ma per fortuna ho un buon motore.
Margini?
Mentalmente mi manca quella cattiveria per vincere, però ad esempio sono uno che si mette molto a disposizione della squadra.
Scalatore, dotato di fondo: sei il prototipo del corridore da grandi giri.
Esatto, sono sicuro che se in questi anni crescerò anche a livello di cattiveria mentale e a livello di motore continuerò a crescere in questa maniera, posso diventare un corridore un po’ à la Kuss. Un corridore forte, che fa la differenza in salita per i suoi compagni, ma che come abbiamo visto sa ritagliarsi anche il suo spazio.
Quindi, da regolarista, forse ti manca l’esplosività?
In realtà no. O meglio, mi spiego: sono piantato dai cinque ai quindici secondi e quindi in volata non posso fare molto. Ma ora sto lavorando tanto sugli sprint sui trenta secondi e sto migliorando questo aspetto. Su sforzi dai trenta secondi ai due minuti vado forte. Di sicuro mi manca quel picco di watt che nelle categorie giovanili mi sarebbe servito per vincere di più.
Nei due anni da junior, tuttavia, sei andato sempre molto forte, il primo anno tanti piazzamenti, quest'anno un paio di vittorie alla Coppa 1° Maggio e al Memorial Antonio Colo.
Però soprattutto il primo anno avrei potuto vincere diverse gare, ma da una parte ho sbagliato alcune cose dal punto di vista tattico, dall’altra io mi sono sempre messo a disposizione della squadra, senza che questo mi pesasse, chiaramente. Quest’anno, però, nelle gare che contavano ho dimostrato di avere motore. In Italia corriamo tanto, troppo, e le corse che contano veramente saranno un terzo di quelle che facciamo, quindi in tante giornate di gara mi sono messo a disposizione della squadra perché è un aspetto determinante, che ti fa crescere e maturare, impari a conoscere tutte le sfaccettature di questo mestiere. Poi nel resto delle gare magari non ho vinto, ma in tante corse importanti ho fatto bene.
Torniamo alla tua scelta di andare a correre all'estero, per parlare di questa tendenza che coinvolge il ciclismo giovanile italiano.
Intanto voglio togliermi un sassolino dalla scarpa: leggo commenti, riferiti anche ad alcune altre mie interviste, in cui gente, tifosi, lettori, ci dicono che dobbiamo restare in Italia, che sono andato via dall'Italia perché non volevo studiare o l'ho fatto solo per soldi. Quando ho firmato per la squadra di Merckx non pensavo nemmeno di prendere una lira; io sono voluto andare all’estero perché i numeri parlano chiaro. E per numeri parlo di risultati, crescita; le corse più importanti quest'anno le hanno vinte quasi tutte i corridori delle Devo o comunque di squadre straniere. Il Giro Next Gen: Staune-Mittet (JUmbo Visma Devo) su Rafferty (Hagens) e Wilksch (Tudor U23); il Val d’Aosta? Rafferty; a San Daniele tripletta Jumbo; il Recioto lo ha vinto Graat (sempre Jumbo Devo), il Piccolo Lombardia Lecerf (Soudal Devo) su Ryan (Jumbo Devo). All’estero qualcosa di giusto lo fanno, che dici?

E il campione italiano è Busatto, che correva con il team di sviluppo della Intermarché e che l'anno prossimo correrà nel World Tour con la squadra belga.
E la corsa l’hanno fatta lui, Belletta e Mattio (Jumbo). È un dato di fatto che all’estero si corra meglio. La crescita a livello di performance dei ragazzi andati all’estero è palese anche solo alla vista. E poi c’è il calendario. Io senza aver iniziato a correre ho già visto come sarà impostato il mio 2024 ed è totalmente diverso da quello di una Continental italiana. Siamo nel 2024 e bisogna iniziare a ragionare in maniera differente, però attenzione, io non me la prendo con le Continental italiane, ma semmai è colpa del sistema in cui devono correre.
Zeppo di storture.
Ti faccio un esempio: ti pare mai possibile che una squadra un fine settimana si divida per fare tre corse diverse, e tutte e tre gare regionali? Per cosa? Per vincere 40/45 gare all’anno, e finire sul giornale perché hanno vinto 40/45 gare in un anno così lo sponsor è contento. E in Italia i dirigenti lo sanno che per preparare i ragazzi questa non è la via, ma il problema è che lo sponsor vuole visibilità.
Tu hai colto l’occasione, ma perché ti sei cercato questa occasione.
Se io posso finire a correre per una Devo di una squadra World Tour, di avere la possibilità di migliorare come persona, imparare l’inglese, non capisco perché io debba restare in Italia.
Cosa ti aspetti da questa stagione in arrivo.
Migliorare mentalmente e come motore. Lo dico sempre: uno dei motivi che mi ha spinto ad andare all’estero è la voglia che ho di imparare a fare il corridore, intendo il corridore vero. Voglio fare la vita da atleta e per me l’unico modo per farlo è prendere schiaffi a livello sportivo, fare gare di qualità con gente che ha più motore di me, che in salita mi apra in faccia in modo che io capisca che ho ancora tanto da lavorare.
E a livello di risultati?
Nessun obiettivo vero e proprio, mettiamola così. Fare bene nelle corse in Italia, correre il Giro Next Gen con un ruolo importante all’interno della corsa, per me stesso o per la squadra, così come disputare le internazionali dure, il Val d'Aosta. Però ribadisco: prendere più batoste possibili per imparare a gestirle quando le prenderò più avanti, perché è inevitabile che quelle le prenderai sempre. Poi dal secondo anno, quando avrò imparato a fare il corridore, ci risentiamo e ti dirò quali corse posso provare a vincere. E poi voglio imparare a essere un uomo squadra perché devi sapere anche fare il gregario.

Andando ancora a scuola come coniughi la tua routine giornaliera tra scuola e allenamento?
La scuola in questo mi sta aiutando parecchio perché due giorni alla settimana esco un’ora prima degli altri e questo mi permette di fare più volume.
Che tipo di allenamento stai facendo ora?
Perlopiù volume. In queste prime quattro settimane ne ho fatte tre di volume/adattamento a circa 24/26 ore a settimana, e poi la settimana appena passata ho fatto i primi quattro giorni di scarico e poi dal giovedì ho ricominciato a fare volume inserendo intensità, facendo blocchi in zona 3, medio lunghi e poi sessioni di sprint. Anche se queste in realtà le ho inserite sin dall’inizio: due sessioni alla settimana circa di sprint, facendo sprint brevi di dieci secondi e soprattutto massimali da trenta secondi. Diciamo che ora le mie sessioni settimanali sono: due di sprint, due, tre di intensità media e treshold e il restante volume in z2. Ora sto girando sempre sulle 24/27 ore a settimana e faccio anche due, tre sessioni di palestra a settimana dove faccio forza massima ed esplosività.
Queste sono tabelle specifiche personalizzate o sono lavori che vi stanno facendo fare a tutti in squadra.
Tabelle personali: noi in squadra possiamo avere il nostro preparatore personale, io sono seguito da Gaffuri e Pinotti, quest'ultimo è comunque uno dei preparatori della squadra World Tour. Però tutte queste tabelle, se arrivano da preparatori esterni, passano tutte sotto gli occhi del nostro Head Coach e vengono approvate da lui. Credo, tuttavia, che i miei compagni lavorino su questa falsariga. Certo, considerando che molti vivono al Nord Europa, non credo riescano a fare il volume che faccio io, ma per dire, anche già solo Sambinello che abita a Varese non riesce a fare lo stesso mio volume. Abitando in Riviera, per dire, oggi sono andato a fare 3 ore, ho scollinato oltre i 1000 e c’erano 14 gradi lassù. 14 gradi al nord Italia se li sognano. Su questo sono avvantaggiato.
Corsa dei sogni?
Sogno di partecipare alla Sanremo, perché la guardo da quando ho 2 anni, ma sogno di vincere il Tour.
Il tuo anno, il 2005, e il 2006, sono annate piene di talento. Tra i corridori contro cui hai corso chi ti ha impressionato maggiormente?
Jarno Widar. Motore pazzesco, corridore esplosivo. Si mette davanti tutta la gara e tira. Ho fatto lo stage con lui in Hagens Berman Axeon, eravamo compagni di stanza, poi lui ha fatto altre scelte (correrà con la Lotto Devo). Per farti capire che tipo è: dopo che ha perso il Lunigiana - in discesa - è tornato a casa, è uscito, ha aperto sulla Redoute e ha preso il KOM a Evenepoel. In Italia mi hanno impressionato Finn e Giaimi. "Lollo Finn" ha gran motore, deve solo migliorare nel correre, ma quest’anno ha scelto la squadra giusta per farlo.

All’estero con l’Auto Eder, squadra affiliata alla BORA-hansgrohe.
Lui, lì, può diventare davvero forte.
Al Lunigiana si è fatto sorprendere nelle prime tappe, restando un po’ dietro nelle fasi cruciali.
Sì, esatto, lui ha un po’ questa caratteristica di correre in fondo, e questo lo penalizza, ma quando la strada sale va forte. E poi c’è Giami, io lo definisco "un treno".
Giami, Finn, Privitera, tre liguri: cosa sta succedendo dalle vostre parti?
Solo motori sulla costa! Con Giaimi ci alleniamo assieme ancora adesso quando siamo a casa ed uno spettacolo uscire assieme a lui. Ci mettiamo lì, z2 a 37/38 all’ora e via sulla costa. Il problema è quando dice “facciamo una volata?”. Quasi 1800 watt di picco fanno un po’ paura… gran corridore. Ecco lui anche a correre in gruppo ha qualche problema, ma ha una mentalità che definirei “folle”. Se qualcuno gli dice qualcosa, gli scatta qualcosa in testa e magari il giorno dopo ti fa 80 km di fuga. Un po' altalenante magari a livello mentale, ma il suo motore sui 4 minuti ce l’hanno in pochi, e lo dimostra il record del mondo di categoria nell’inseguimento su pista.
Abbiamo un bel biennio in Italia tra 2005 e 2006.
Ti posso fare altri nomi che quest’anno sono andati veramente forte: Sierra, Gualdi, i Sambinello, Mottes, Negrente, altri. Quello che la gente deve accettare è che noi facciamo la scelta di andare a correre all’estero. Quello che bisogna capire a livello di sistema è che il problema non è tra i giovanissimi, allievi, juniores, ma tutto quello che arriva dopo. Perché non è possibile che si arrivi dagli Under 23 e si inizi a fare fatica a esprimere il talento. Tutti lo devono capire, non solo le squadre, ma tutti i dirigenti. Devono capire che se noi in Italia facciamo in un modo, ma all’estero fanno in un altro bisogna fare anche noi come si fa all’estero. Prima passava un corridore all’anno in squadre straniere, ora sta diventando una tendenza diffusa, due, tre, cinque, sette. Ma in Italia nulla cambia e ci si ostina a fare in un certo modo.
Una mentalità, per i motivi che hai anche spiegato prima, difficile da cambiare.
E io ti faccio un esempio sulla mentalità da grande squadra. Prendi la Tudor, esiste da un paio di anni e guarda che squadra hanno messo su, fanno tanti punti per il ranking e puntano a entrare nel World Tour. Ma al di là dei punti è una squadra che ha dimostrato di lavorare bene, basta guardare anche la campagna acquisti fatta.
Hanno un budget importante, ma lo sanno usare bene. Quando prendi corridori di spicco come Dainese e Trentin, vuol dire che punti in alto.
Esatto, non è solo una questione di budget, ma di come lo si usa. Loro devono essere un esempio. Ci sono riusciti loro, dobbiamo provarci anche noi. E poi potrei fartene altri di esempi, ma ti porto solo quello della Hagens Berman Axeon: in otto anni hanno portato tra i professionisti una cinquantina di corridori, va bene che prendono quasi sempre solo corridori con motore, però se è uscito un numero del genere, vuol dire che almeno più della metà delle cose che fanno, la fanno giusta. Perché non riusciamo a farlo anche in Italia? Se loro corrono poco, ma corrono bene, perché non lo facciamo anche noi? E poi prima dell’arrivo di Jayco non erano di certo la squadra più ricca, ma guarda cosa facevano, mica correvano tutti i week end? Ma un calendario specifico che aiutava a crescere i corridori misurandosi spesso con i professionisti. A fare quello che dicevo prima: prendere schiaffi per crescere. Tornavano dopo aver corso per qualche settimana o per mesi con i professionisti per vincere le gare Under 23. Quello che voglio dire è che i soldi che una squadra spende per fare 6 gare regionali, li spendono in una gara e poi si raccolgono i frutti. Si fa motore, si impara a correre, il ragazzo cresce e diventa corridore. Ma il problema non è chi prende decisioni su come investire il budget, ma è proprio il sistema che è sbagliato. Queste squadre, se l’anno dopo vogliono avere i fondi dagli sponsor, devono vincere la corsetta regionale per avere visibilità.
Foto in evidenza: Rodella, per gentile concessione del Team F.lli Giorgi
Correre a testa in giù: il racconto del Tour of Southland 2023
Nel vecchio continente i mesi autunnali sono sinonimo di ciclocross e ciclismo su pista, ma dall’altra parte del mondo, dove in questo periodo le temperature sorridono all’attività su strada, la stagione è appena entrata nel vivo. Infatti, nella regione più meridionale della Nuova Zelanda si è appena conclusa la sessantasettesima edizione di una delle corse più belle del calendario non-UCI e non solo: il Tour of Southland.
Dal 1956, a cavallo tra ottobre e novembre, nella regione neozelandese del Southland, si snoda una gara ciclistica di più giorni tra i fiordi, i laghi e le aspre montagne del Te Wahipounamu - il più grande parco nazionale della Nuova Zelanda - e le strade cittadine di Invercargill - capoluogo della regione -, considerata dai locals come il Tour de France neozelandese: il Tour of Southland. Nell’albo d’oro della corsa, dove le Croci del Sud appaiono a perdita d’occhio, si susseguono nomi di maggiore e minore fama: da pionieri del pedale māori in Europa come Warwick Dalton e Tino Tabak, il primo modesto pistard ed il secondo addirittura campione nazionale neerlandese nel 1972 (Tabak godeva infatti della doppia cittadinanza essendo nato proprio in Olanda), a vecchie e nuove conoscenze del Pro Tour e del World Tour come James Oram, Aaron Gate, James Piccoli, Michael Vink e Josh Burnett, passando per lo straordinario Brian Fowler, plurivittorioso con otto successi tra anni ‘80 e ‘90 che però non trovò grande fortuna in Europa. Dalton e Tabak, ormai più di sessant’anni fa, hanno aperto la strada ai Kiwis nel ciclismo europeo, che nella stagione appena conclusasi erano ben diciassette a livello World Tour (sei nel Women’s World Tour e undici in quello maschile) e diciannove a livello Pro Continental, di cui sedici tra le file della Bolton Equities Black Spoke, la prima - e, vista la sua imminente chiusura, speriamo non l’ultima - compagine professionistica neozelandese.

Quest’anno ha corso con la maglia giallo-viola dei neozelandesi anche il campione uscente del Tour of Southland 2022, ovvero il ventitreenne Josh Burnett, il quale alla terza uscita da pro’ aveva già centrato il successo, vincendo la tappa regina della New Zealand Cycle Classic. Tuttavia lo scorso 29 ottobre Burnett non era presente al Queen’s Park di Invercargill per difendere il titolo, lasciando il trono del Southland a nuovi pretendenti. La prima delle sei giornate di gara consisteva in un cronoprologo a squadre di 4,2 chilometri, seguito da uno dei più classici Criterium oceanici. La prima semitappa di giornata ha visto prevalere i body, chiaramente ispirati alle fantasie anni ‘90 della Mapei, della Quality Food Services Southland di Boris Clark, uno dei favoriti in ottica classifica generale, il quale però è riuscito a racimolare solo una manciata di secondi sui suoi principali rivali. Nel pomeriggio, invece, ad imporsi è stato il classe 2005 James Gardner, fresco vincitore del Tour of Southland Juniors ad inizio ottobre con quasi cinque minuti di vantaggio sul primo inseguitore, ovvero Carter Guichard del vivaio dell’AG2R. Il diciottenne di Dunedin è evaso dal gruppo con un’azione da finisseur al suono della campana, quando mancavano poco più di quattro chilometri alla conclusione, ed è riuscito a contenere la rimonta del gruppo fino alla volata finale grazie alle sue doti da pistard ed a una posizione super aerodinamica per un ragazzo di oltre un metro e novanta. Gardner ha quindi anticipato sul traguardo un altro pistard della nazionale neozelandese, Nicholas Kergozou, che grazie agli abbuoni ha vestito la maglia arancione di leader della classifica generale.
Il menù della seconda tappa in linea presentava vari settori di gravel, molti dei quali in salita, che hanno premiato l’australiano Samuel Jenner, il quale sulla salitella sterrata di Glenure Hill si è lanciato in una fuga solitaria di poco più di dieci chilometri. Dopo un lungo braccio di ferro, Jenner ha avuto la meglio sugli inseguitori, anticipando per un solo secondo un gruppo di una ventina di elementi sul traguardo di Lumsden. Grazie al secondo posto di giornata e al tesoretto guadagnato nella cronosquadre, Regan Gough ha strappato la maglia di leader a Kergozou, suo compagno di nazionale di ciclismo su pista. Dopo due colpi di mano nelle prime due frazioni, la terza tappa, da Riverton a Te Anau, si è finalmente conclusa in volata, con Zakk Patterson che ha bissato il successo dello scorso anno ottenuto proprio sul traguardo di Te Anau.

Il giorno seguente la carovana al seguito del Tour of Southland è ripartita alla volta di Queenstown, da dove ha inizio l’ascesa più dura di tutta la gara: quella alla stazione sciistica di The Remarkables. La salita, che domina la città e i fiordi del Lago Wakatipo ai suoi piedi, misura 7 chilometri e presenta quasi 600 metri di dislivello e quest’anno ha sorriso all’azione della fuga, da cui è emerso Eliot Crowther. Crowther, un ragazzino di 36 anni che il primo Tour of Southland lo ha corso nel 2005, dopo il traguardo ha affermato: “Questa è, secondo me, la miglior corsa dilettantistica del mondo. In che altro luogo puoi correre a questo livello senza essere un pro’?”. La salita tuttavia non è terminata con la tappa di The Remarkables, infatti nella frazione successiva i corridori hanno scalato Bluff Hill, un vero e proprio trampolino nebbioso verso il Mar di Tasmania, dove nel 2020 ha vinto l’allora campione del mondo di corsa a punti, e oggi professionista con la Israel Premier-Tech, Corbin Strong. Ad imporsi in cima a Bluff Hill è stata una certezza del ciclismo locale neozelandese, ovvero l’inglese Dan Gardner, che da due anni a questa parte vive in terra māori. Il britannico della PRV - Pista Corsa ha preceduto sul traguardo il gruppo inseguitore guidato da Craig Oliver e Hayden Strong - fratello maggiore di Corbin -, ottenendo la testa della classifica a generale con 35” di vantaggio su Arthur Meyer, 43” su Joseph Cooper, 51” sullo stesso Oliver e 56” su Boris Clark.
Nella sesta tappa, i principali avversari di Gardner hanno fatto temere il peggio alla maglia arancio, che tuttavia, dopo una frazione di attacchi e contrattacchi corsa a 47 chilometri orari di media, è riuscito a chiudere con il gruppo dei big, a 20” dal vincitore di giornata Kane Richardson. L’ultima giornata di gare, proprio come la prima, presentava due appuntamenti decisivi per chiudere i giochi della classifica generale: una cronometro individuale di 13 chilometri al mattino e un’ultima tappa pianeggiante verso Invercargill nel pomeriggio. Nella prima semitappa, le lancette del cronometro hanno sorriso al biker Ben Oliver, il quale per qualche centesimo ha ottenuto la vittoria sull’esperto Joseph Oliver, che però è balzato in seconda piazza in classifica generale a soli 15” da Gardner. Nell’ultima semitappa, tuttavia, la squadra della maglia arancione, composta da soli giovani di Auckland e Cambridge oltre all’esperto britannico, è riuscita a tenere chiusa la corsa fino alla volata conclusiva, vinta da Kergozou su Josh Rivett e sull’argento mondiale dello scratch Kazushige Kuboki, regalando così la classifica generale al suo capitano. Assieme a Gardner sono saliti sul podio finale Joseph Cooper (Central Benchmakers - Willbike) e Boris Clarke (Quality Food Services Southland).
“Fino all’ultima pedalata non credevamo che sarebbe potuto succedere. Sono molto felice e fiero e grato verso i miei compagni, lo staff, tutta la mia famiglia e i miei amici. Qualche anno fa lavoravo in un negozio di biciclette quando Tim, il proprietario di PRV (lo sponsor della squadra di Gardner, ndr), mi ha proposto di fare da chioccia a questi giovani ragazzi e alla fine si è tutto capovolto e loro hanno aiutato me”. Ha commentato il neo campione del Tour of Southland, che tra poco si ricongiungerà con la sua fidanzata, l’ex ciclista Kate Wightman, nel cammino del Te Araroa Trail per raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro uterino. Il Te Araroa Trail è un percorso escursionistico di 3000 chilometri che taglia in due la Nuova Zelanda, dal punto più settentrionale dell’Isola del Nord - Capo Reinga - al punto più meridionale del Paese, ovvero Bluff Hill, dove Dan Gardner ha appena conquistato il successo più importante della sua carriera e presto farà ritorno assieme alla sua dolce metà.
A cura di Tommaso Fontana.
Un'altra settimana di ciclismo: 5 cose viste, 5 cose da dire
La Vuelta e il suo disegno: ce ne vuole, ma lo sapevamo già. Il fatto è che poi quando ci sbatti il muso il mattino della tappa, ti rendi conto di quanto le cose non funzionino per il verso giusto, ovvero il ciclismo di ASO che incontra quello della Vuelta e partorisce tappe di montagna troppo brevi o le solite “unipuerto” come le definiscono da quelle parti, roba da far strabuzzare gli occhi, da farti perdere la fede, da farti venire voglia di prendere la bici e, invece di organizzare un giro lungo, di fare 10 km e tornare a casa tanto la proporzione è quella. L’emblema è la frazione di martedì 12 settembre, che segue il giorno di riposo: 120 km con una salitella nel finale un po’ rampa di garage, un po’ strappetto, che fa tanto Vuelta, un disegno che pare non abbia nemmeno richiesto troppo impegno. A parte gli scenari interessanti, ma quelli per fortuna li trovi un po’ ovunque.

Parliamo di disegni: ecco a voi signore e signori il Tour of Britain: 8 tappe, 6 volate. Eppure da quelle parti ci si poteva sbizzarrire con percorsi collinari, persino con il pavé. Le volate però, sono state tutto sommato un discreto vedere. Il pericolo è sempre dietro l’angolo quando si parla di ciclismo, figuriamoci a quelle velocità, in quei finali, su quelle bici, con certa gente che non ha coscienza (gli invasati delle volate), però si sono fatte guardare. Olav Kooij, classe 2001, ne vince quattro di fila, il quinto giorno Jumbo Visma si inventa il numero con van Aert, pesce pilota nelle frazioni precedenti, che approfitta di un buco fatto da un compagno - e studiato, parole proprio di van Aert, a tavolino la sera prima - per involarsi verso il successo che diventerà poi fondamentale per vincere la classifica generale della breve corsa a tappe. Dove, a proposito di volate e pesci pilota, brilla ancora una volta la stella di Danny van Poppel, corridore di cui si parla sempre troppo poco a nostro avviso. Corridore solido che quando ha il suo spazio sa essere (molto) vincente e non solo prezioso ultimo uomo del treno BORA.
Remco Evenepoel scottato come Tadej Pogačar qualche mese prima. Logorato da una Jumbo che mette in campo una superiorità a tratti imbarazzante. Salta per aria, non letteralmente, ma si fa per dire, nella tappa del Tourmalet, ma il giorno dopo va in fuga e vince. L’abbraccio con Bardet, secondo di tappa e a lungo suo compagno di fuga, vale tutto. Così come le parole sempre di Bardet a fine gara: “«Il ciclismo come piace a me. Grazie per il passaggio Remco: ci sono corridori che vogliono vincere, altri che vogliono lasciare il segno». Peccato solo vedere un corridore incredibilmente forte come Evenepoel lottare "soltanto" per i successi di tappa e per i punti della classifica dei GPM, ma si passa anche da questo.

A proposito di lasciare il segno: Filippo Ganna. Unico fuoriclasse del nostro ciclismo. Vince la crono contro Evenepoel, si prende la rivincita sul Mondiale. Poi va in fuga nel giorno in cui il segno lo lascia, ancora una volta, Jesus Herrada - terza vittoria di tappa alla Vuelta in carriera. Quel giorno Ganna ci costringe a qualcosa che non avremmo mai pensato di fare: ci fa iscrivere al partito del “GANNA POTEVI VINCERE!” perché non sarebbe potuta andare altrimenti - come invece andrà - con quella gamba che portava a spasso il gruppetto dei fuggitivi lungo Laguna Negra. Ma Ganna è così: c’è Thomas in fuga e la squadra quel giorno è tutta per il galllese e Ganna ci si butta a capofitto per i compagni di squadra. Peccato, ma è un bel vedere. Altri Ganna cercasi in Italia, non certo soltanto per caratteristiche, ma per piglio e capacità di costruirsi un palmarès.

Le corse in Canada che bellezza - oddio, il Gp di Quebec molto meno rispetto al Gp Montreal ma tant’è. Intanto l’orario per “noi europei” che regala il ciclismo in prima serata. E poi quel circuito cittadino che quest’anno è stato reso ancora più complicato dalla pioggia. Un vecchio canovaccio: in mancanza di quei matti che fanno esplodere le corse lontano dal traguardo con una serie di accelerate in prima persona - Pogačar, Pedersen, van der Poel, van Aert, Evenepoel, tanto per fare dei nomi a caso - le squadre che si mettono a testa bassa a fare l’andatura e giro dopo giro scremano il gruppo. A Quebec City, corsa tutto sommato noiosetta fino all’arrivo, vince De Lie, e che soffrendo va persino all’attacco a Montreal due giorni dopo, andando in contro alla sorte segnata, ma che razza di corridore che è il Toro. Montreal 2023, tuttavia, con i suoi quasi cinquemila metri di dislivello premia un altro profilo di corridori. E infatti vediamo una corsa selettiva, da dietro, da davanti, a ogni curva e strappo che è un rilancio. Corridori che stringono il manubrio con i denti per stare attaccati al gruppo (Alaphilippe, Matthews), altri che zampettano verso la vittoria (Adam Yates), e pure qualche segnale italico: Velasco, pound for pound il migliore italiano in stagione nelle corse di un giorno con un certo dislivello, ma c’è piaciuto molto pure Garofoli, talento che tutti aspettiamo. In fuga a Quebec City, tiene finché può con i migliori a Montreal. Chiude 43°. Al momento ci accontentiamo di questo, poi vedremo.
Foto in evidenza: UNIPUBLIC / SPRINT CYCLING AGENCY
Dove si sfidano i giovani: il Giro della Lunigiana
Il futuro del ciclismo, spesso, passa da queste terre, la Lunigiana, spesso è proprio da questa corsa, il Giro della Lunigiana, da cui puoi trarre interessanti conclusioni su cosa aspettarti dal ciclismo a venire, quali corridori cercare in gruppo, su chi puntare. Hanno messo la bandierina sulla corsa a tappe ligure, arrivata nel 2023 alla sua quarantasettesima edizione, corridori che poi una volta “passati di là”, come si dice in gergo, anche se non è la migliore delle espressioni, ma si fa capire, hanno lasciato il segno. Vi facciamo qualche nome: tra i vincitori del “Lunigiana” troviamo ben sei vincitori di (almeno) un Giro d’Italia dei grandi: Franco Chioccioli, Gilberto Simoni (quest’ultimo è l’unico corridore ad aver conquistato Lunigiana, Giro Under, Val d’Aosta e Giro d’Italia), Danilo Di Luca, Damiano Cunego, Vincenzo Nibali, Tao Geoghegan Hart; qui al Lunigiana quattro delle ultime sette edizioni le hanno vinte corridori come Pogačar, Evenepoel, Lenny Martinez e Morgado… scusate se è poco.
Dello spirito di questa corsa, della sua importanza nel calendario giovanile, ma anche o soprattutto nel dettaglio di come si è sviluppata questa ultima e spettacolare edizione, abbiamo parlato con Valerio Bianco, ufficio stampa del Giro della Lunigiana dal 2019.
Raccontaci un po’ questo Lunigiana, Valerio, qual è la forza di una corsa che da anni è un riferimento anche a livello internazionale per la categoria juniores.
La forza principale è il confronto tra selezioni internazionali, con le nazionali e tutte le selezioni regionali italiane. Normalmente è prima del Mondiale, quest’anno prima dei campionati europei, e quindi spesso è un banco di prova tra i migliori corridori della categoria, tra le varie squadre che dovranno scegliere i capitani. Tra le squadre italiane c’è tanta competizione: vengono portati i migliori corridori e quindi il livello è alto. Il Lunigiana, poi, è una vetrina importante anche in chiave futura per quelli che vogliono continuare a correre. Rispetto al primo anno in cui l’ho fatto è cresciuta proprio la qualità della corsa, il modo di interpretarla tatticamente. Il primo anno per esempio ricordo attacchi e contrattacchi fratricidi: ricordo la Germania che perse il Giro con Brenner perché fu attaccato dai compagni di nazionale, mentre ora trovi squadre che corrono già compatte, corridori già pronti, la Francia da questo punto di vista è stata impressionante, come la Norvegia. Il livello è stato davvero alto. E poi c’è una bella atmosfera, sono dei giorni intensi, ma che valgono la pena di essere vissuti.
Potresti indicarci i maggiori aspetti positivi di questa corsa, soprattutto a livello organizzativo.
Il primo grande successo è aver portato per il secondo anno di fila la corsa a Portofino. La Portofino-Chiavari ha significato per la corsa sconfinare nel Tigullio: vuol dire che c’è grande interesse anche al di fuori delle zone normalmente battute. Lo scorso anno per esempio siamo partiti da Portofino, sì, ma poi siamo tornati subito in Lunigiana e invece quest'anno abbiamo fatto un’intera tappa “all’estero”. Il secondo successo: nonostante un’organizzazione fatta perlopiù da volontari, non è facile, siamo riusciti a fare ben due tappe per il Giro della Lunigiana femminile. Lo scorso anno era una soltanto e ora abbiamo raddoppiato e speriamo che nei prossimi anni si possa aumentare ancora.
Qual è stata la risposta del pubblico sulle strade.
Ottima cornice di pubblico sin dalla vigilia a Lerici quando abbiamo aperto con un dibattito sul ciclismo giovanile al quale erano presenti Bugno, Podenzana, Fondriest. Martedì e mercoledì, poi, nonostante il tempo fosse brutto, c’era tanta gente e alcuni arrivi come Bolano, soprattutto, erano scenograficamente davvero belli, intensi, perché pieni di gente, ma in generale ottima risposta in ogni tappa.
Voi fate un lavoro a livello di comunicazione soprattutto sui social, a livello di una corsa World Tour, quale riscontri avuto avuto con i media?
Sui social abbiamo avuto tante visualizzazioni, abbiamo avuto buoni ascolti nella differita andata in onda sulla Rai, eravamo fissi sui giornali della zona, Tirreno, La Nazione, Il Secolo XIX, articoli pure su L’Eco di Bergamo e in Emilia Romagna e hanno parlato di noi tanti siti internazionali, in Polonia i siti specializzati erano sul pezzo, DirectVelo in Francia, hanno parlato della corsa in Belgio, su Ciclismo Internacional in Colombia nonostante la Colombia non avesse una squadra di grande livello.
Parliamo della corsa: iniziando da un disegno del tracciato selettivo.
Quest’anno abbiamo tolto la tappa di volata disegnando solo tappe adatte alla selezione, anche perché poi queste sono strade che si sposano con percorsi del genere, mossi, vallonati. E poi anche perché visti i comuni interessati era più semplice avere un percorso che esaltasse le qualità di un altro tipo di corridori. Però c’è anche da dire che pure gli anni scorsi, a parte una tappa, il tracciato è sempre stato su questa falsariga. 4 tappe mosse o dure e 1 volata, quest’anno cinque selettive.
Che corsa è stata?
Incerta fino alla fine: i primi tre giorni è cambiato tre volte il leader della classifica, spesso per vicissitudini legate a cadute, mentre negli ultimi due anni Martinez e Morgado, favoriti alla vigilia, si sono imposti praticamente sin dall’avvio, indirizzando la corsa sui loro binari. Invece quest’anno la Portofino-Chiavari, con il suo attacco all'inizio da parte di quasi tutti i nomi più importanti e le squadre più forti, ha cambiato gli equilibri, ed è un peccato non ci fosse la diretta, perché è stata una tappa bellissima.
Quella dove Widar si è staccato nelle discesa del Portello…
Esatto. Sin dall’inizio ci sono stati attacchi, sin dalla prima salita dove è andato via un gruppetto con Mottes, Finn, Guszczurny, Ingegbritsen, e altri, e su di loro è rientrato Bisiaux (il vincitore finale NdA) da solo con un'azione importante. Poi in discesa è rientrato Nordhagen, anche lui da solo, perché Widar che era con lui si è staccato. Una giornata ricca di storie di corsa: tattiche quasi da professionisti con Norvegia e Francia coperte con la fuga, Widar in difficoltà perché con Francia e Norvegia ben rappresentate davanti si è dovuto muovere in prima persona.
E poi il giorno dopo si è decisa la corsa.
Con la caduta di Nordhagen. Io ho parlato con Mottes e Finn riguardo alla caduta ma non è molto chiara la dinamica perché era una discesa molto semplice e forse ha toccato la ruota di un corridore che gli era davanti.
Veniamo ai ragazzi, tu eri a stretto contatto con loro e allora vogliamo capire un po’ intanto chi è il vincitore, uno dei corridori più attesi di tutta la stagione su strada, lui che è stato dominatore della categoria jr nel CX: chi è Leo Bisiaux, corridore di cui sicuramente avremo modo di parlare negli anni perché questo è un grande talento, in una Francia che ne sforna per ogni classe, questo sembra avere qualcosa in più.
La Francia ha corso compatta al suo fianco. Era il capitano designato e così hanno corso, a parte nella prima semitappa dove erano tutti per Grysel. Hanno corso come squadra di club, nelle prime fasi di corsa Fabrie a fare il ritmo, e nel finale a muoversi solitamente Decomble (che ha vinto una tappa e ha chiuso 8° in classifica generale Nda) e Sanchez (9°). Bisiaux è stato da subito uno dei più attivi: a Bolano, seconda semitappa, ha attaccato per primo rimbalzando nel finale e perdendo qualche secondo nel finale. È un corridore secondo me molto più adatto alle salite lunghe che a quelle brevi, si è visto anche sul Portello: lui è rientrato da solo sui sedici corridori davanti.
Poi quest’anno è stato fermo per un po’ per problemi di salute e aveva fatto del Lunigiana il suo grande obiettivo della seconda parte di stagione. Ma se dovessimo paragonarlo a un corridore che già conosciamo tra i professionisti?
Il cittì della Francia mi ha detto che come caratteristiche gli ricorda molto Lenny Martinez. Io lo trovo anche uno molto bravo nel leggere la corsa e anche altruista: nella tappa vinta da Decomble, nonostante fosse in lizza per la maglia di leader, ha attaccato anticipando nel finale e quando è stato ripreso da Nordhagen è partito Decomble che ha vinto.
Parliamo degli altri due big: Jorgen Nordhagen e Jarno Widar. Quest’ultimo corridore per il quale stravedo, in passato il suo allenatore lo ha paragonato - esagerando sia chiaro - a una via di mezzo tra Paolo Bettini e Lucien Van Impe, in effetti per certi versi al Grillo assomiglia davvero anche fisicamente. Poi ha una faccia incredibile, che a me fa impazzire.
Sono praticamente già due professionisti. Nordhagen corre già con la bici della Jumbo, casco con livrea Jumbo, sembra fatto con lo stampino a immagine e somiglianza di Staune-Mittet, i due si conoscono bene, oltretutto, provengono dalla stessa zona, hanno fatto sci di fondo (sci di fondo che Nordhagen ancora pratica ad alto livello e che per il momento in accordo con il suo team - la Jumbo Visma con la quale ha firmato fino al 2027 - continuerà a praticare NdA). Ha avuto sfortuna perché una caduta ha precluso la possibilità di vincere la maglia verde (quella del leader della classifica generale NdA): è stato molto continuo sin dalle prime due semitappe dove ha ottenuto due piazzamenti alle spalle di Widar. In questi giorni scherzavamo sul fatto che la Norvegia non vincesse una tappa da quarant’anni e alla fine su cinque tappe hanno fatto 4 secondi posti.
E di Widar che mi dici?
Si è lamentato molto per la discesa il secondo giorno, ma la strada era perfetta e non ci sono state cadute.
Mi piace sempre di più, un corridore polemico è quello di cui abbiamo bisogno. E poi ha vinto le prime due semitappe dominando nettamente, la seconda con uno scatto bruciante, potentissimo, suo marchio di fabbrica.
Se vedi anche nella sintesi se la prende a un certo punto con il cameraman che lo riprendeva invece di stare sul gruppo davanti. Lui a me ricorda Cian Uijtdebroeks, come si muove, come corre, sembra quasi un po’ gobbo. Nella seconda delle due semitappe, vinte entrambe da lui, è stato devastante. Dopo l’arrivo erano tutti mezzi morti e lui sembrava che ne avesse ancora e ha vinto con distacco. Nel Belgio segnalerei anche Donie che è andato molto forte.
Veniamo all’Italia, iniziando da uno dei più attesi, Lorenzo Finn, che arrivava da un periodo molto brillante e si è dimostrato al livello di alcuni fra i corridori più interessanti in assoluto della categoria, alcuni di loro già secondo anno tra gli juniores e che passeranno con squadre Devo del WT e un futuro praticamente assicurato per diversi anni. Bel corridore…
Gran bel prospetto. Io l’ho conosciuto quando aveva 14 anni ad Adelboden che avevamo fatto un ritiro con la Corratec, lui doveva venire a correre con gli allievi della Ballerini. È un ragazzo che ha una calma incredibile, molto posato e tranquillo.
Tranquillità che poi in bici si trasforma in agonismo.
Ha corso con grande coraggio: sia nella seconda che nella terza tappa è stato lui ad accendere la miccia. Mentre ha pagato un po’ di secondi (alla fine chiuderà il Lunigiana al 2° posto a 12” da Bisiaux NdA) nelle prime due semitappe secondo me a causa del posizionamento in gruppo nell’approccio al finale di tappa. Ed era il corridore più giovane in gara: è nato a dicembre del 2006.
Un mese ed era ancora allievo.
Sì, è un corridore veramente, veramente interessante. Oltretutto la Liguria, per la quale correva Finn, non andava sul podio da quasi vent’anni - e questa corsa non l’ha mai vinta. E hanno anche perso Privitera, uno dei pezzi da novanta della squadra.
Se da Finn ci aspettavamo un buon Lunigiana, Mottes è stata la grande sorpresa. 3° sul podio, vincitore di tappa…
Veniva da un buon periodo e infatti lo avevo evidenziato fra quelli da seguire, ma nessuno si aspettava andasse così forte e ha preso anche il premio della combattività oltre ad aver una bellissima volata a Terre di Luni grazie alla quale ha conquistato la tappa. Ovviamente è un corridore tutto da scoprire e da formare, ma mi sembra uno da salite brevi più che da salite lunghe, ha spunto veloce, è uno esplosivo, può diventare corridore da Ardenne, se proprio vogliamo sbilanciarci. Aggiungo anche che la sua squadra, Trento, ha corso molto bene, una delle più attive e compatte.
Simone Gualdi, invece?
C’era attesa su di lui, è il campione italiano, lo scorso anno è stato il miglior italiano in classifica e anche il miglior giovane in assoluto, però è arrivato al Lunigiana purtroppo dopo una brutta caduta rimediata qualche giorno prima e questo ha condizionato la sua corsa. E dopo essere rimasto tagliato fuori dall'azione che ha disegnato la classifica finale, era anche demoralizzato.
Bisiaux ha vinto la corsa di pochi secondi, qual è stato il momento chiave che ha deciso questo Lunigiana?
Il tratto di salita tra Caprile e Portello ha indirizzato la corsa, ma i momenti chiave sono state le due discese: nella seconda tappa, quella del Portello dove Widar non è riuscito a seguire i nove che poi hanno fatto la differenza in classifica generale, e poi nella terza tappa quando è caduto Nordhagen.
Parlando di ciclismo giovanile italiano, senza nulla togliere ovviamente ai ragazzi passati di categoria negli ultimi anni, la mia impressione è che il biennio 2005, 2006 sia davvero molto valido. Secondo te da cosa è dovuto? Il caso, come spesso accade, di avere annate buone e meno buone, è cambiato qualcosa nella preparazione dei ragazzi, sempre di più vengono seguiti da preparatori anche di spicco, la presenza influente di un certo Dino Salvoldi come CT, un cambio radicale di mentalità, c’è dell’altro? Che idea ti sei fatto?
Mi sembra che tutto venga fatto in maniera molto meno, passami il termine, artigianale, alla bell’e meglio, come si faceva prima. Ora vengono seguiti maggiormente anche nei pre gara: sembrano ormai degli under 23 più che degli juniores. Poi è notevole la presenza di preparatori e procuratori, gli staff in ogni squadra è aumentato: questa categoria ormai è diventata quasi quella di passaggio al professionismo. Li vedo maturi e formati come fossero under 23.
Ultima domanda. Visto che segui molto da vicino il ciclismo giovanile. È una domanda a cui, ammetto, è difficile trovare una risposta, una domanda a cui io non so mai rispondere. Spesso ci ritroviamo, non dico a dominare, ma a ottenere risultati di peso tra juniores e under 23, ci esaltiamo per i talenti che poi una volta passati fanno fatica, spesso prendendole, passami il termine, da corridori che magari venivano regolarmente battuti nelle categorie giovanili. Perché?
Qualcuno è stato sicuramente sfortunato, Baroncini, Battistella, Tiberi. Io non vorrei fare il discorso che fanno tutti che manca una World Tour italiana, ma sostengo l'importanza di una squadra che dia la chance a questi corridori di correre in prima persona. Aleotti, quando ha avuto la possibilità, ha corso il Sibiu da capitano e l‘ha vinto. Green Project sta facendo un ottimo lavoro con i suoi ragazzi e i risultati si iniziano a vedere, vedi Zana prima e ora Pellizzari che hanno la possibilità di giocarsi le proprie carte. Invece spesso questi ragazzi forti, passano in squadre straniere che hanno grande profondità di rosa e gli tocca fare da gregario e qualcuno magari si siede sugli allori. Mentre in una squadra in cui puoi e devi giocarti le tue carte hai delle responsabilità diverse e cambia la mentalità. Io sono curioso di vedere per esempio Busatto che in una squadra come la Intermarché avrà il suo spazio, però se passi in UAE o Ineos o Jumbo è difficile avere la possibilità di provare a giocarti le tue chance in prima persona. Prendi Tiberi: va in Bahrain, ma alla Vuelta ha Buitrago, Caruso, Landa, Poels ed è difficile imporsi. E poi ci sono pochi soldi nelle professional italiane: non è facile nemmeno riuscire a prendere il corridore di talento, ma devi sgrezzarlo.
Per chi volesse passare un'intera e interessante ora con le immagini salienti del lunigiana, questo è il link giusto:
https://youtu.be/G8daZLes5Xw?si=o-LfRVppqm64mAOD
Foto: Michele Bertoloni per gentile concessione del Giro della Lunigiana
Sangue e Arena
La Vuelta 2023 è partita con una startlist di livello eccellente, praticamente il meglio - o quasi per i grandi giri - a eccezione di Pogačar e qualche nome di contorno. La Vuelta 2023 però nei primi giorni si è distinta per situazioni che si potrebbero definire bizzarre, se non altro perché poi sono finite tutte “bene”. Bizzarre, sì, a tratti sgradevoli, altro eufemismo, per corridori e spettatori. Sono partiti con la cronosquadre corsa al tramonto, pericolosa, per le vie di Barcelona, con una pioggia fortissima che ha condizionato una gara che man mano andava avanti e più evidenziava la scarsa visibilità - oggi è la giornata mondiale dell'eufemismo. La prossima volta consigliamo a chi si mette in bici per questi esercizi di portarsi dietro una luce di quelle potenti, un po’ come facciamo noi ciclisti della domenica.
Da giorni si conoscevano le condizioni del meteo, si sapeva che le nuvole avrebbero scaricato proprio in prossimità dell’inizio della gara o quando la stessa sarebbe stata in pieno svolgimento: non si sarebbe potuto anticipare? La risposta la conosciamo già, così come i motivi che fanno rima con avaro e amaro ed è quella cosa che fa girare il mondo. Il paradosso è stato che, per rispettare la scaletta, è andata in scena una corsa che di tecnico, interessante e spettacolare non ha avuto assolutamente niente. Poi ci sarebbe anche un altro discorso da fare, forse non è il caso oggi, ma ci buttiamo lo stesso: la cronosquadre è interessante, ma a oggi il divario fra due tre squadre e il resto del mondo è netto. Solo la pioggia e le cadute e l’attenzione particolare (cautela) che a tratti hanno messo alcuni uomini di classifica ha fatto sì che si mescolassero le carte.
Il giorno successivo è grottesco. Si decide, a causa del maltempo che ha continuato a non dare tregua alla Catalunya in quei giorni, di neutralizzare il finale di corsa. In pratica ai piedi del Montjuïc, celebre scalata nella periferia di Barcelona, inserita per rendere spettacolare e brioso il finale della seconda frazione delle corsa a tappe spagnola, viene preso il tempo per la generale, lasciando gli ultimi nove chilometri - salita e discesa, ritenuta pericolosa a causa della pioggia - alla lotta per la sola tappa. E quello che si è visto non è stato proprio il massimo: in pratica va via un gruppetto di ribelli che si gioca la vittoria, manco fosse una kermesse post Giro con tre quarti di gruppo che si alza e sfila fino al traguardo a passo di amatore - amatore scarso, tipo chi scrive.
Ben venga la vittoria di Andreas Kron, corridore perfettamente a suo agio su arrivi del genere, che dedica il successo a Tijl De Decker, scomparso qualche giorno prima mentre si stava allenando in bici. Scomparso per la solita disattenzione di qualcuno che guida un'automobile. De Decker aveva da poco compiuto 22 anni e questa primavera aveva vinto la Roubaix per Under 23. Andava forte, e l’anno prossimo avrebbe compiuto il passaggio dalla squadra Development della Lotto a quella dei grandi. Nel 2024 sarebbe stato compagno di squadra di Andreas Kron. E quindi ben venga il successo di un bel corridore come Kron, e la dedica. Giorni, ancora, difficilissimi per chi corre in gruppo, e ce ne saranno ancora e sempre, per chi segue questo maledettissimo sport. Tornando alle cose più futili, tornando alle cose di Vuelta: vedere il gruppo sfilare a nove chilometri dall’arrivo in totale tranquillità non è stato il massimo, seppure i corridori abbiano le loro ragioni. Forse quello che stiamo vivendo è un momento di passaggio a cui ci dobbiamo semplicemente abituare, ma resta il fatto che Kron, la discesa del Montjuic l’ha pennellata, l’ha fatta a tutta prendendo i suoi rischi, e dopo aver aperto un piccolo gap sul tratto di salita, proprio in discesa, ha fatto la differenza sostanziale. In realtà la parte grottesca della faccenda arriva ora, perché non voglio discutere delle scelte prese dai corridori o da chi li rappresenta, semmai parliamo di come viene prodotta la Vuelta, organizzata: intanto le immagini che arrivavano dall’elicottero. Più che dall'elicottero parevano arrivare da Chandrayaan-3, la sonda mandata sulla luna dall’India, che non permettevano nemmeno agli occhi più sensibili di capire cosa stesse succedendo. E poi il capolavoro dei capolavori, da fare impallidire le sceneggiature del grande cinema europeo di metà novecento. Ebbene, la giuria si è persa il passaggio dei corridori al GPM (che dava secondi di abbuono per la classifica generale, perché, nonostante la neutralizzazione del tempo ai piedi della salita, gli abbuoni sarebbero stati comunque dati) e ha fermato gli spettatori chiedendo se qualcuno avesse filmato il passaggio - questo, potrebbe essere stato il video usato proprio dalla giuria https://twitter.com/FForradellas/status/1695851892532732206 per registrare quei passaggi poi fondamentali ai fini della classifica generale, classifica generale che vedrà, diversi minuti dopo la fine della tappa, al primo posto Andrea Piccolo.
Ma non è finita qui, perché tanto si parla di sicurezza e si fa di tutto perché i corridori possano correre meno pericolo possibili che alla fine uno dei corridori più importanti del gruppo rischia di farsi seriamente male dopo aver vinto con autorità il primo arrivo in salita. Il terzo giorno, infatti, subito dopo il traguardo di Andorra, c'è un tratto di leggera discesa, poca via di fuga, non c’è spazio a sufficienza per Evenepoel che, dopo aver esultato battendosi la mano sul petto non fa in tempo a frenare finendo per schiantarsi contro una donna presente nella calca che si trova spesso alla fine di ogni traguardo, tra giornalisti, soigneur ,eccetera. Si teme il peggio per un attimo, ma Evenepoel con la faccia completamente insanguinata mantiene un certo savoir-faire (sicuramente aver vinto e preso la Roja ha aiutato a calmare il suo temperamento e una sua possibile dura reazione, probabilmente la botta stessa ha contribuito a tenerlo quasi un po’ spaesato) lasciandosi andare solo nell’intervista di rito al vincitore: «Non ne posso più, mi sto seriamente rompendo le balle. Ogni giorno ce n’è una… posso solo dire che spero che la signora stia bene». A noi Remco piace così.
Poi succede anche che, secondo quanto riportano i media spagnoli, il quarto giorno venga “sventato un sabotaggio ai danni della corsa, quattro persone arrestate e sequestrate alcune taniche con dentro circa 400 litri di olio pronti per essere riversati sulla strada”.
Insomma la Vuelta ha fatto la Vuelta, signori, incrociamo le dita per i prossimi giorni.
Foto in evidenza: ASO/UNIPUBLIC-Sprint Cycling Agency
Il Monumentale della Vuelta 2023
L’ultima grande corsa a tappe dell’anno, l'ultimo viaggio lungo tre settimane. L’ultimo monumentale di alvento di questa stagione: il 2023 ciclistico - almeno quello su strada - si sta avviando, pedalata dopo pedalata, verso la sua conclusione e lo farà con quello che potremmo definire il proverbiale botto. Una sfida, sulle strade spagnole della 78ª Vuelta, da Barcelona a Madrid, dal 26 agosto al 17 settembre, che promette di accendersi da subito, dal primo giorno, con la cronosquadre pronta a mettere da subito primi distacchi tra gli uomini di classifica. Contendenti, tanti, ma qualcuno più contendente dell'altro. Scopriamoli, qui di seguito, nella nostra consueta guida alla corsa.
L’ANALISI DEI PARTECIPANTI
VINGEGAARD ALL’APPUNTAMENTO CON LA STORIA
Partiamo dalla coppia del Team Jumbo Visma, Jonas Vingegaard e Primož Roglič in quest’ordine. Uno vincitore del Tour e l’altro del Giro. Roglič che alla Vuelta a Burgos (ventesima vittoria in una classifica di una corsa a tappe in carriera) ha mostrato una condizione invidiabile, Vingegaard che dopo il Tour ha staccato - non c’è da stupirsi - così come non ci stupiremmo se dovesse fare l’accoppiata Tour-Vuelta riuscita soltanto a tre corridori nella storia: Hinault, Anquetil, Froome. Il quesito da porsi è: come gestiranno la convivenza tra i due? E poi ancora: quali sono le gerarchie in partenza? Partiranno davvero alla pari come qualcuno dice? Molte tappe sorridono più allo sloveno, arrivi secchi, da volatina di un gruppo con pochi superstiti, il piatto preferito dal goloso sloveno, ma Vingegaard ha un paio di tappe in cui poter far saltare in aria la classifica. Vediamo come risponderà dal punto di vista fisico dopo aver corso un Tour concedendo poco ai rivali, annichilendo anche un fuoriclasse come Pogačar.
Su una cosa siamo certi, una squadra come la Jumbo Visma a questa Vuelta non si vede spesso: oltre ai due, c’è Sepp Kuss, al terzo grande Giro in stagione, per vincerne un altro da gregario, uno che potrebbe tranquillamente chiudere nei 10 (e al Tour senza questa caduta sarebbe andata così), Attila Valter e Wilco Kelderman altrove farebbero i capitani per l'alta classifica, Jan Tratnik è un corridore completo che in pochi hanno, discorso simile per Dylan van Baarle. Chiude la spedizione Robert Gesink incaricato di dare il primo abbrivio sulle salite. Una squadra che potrà fare quello che vuole nelle tappe di montagna, negli arrivi mono salita, un po' ovunque. Possono isolare gli avversari più pericolosi e magari averne ancora due se non tre davanti, in un gruppo massimo di sei sette corridori.

REMCO EVENEPOEL PER UN DIFFICILE BIS
Divisivo come pochi nel ciclismo di questi anni, amato e odiato per via di un carattere che non ammette compromessi, così come non scende a patti con nessuno una volta che messo in posizione parte e se ne va. Ha una crono non troppo lunga dove poter guadagnare per il resto il Remco Evenepoel che conosciamo potrà giocarsi i finali in salita tirati, ma meno selettivi, quelli dove non si farà troppa differenza e potrà giocarsela negli sprint ristretti, ma dovrà soprattutto difendersi con i denti dai possibili-probabili attacchi dello squadrone olandese. Attaccare come piace a lui potrebbe essere un'arma a doppio taglio, perché potrebbe significare spendere energie inutili soprattutto considerando in quanto della Jumbo Visma potranno inseguirli. Insomma non di facile lettura la sua corsa da un punto di vista tattico. E a proposito di squadra: pur circondato da ottimi elementi lo squilibrio è evidente rispetto ai calabroni. Mattia Cattaneo, James Knox, Jan Hirt e Louis Vervaeke saranno i suoi scudieri, ma niente a che vedere con i gialloneri. Andrea Bagioli proverà anche a vincere una tappa prima di lasciare la squadra di Lefevere per altri Lidl, Casper Pedersen avrà il difficile compito di gettarsi in volata, Pieter Serry sarà l’uomo ovunque.

AYUSO: PIU DI UN ALTERNATIVA
Tra alti e bassi, qualche problema fisico che lo ha tenuto fuori nella prima parte di stagione e alcune cadute, Juan Ayuso arriva alla Vuelta con il ruolo di outsider per il podio, ma nel suo storico c’è un terzo posto dell’anno scorso che l’ambizioso classe 2002 vuole migliorare. Non si pongono limiti a un corridore brillante su ogni terreno, che non ha paura di attaccare e che ha già dimostrato di fare sul serio nei grandi Giri, nonostante la tenera età. Supportato da una squadra già rodata, di fianco a lui Joao Almeida, qualcosa di più di una semplice seconda punta e che mira a un altro risultato di alta classifica (in carriera, su 5 grandi Giri disputati, a parte un ritiro per Covid al Giro 2022 quando era in lotta per il podio, ha un 3°, un 4°, un 5° e un 6° posto), e che potrebbe anche giocare un ruolo importante dal punto di vista tattico. Con Jay Vine e Marc Soler a volte inaffidabili per vari motivi (le cadute di uno, gli alti e bassi dell’altro), fa il suo esordio in una corsa a tappe di tre settimane il giovane neozelandese Finn Fisher-Black, corridore che tornerà utile alla causa, anche nella cronosquadre di apertura. Così come utile in quel giorno sarà Oliveira (Rui), gregario a 360 gradi come proverà a essere importante per questa squadra anche Damen Novak, dal suo arrivo dopo l’ottima stagione in maglia Bahrain, si è visto pochino. Per le volate ci sarà Juan Sebastian Molano che sin qui sta vivendo una delle miglior stagioni in carriera e che alla Vuelta ha già timbrato lo scorso anno in quella che resta la sua vittoria più importante.

INEOS: A COSA POTRANNO AMBIRE I DUE CAPITANI?
Geraint Thomas oppure Thymen Arensman a comandare una Ineos di qualità, ma con capitani un gradino sotto ai favoritissimi? Difficile che non lascino il segno, ma da capire dove si potranno inserire in classifica. Oltre ai due uomini designati per la generale pesa la presenza di Filippo Ganna, la stella del nostro ciclismo che proverà a riprendersi la rivincita su Evenepoel nella crono di Valladolid, non prima però di aver dato importante contributo a Barcelona in quella a squadre. Dopo il Tour presente anche Egan Bernal, tutto quello che verrà sarà ben accetto, ma al momento il vincitore di Giro (2021) e Tour (2019) è un lontanissimo parente del corridore pre infortunio. Laurens De Plus in salita è uno dei corridori più solidi in assoluto, difficile scrivere qualcosa di diverso a proposito di Jonathan Castroviejo, ma servirà avere grandi gregari se poi i capitani non saranno all’altezza di salire sul podio? Chiudono la selezione Kim Heiduk, velocista anche se non di prima fascia e Omar Fraile, noto per la sua incostanza, ma che può tranquillamente puntare a qualche tappa.

MAS, IL RISCATTO
Il Tour di Enric Mas è durato così poco che per un po' abbiamo dimenticato della sua esistenza, le cicatrici che porta addosso servono a ricordarglielo e lui, che alla Vuelta trova sempre terreno adatto alla sua costanza, punta forte a un piazzamento tra i primi cinque. Squadra ancora una volta costruita attorno a Mas con Jorge Arcas, Imanol Erviti e Neilson Oliveira gente affidabilissima a cui la Movistar lascerebbe pure le chiavi del pullman nel caso non lo avesse già fatto, Ruben Guerreiro e Einer Rubio sono un piano B che prevede l’attacco ai successi parziali, soprattutto in salita, così come Ivan Garcia Cortina è l'uomo da sprint ristretto - se ce ne saranno - e Oier Lazkano, campione di Spagna, esploso in questo 2023, è libero di dare sfogo alle sue scorribande.

VLASOV, KAMNA, UIJTDEBROEKS, HIGUITA… QUANTE PUNTE LA BORA
Alexandre Vlasov, Lennard Kamna e Cian Uijtdebroeks hanno il potenziale - i primi due già espresso anche per vie dell’esperienza maturata in grandi corse a tappe, il terzo da dimostrare - per entrare nei primi dieci della classifica generale. In fin dei conti solo Jumbo Visma può contare su una squadra con un roster così profondo in salita. Sergio Higuita, invece, di potenziale ne ha per gli arrivi in salita, soprattutto quelli secchi, non particolarmente lunghi, ma è come se spesso se ne dimenticasse. Se trova la giornata giusta, però, è uno dei corridori più esplosivi in gruppo. Completano una squadra davvero forte in salita, Emanuel Buchmann, che ha un 4° posto in carriera al Tour, prima di riciclarsi gregario di lusso, Ben Zwiehoff, altro corridore che si esalta quando la strada sale, Jonas Koch utile in pianura e Nico Denz, quest’ultimo, dopo i due successi di tappa al Giro, vuole ripetersi anche in Spagna.

DSM: NON SOLO BARDET
Come da titolo, la squadra olandese non si affida al solo Romain Bardet che qui vinse un paio di stagioni fa e punta deciso a una top ten: l’ormai veterano francese non sta vivendo una stagione delle migliori, ma senza contrattempi lungo la strada, può tranquillamente puntare a un buon risultato e perché no, pure a un successo di tappa. C’è curiosità per la presenza di due giovanissimi britannici: Max Poole (2003) e Oscar Onley (2002): in questa Vuelta iniziamo a misurare le loro ambizioni nei grandi Giri, per capire se prima o poi potranno diventare un fattore nella lotta per la generale nelle corse a tappe di tre settimane. In quelle brevi, entrambi hanno già dimostrato di valere un gradino appena sotto i migliori del gruppo. Alberto Dainese è il velocista, stavolta speriamo non lo condannino a tirare le volate per altri: al passo d’addio dalla squadra che lo ha fatto diventare uno dei velocisti più forti del gruppo, l’ex campione europeo tra gli Under 23 non avrà tantissime chance per vincere, e nemmeno una grossa squadra a supporto dei suoi sprint, ma ha già dimostrato di sapersela cavare egregiamente anche da solo. Un altro italiano al via da seguire: fari accesi sul neo campione mondiale a cronometro tra gli Under 23 Lorenzo Milesi. Quali ambizioni? Sicuramente sarà un supporto per i compagni di squadra su ogni terreno, ci piacerebbe vederlo competitivo nella crono individuale e perchè no, trovasse la condizione giusta giorno dopo giorno, anche provare a vincere una tappa.

BAHRAIN: COMPATTEZZA IN MONTAGNA, MA…
Squadra forte, davvero, la Bahrain a questa Vuelta, alla quale forse manca quel corridore capace di lottare per i vertici della classifica generale, sempre che Mikel Landa, dopo aver firmato per la Quick Step, non si risvegli dal torpore in cui è sprofondato al Tour, un Landa irriconoscibile anche per i più fedeli e ortodossi landisti. Allora proviamo a suggerire noi un obiettivo a chi guida Damiano Caruso, che tuttavia arriva pur sempre da un confortante 4° posto all'ultimo Giro, Santiago Buitrago e Wout Poels, vincitori quest'anno di tappa uno al Giro e l'altro al Tour, ovvero lasciare perdere ambizioni di bassa top ten per provare a vincere qualche bell'arrivo in salita. Discorso a parte invece merita Antonio Tiberi, dopo essere approdato a stagione in corso nella squadra bahreinita, su di lui è chiaro il progetto di farne un corridore da grandi Giri. In questa Vuelta vedremo fino a dove potrà arrivare. Lo scorso anno con la Trek le cose non andarono molto bene - mai in classifica - quest’anno tutti si aspettano un deciso passo in avanti. Al via anche una giovane ruota veloce, Matevz Govekar, sloveno, che proverà a infilarsi in qualche fuga oppure a entrare nelle top ten di tappa gettandosi negli sprint.

LENNY E ROMAIN: IL FUTURO È GIÀ QUÌ
Giovani ovunque, in particolare in maglia Groupama FDJ: su 8 corridori al via 6 arrivano dal team sviluppo, quattro di questi sono neo professionisti. Ma poca esperienza non si sposa con poca qualità, perché Romain Grégoire è uno dei corridori più attesi e punta a vincere qualche tappa, magari da subito, al secondo giorno, mentre Lenny Martinez mira all’alta classifica - ma noi pensiamo che in questo momento possa chiudere in una posizione intorno alla 15esima e farsi vedere in salita, magari vincendo una tappa. Lorenzo Germani, italiano formatosi nelle ultime stagioni proprio in Francia, avrà il compito di guardare le spalle ai due, mentre Samuel Watson è l’uomo veloce di riferimento. Lewis Askey vuole dare un po’ di concretezza alla sua fantasia, ma non sappiamo quanto il terreno che troverà nelle tre settimane sia adatto, più probabile vederlo in appoggio ai compagni di squadra, così come Clement Davy. I corridori più esperti della squadra francese sono due che alla Vuelta hanno trovato le migliori giornate della propria carriera: Rudy Molard ha vestito la maglia di leader in passato (nel 2018), chiudendo al 14° posto (suo migliore risultato in carriera in un grande Giro) la classifica finale, sarà una chioccia di grande qualità per i giovani rampolli in squadra, Michael Storer ha vinto due tappe in salita e la maglia dei GPM nel 2021 e di recente ha ricominciato ad andare forte. E di montagna in questa Vuelta ce ne sarà tantissima (pure troppa).

AFFIATAMENTO CERCASI E ITALIANI IN PALLA, OVVERO JAYCO ALULA
Eddie Dunbar guiderà la spedizione Jayco AlUla. Come ha raccontato Marco Pinotti tempo fa, parlando del Giro, in una tappa in cui Zana era in fuga, forse proprio quella vinta a Val di Zoldo: «La sera, dopo la tappa, Dunbar si è lamentato perché non aveva più nessun uomo assieme a lui, questo probabilmente è una reminiscenza del modo di correre che avevano in Ineos, però Dunbar si deve rendere conto che se in gruppo ne restano 20, non sempre c’è bisogno di avere un compagno di squadra con lui». Cosa succederà alla Vuelta? Certamente l’irlandese, forte anche del piazzamento finale al Giro - 7° al suo esordio in una corsa a tappe di tre settimane, mica male, nonostante un crollo verticale nelle ultime giornate - sarà il pupillo del team australiano per ottenere il 3° piazzamento in un GT nei 10 dopo appunto quello dell’irlandese al Giro e quello di Simon Yates al Tour. Risultati di un certo prestigio per una squadra che non dispone di un budget all'altezza degli squadroni, ma che sa difendersi bene su ogni terreno. E lo farà allora, oltre che con Dunbar, anche con i nostri Filippo Zana e Matteo Sobrero, tra le maggiori speranze di provare a vincere una tappa a questa Vuelta, sempre che a Dunbar stia bene come cosa, s'intende. Ma la Jayco vista quest’anno ci pare adatta anche alle scorribande da lontano. In salita, poi, presente il giovane etiope classe 2001 Welay Hagos Berhe, dopo un’ottima annata con gli Under 23, quest’anno al suo primo anno da professionista sta facendo vedere alcune cose molto interessanti in salita. Se Michael Hepburn e Jan Maas saranno i portaborracce, i guardaspalle, gli uomini votati esclusivamente agli altri, cronosquadre inclusa, Callum Scotson vuole riprendere il discorso interrotto bruscamente al Giro, quando stava benissimo ma si ritirò per un malanno. Infine occhio a Felix Engelhardt, dalle caratteristiche particolari, corridore resistente anche su salite medio lunghe e dotato di spunto veloce. Interessante vedere dove potrà arrivare correndo per la prima volta un grande Giro e con la possibilità di lasciare il segno in fuga.

ASTANA, AMBIZIONI IN FUGA
Dovrà per forza provare una corsa all'attacco la squadra di Alexandre Vinokourov: non c’è un uomo di classifica affidabile, sempre che David de la Cruz non torni quello di qualche stagione fa, o che Vadim Pronskiy salga nettamente di livello, né un velocista. E allora oltre ai due citati spazio a Joe Dombrowski nelle tappe di montagne, e come lui Andrei Zeits, uno dei corridori più esperti al via. E a proposito di meno giovani, Luis Leon Sanchez a quasi 40 anni compiuti correrà per la prima volta in carriera tre GT nello stesso anno, Fabio Felline invece disputerà per l’ultima volta un GT con la maglia dell’Astana e sarà un valido supporto per i suoi compagni. Javier Romo e Samuele Battistella sono invece i prescelti per provare a entrare in qualsiasi tipo di fuga e magari riuscire a vincere, cosa che al corridore italiano lo scorso anno non è riuscito per pochissimo.
ALPECIN: OCCHIO A GROVES E OSBORNE
Squadra impostata quasi totalmente per le volate di Kaden Groves, uno che, vista la non grandissima concorrenza, potrebbe provare pure a vincere tutti gli arrivi a ranghi compatti. Edward Planckaert, Samuel Gaze, Jimmy Janssens, che lo scorso anno sfiorò la vittoria alla Vuelta dopo una lunga fuga, Maurice Ballerstedt, Robbe Ghys formeranno il treno più forte della corsa, anche se da collaudare, con loro anche Tobias Bayer, libero di provarci, e Jason Osborne, corridore arrivato molto tardi al ciclismo, arriva dal canottaggio, in netta crescita nell’ultimo periodo e da seguire per capire cosa potrà fare e quali margini, soprattutto in salita.

ANCORA FRANCIA: DA BOUCHARD PER LA POIS, A CRAS CHE CI RIPROVA, MA OCCHIO A VAUQUELIN, COQUARD ED HERRADA
Anche l’AG2R non ha uomini per la classifica ma Geoffrey Bouchard si candida per vincere nuovamente la maglia dei Gran Premi della Montagna. Specialista, ha vinto questa classifica nel 2019 proprio in Spagna, e al Giro d’Italia due stagioni fa. Con lui Andrea Vendrame per piazzarsi in qualche volata, ma soprattutto andare in fuga. Fosse assistito una volta tanto dalla fortuna, potrebbe pure vincere una tappa, quando va all’attacco nei grandi Giri ha dimostrato di poter resistere in salita e lo spunto veloce lo conosciamo. Occhio anche a Dorian Godon, veloce, resistente, cacciatore di tappe e di classiche come dimostra la vittoria quest'anno alla Freccia del Brabante
TotalEnergies punta su Steff Cras che dopo il ritiro al Tour per una caduta causata da un tifoso, mentre era in lotta per giocarsi una posizione nei primi 15 di classifica, ci riproverà in una Vuelta particolarmente montagnosa e dunque adatta alle sue caratteristiche. Con lui in salita (e anche nelle fughe), vedremo Pierre Latour e Alan Jousseaume, Dries Van Gestel, invece, grande specialista delle semiclassiche della primavera, proverà a gettarsi nelle poche volate a disposizione in questo suo tardivo (quasi 29 anni) esordio in un grande Giro, inseguendo qualche top ten di tappa.
E a proposito di esordi in un GT in casa Arkéa-Samsic ecco Kévin Vauquelin, una delle più grosse sorprese del 2022, che quest’anno ha leggermente abbassato il tiro, ma in questa Vuelta può provare a piazzarsi nei primi dieci, quindici della classifica generale, visto anche un tracciato particolarmente adatto alle sue caratteristiche. In alternativa, dovesse uscire di classifica e provare ad andare in fuga nelle tappe di montagna, diventerebbe automaticamente uno dei favoriti ai successi parziali. In salita lo affiancheranno Cristian Rodriguez ed Elie Gesbert, altro da temere in fuga, mentre per le volate i bretoni si affidano a Hugo Hofstetter.
Infine, la quinta squadra francese al via, la Cofidis, che spesso in Spagna ha saputo togliersi importanti soddisfazioni. Bryan Coquard, in un paniere non particolarmente ricco di velocisti, può provare a vincere una tappa, aiutato da Davide Cimolai e Andre Carvalho, mentre Jesus Herrada, vincitore di tappa alla Vuelta nel 2019 e nel 2022, sarà uno dei fugaioli della corsa per eccellenza . Avrà già messo nel mirino diverse tappe di montagna da provare a vincere e se non ci dovesse riuscire lui, potranno tentare il colpo grosso Francois Bidard, Remy Rochas e Ruben Fernandez.

CARTHY, CI RIPROVA, MA STAGIONE COSì COSì FINORA
La EF EasyPost porta Hugh Carthy, ormai “tradizionale” capitano nei grandi Giri della squadra di Vaughters, leader per la classifica a maggior ragione dopo il forfait di Carapaz, l’ecuadoriano non ha recuperato dopo la caduta al Tour. Ma ci aspettiamo la solita squadra capace di dare battaglia su tutti i terreni, lasciando al magrissimo e dinoccolato scalatore britannico l’onere e l’onore di cercare un piazzamento in alta classifica. Stefan Bissegger, oltre a essere una carta fondamentale per la cronometro a squadra di apertura, cerca, in quella individuale, un riscatto a una stagione sottotono, discorso simile per Andrea Piccolo che si inserirà in fuga, magari cercando di vincere una tappa: anche per lui un 2023 completamente all’opposto rispetto al 2022 che ci ha fatto sognare in grande pensando al suo nome. Diego Camargo e Jonathan Caicedo aiuteranno Carthy in salita, ma non escludiamo di trovarli spesso in fuga, come Sean Quinn, corridore resistente e veloce che proverà a piazzarsi in qualche arrivo impegnativo, ma non troppo. Infine presenti i due van den Berg della squadra, Julius sarà il faticatore, mentre Marijn è uno dei velocisti più attesi dell’edizione numero 78 della Vuelta.

LIDL, CI PIACI DI MENO
Già, perché una delle squadre più vincenti della stagione, grazie a quell’incredibile corridore di nome Mads Pedersen, ma non solo, sparge i suoi corridori migliori qua e là per l’Europa (e il mondo, in programma anche le due classiche World Tour in Canada) e alla Vuelta porta una sorta di squadra C, con corridori, tuttavia, dall’indole battagliera e che proveranno a lasciare il segno. Juanpe Lopez, dopo aver faticato per gli altri al Tour, proverà a fare classifica - anche se pare difficile possa migliorare il 13° posto ottenuto qui nel 2021. Bauke Mollema porta esperienza, ci pare in fase calante, ma lo vediamo bene provare a vincere una tappa, così come Kenny Elissonde, apparso in buona forma di recente o Amanuel Ghebreigzabhier: entrambi andranno in fuga nelle tappe di montagna, magari con l’aiuto del solito e affidabilissimo Julien Bernard. Presenti anche uno dei corridori più regolari quando c’è da sprintare, Edward Theuns e con lui Jacopo Mosca, che, probabilmente, lo aiuterà nel trovare la migliore posizione in volata. Ma un corridore forte e combattivo come Mosca, potrà anche provare a giocarsi qualche carta personale.

DAL BELGIO: TUTTI ALL'ATTACCO, DA RUI COSTA E GOOSSENS A VAN EETVELT, POSSIBILE SORPRESA IN SALITA
La Intermarché-Circus-Wanty avrebbe dovuto intorno alle volate di Gerben Thijssen - aiutato da Hugo Page, Julius Johansen e Boy van Poppel, ma il velocista belga ha preso il covid e salterà la Vuelta, al suo posto Simone Petilli che con Rein Taaramäe, Rune Herregodts, Rui Costa e Kobe Goossens sono corridori perfetti per infiammare con le loro azioni ogni tipo di tappa, puntando a vincere in fuga.
La Lotto-Dstny, invece, lascia fuori alcuni pezzi da novanta, ma c’è molta curiosità intorno a quello che potrà combinare Lennert van Eetvelt, tra i corridori più giovani al via, ma che ha già dimostrato di andare molto forte in salita: può essere la sorpresa di questa Vuelta? Milan Menten è il velocista, e se di Thomas De Gendt conosciamo tutto - abbiamo pure pubblicato la sua biografia - da scoprire invece cosa potranno fare un altro giovane come Sylvain Moniquet, scalatore, e il danese Alexander Kron, corridore che in giornata è capace di andare forte dappertutto e cliente scomodo da portarsi dietro in fuga.
PROFESSIONAL SPAGNOLE: FUGA, VISIBILITÀ, QUALCHE SOGNO

Chiudiamo con le uniche due Professional spagnole invitate - rimaste fuori Euskaltel Euskadi e Kern Pharma - ovvero Caja Rural e Burgos BH.
Caja Rural punta sugli esperti scalatori Michael Schlegel e Jefferson Cepeda e sul giovane Abel Balderstone, li vedremo in fuga in montagna, magari con Jon Barrenetxea che sogna di vestire la maglia a pois come già successo ai Paesi Baschi, ma i due corridori più importanti sono sicuramente Fernando Barcelò, uno dei corridori più piazzati del calendario spagnolo che insegue il primo successo in carriera, lui che nel 2018 vinse una tappa del Tour de l’Avenir con Pogačar che chiuse 3°, e Orluis Aular, campione nazionale venezuelano, che proverà a piazzarsi negli sprint.
Infine la Burgos BH che porta, nella corsa di casa, quasi il meglio a disposizione, a parte Langellotti e Madrazo. Una squadra che si farà vedere all’attacco con alcuni corridori resistenti e dotati anche di spunto veloce, come Pelayo Sanchez e Cyril Barthe, con loro il veterano Jetse Bol, Jesus Ezquerra, che ha corso il Mondiale con la nazionale spagnola, l’uruguaiano Eric Fagundez e Dani Navarro, il corridore meno giovane al via, ha già compiuto 40 anni, vincitore di una tappa alla Vuelta nel 2014.
PERCORSO
Sempre critici sul percorso, come non esserlo in una corsa che prevede nove arrivi in salita, tre dei quali nel tradizionale profilo con un' unica difficoltà in tutta la tappa?
La seconda tappa ha un finale che ispira qualche sortita e potrà allungare e spezzare il gruppo.
Interessante invece la distribuzione della fatica che spaccherà da subito la classifica: si parte subito con una cronosquadre, poi il secondo giorno, siamo ancora a Barcelona, arrivo in leggera salita dopo aver affrontato il Montjuic: pane per i corridori esplosivi e uomini della classifica chiamati a partecipare in prima persona alla diatriba. La terza tappa mostra subito il primo impegnativo arrivo in quota agli oltre 1900 metri di Arinsal Andorra, dopo aver scollinato in giornata un altro (lunghissimo) colle di prima categoria.
Al quarto giorno si può rifiatare, ma nemmeno troppo. Per arrivare a Tarragona si va su e giù, sulla carta è volata, ma se leggi tra le righe è facile possa esserci scritto fuga. Stessa cosa il giorno dopo con la Morella-Buriana: le squadre dei pochi velocisti dovranno conquistarsela e soprattutto il gruppo se vuole una giornata tranquilla e una possibile volata a ranghi compatti, dovrà evitare di mandare troppa gente in fuga.
Sesta tappa e secondo arrivo in salita: Observatorio Astrofísico de Javalambre, con i suoi ultimi 5 km davvero impegnativi e un profilo che prevede oltre 4.000 metri di dislivello. Qui un solo precedente alla Vualta e clamorosa doppietta della Burgos BH con Madrazo che vinse davanti a Bol. Si fa sul serio e si faranno distacchi. Il giorno dopo, tappa numero sette, unica frazione (quasi) completamente pianeggiante: l’arrivo a Olivia è fatto apposta per i velocisti e come ormai vogliono i disegni di ASO, la tappa in pianura è una delle pochissime (due in tutto a questa Vuelta), a superare i 200km.
Senza un attimo di respiro, la tappa con arriva a Costa Blanca Interior è una delle più attese della prima settimana
E si risale nuovamente il giorno dopo con l’arrivo a Xorret de Catì Costa Blanca Interior, dopo aver attraversato il durissimo e omonimo muro che scollina a meno di 4 km dall’arrivo.
Tappa nove e indovinate un po’? Sì, proprio così, arrivo in salita sul Collado de la Cruz de Caravaca. Breve e molto irregolare con qualche rampa impegnativa. Poi riposo.
Si riprende, martedì 5 settembre, con la cronometro di Valladolid. 25,8 km la lunghezza (giudicate voi), profilo totalmente pianeggiante. Il giorno dopo ancora arrivo in salita (abbiamo perso il conto): 163 km, un po’ di su e giù prima dell’unica salita vera e propria di giornata e che porta all’rrivo di Laguna Negra Vinuesa, dove nel 2020 Dan Martin tornava alla vittoria dopo oltre due anni di digiuno. Salita breve, che si fa impegnativa solo nelle rampe finali.
Tappa 12: per arrivare a Saragoza sono 150 km e nemmeno mille di dislivello, sarà volata (eventualmente la terza o la quarta) oppure fuga? Di sicuro si rifiaterà un attimo prima della due giorni decisiva e decisamente più bella di questa Vuelta.
Si parte in discesa e poi si affrontando tre salite di un certo spessore. Solo 134,7 km ma ormai è l'uso di ASO.
La 13a tappa prevede infatti lo sconfinamento, ma diciamo di più, ben quattro gran premi della montagna, anzi esageriamo, si passa il mitico Aubisque, il duro Spandelles, ma soprattutto si rende omaggio a uno dei luoghi di culto del ciclismo, il Col du Torumalet dove sarà posto l’arrivo. Tappa decisiva, una delle più belle disegnate in tanti anni alla Vuelta. Peccato per il chilometraggio: 134,7.
E non ci si ferma perchè il giorno dopo, tappa 14, 4600 metri di dislivello (600 in più del giorno prima), in 156 km, con arrivo in salita (sic) a Larra-Belagua, non durissimo, molto più impegnative le due scalate che affronteranno in precedenza, entrambe classificate di Hors Catégorie, Col Hourcère, 11,6 km all’8,3% e soprattutto Puerto de Larrau, 15,1 km al 7,8%.
Il 10 settembre, tappa 15, prima del riposo si arriva a Lekunberri ed è una giornata tipica da Paesi Baschi, tappa (molto) vallonata, giornata da fughe.
Il 12 settembre la terza e ultima settimana parte con una frazione, la 16, da Liencres Playa a Bejes di 130 km, di cui non sentivamo la mancanza, tutt’altro. Leggermente mossa come il mare nelle prime ore dell’alba e poi muro finale: 4,9km all’8,6 %.
Il giorno dopo Alto de l’Angliru: non servono presentazioni, ma se non altro per arrivare ai piedi di una delle salite più dure del mondo bisogna attraversato altre due salite di prima categoria. Giornata che sarebbe stata decisiva se il giorno dopo, tappa 18 non ci fosse stato in programma il nono arrivo in salita di questa Vuelta. La Cruz de Linares, 8,3 km all’8,5%. Tappa tutto sommato interessante come lunghezza: quasi 180 km e con ben 4600m di dislivello distribuiti oltre che sulla salita finale su altri ben 4 gran premi della montagna. Lo potremmo definire tappone.
L'ultimo sabato di corsa: tappa per le imboscate, occhi aperti perché qui si può ancora decidere la corsa.
L’ultimo venerdì di corsa concede tregue e così il 15 settembre sarà fuga o volata sul traguardo di Iscar, mentre il giorno dopo a Guadarrama c’è terreno, in caso di classifica ancora aperta, per ribaltare di nuovo tutto. Non grandi salite, almeno per altitudine e lunghezza, ma non un metro di pianura in un disegno che sembra quella specie di sorriso che ti fanno i cani quando ringhiano nemmeno troppo convinti e ti guardano di traverso.
Infine ultimo giorno a Madrid, prima volata e poi veloci a incoronare l’erede di Remco Evenepoel.
I FAVORITI DI ALVENTO
CLASSIFICA GENERALE
⭐⭐⭐⭐⭐Vingegaard
⭐⭐⭐⭐ Roglič, Evenepoel
⭐⭐⭐Ayuso, Mas
⭐⭐Thomas, Vlasov, Uijtdebroeks, Almeida
⭐Arensman, Bardet, Landa, Dunbar, Vauquelin, Onley, Poole, Cras, Caruso, Carthy
VOLATE
⭐⭐⭐⭐⭐ Dainese, Groves
⭐⭐⭐⭐ Molano
⭐⭐⭐ van den Berg M., Coquard
⭐⭐Menten, Page, Watson, Hofstetter, Heiduk
⭐ Garcia Cortina, C.Pedersen, Van Gestel, Govekar, Aular, Theuns
FUGHE/TAPPE/MONTAGNA
⭐⭐⭐⭐⭐Grégoire, Martinez, Higuita
⭐⭐⭐⭐ Van Eetvelt, Storer, Rubio, Buitrago, Herrada, Vine
⭐⭐⭐Lazkano, Ganna, Kron
⭐⭐ Zana, Sobrero, Guerreiro, Bouchard, Vendrame
⭐Bagioli, Battistella, Barthe, Osborne, Quinn, Mollema, Godon
Foto in evidenza: ASO/Charly Lopez
Guida al Tour de l'Avenir 2023
È una delle corse più attese del calendario Under 23, è quella che chiude il trittico delle gare a tappe più blasonate e qualificanti della categoria a cui appartengono i ragazzi con meno di 23 anni* - per questa stagione quelli nati tra il 2001 e il 2004 - dopo Giro (Next Gen) e (Giro Ciclistico della) Valle d’Aosta, ecco, dal 20 al 27 agosto il Tour de l’Avenir.
Il Tour dei giovani, così detto, e che noi amiamo particolarmente non tanto per gli spunti che può dare verso il futuro - ormai la maggior parte dei corridori che partecipano a questi eventi sono praticamente dei professionisti, anzi, in alcuni casi lo sono a tutti gli effetti e di loro sappiamo "tutto" - quanto per il fascino incredibile che trasmette il vederli correre, non con le maglie di club, ma con quelle della propria nazionale. Quindi niente squadroni Devo delle WT (ben rappresentati lo stesso), ma nazionali, in alcuni casi molto forti, come vedremo a breve.
*Ricordiamo che possono partecipare anche i professionisti del World Tour, anche chi ha già disputato dei Grandi Giri.
PILLOLE DI AVVENIRE

Prima qualche numero, anche se non tutti sono grandi appassionati e preferiscono giri di parole e svolazzi in punta di penna, ma viceversa c’è chi trova anche nei numeri la poesia.
Cinquantanovesima edizione del Tour de l’Avenir, la prima è nel 1961 quando a vincere fu un italiano: Guido De Rosso, l’ultima, nel 2022, l’ha conquistata il belga Cian Uijtdebroeks, dalla prossima settimana impegnato nella Vuelta a España. L’Italia ha vinto 4 volte: dopo De Rosso, c’è stato Gimondi nel 1964, Denti nel 1966 e infine Baronchelli, 1973, Baronchelli che detiene un record che quest’anno potrebbe cadere: la doppietta Giro/Tour nello stesso anno, obiettivo di Johannes Staune-Mittet, il grande favorito della corsa, anche se ci arriva con qualche punto interrogativo legato alle sue condizioni di forma e salute.
Negli anni la corsa ha cambiato nome, organizzatori e anche modalità di partecipazione ed è stata vinta da corridori che hanno scritto alcune pagine importanti della storia di questo sport: da Zoetemelk (1969), a Lemond (1982), continuando poi con Ludwig (1983) Mottet (1984), Indurain (1986), Madiot (1987), Fignon (1988), Bruyneel (1990) e venendo poi agli anni 2000, Menchov (2000), poi Mollema (2007), Quintana (2010), Chaves (2011), Barguil (2012), Miguel Angel Lopez (2014), Soler (2015), Gaudu (2016), Bernal (2017), Pogačar (2018), Foss (2019) e infine Tobias Halland Johannessen (2021). Nomi già noti, vero? Anche dal vincitore dello scorso anno, il già citato belga Uijtdebroeks, ci aspettiamo risultanti di un certo livello tra i professionisti, soprattutto nelle corse a tappe, inutile girarci attorno. In poche parole: l’Avenir dice spesso la verità sul futuro dei corridori.
Una corsa che è stata anche vinta da uno dei personaggi più di culto della disciplina delle due ruote: Sergei Sukhoruchenkov, unico corridore ad averla vinta due volte, oltretutto, nel 1978 e nel 1979.
L’Italia, qui, è bene o male sempre stata protagonista, anche se i successi di tappa, nelle ultime stagioni, si contano sulle dita di una mano: nel 2016 a conquistare una frazione c'è riuscito Albanese, poi Covi nel 2018 e Milesi nell’ultima tappa dello scorso anno, mentre in classifica generale oltre ai vincitori già citati spicca Mattia Cattaneo, terzo per ben due anni di fila, 2011 e 2012, e non sono moltissimi, anzi, i corridori a vantare più di due podi. C’è appunto il sovietico Sukhoruchenkov, due primi e due secondi posti, mentre a quota due podi: l’olandese Den Hertog (1° nel 1972 e 2° nel 1971), il francese Laurent Roux, vincitore nel 1997 dopo essere stato sul podio, 3°, nel 1995, il suo connazionale Bezault (due secondi posti) e l’austriaco Steinmayer, mentre a quota due podi ancora un francese, Bourreau e uno spagnolo, José Gomez.
È una corsa che, bene o male, basta vedere l’albo d’oro recente, segnala chi ha qualità per poi imporsi tra i professionisti, e visti i favoriti per quest’anno, dovrebbe essere così anche per il futuro.
Infine due conti sulle nazioni plurivittoriose: la Francia con 19 vittorie comanda nettamente l’albo d’oro, segue la Spagna a 12, la Colombia a 6, Russia (o ex Urss) a 4 come Italia e Belgio, Olanda è ferma a quota 3 mentre la Norvegia è a 2: ha vinto due delle ultime tre edizioni e quest’anno, come vedremo, è fermamente intenzionata a fare tripletta.
PERCORSO
Entriamo subito a gamba tesa parlando del percorso: una delle corse più belle dell’anno si caratterizza di uno dei percorsi più brutti, come purtroppo spesso accade quando si parla di Tour de l’Avenir. Chilometraggio da gara allievi nelle tappe di montagna, anche se non si raggiunge il record di quattro stagioni fa con la mini tappa di 22,3 km vinta da Alexander Evans con arrivo sul Col de la Loze davanti a Ries, Champoussin e Jorgenson. Alexander Evans che oggi, dopo aver corso per un anno nel WT con la maglia della Intermarché, non corre più.
Quest’anno gli organizzatori hanno voluto osare ancora di più proponendo una giornata dal sapore anni '90 con le due semitappe di sabato prossimo: al mattino crono individuale, una cronoscalata di 11,1km e nel pomeriggio “tappone” (!), di 69 km con arrivo sul Moncenisio.
Ma vediamo le tappe nell’ordine, inserendo anche i possibili favoriti per la tappa.
Tappa 1 Carnac-Le Gacilly 142,2 km ⭐⭐
Per iniziare una giornata (molto) mossa, una classica scampagnata in terra francese. Niente picnic, vi andrebbe di traverso, piuttosto coltello sotto il sellino. La tappa si snoda nel Morbihan e strizza l’occhio ai velocisti più resistenti. Occhio al meteo, potrebbe fare la differenza, così come le cadute che potrebbero spezzare il gruppo e, nel caso di fuga buona, chi si prenderà la briga di andare a chiudere con soli 6 corridori per squadra?
Favoriti: Lamperti, Busatto, Gelders, Donaldson, Hagenes, Huby. Possibile sorpresa: Unai Aznar.
Tappa 2 Nozay-Chinon 195 km ⭐
È la frazione più lunga, appare scontato un esito in volata, ma lo ribadiamo: pochi uomini per squadra, possibilità di corsa anarchica, la planimetria potrebbe complicare un possibile inseguimento. Insomma: occhi aperti.
Favoriti: Lamperti, Kogut, Fredheim, Teutenberg, Pickrell, Van Mechelen. Possibile sorpresa: Bevort.
Tappa 3 Vatan-Issoudun 26,5 km Cronometro a squadra ⭐⭐⭐
Qualcuno storce il naso per l’inserimento, ormai tradizionale, di una cronometro a squadre in una corsa di otto giorni, a noi piace, anche se metterla alla terza tappa porta il concreto rischio di avere squadre già decimate con la conseguenza di sbilanciare la contesa. Tuttavia, la giornata nella Loira, per la precisione nel dipartimento dell’Indre, cambierà volto alla classifica parziale e inciderà su quella finale e, vista l’altimetria, favorirà quelle squadre con passistoni agli ordini dei capitani da montagna.
Favoriti: Danimarca, Norvegia, Olanda. Possibile sorpresa: Spagna.
Tappa 4 Aigurande - Evaux-les-Bains 150 km ⭐⭐
Arrivo per scattisti, per corridori esplosivi, occhio pure che non si scateni la bagarre tra gli uomini di classifica, qui immaginiamo uno sprint ristretto, sempre che non ci sia un colpo di mano su uno dei tanti dentelli di cui è seminato il percorso. Per questo giorno abbiamo in mente un nome, ma oggi va così e per scaramanzia non lo facciamo. Anzi lo capirete dai nomi elencati qui di seguito.
Favoriti: Busatto, Hagenes, Huens, Segaert, Foldager, Thierry, Glivar, Nerurkar. Possibile sorpresa: Hajek.
Tappa 5 La Tour-de-Salvagny-Lac d'Aiguebelette 138 km ⭐⭐⭐
Si inizia a salire e oltre agli scenari meravigliosi, nel finale si dovrà fare i conti con due GPM di 3a categoria che selezioneranno il gruppo e lanceranno gli uomini migliori di questa corsa verso la discesa finale. È solo l’antipasto del lungo weekend finale che porta in alta montagna.
Favoriti: Morgado, Busatto, Graat, Umba, Foldager. Possibile sorpresa: Pinarello
Tappa 6 Méribel-Méribel 68,5 km ⭐⭐⭐⭐⭐
Diamo cinque stelle, perché contestualizziamo la tappa all'interno di una corsa in cui le frazioni decisive non superano i 100 km e perché la salita finale è davvero dura. Si arriva sul Col de la Loze dallo stesso versante del 2019 dove vinse Evans (tappa citata sopra), ma stavolta gli organizzatori hanno avuto almeno il fegato di aggiungerci 45 km in più con il GPM di 2a categoria di Montée de Champagny-en-Vanoise. Il tratto finale della salita è davvero duro e selezionerà in modo definitivo gli uomini per la classifica generale, alla vigilia delle due semitappe di sabato.
Favoriti: Staune-Mittet, Umba, Wilksch, Golliker, Ryan, Lecerf, Riccitello. Possibile sorpresa: Kulset.
Tappa 7a Montricher Albanne - Les Karellis 11,1 km ⭐⭐⭐⭐
Ed ecco la novità di questa edizione, che poi è un ritorno al passato: le semitappe. Al mattino una cronoscalata di 11,1, tutti in salita all’8,1% di pendenza media. Qui avere una giornata storta e non avere determinate caratteristiche o abitudine a sforzi di brevissima durata, costerà carissimo.
Favoriti: Segaert, van Belle, Staune-Mittet, Piganzoli. Possibile sorpresa: Walker.
Tappa 7b Les Karellis- Col du Mont Cenis 69,6 km ⭐⭐⭐⭐
Nel pomeriggio si arriva al confine con l’Italia con una tappa breve e dal disegno anche qui abbastanza particolare: si parte con un lungo trasferimento in discesa fino a Villargondran e da lì si inizia a salire leggermente. Diversi su e giù fino ai piedi dell’ascesa finale: 9,8 km al 7% di media e ultimi 5 km in falsopiano con alcuni strappetti. Vista anche qui la particolarità della tappa, ci aspettiamo sconvolgimenti in classifica, e perché no, anche la fuga di quei corridori che nella crono si sono un po’ risparmiati, considerando che in mattinata quelli chiamati a fare classifica avranno dato fondo alle energie senza risparmio e fondamentale sarà la capacità di recupero tra i due sforzi. Anche qui, come il giorno prima, si arriva sopra quota 2000.
Favoriti: Golliker, Staune-Mittet, Graat, Riccitello, Wilksch. Possibile sorpresa: Christen.
Tappa 8 Val Cenis - Sainte Foy Tarentaise 100 km ⭐⭐⭐⭐
Per chiudere altra tappa breve, ormai va così, ma c’è ancora terreno per ribaltare la classifica soprattutto considerando: 1) l’Iseran posto a metà tappa che farà gola a chi sta bene e vuole attaccare da lontano 2) le energie al lumicino 3) le squadre che difficilmente saranno al completo. Finale impegnativo dove si potrà fare ancora la differenza in un senso o nell’altro: recuperare, guadagnare, staccare i propri avversari, provare a dare un senso a una lunga settimana di Tour de l’Avenir.
Favoriti: Morgado, Pellizzari, Umba, Gomez, Staune-Mittet. Possibile sorpresa: Rouland.
I PROTAGONISTI DELLA CORSA - ANALISI DEI FAVORITI E DELLE SQUADRE
Iniziamo dal favorito assoluto, Johannes Staune-Mittet. Il norvegese della Jumbo Visma sta facendo da mesi tutti gli scongiuri del caso perché chiunque va dicendo: ha la possibilità di essere il secondo corridore della storia a vincere nello stesso anno Giro e Avenir. Il problema è che lui lo sa che di recente chi c'ha provato (Sivakov, Ayuso), per motivi legati alle cadute si è fermato, uno al 24° posto finale, vincendo una bella tappa e la maglia dei GPM, l’altro con un ritiro. Oltretutto avvicinamento particolare per il norvegese: ammalato al Sazka Tour, dopo aver vinto una tappa, è scomparso dai radar anche durante il Mondiale, pare per guarire, ma magari è perché si è preparato a puntino. In ogni caso parte favorito a cinque stelle: se fosse una corsa di Formula uno lui sarebbe Verstappen, gli altri guiderebbero una Ferrari in difficoltà.

La Norvegia intorno a lui è forte, ma davvero forte: Per Strand Hagenes può fare tutto, un po’ alla van Aert. Puoi vincere nelle prime tappe, dare una mano in salita e in pianura, sarà fondamentale nella cronosquadre e perché no, puntare anche alla cronoscalata. Johannes Kulset ed Embret Svestad-Bardseng saranno i due gregari in salita, ma il più giovane della dinastia dei Kulset può anche ambire a un piazzamento in classifica, mentre Stian Fredheim e Sakarias Loland, saranno le ruote veloci. Soprattutto da Fredheim ci si aspetta qualcosa dopo una stagione in cui era atteso al salto di qualità che non è ancora arrivato. Ma è solo una questione di tempo.
Parte subito dietro Staune Mittet, Matthew Riccitello, di professione scalatore: la notizia della sua convocazione è sicuramente quella più sorprendente. Riccitello può puntare forte al podio avendo già nel motore un Grande Giro - e se non abbiamo fatto male i conti dovrebbe essere l'unico corridore al via quest'anno ad aver già disputato una corsa a tappe di tre settimane tra i professionisti. Stati Uniti che avranno in Luke Lamperti il punto di riferimento per le volate, Brody McDonald, protagonista al recente Mondiale, Artem Shmidt e Colby Simmons completano una squadra americana di grande qualità.
Dietro di loro sono diversi i corridori interessanti da citare - e con loro le rispettive squadre. La Germania porta Hannes Wilksch, futuro tra i professionisti con la Tudor, il regolarista tedesco è già salito sul podio quest’anno al Giro d’Italia e vorrebbe bissare: c’è la possibilità. La Germania, che questa corsa non l’ha mai vinta, ma è salita sul podio con Michel Hessmann (fermato per un caso di positività nelle ultime ore) proprio lo scorso anno, ha una squadra di tutto rispetto, soprattutto potrà animare le prime tappe con Moritz Kretzschy, Pierre-Pascal Keup e Tim Torn Teutenberg, corridori veloci e resistenti.
La Francia lascia fuori Faure Prost, protagonista al Giro e al Valle d’Aosta, ma per il primo anno francese sarebbe stato troppo una terza corsa a tappe impegnativa in pochi mesi e più che all’alta classifica, anche se Mathys Rondel e Louis Rouland proveranno a entrare nei 10 a fine Tour, pensa a movimentare tutte le tappe: Antoine Huby, Axel Huens e Pierre Thierry hanno il profilo tecnico giusto per farlo e troveranno terreno adattissimo agli attacchi, mentre Eddy Le Houituze sarà importante soprattutto per la cronometro a squadre.
L'Olanda ha uno degli outsider più accreditati in ottica podio: Tijmen Graat. Il corridore della Jumbo Visma è arrivato nei dieci al Giro pur avendo dovuto lavorare a fondo per Staune-Mittet. Pepijn Reinderink è dato in grande forma e proverà a vincere una tappa, Roel van Sintmaartensdijk si butterà nelle volate, Tibor del Grosso, Loe van Belle e Jesse Kramer, corridori forti un po' su tutti i terreni, sono importanti pedine nello scacchiere orange sia per aiutare il capitano, sia per togliersi soddisfazioni personali.

Gran Bretagna da temere su ogni terreno: Joshua Golliker è uno dei migliori scalatori in stagione, due tappe vinte con autorità al Valle d'Aosta, Lukas Nerurkar cerca continuità da abbinare al grande talento in salita, proverà a vincere una tappa e a difendersi in classifica, stessa sorte toccherà a Joseph Blackmore, Max Walker e Jack Rootkin-Gray, protagonista all'ultimo Mondiale e corridore ancora da inquadrare, forte praticamente ovunque. Robert Donaldson invece è l’uomo adattissimo al caos dei primi giorni.
L’Australia ha in James Panizza l’elemento più interessante per le salite, mentre Brad Gilmore punta alle prime tappe e Dylan Hopkins proverà a spuntarla nelle frazioni vallonate. L’Austria in salita punta su Sebastian Putz e Marco Schrettl e nelle tappe con profilo misto su Alexander Hayek, fresco di firma con la BORA.
Non dimentichiamoci del Belgio, squadra vincitrice uscente con Uijtdebroeks. WIlliam Lecerf insegue il podio, ma è corridore a cui piace la fuga, Gil Gelders è uno dei migliori Under 23 della stagione e i primi giorni hanno tappe decisamente adatte a lui. Alec Segaert lo conosciamo, passista, cronoman, si può difendere anche in salita: i suoi margini restano ancora inesplorati. Vlad Van Mechelen farà a spallate in volata, mentre Lars Craps e Jonathan Vervenne lavoreranno principalmente per la squadra.
Il Canada porta Michael Leonard che vuole testarsi nella breve cronoscalata, e un velocista molto interessante come Riley Pickrell, la Colombia punta a fare classifica con il duo già in luce al Giro formato da Santiago Umba e German Dario Gomez, ma una menzione la meritano anche il 1° anno William Colorado ed Edgar Andres Pinzon.

C’è poi la Danimarca, al solito all’Avenir con uno squadrone, danesi che hanno vinto qui tanti anni fa con Lars Yitting Bak, e in un modo o nell’altro proveranno a lasciare il segno. Il loro modo lo conosciamo: proveranno a sorprendere e a lanciarsi in fuga e poi a fare risultato pieno anche nella cronometro a squadre vista la presenza di tre passisti importanti come Carl-Fredrik Bevort, recente campione del mondo nell’inseguimento a squadre, Gustav Wang e Adam Holm Jorgenson, vincitore di tappa all'Avenir nel 2022. Simon Dalby farà classifica, anche se non arriva dalla sua annata migliore, Anders Foldager va a caccia di tappe e allo stesso tempo va a corrente alternata, mentre Joshua Gudnitz cerca il riscatto a una stagione che dal Giro in poi è stata opaca, ma grazie al suo spunto veloce può piazzarsi in diverse tappe.
La Spagna non è quella di Ayuso e Carlos Rodriguez - corridori per altro ancora in età per disputare un Tour de l’Avenir - ma punta forte su Fernando Tercero per la classifica, Ivan Romeo, Unai Aznar e il più piccolo dei fratelli Azparren per le tappe. Ci piacerebbe vedere una Spagna combattiva come al Mondiale, completamente all’opposto di quella a cui siamo abituati a vedere, conservativa. Ci sembra il modo giusto per provare ad agguantare una tappa.
Nell’Irlanda non c’è Rafferty, uno degli Under 23 più forti della stagione, ma torna in gruppo Archie Ryan, stagione disgraziata finora la sua a causa dei soliti problemi al ginocchio, ma in salita, sulla carta, è uno dei più forti della categoria, mentre per Israele da seguire assolutamente Odet Kogut, uno dei velocisti più in forma al via.
Il Kazakistan punta a fughe e piazzamenti con i fratelli Nicolas ed Alexandre Vinokourov e Andrey Remkhe, il Lussemburgo ha nel "solito" Wenzel e nel primo anno Kockelmann le punte, mentre nel Portogallo al via il vice campione del mondo degli ultimi due anni prima tra gli juniores e poi tra gli Under 23 Antonio Morgado che proprio a Glasgow ha ripreso a pedalare come c’eravamo abituati a vedere, ovvero fortissimo. Occhio a porgli limiti: tappe, e perché no, stesse bene, anche un piazzamento finale nelle prime dieci posizioni. Al via, da tenere d'occhio, anche il suo gemello Goncalo Tavares. La Slovenia ruota attorno a Gal Glivar, uno dei talenti emergenti del paese di Pogačar e Mohorič. Corridore completo, veloce, che se dovesse ritrovare la pedalata di maggio, quando vinse sia l’Orlen Grand Prix che la Carpathian Couriers Race, potrebbe provare a vincere qualche tappa.
Ci sono poi da seguire i tre corridori della UCI World Cycling Centre, davvero molto interessanti. Parliamo dell’algerino Hamza Amari, 31° all’ultimo mondiale, del sudafricano Travis Stedman, entrambi arrivano dalla Q36.5 e dell’eritreo Aklilu Arefayne, della squadra development della Intermarché e del quale ancora non conosciamo a pieno margini e caratteristiche, ma che potrebbe pure puntare a qualche tappa.
Infine la selezione dell'Auvergne Rhone-Alpes propone un sestetto molto interessante: segnaliamo due corridori che gli appassionati di ciclocross conoscono già: Théo Thomas, corridore che cerca piazzamenti in volata, ma occhio perché tiene bene anche su percorsi impegnativi e Rémi Lelandais, più adatto alle fughe come lo stesso Mathias Salanville.
(Nel momento in cui pubblichiamo l'articolo mancano ancora le conferme delle selezioni di tre squadre: Svizzera, Rep. Ceca, Messico. Nella Svizzera presente Jan Christen, lo conosciamo bene ormai, ma c'è curiosità invece su Isaac Del Toro, capitano del Messico. È uno dei nomi nuovi dell'ultimo biennio, dopo aver fatto vedere, lo scorso anno, cose interessanti nel ciclocross e i primi piazzamenti nelle corse di un giorno in Italia, nelle ultime settimane ha fatto un deciso salto di qualità. Da tenere d'occhio per un risultato finale in classifica nei 10. Per la Repubblica Ceca, invece, da seguire Pavel Novak, primo anno con doti interessanti in salita come dimostrano il 6° posto al Valle d'Aosta e il 2° alla Bassano-Monte Grappa).
ITALIA

Come di consueto capitolo a parte per i corridori di casa nostra. La Nazionale di Marino Amadori ha dovuto rinunciare per infortuni prima a Nicolas Milesi e poi a Dario Belletta, al loro posto inserito all'ultimo Giacomo Villa, uno dei corridori italiani più forti dell'ultimo biennio nella categoria Under 23, che proverà a entrare in fuga, e soprattutto sarà utile per dare una mano ai compagni più quotati. Il capitano per la classifica sarà Davide Piganzoli, già quinto nel 2022 a poco più di un minuto dal podio. Lo scorso anno, il corridore della Eolo-Kometa, una delle maggiori promesse per l'Italia nelle corse a tappe, viste le caratteristiche, si difende sia in salita che a crono, arrivava però in grande forma, ora c'è qualche punto interrogativo visto che nell'ultima corsa, quasi due mesi fa, si è ritirato per un malanno. Con lui Giulio Pellizzari, attesissimo nelle tappe di montagne, Alessandro Pinarello, altro corridore completo che ha vinto il ballottaggio con il compagno di squadra Alessio Martinelli e Alessandro Romele, amante della fuga, passista, che si occuperà di dare soprattutto una mano ai compagni. Infine Francesco Busatto, leader unico per le prime tappe. Il campione italiano Under 23 è uno dei corridori in assoluto più atteso nei primi giorni, punta forte ad almeno un paio di tappe, prima di mettersi al servizio della squadra nella seconda metà di Tour de l'Avenir.
ANTI PIGRO
Per chi non avesse voglia di leggere tutto, sintetizziamo con le nostre stellette in corridori più interessanti da seguire per classifica generale, tappe, eccetera.
CLASSIFICA
⭐⭐⭐⭐⭐ Staune-Mittet
⭐⭐⭐⭐ Riccitello
⭐⭐⭐Wilksch, Lecerf, Graat
⭐⭐ Piganzoli, Kulset, Golliker, Ryan
⭐Morgado, Pellizzari, Umba, Gomez, Rondel, Del Toro, van Belle, Tercero, Walker. Novak
VOLATE
⭐⭐⭐⭐⭐Lamperti
⭐⭐⭐⭐ Kogut
⭐⭐⭐Teutenberg, Pickrell, Fredheim
⭐⭐Van Mechelen
⭐ Loland, Gudnitz, Busatto, McDonald, Thomas
TAPPE MISTE/FUGHE
⭐⭐⭐⭐⭐Busatto, Hagenes
⭐⭐⭐⭐ Donaldson, Huby, Segaert, Morgado, Lamperti
⭐⭐⭐ Rootkin-Gray, Romeo, Foldager, Glivar, Kretschy
⭐⭐ Christen, Shmidt, Thierry, Huens, Hajek, Thomas
⭐ Wenzel, Reinderink, Villa, Nerurkar, Jorgenson, Lelandais
Glasgow 2023: al telefono con il C.T. Paolo Sangalli
Domenica 13 agosto 2023, sulle strade che vanno da Loch Lomond a Glasgow, per un totale di 154,1 chilometri, si disputerà la prova in linea donne élite del Campionato del Mondo di ciclismo di Glasgow. Torna in palio la maglia iridata, indossata quest'anno da Annemiek van Vleuten, al termine della prova del 2022 a Wollongong, con quel finale che ancora oggi toglie il respiro, per quanto inaspettato, alla luce dell'infortunio dell'olandese, una microfrattura al gomito, pochi giorni prima, in una caduta, durante lo svolgimento della cronometro-staffetta mista. Un fulmine e dopo Giro, Tour e Vuelta, van Vleuten è stata ancora Campionessa del Mondo, seconda Lotte Kopecky, terza Silvia Persico. Dando un'occhiata all'albo d'oro degli ultimi dieci anni, l'ultima vittoria italiana è di due anni fa, Elisa Balsamo su Marianne Vos a Lovanio, mentre spicca una netta prevalenza di vittorie olandesi, ben sei: due di van Vleuten, due di van der Breggen, una di Blaak e una di Vos. A interrompere il loro dominio, oltre a Balsamo, come già detto, Pauline Ferrand-Prevòt, nel 2014, Elizabeth Armitstead, nel 2015, e Amalie Dideriksen nel 2016. I Paesi Bassi sono anche la nazione con più vittorie totali (14) contro le dieci della Francia e le sei del Belgio e dell'Italia, che anche quando non ha vinto, negli ultimi anni, ha spesso centrato il podio (citiamo i terzi posti di Ratto, Guderzo e Longo Borghini).
AL TELEFONO CON GLASGOW

Paolo Sangalli, C.T della nazionale su strada femminile italiana, ci risponde poco prima dell'inizio della prova del Team Relay e le prime parole sono per Elisa Longo Borghini, assente a causa di un'infezione alla coscia contratta durante il Tour de France: «Credo sia difficile per tutti, come è difficile per Elisa non essere qui. Longo Borghini, quando c'è, è una garanzia e parte sempre con i gradi da capitana. Ovviamente fare i conti con la sua assenza è pesante, ma deve essere chiaro: sono orgoglioso delle atlete convocate ed è certo che sapranno fare un'ottima prova, anche per Longo Borghini». Paolo Sangalli non si nasconde, non lo ha mai fatto, non è solito farlo, così mette sul piatto tutte le tematiche e lo fa con estrema sincerità: la sfortuna, ad esempio. La nazionale avrebbe dovuto avere due punte: Longo Borghini e Balsamo, di Longo Borghini abbiamo già parlato, Balsamo, invece arriva al Mondiale dal Tour, ritiratasi al termine della sesta tappa per affaticamento, anche in vista di Glasgow.

«Balsamo è una di quelle atlete con cui tutti vorrebbero lavorare per come è capace di mettersi a disposizione e di sacrificarsi, indubbiamente, però, anche per lei questa gara arriva in un momento particolare. Era necessario che mettesse fatica nelle gambe e, in Francia, lo ha fatto. Quando ci siamo visti, abbiamo lavorato sui wattaggi e sul recupero, in modo da essere al meglio domenica, ma ciò che è accaduto prima non si può cancellare». Qui, il C.T. apre una parentesi personale, su come sta vivendo questo Mondiale: «Bene, ma con la consapevolezza del fatto che le cose per noi non sono fino a qui andate come avremmo voluto, perché nell'avvicinamento la sfortuna ha avuto un ruolo determinante, però la sfortuna è un fattore del ciclismo e bisogna accettarlo. Chissà, magari nel 2024, arriverà pari fortuna. In fondo, ce la meriteremmo». Dato per assodato quanto già esposto, Sangalli torna a parlare del discorso che ha fatto e che farà in ogni momento alla squadra, fino a domenica: «Non ho ancora scelto le titolari: l'idea è che ogni atleta debba sentirsi fondamentale per questa squadra, qualunque sia il suo ruolo. Io chiedo di vedere un'Italia protagonista, in ogni fase di corsa. Voglio vedere una squadra che sia la squadra più forte del Mondiale. Se faremo in questo modo, avremo mostrato il nostro miglior volto ed i risultati saranno una conseguenza».
IL PERCORSO
Saranno 154,1 i chilometri da percorrere per tagliare il traguardo. Nel primo tratto, diciamo fino al chilometro 60, l'asperità principale sarà la salita di Crow Road. Diciamo principale non a caso perché, in realtà, il percorso prevede moltissimi strappi e strappetti che l'altimetria non categorizza come GPM, ma che appesantiranno le gambe delle atlete. Dal chilometro 60, invece, si entra nel circuito conclusivo, a Glasgow, da ripetere sei volte. Anche il discorso è simile: sebbene sia Montrose Street l'unica salita evidenziata, il tracciato sarà tortuoso. «Sai, in altre circostanze- spiega Paolo Sangalli- è possibile evidenziare un punto chiave in cui può decidersi la corsa. Quest'anno no e questo complica di molto le cose. Si tratta di un Mondiale che si può vincere o perdere in ogni momento, che sia lontano o vicino al traguardo. Servirà massima concentrazione, sempre».
A complicare ulteriormente le cose il fondo stradale, "brutto", per usare le parole del C.T., e le curve continue che trasformano la corsa in una continua serie di rilanci, anche in fasi di gara apparentemente tranquille: «Vi faccio un paio di considerazioni: la prima è relativa alla voglia delle atlete di vedere il percorso. Ovviamente abbiamo visto le gare degli junior e degli uomini élite, eppure tutte le atlete non vedevano l'ora di visionare con i loro occhi il tracciato. Più di altre volte. Proprio per questa imprevedibilità, le cicliste sentono l'esigenza di prendere personalmente confidenza con la strada, di vedere con i propri occhi le insidie e i tranelli. Ora che lo hanno visto, posso dire che a molte delle nostre convocate il tracciato è piaciuto». La seconda considerazione, che porta Paolo Sangalli, deriva proprio da questa ricognizione sul percorso: «Anche in allenamento, su una fila di otto, nove atlete, l'ultima della fila deve continuamente ripartire, rilanciare ed anche a ruota si fa fatica. Se questo accade in una fase tranquilla, come può essere la visione del tracciato, con solo poche atlete, pensate a cosa può accadere con un gruppo intero di atlete in cui ognuna vuole stare davanti. Pensate a cosa può accadere quando le favorite accenderanno la gara e, come detto, la gara può accendersi ovunque: la tensione in gruppo sarà palpabile». La nazionale sta tenendo costantemente monitorato il meteo e domenica le possibilità che venga a piovere non sono poche, anzi, sembrano lo scenario più probabile: «Pioggia significa corsa ancora più dura, su un tracciato così è un fattore fondamentale, aumenta il rischio di cadute o scivolate, soprattutto viste le varie curve presenti. Però pioverà per tutte e non possiamo trasformare la pioggia in un alibi».
LE FAVORITE

«Sorprese? La sorpresa sarebbe non vedere protagonista Lotte Kopecky, ma non succederà: Kopecky è fra le atlete che terremmo maggiormente d'occhio e farà una grande corsa». Inizia così la disamina delle favorite: Kopecky per quello che ha mostrato da inizio stagione, Kopecky per quello che ha mostrato al Tour de France. Dopo ieri sera, Kopecky anche per la gamba che ha mostrato in pista: una gamba che, per usare il gergo ciclistico, è "piena", decisamente "piena": di forza, grinta, velocità, rabbia agonistica. Fra le file dell'Italia, il discorso cade su Silvia Persico che, in virtù delle sue capacità da ciclocrossista, parte con un vantaggio non da poco in fatto di abilità a guidare la bicicletta (e non avevamo ancora visto il numero di ieri, dopo il problema al cambio, durante il Mixed Relay): «Sì, è un fatto. Guardate i vincitori delle varie prove degli scorsi giorni e vi renderete conto che questo emerge chiaramente: chi ha fatto o fa ciclocross ha qualcosa in più su questo tracciato, soprattutto sulle curve, ancor più se pioverà. Però attenzione: questa è e resta un gara in linea, in agosto, dopo una stagione difficile, con molte atlete che hanno corso sia Giro d'Italia che Tour de France. Dobbiamo considerare questo aspetto». Le precedenti prove, soprattutto quella maschile di domenica, hanno mostrato un livello altissimo e Sangalli spiega che il quarto posto di Venturelli nella prova junior è arrivato al termine di una prova corsa ottimamente, da protagoniste, in cui l'unico svantaggio è stato quello di trovarsi da soli in mezzo a nazionali con più atlete, da qui si torna a parlare di squadra e lo si fa dall'Olanda.

Le convocate: Wiebes, van Vleuten, Vos, Vollering, Markus, Bredewold, Adegeest, van Anrooij. Una corazzata, in sostanza. Vollering, in particolare, è attenzionata, per il Tour de France, certamente, ma non solo, per la sua condotta nelle classiche di inizio stagione, in cui è stata grande protagonista, mentre Wiebes e Vos potrebbero essere la carta da scegliere in caso di arrivo ad uno sprint di gruppo (molto difficile), o ridotto (più probabile). Senza dimenticare van Vleuten che, però, ha dichiarato di volersi mettere a disposizione della squadra. Sangalli avverte: «Indubbiamente è uno squadrone, ma questo può essere tanto un vantaggio quanto uno svantaggio, è già successo che team simili, poi, mancassero il centro. L'altro giorno osservavo Elena Cecchini mentre provava il percorso: l'attenzione che metteva in ogni dettaglio, per il proprio lavoro, ma anche quello delle compagne: atlete simili fanno squadra e con la squadra, con l'essere squadra, si può prevalere anche sugli squadroni che, magari, hanno valori assoluti maggiori».

I nomi da fare, alla partenza, sono almeno sette o otto e sono quelli che in questi giorni fanno tutti. Dal mazzo, il C.T. pesca altri due nomi: Liane Lippert, per la Germania, e Grace Brown per l'Australia. La prima, Lippert, non vince molto ma vince bene. Quest'anno l'abbiamo vista protagonista sia al Giro d'Italia che al Tour de France, dove ricordiamo la sua volata infinita sullo strappo di Mauriac, davanti a Kopecky e Persico. La seconda, Brown, è la carta ideale per le fughe, senza scordare, nelle fila dell'Australia, di Amanda Spratt e Brodie Chapman. Tra le altre, un posto di rilievo lo merita Marlen Reusser, una di quelle atlete che, se prende qualche metro, è molto difficile da andare a riprendere ed il tracciato, da questo punto di vista, la agevola. Sono, comunque, da verificare le sue condizioni dopo il ritiro, sofferente, nella cronometro di ieri.
Tra le fila della Polonia, obbligatorio menzionare Kasia Niewiadoma: il suo spirito battagliero, ben in mostra al Tour de France, avrà modo di sfogarsi. Come non menzionare Emma Norsgaard? Anche lei ben in vista allo scorso Tour de France, con un'azione memorabile. Altri nomi sono indubbiamente quelli di: Audrey Cordon-Ragot, Cédrine Kerbaol e Juliette Labous per la Francia, Niamh Fisher-Black e Ally Wollaston per la Nuova Zelanda, Kata Blanka Vas per l'Ungheria, Ashleigh Moolman Pasio per il Sudafrica, Elizabeth Deignan, Pfeiffer Georgi e Anna Shackley per la Gran Bretagna, Cecilie Uttrup Ludwig per la Danimarca. Infine per gli Stati Uniti Chloé Dygert, una delle protagoniste assolute di questa rassegna iridata, medagliata in pista e su strada, campionessa del mondo nell'inseguimento e a cronometro: la sua forma e magari la sua voglia di movimentare la gara potrebbe anche condizionare l'andamento della prova iridata e indirizzare in un senso o nell'altro la storia di questo Mondiale.